torna alla Home

 Poesia dell’essenza, note su Vera Ambra

per il decennio di Akkuaria,
 

di Francesco Giordano

In un dimenticato cassetto, troviamo congerie di libri: fra questi, tre dei numerosi volumi di Vera Ambra, precisamente “La voce delle donne”, “Pudore” e “In punta di piedi”.

Sono delle testimonianze, eloquenti quanto tangibili nella loro fisicità, di una amicizia che perdura da anni: come il filone del prezioso metallo s’aggrotta e si nasconde a volte con tenacia per molto tempo, poi risorge alla luce, con rinnovato vigore.

Così nel vergare brevi note sul decennio di Akkuaria, la creatura della ‘rete’, come convenzionalmente si intende il mondo onnipossente di Internet che tutti, volenti o nolenti, ci avvolge (per tutti intendesi coloro che di sé lasciano traccia visibile), fortemente voluta e plasmata da Vera e dal suo gruppo di letterati ed artisti, non si poteva che sfiorare, quasi carezza, quasi sussurro, alcuni libri. La carta, che travolge la nostra esistenza, destinata (forse..) al tramonto nel futuro delle generazioni che verranno, magari preda dell’oblìo e vinta dalla polvere; la carta, che per quella luce la quale il miracolo di Iside converge nelle iridi permettendoci di decriptarne i colori fatti verbo, le voci fatte carne, ove è impresso il signum del giorno. Nulla dies sine linea, secondo l’adagio latino.
È un vortice di colori, di iniziative, di espressività irrefrenabile, che intravediamo, con umiltà ed un tòcco di modesta presunzione, nelle attività multimediali ed editoriali di Vera Ambra, signora della letteratura catanese, ove ha con tenacia e determinazione – a dispetto, lo affermiamo senza tentennamenti, di quanti, e vi sono, che per difendere il proprio ‘orticello’ di personali e minuscoli orgogli, avrebbero voluto accantonarla in angoli remoti, in ogni modo a lei non confacenti - impresso il solco del proprio aire: l’abbiamo seguita col solito affetto in questi anni, con l’affetto costante che si dòna oltre il tempo e lo spazio a chi fa professione di sincerità di intenti, e ne dimostra concreti gli assunti. Lo scorrer dei grani nella clessidra ci ha infatti abituato ai farisaici mostri, per poterli con destrezza e senza dubbio schivare.
Vera è una creatura assoluta, unica. Lo capì nei suoi primi tempi un intellettuale d’eccezione, che ebbe anche la ventura d’esser sacerdote: Padre Antonio Corsaro. Lo rammentiamo ieratico, nelle apparizioni poetiche, il fondatore di “Incidenza”: giovani, lo vedevamo come una specie di monumento anciràno, una autorità particolare e fascinosa. Era di poche parole, ma sufficienti a scrivere, come fece nella prefazione al primo libro importante di Vera, a proposito della sua poesia: “metafore e simboli di una insostenibile vertigine, di uno stato d’animo rassegnato e felino su cui Vera Ambra invoca l’oblìo per sfuggire alla curva dell’angoscia e della tristezza”. Ora che egli da anni passò nell’eternità dell’Oriente, ci è caro rievocare quei pensieri che schiusero all’autrice orizzonti entro i quali adesso vola serena, ed a noi permisero di meglio conoscerla.
Akkuaria ci parve, sin dall’inizio, pur non prendendovi parte attiva, un portale sofisticato ed elegante, ove trasfondere il riflesso di quell’anima che Vera Ambra ritrova, attraverso l’introspezione di cui è capace, nell’afflato degli autori che ha coinvolto. Ma ella è anche attrice di rara peculiarità: la rammentiamo nel palco del catanese Teatro De Curtis, avvolta in sgargianti colori, declamare le liriche di “Pegaseium nectar” appena edito, in una serata indimenticabile che sarà senza dubbio ricordata come una delle poche dell’appena iniziato terzo millennio ove a Catania si concretizzò quel che si appella espressione culturale in senso lato, estetico, mitopoietico. Una serata che avrebbe entusiasmato i simbolisti francesi, e fatto gioire i nostrani futuristi.
Des frigides roses pour vivre \ toutes la mème interrompront \ avec un blanc calice prompt \ votre souffle devenu givre … A jeter le ciel in détail \ voilà comme bon éventail \ tu convien mieux qu’une fiole…”, scriveva Mallarmé in Eventail. Son codesti chiaroscuri che possono cercare di interpretare il mondo sinonimico di Vera Ambra, espresso in romanzi, in poesie numerose, in quadri, in «sovrumani silenzi », per dire con Leopardi che «negli uomini e negli altri viventi la privazione della felicità, quantunque senza dolore e senza sciagura alcuna, e anche nel tempo di quelli che voi chiamate piaceri, importa infelicità espressa » (dialogo di Malambruno e Farfarello, in Operette morali).
In una città sempre rifiorente dalle sue tragedie naturali ed umane come Catania, la figura della nostra autrice, che scelse di vivervi dalla provincia sin da bimba, è una voce potente contro l’infelicità dell’essenza del bianco e nero delle pietre laviche che incastonano maestose e solenni i suoi templi laici e religiosi, frutto del costruttivo Settecento barocco; è un inno alla vita innanzi le ghermenti ali della onnipresente morte, còlla accesa lampada anche laddove non la si attenderebbe; è un sorriso gettato oltre l’ostacolo delle sensazioni anche orripilanti delle delusioni quotidiane, esaltazione del piacere non già e non solo in senso dannunziano, ma affatto stoico, quindi corrivo alla Ragione ed alla Natura. “Con le finestre chiuse \ ed i vetri rotti \ interpreti la vita \ recitando te stessa”; ed in altro luogo: “sono stata \ sposa di un re \ ed ora esiliata \ come ubriaca \ nel corpo  di serpente… \ sono odissea \ che dormiva \ sui marmi rosa \ mentre adesso \ semino acqua \ raccolgo vento \ e mi copro \ di cenci e di luce”.
Nel ‘pazzo di Dio’, in quel Francesco di Pietro Bernardone che è l’autentico, il solo rivoluzionario puro della nostra società nell’ultimo millennio, non vi fu dunque una stilla ben possente di questo dolore e di questo amore? E la poesia, come ben scrisse Ungaretti, non deve essere il salvamento dell’Uomo, anche oltre l’elemento friabile di cui esso è costrùtto? “Non toglietemi mai \ da quella vertiginosa danza”, gridò Mario Luzi nella sua raccolta La ferita dell’essere.
Finché a Vera sarà dato di danzare, di creare, di plasmare col fango e còlla luce le sue creature, ed Akkuaria è delle più riuscite, allora anche dall’isola di Trinakìa potrà dipanarsi il messaggio del labirinto, senza aver smarrito il filo che conduce alla lontana, ma non irraggiungibile, porta.
 

 È vietato l'uso delle immagini e dei testi non autorizzato.
© 2010 Associazione Akkuaria

Associazione Akkuaria Via Dalmazia 6 - 95127 Catania
Registrata Ufficio Atti Civili di Catania il 3 maggio 2001 al n.ro 6010-3 - C.F. 93109960877

Presentazione Akkuaria - Statuto Akkuaria - Scrivi Akkuaria