VISITA ALLE SORGENTI DELLA CULTURA

Alla ricerca del bandolo della matassa  

 

E ora dobbiamo porci una domanda: possiamo conoscere la verità oggettiva? Per chi ha l'ingenuità nativa del bambino questa sembra una domanda strana. Ma se ci si addentra nella riflessione sui problemi che nella ricerca della verità gli studiosi hanno dovuto affrontare, ci si accorgerà che è una domanda terribile.1
Furono i Greci a porsi questo grosso problema e con loro nacque l'epistemologia, cioè la trattazione di quanto riguarda l'argomento della ricerca e della conoscenza della verità oggettiva o "Episteme". I grandi pensatori greci si accorsero subito che non era un problema tanto semplice. Come in tante altre questioni, due impostazioni si sono succedute parallelamente nella storia riguardo al problema della verità oggettiva.
La prima impostazione è basata sull'autorità ed è quella che affonda le sue radici nell'animismo religioso: è la divinità che ispira i fondatori religiosi, i poeti e i grandi saggi, i quali perciò sono "rivelatori" della verità. Mosè, Orfeo, Budda, Krsna, Zaratustra, Ermete Trismegisto, Gesù, Maometto... sono gli illuminati che trasmettono la verità ai loro popoli. Anzi sembra che l'esperienza dei secoli abbia suggerito a chi voleva proporre un personale messaggio alla comunità di cui faceva parte,di farlo passare o presentarlo come proveniente dal Dio della comunità, cioè di un'autorità divina.
La fine tragica di Socrate e quella di Gesù (e di molti profeti prima di lui) mostra chiaramente quanto fosse pericoloso proporre e diffondere nuove dottrine diverse dalla tradizione accettata e vissuta dalla comunità, senza farsi forti dell'appoggio di un ispiratore divino. Tale esigenza è testimoniata dalla pretesa ispirazione dei poeti, i quali si rifacevano sempre alle Muse (è Omero ad aprire la serie) e dai filosofi presocratici, i quali sembrano dei "rapsodi" che dicono di essere guidati dalla dea "dike" (giustizia) che rivela la "verità nascosta".
Eraclito sembra considerarsi come un profeta con "bocca delirante" e "posseduto dal Dio", ispirato da Dike "guardiana della verità". Anche Parmenide dice di essere guidato da Dike che descrive come custode delle chiavi della verità e come fonte di tutte le conoscenze. È Dike a dargli il famoso criterio per distinguere la verità dalla falsità: usare l'intelletto escludendo i sensi fallaci. Qui sta la radice storica dell'intellettualismo e del razionalismo. Anche Socrate viene presentato da Platone come ispirato da un demone non ben precisato.
Platone conserva la dottrina della fonte divina della conoscenza e inventa la teoria dell'"anamnesi" cioè del "ricordo": la verità è ciò che viene a galla dal fiume della dimenticanza in cui è immerso l'intelletto umano nascendo a questo mondo, al quale perviene dal mondo delle idee dove prima conosceva tutto. Successivamente elabora la suggestiva dottrina della conoscenza per ombre: noi conosciamo la realtà nascosta come i prigionieri in una caverna conoscono le cose esterne attraverso le ombre che proiettano sulle pareti. La conoscenza della realtà richiede sforzi sovrumani e solo pochi arrivano a raggiungere la comprensione della verità nascosta.
Dalla dottrina come quella di Platone e anche di Pitagora è nato l'esoterismo, il misteriosofismo, la magia, l'alchimia e in genere l'occultismo, cioè la prassi di trasmettere secondo un insegnamento occulto una conoscenza che solo i "preparati" possono ricevere.Secondo questa prima impostazione, quindi, la "verità-realtà" è nascosta e irraggiungibile e deve essere "rivelata", "custodita", "insegnata" con autorità.
La seconda impostazione corre storicamente e parallelamente alla prima; è basata sulla possibilità riconosciuta dell'uomo di "scoprire da sé la verità-realtà". Noi abbiamo i mezzi di trovarla, anche se con fatica e infiniti errori. Anzi facendo tesoro dei nostri errori. Questo atteggiamento risale a Senofane, a Democrito, a Socrate e s'impone con Aristotele. Socrate aveva iniziato un metodo critico armato del pungolo dell'ironia, denominato anche "arte maiecutica", cioè un particolare metodo induttivo che imitava l'arte materna della levatrice (la madre di Socrate era levatrice) nel cercare di far nascere i "concetti" delle cose nella mente dei discepoli.
Aristotele - al quale insieme a Platone bisogna riconoscere la prodigiosità dell'attività culturale - partendo da una critica realistica dell'impostazione del suo maestro Platone, elabora una teoria della conoscenza interamente nuova secondo la quale l'uomo attraverso un procedimento dubitativo analitico e critico può pervenire alla conoscenza della verità oggettiva.
Rifacendosi al metodo induttivo socratico, sviluppa il metodo dialettico come confronto delle opinioni che gli uomini hanno delle cose, valorizza la discussione come fatto sociale e pone come base della ricerca una disciplina del dibattito e la necessità di precisare in modo rigoroso i termini che si usano nella discussione. Che Aristotele sia divenuto nella storia del pensiero un'autorità incontestata e sia finito ad alimentare la prima impostazione è dovuto all'abbandono del metodo da lui teorizzato e all'accettazione acritica della sua opera da parte dei suoi discepoli; solo così l'aristotelismo è potuto diventare un "dogma filosofico", per cui per la Scolastica e anche per S. Tommaso Aristotele era "il filosofo".
Abbiamo detto che le due impostazioni si sono intrecciate nella storia occidentale e hanno finito per unirsi in simbiosi nella scolastica medievale. Tuttavia l'impostazione autoritaria ha avuto la prevalenza. A parte il campo teologico fondato sulla "Parola di Dio", anche il campo filosofico è stato "dogmatizzato" con l'autorità di Platone e di Aristotele.
C'è stato nel Rinascimento il tentativo di scrollarsi di dosso tale ipoteca ma poi si è ricaduti in altre forme ancora più autoritarie. Di sfuggita accenniamo per il campo religioso al tentativo del Protestantesimo, dopo il quale Lutero e compagni non hanno fatto che sostituire all'autorità della Chiesa cattolica un'altra autorità non meno intollerante. Ma ci interessano di più i tentativi compiuti in campo filosofico di sottrarsi all'autorità indiscutibile del "maestro" sulla cui parola si era sempre accettata la conoscenza della "verità-realtà". Copernico, Telesio, Bruno, Campanella, Galileo, Keplero, Bacone, Cartesio ecc. sono i nomi dei maggiori pensatori della nutrita schiera che nel secolo XVI e XVII hanno cercato di distruggere l'impostazione autoritaria della conoscenza e hanno fatto trionfare l'impostazione basata sulla possibilità umana di "capire" da sé la verità.
Ma mentre la scienza con Galileo umilmente imboccava la strada maestra del metodo sperimentale, nel campo più generale filosofico anche i tentativi di affermazione della seconda impostazione ricadevano nella vecchia impostazione autoritaria. Quelli più notevoli furono i tentativi di Cartesio e di Bacone. Tutti e due sono iniziatori di una scuola propria che sostiene che l'uomo per conoscere la "verità-realtà" non ha bisogno di appellarsi a un'autorità esterna a lui, perché ogni uomo porta con sé i mezzi per conoscerla: basta saperli usare.
Cartesio ha posto come fondamento l'intelletto (intellettualismo): l'intelletto ha l'intuizione per riconoscere la verità dalla falsità attraverso "idee chiare e distinte". Le idee chiare e distinte devono essere vere perché se il nostro intelletto sbagliasse anche in esse, saremmo ingannati da Dio. In ultima analisi Cartesio ricade ancora sull'autorità di Dio (= veracitas Dei).
Bacone invece ha posto come fondamento l'osservazione e decifrazione della natura (empirismo): la natura è un libro aperto e dobbiamo leggerlo con mente e sensi puri, scevri da mali, difetti, pregiudizi di natura educativa, culturale e morale. Chi "anticipa" tale decifrazione con ipotesi, giudizi "a priori", congetture e desideri soggettivi, non decifra la natura ma costruisce castelli in aria. A chi invece è libero da tali inconvenienti la natura si fa decifrare nella sua verità, altrimenti sarebbe la natura stessa a ingannarci. In ultima analisi Bacone ricade nella autorità della "dea natura" (= veracitas naturae).
Giustamente K. Popper osserva che anche tali impostazioni nonostante gli sforzi compiuti, sono restate essenzialmente religiose:"l'autorità" divina sorregge "l'autorità" dell'intelletto e "l'autorità" dei sensi. Ciò significa che Cartesio e Bacone non riuscirono a risolvere il grande problema. Essi innalzarono la Ragione e l'Osservazione come nuove autorità, non al di fuori ma al di dentro dell'uomo. Di qui i due filoni filosofici circa la ricerca della verità oggettiva: il razionalismo e l'empirismo, i quali insieme sfociarono nell'illuminismo e nell'idealismo. In nome della "dea ragione" e della "dea natura" si fecero la rivoluzione francese, quella liberale e quella marxista.
Tali tentativi non riuscirono perché non si erano sufficientemente liberati dalle origini comuni sottostanti sia alla concezione autoritaria che a quella critica. L'impostazione autoritaria sosteneva che "la verità è nascosta"; l'impostazione critica o autonoma sosteneva che "la verità è manifesta".Come quella anche questa dottrina è di carattere teologico e ha le sue radici nella concezione religiosa della luce che "splende tra le tenebre.2

"È una concezione molto ottimista sul potere della verità di farsi conoscere e sul potere dell'uomo di riconoscerla. La verità può anche essere velata ma può rivelarsi. E se non si rivela da sola, può essere rivelata da noi. Rimuovere il velo può non essere facile; ma una volta che la nuda verità sia rivelata davanti ai nostri occhi, noi abbiamo la facoltà di vederla, di distinguerla dalla falsità e di sapere che è la verità".3

Perciò l'uomo non ha alcun bisogno di appellarsi a un'autorità esterna, perché ciascun uomo porta le fonti della conoscenza in se stesso: nella facoltà dell'intuizione intellettuale, di cui può servirsi per distinguere la verità dalla falsità, rifiutando di accettare qualsiasi idea che non sia percepita con chiarezza e distinzione, oppure nella facoltà della percezione sensibile, che può usare per l'osservazione accurata della natura.
E' celebre a tale riguardo il capo primo della Lettera ai Romani di S. Paolo dove dice: 

"L'ira di Dio si rivela infatti dal cielo contro ogni empietà e ingiustizia degli uomini, che tengono inceppata la verità nell'ingiustizia, mentre ciò che di Dio si può conoscere è a essi manifesto, avendolo a essi manifestato. Fin dalla creazione del mondo infatti, gli attributi invisibili di Dio, tanto la sua eterna potenza come la sua divinità, con la riflessione della mente sulle cose create si ravvisano.
Essi quindi sono inescusabili, perché conoscendo Dio non lo onorarono come Dio né gli resero grazie ma vaneggiarono nei loro pensamenti e si ottenebrò la loro mente. Pur vantandosi sapienti diventarono stolti e barattarono la gloria del Dio indefettibile con immagini di figura di uomo caduco, di uccelli, di quadrupedi e di rettili. Perciò Dio li ha abbandonati in balia della concupiscenza dei loro cuori, all'impurità, in maniera che essi disonorano in se stessi i loro corpi, essi che hanno cambiato la verità divina con la menzogna, e che hanno adorato e servito la creatura piuttosto che il creatore, che è benedetto nei secoli. Amen"4.

Tale testo è responsabile di molte ingiuste valutazioni ma soprattutto di aver rafforzato insieme ad altri la concezione della "verità manifesta".
Spinoza nell'Etica dice: "Senza dubbio come la luce manifesta se stessa e le tenebre, 
così la verità è norma di se stessa e del falso".5 E Locke: "ogni uomo porta con sé la pietra di paragone per distinguere la verità dalla falsità".6
La verità che la dottrina è manifesta, cioè che si manifesta sempre nella misura in cui non viene nascosta, e che la libertà, eliminando le oppressioni e gli ostacoli, conduca necessariamente a una specie di regno della verità, a "un eliso che la ragione ha saputo crearsi"7,ha dato vita al mito della "vox populi vox Dei" (voce di popolo voce di Dio), che attraverso l'Illuminismo è penetrato nel Romanticismo e nell'Idealismo e ha avuto la manifestazione più pericolosa nel mito dello "spirito del popolo", del "genio della nazione e della razza".

"Tale mito si è allargato nelle dottrine dell'apprendimento irrazionale della verità, culminanti in quella hegeliana dell'astuzia della ragione che si serve delle nostre passioni come strumenti per il conseguimento istintivo e intuitivo della verità e che contiene l'impossibilità che il popolo si sbagli, soprattutto se segue le proprie passioni anziché la ragione".8
"Forse la cosa più strana di tutta questa storia è che questa falsa epistemologia è stata la maggiore fonte di ispirazione di una rivoluzione intellettuale e morale che non trova riscontro. Essa incoraggiò gli uomini a pensare da soli; diede loro la speranza di poter liberare dall'asservimento e dalla miseria se stessi e gli altri grazie alla conoscenza. Essa rese possibile la scienza moderna e alimentò la lotta contro la censura e la repressione contro il libero pensiero. Divenne la base della coscienza non conformista, dell'individualismo e di un nuovo senso della dignità umana;dell'esigenza dell'educazione universale e di un nuovo ideale di società libera. Fece sì che gli uomini si sentissero responsabili per se stessi e per gli altri, e fossero ansiosi di migliorare, non solo la propria condizione ma anche quella dei loro simili. E' questo un caso in cui un'idea cattiva ispirò molte idee buone.
Ma questa falsa epistemologia ha anche portato a conseguenze disastrose. L'idea che la verità è manifesta - visibile a tutti solo che lo vogliamo - è alla base di quasi ogni forma di fanatismo. Infatti solo la più depravata malvagità può rifiutarsi di vedere la verità manifesta; solo coloro che hanno ragione di temere la verità possono cospirare per sopprimerla.
La teoria che la verità è manifesta non solo educa fanatici, cioè uomini convinti che tutti coloro che non vedono la verità manifesta devono essere posseduti dal diavolo, ma può anche condurre, sebbene in modo meno diretto di quanto possa fare un'epistemologia  pessimistica,all'autoritarismo. E questo semplicemente perché la verità di regola non è manifesta. La cosiddetta verità manifesta, pertanto, ha bisogno costantemente non solo di interpretazioni e di osservazioni,ma anche di reinterpretazione di nuove osservazioni. Per pronunciarsi in proposito e per formulare, quasi di giorno in giorno, che cosa debba intendersi per verità manifesta, è necessaria un'autorità, e questa autorità può imparare a condursi arbitrariamente e cinicamente. Molti epistemologi si allontaneranno allora disillusi dal loro primitivo ottimismo ed erigeranno una risplendente teoria autoritaria sulla base di una epistemologia pessimistica. Mi sembra che il più grande di tutti gli epistemologi, Platone, esemplifichi proprio questo tragico viluppo"9

Dall'esperienza della storia filosofica si deve riconoscere che la ricerca e la conoscenza della verità oggettiva, cioè della realtà in cui siamo immersi, può essere opera anche di un solo uomo ma più spesso di più uomini anzi di più generazioni e in generale di tutta l'umanità, non nel senso che "l'opinione pubblica" sia arbitra della verità, ma nel senso che l'umanità attraverso i suoi elementi più validi e competenti a poco a poco faticosamente arriverà a una conoscenza sempre più alta, più profonda e più vasta:più "adeguata".
La democrazia non è un metodo per la ricerca della verità ma una condizione di vita sociale entro cui sia possibile ricercare,capire e far circolare la verità. Piuttosto la democrazia è un metodo valido per fare "cose giuste" a misura d'uomo, perché la maggioranza non ha sempre ragione ma indica semplicemente quello che in un certo momento si desidera fare, quello che si può fare, quello che si deve fare.
Per nostra fortuna l'impostazione della ricerca della verità oggettiva, basata sulla fallibilità dei nostri mezzi conoscitivi e quindi sulla continua critica, confronto, controllo, prove e controprove, attraverso la pratica scientifica iniziata da Galileo, si è andata sempre più affermando come l'unica impostazione valida. Tale indirizzo è la continuazione di quello iniziato in parte da Senofane, Democrito, Socrate, Aristotele, e ripreso dal Cusano, da Erasmo, da Montaigne, Bayle, Locke, Diderot, Voltaire, Stuart Mill, B. Russel, Finstein ecc. i quali ne fecero la base della dottrina della tolleranza.
Voltaire è il più grande apostolo della tolleranza. Oltre al libro proprio dal titolo "Della Tolleranza" del 1763, ne fa il "leit motiv"del Dizionario Filosofico del 1764.

"Che cosa è la tolleranza?". Risponde Voltaire: "è una conseguenza necessaria della nostra condizione umana. Noi tutti siamo fallibili e inclini all'errore: perdoniamoci a vicenda dunque le nostre follie. Questo è il primo principio del diritto naturale10

Il grido di Voltaire "ecràsez l'infame" (schiacciate l'infame) non è il grido di schiacciare il cristianesimo, come è stato falsamente divulgato, ma è il grido della tolleranza contro l'intolleranza teologica, dai cui roghi ancora esalava l'odore acre da tutta l'Europa. E' la coscienza di un uomo che sa che la nostra vita è un mistero e non dobbiamo avvelenarla con l'intransigenza e la violenza.
E' la ribellione di un uomo saggio, di un filosofo, contro l'autoritarismo teologico che in nome della verità "rivelata da Dio" aveva imposto e scatenato l'intransigenza, l'intolleranza, l'inquisizione sulle opinioni, la perquisizione, le torture, i roghi, le proscrizioni, le crociate contro gli eretici, le guerre contro confessioni religiose diverse. E avrebbe continuato a elevarlo contro il fanatismo dei rivoluzionari francesi che undici anni dopo la sua morte in nome della "dea ragione" hanno fatto funzionare la ghigliottina, e contro tutti gli "autoritarismi rivoluzionari" del secolo XX, che in nome di una pseudo-scienza hanno innalzato la bandiera della classe, della razza e della nazione, hanno fatto funzionare i fucili, le mitraglie, le bombe di ogni genere, i forni crematori, i confini, le fosse di sterminio e gli arcipelaghi dei lager e dei gulag.
Bertrtrand Russei è stato l'ultimo grande saggio laico che a imitazione di Voltaire ha sventolato in nome dell'uomo la bandiera della tolleranza contro l'intolleranza degli "autoritarismi rivoluzionari" del nostro secolo. Fin dal 1935 nel suo libro "Scienza e Religione" ammoniva:

"Nuove religioni stanno prendendo il posto del cristianesimo e stanno ripetendo gli orrori dei quali il cristianesimo si è pentito...
La guerra tra la scienza e la teologia cristiana, nonostante una schermaglia occasionale sugli avamposti, è quasi terminata e penso che la maggior parte dei cristiani ammetteranno che la religione cristiana ne è uscita migliorata. Il cristianesimo è stato epurato delle sue parti inessenziali, ereditate da una epoca barbara ed è quasi guarito dal desiderio di perseguitare. Rimane fra i cristiani più liberali, una dottrina etica che è valida; l'accettazione dell'insegnamento di Cristo secondo il quale dobbiamo amare il prossimo e la convinzione che in ogni individuo vi è qualcosa che merita rispetto anche se non si deve più chiamare anima.
Vi è anche, nelle chiese, una convinzione crescente che i cristiani si debbono opporre alla guerra. Ma mentre la religione più vecchia si è quasi purificata e per molti aspetti è divenuta benefica, sono sorte nuove religioni con tutto lo zelo di persecuzione della gioventù vigorosa e con una prontezza altrettanto grande nell'opporsi alla scienza quanto quella che caratterizzò l'inquisizione al tempo di Galileo.
Se si sostiene in Germania che Cristo era un ebreo e in Russia che l'atomo ha perso la sua sostanzialità ed è diventato una semplice serie di avvenimenti,si è passibili di pene severissime, forse nominalmente economiche anziché giuridiche ma non però più leggere. La persecuzione degli intellettuali in Germania e in Russia ha superato per severità tutto quello che è stato compiuto dalle chiese durante gli ultimi duecentocinquant'anni... In Germania e in Russia... vi è un insieme di dogmi promulgati dal governo, e quelli che li disapprovano apertamente, anche se traggono in salvo la vita, sono passibili di lavoro forzato in un campo di concentramento. E vero che ciò che è eresia per uno è ortodossia per l'altro e che un uomo che venga perseguitato in un luogo, se riesce a fuggire nell'altro vi è accolto come un eroe. Sono tutti d'accordo tuttavia nel sostenere la dottrina dell'Inquisizione, secondo la quale il modo di promuovere la verità consiste nel dichiarare una volta per sempre ciò che è vero, per punire poi quelli che non concordano.
La storia del conflitto tra la scienza e le chiese mostra la falsità di tale dottrina. Siamo ora tutti pienamente convinti che i persecutori di Galileo non conoscevano tutta la verità, ma alcuni di noi sembrano essere meno certi per quel che riguarda Hitler o Stalin. E' una disgrazia che l'occasione di darsi all'intolleranza sia nata da due parti opposte. Se vi fosse stato un paese nel quale gli scienziati avessero potuto perseguitare i cristiani, forse gli amici di Galileo non avrebbero protestato contro ogni intolleranza, ma forse quella del partito avverso. In quel caso gli amici di Galileo avrebbero esaltato la sua dottrina in forma dogmatica e Einstein, che ha dimostrato che Galileo e l'Inquisizione avevano entrambi torto, sarebbe stato proscritto da entrambi i partiti e non sarebbe riuscito a trovare rifugio da nessuna parte.
Si può affermare che la persecuzione dei nostri giorni, diversamente da quella del passato, è politica ed economica anziché teologica: ma una tale posizione sarebbe antistorica. L'attacco di Lutero contro la dottrina dell'indulgenza provocò grandi perdite economiche per il papa e la rivolta di Enrico VIII lo privò di un grosso reddito di cui aveva goduto fin dal tempo di Enrico III. Elisabetta perseguitò i cattolici perché volevano sostituirla con Maria regina di Scozia o con Filippo Il.
La scienza indebolì il controllo della chiesa sugli spiriti degli uomini e portò in definitiva alla confisca di molti beni ecclesiastici in diversi paesi. Motivi economici e politici hanno sempre costituito almeno una parte delle cause della persecuzione, fors'anche la causa principale. A ogni modo, l'argomento contrario alla persecuzione dell'opinione non dipende da quella che può essere la scusa della persecuzione. Il problema consiste nel dire che nessuno di noi conosce tutta la verità, che la scoperta di una nuova verità è promossa dalla libera discussione, che è resa molto difficile dalla soppressione di questa e che, a lungo andare, il benessere umano è accresciuto dalla scoperta della verità e ostacolato dall'azione fondata sull'errore. La nuova verità è spesso contraria a qualche interesse costituito: la dottrina protestante secondo la quale non è necessario mangiare di magro nel venerdì venne contrastata violentemente dai pescatori elisabettiani. Ma è nell'interesse della comunità in generale che la nuova verità dovrebbe essere liberamente promulgata.
E siccome, in un primo tempo, non si può sapere se una dottrina sia vera, la libertà implica per la nuova verità anche la libertà di sbagliare. Queste dottrine, che erano diventate luoghi comuni, sono diventate un anatema in Germania e in Russia, e non sono più state sufficientemente riconosciute altrove.
La minaccia alla libertà intellettuale è maggiore nei nostri giorni di quanto non lo sia mai stata fin dal 1660, ma non viene più ora dalle chiese cristiane. Viene dai governi, i quali per far fronte al pericolo moderno dell'anarchia e del caos, hanno assunto la successione del carattere sacrosanto che apparteneva, prima, alle autorità ecclesiastiche.
È un chiaro dovere per gli scienziati e per tutti coloro che apprezzano la conoscenza scientifica di protestare contro le nuove forme di persecuzione, anziché congratularsi compiacentemente delle vecchie; e questo dovere non è diminuito da nessuna preferenza per le dottrine particolari, in sostegno delle quali si effettua la persecuzione. Nessuna preferenza per il comunismo dovrebbe impedire di riconoscere ciò che va male in Russia o di essere consapevoli che un regime che non consenti nessuna critica del suo dogma deve, alla fine, diventare un ostacolo alla scoperta della nuova conoscenza; n Maria regina di Scozia o con Filippo Il. La scienza indebolì il controllo della chiesa sugli spiriti degli uomini e portò in definitiva alla confisca di molti beni ecclesiastici in diversi paesi. Motivi economici e politici hanno sempre costituito almeno una parte delle cause della persecuzione, fors'anche la causa principale.
A ogni modo, l'argomento contrario alla persecuzione dell'opinione non dipende da quella che può essere la scusa della persecuzione. Il problema consiste nel dire che nessuno di noi conosce tutta la verità, che la scoperta di una nuova verità è promossa dalla libera discussione, che è resa molto difficile dalla soppressione di questa e che, a lungo andare, il benessere umano è accresciuto dalla scoperta della verità e ostacolato dall'azione fondata sull'errore. La nuova verità è spesso contraria a qualche interesse costituito: la dottrina protestante secondo la quale non è necessario mangiare di magro del venerdì venne contrastata violentemente dai pescatori elisabettiani. Ma è nell'interesse della comunità in generale che la nuova verità dovrebbe essere liberamente promulgata.
E siccome, in un primo tempo, non si può sapere se una dottrina sia vera, la libertà implica per la nuova verità anche la libertà di sbagliare. Queste dottrine, che erano diventate luoghi comuni, sono diventate un anatema in Germania e in Russia, e non sono più state sufficientemente riconosciute altrove.
La minaccia alla libertà intellettuale è maggiore nei nostri giorni di quanto non lo sia mai stata fin dal 1660, ma non viene più ora dalle chiese cristiane. Viene dai governi, i quali per far fronte al pericolo moderno dell'anarchia e del caos, hanno assunto la successione del carattere sacrosanto che apparteneva, prima, alle autorità ecclesiastiche.
È un chiaro dovere per gli scienziati e per tutti coloro che apprezzano la conoscenza scientifica di protestare contro le nuove forme di persecuzione, anziché congratularsi compiacentemente delle vecchie; e questo dovere non è diminuito da nessuna preferenza per le dottrine particolari, in sostegno delle quali si effettua la persecuzione. Nessuna preferenza per il comunismo dovrebbe impedire di riconoscere ciò che va male in Russia o di essere consapevoli che un regime che non consenti nessuna critica del suo dogma deve, alla fine, diventare un ostacolo alla scoperta della nuova conoscenza; né, inversamente, un' avversione per il comunismo o il socialismo dovrebbe spingerci a perdonare le barbarie che sono state commesse nel sopprimerli in Germania. Nei paesi nei quali gli scienziati hanno conquistato quasi altrettanta libertà intellettuale quanta ne desiderano, essi dovrebbero dimostrare, per mezzo di una condanna imparziale, che avversano é, inversamente, un' avversione per il comunismo o il socialismo dovrebbe spingerci a perdonare le barbarie che sono state commesse nel sopprimerli in Germania. Nei paesi nei quali gli scienziati hanno conquistato quasi altrettanta libertà intellettuale quanta ne desiderano, essi dovrebbero dimostrare, per mezzo di una condanna imparziale, che avversano a sua limitazione altrove; quali siano le dottrine nell'interesse delle quali la libertà è soppressa.
Quelli per i quali la libertà intellettuale è personalmente importante possono essere una minoranza nelle comunità, ma fra di loro si trovano gli uomini che hanno la massima importanza per l'avvenire. Abbiamo veduto l'importanza di Copernico, di Galileo, di Darwin nella storia dell'umanità e non si deve supporre che l'avvenire non produca altri di questi uomini. Se si impedisce loro di svolgere la propria opera e di raggiungere i risultati che se ne attendono, la razza umana sarà stagnante e un nuovo oscuro medioevo si verificherà, come il primo oscuro medioevo successe al brillante periodo dell'antichità. La nuova verità è spesso incomoda, specialmente per i detentori del potere; in mezzo a una lunga cronaca di crudeltà e d'infatuazione, essa è non di meno la conquista più importante della nostra specie intelligente e capricciosa".11

Ho voluto riportare per esteso tutta la conclusione del libro di B. Russel perché fa balzare in tutta la sua tragica importanza il problema della verità, da sconvolgere tutta la storia umana. E allo scopo di essere completi, imparziali e aggiornati, occorre ricordare che l'intolleranza non è stata una macchia solo del cristianesimo teologico, del totalitarismo nazista e stalinista.
È stata l'anima dell'espansionismo religioso islamico con la dottrina teologica della "guerra santa". Il Corano - a differenza del Vangelo - prevede la decapitazione per la colpa di eresia e con questa accusa (riferiscono i giornali)12 sono stati condannati a morte nelle pubbliche piazze i 170 "eretici" che alla fine del novembre 1979 hanno sequestrato la grande Moschea della Mecca proclamando l'avvento di un nuovo "Mahadi" o messia in un giovane di una tribù dell'Arabia del Sud. La teoria che distingue "ortodossia" ed "eresia" è propria dei sistemi teologici ma ora è passata a far parte anche dei sistemi politici e qui sta la radice avvelenata del nazismo e di tutte quelle "confessioni" che si ispirano al marxismo e che pretendono di interpretarlo in maniera dogmatica, come sono il leninismo, lo stalinismo, il maoismo, il titoismo, il castrismo.
Fa perciò meraviglia l'orgogliosa affermazione - come la chiamò Carnap13 - con la quale Wittgestein, il nume tutelare della filosofia dell'analisi del linguaggio, si esprime in una sua tesi: "L'enigma non c'è. Se una domanda può porsi, può pure avere risposta".14
Tutta la storia della conoscenza umana è un "laboratorio" in cui è stato sperimentato che possiamo essere in grado di formulare una domanda o un problema e le possibili risposte, senza avere le indicazioni sul modo di riscontrare quale delle risposte possibili sia vera. Questo dimostra che il rapporto tra noi e la verità è quello di una continua ricerca e scoperta, perché la faccenda sta proprio qui: nella difficoltà che ha l'uomo di adeguare, cioè di far corrispondere la "verità conoscitiva" alla "verità-realtà". Tale consapevolezza e quella di trovarsi di fronte a una realtà che ci si presenta con un "sacco" di infiniti, come si espresse efficacemente Pascal, ci porta ad avere l'atteggiamento tanto umile perché tanto vero, messo in evidenza già da Socrate e richiamato con tanta originalità da Nicolò Cusano nel suo celebre libro "La dotta ignoranza" del 1440.

"La sapienza - egli dice - è nascosta e il luogo dell'intelligenza è ben lungi dagli occhi dei mortali. Noi ci troviamo in condizioni simili a quelle in cui si trova un uccello notturno che voglia vedere il sole. Uno tanto più sarà dotto quanto più saprà di essere ignorante".15

Tale concetto è sempre presente al vero saggio. Scrive Popper:

"quanto più impariamo sul mondo e quanto più profondo è il nostro apprendimento tanto più consapevole, specifica e articolata sarà la nostra ignoranza. Questa infatti è la fonte principale dell'ignoranza: il fatto che la nostra conoscenza può essere solo finita, mentre la nostra ignoranza non può essere di necessità che infinita... Possiamo farci una vaga idea della vastità della nostra ignoranza quando contempliamo la vastità dei cieli: anche se la semplice vastità dei cieli non è la più profonda causa della nostra ignoranza, è tuttavia una di esse... Credo che varrebbe comunque la pena cercare di imparare qualche cosa del mondo anche se con questo tentativo dovessimo imparare semplicemente che non sappiamo molto. Questo stato di dotta ignoranza ci sarebbe di aiuto in molte delle nostre difficoltà. Sarebbe bene che tutti ricordassimo che, mentre differiamo ampliamente nelle diverse piccole cose che sappiamo, nella nostra infinita ignoranza siamo tutti uguali".16

 


____________________________
1-Qui sintetizziamo la magistrale esposisuone di K. Popper in Congetture e Confutazioni : Le fonti della conoscenza e dell'ignoranza - Ed. Il Mulino 1972
2-Giovanni, 1, 5
3-K.Popper - l.c. pag. 15
4-'Romani 1, 18-252B. 
5-Spinoza - Etica, Ed. Sansoni Firenze 1963 parte Il scolio prop. 43
6. Locke - "Of the conduct of the Understanding" London 1697, par. 3
7-Condorcet-Abbozzo di un quadro storico dei progressi dello spirito umano.1774
8-K. Popper -l.c.-pag. 591 
9-Ibidem-l.c.-pag.20.21
10-Voltaire-Dizionario Filosofico:Tolleranza
11-B.Russei - "Scienza e religione" - Ed. Longanesi 1974 pag. 123 segg.
12-Cfr. "Il Tempo" del 14.12.1979
13-R.Carnap "La costruzione logica del mondo" Ed. Fabbri 1966 pag. 360
14-Cfr. K. Popper. i.c. pag. 460
15-N.Cusamo "La Dotta Ignoranz?a" trad. P~ Rotta - Milano 1929
16-K.Popper 1.c. pag. 55

 

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