
IL PRIMATO DELL'INTELLIGENZAL'uomo in passato ha tentato di superare la conoscenza segnica naturale seguendo in modo autonomo la strada del "segno convenzionale" e creando la "cultura" ha creduto di possedere un mezzo conoscitivo suo proprio che ha denominato "Ragione". E questa sua ipotesi gli ha fatto ritenere di possedere una "natura" diversa, "costituita di sensi e di intelletto". Con quest'ultimo ha creduto di raggiungere una verità più profonda e più universale, sulla scia illusoria di Parmenide, di Platone e di Aristotele. Ma è stata una grande illusione e perciò ha creato un "cumulo di deliri".La realtà è che l'uomo - come gli animali, da cui è emerso, possiede un solo mezzo infallibile conoscitivo, costituito "dall'intuizione sensibile", che è "l'ultimo appello" anche per quel debole e faticoso "surrogato" che è il metodo "ipotetico-deduttivo-sperimentale" costruito sul rudimentale metodo "per tentativi ed errori". La "Ragione" non è che un tentativo di superare la "base segnica" attraverso il confronto di due o più dati (pensiero) e traendone una conclusione (ragione) ritenendola senz'altro "vera" cioè corrispondente alla realtà, "immaginata", frutto dell'illusoria "analogia".Si è arrivati a tale situazione attraverso le due tappe precedenti dell'invenzione dello strumento e del segno. Come l'invenzione dell'uso dello strumento aveva portato all'invenzione dell'uso del segno convenzionale, che non è altro che uno strumento raffinato che permette di comunicare con una realtà lontana o assente, così l'invenzione dell'uso del segno portò alla successiva invenzione del ragionamento e della logica che è uno strumento ancora più raffinato per "afferrare" una realtà nascosta dove l'intuizione sensibile non poteva arrivare: siamo alla conoscenza metafisica, che ha fatto partorire la concezione che l'uomo è costituito di due elementi, uno spirituale con il potere di raggiungere realtà nascoste col ragionamento, e l'altro materiale con il solo potere dei sensi di raggiungere le realtà appunto presenti. Questo è stato un vero "golpe" della Ragione che ha cercato di imporre la sua sopraffazione all'Intelligenza ma la Ragione è stata sconfitta.Questa sconfitta era stata analizzata e giustificata da Kant quando capì che "la Ragione Pura" era capace di dimostrare tutto e il contrario di tutto avvertendo che c'è un abuso nell'uso dei nostri mezzi conoscitivi. E noi ci vediamo la ribellione dell'Intelligenza, alla quale la Ragione, suo strumento, si è sovrapposta diventando da serva, padrona!Solo l'Intelligenza con i suoi strumenti di controllo può dirci se le nostre teorie sono vere o false, sono metafisica pura o scienza, saggezza o stoltezza. L'appello finale di Galileo all'Esperienza è la negazione del valore della Ragione: il "così dovrebbe essere" è annullato dal "così è".1 La filosofia greca ha immesso nella nostra cultura l'espressione "l'uomo è un essere ragionevole" mentre si dovrebbe dire "è un essere intelligente" perché l'intelligenza è infinitamente più vera e importante che non la ragione che è qualcosa di secondario. Seguendo la tradizione culturale greca Hegel ci ha detto che "la realtà è razionale" mentre avrebbe dovuto dire che "la realtà è intelligente". Oggi pure si continua a ripetere di un individuo, di un comportamento o di una situazione, che è "ragionevole" o "irragionevole", "razionale" o "irrazionale" mentre sarebbe più giusto dire "intelligente" o "cretino" o "impossibile". L'unica locuzione usata appropriatamente è forse il verbo "razionalizzare" col quale si vuole intendere di produrre un ordine di cose sistemate secondo un "assetto logico", cioè secondo uno sviluppo che emani da premesse ed esigenze precostituite: in un assetto del genere la "ragione" conserva tutta la sua validità in quanto la deduzione logica si identifica con la "sintesi" del "confronto-pensiero", cioè col processo triadico o radice dell'intelligenza. Il razionalizzare trae la sua validità non proprio dal meccanismo della ragione che è l'induzione-deduzione ma da quello dell'intelligenza che è il processo triadico.Lintelligenza opera con tutto il nostro apparato conoscitivo, periferia e centro; la ragione è il tentativo del centro di fare a meno della periferia. L'intelligenza è un apparato prodotto dall'interazione con la realtà; la ragione è uno sviluppo culturale, che, con uno sgambetto metafisico, si è attribuito un potere che non ha: quello di attingere la verità-realtà per sua intrinseca natura, mentre è prerogativa dell'intelligenza, costituita dall'unità dell'essere conoscitivo. Sicché appare proprio retorico l'inno carducciano:
L'identificazione della ragione con Satana, simbolo del male, non è del tutto accettabile ma quasi giustificabile. Per cui non è la ribellione della ragione che si dovrebbe cantare ma quella dell'intelligenza, e non si dovrebbe più dire "questo è giusto perché è razionale" ma "questo è giusto perché è intelligente": ciò che è razionale ha molte possibilità di essere sbagliato mentre ciò che è intelligente è sempre giusto.La ragione sa dimostrare tutto e il contrario di tutto, perché la ragione non è che il meccanismo che sta a servizio della conoscenza. Sappiamo che la conoscenza produce l'effetto rappresentativo, l'effetto dogmatico e l'effetto affettivo. È l'effetto affettivo (cioè la volontà) che mette in moto il meccanismo razionale che in pratica si mette a servizio di un "desiderio".3 Il desiderio può prendere due vie: quella di impossessarsi di altra conoscenza o quella di impossessarsi di una situazione di vita. Se segue la via di impossessarsi altra conoscenza produce le ipotesi metafisiche per le quali va alla ricerca di fatti induttivi per trarne tesi generali da cui dedurre la spiegazione dei propri problemi ovvero di premesse idonee nel vasto "mercato culturale", chiudendo un occhio sulla validità più o meno consistente di tali premesse; se segue la via di impossessarsi di condizioni di vita produce ipotesi ideologiche per le quali va alla ricerca di giustificazioni per il comportamento idoneo che realizzi le condizioni desiderate, perché l'uomo non agisce mai senza una giustificazione (pensate alla favola del lupo e dell'agnello). Ma le giustificazioni della ragione possono ingannare gli uomini inducendoli a "credere" in fedi metafisiche o idelogiche e a prendere iniziative per manomettere la natura o per sospingere lo sviluppo dei rapporti umani sociali secondo i desideri propri ma il più delle volte gli eventi che seguono all'attività umana saranno grandi delusioni e qualche volta grandi disastri storici. Lenin, Mussolini, Stalin e Hitler credevano di riuscire a cambiare il mondo secondo le proprie ideologie ma le loro aspettative ideologiche sono andate deluse.La ragione è la responsabile del cumulo di deliri e l'intellingenza ha il triste compito di spazzare via le sue aberrazioni e le macerie accatastate in suo nome. Quando il cristianesimo delle origini si è ribellato al sistema religioso ebraico e ha lottato con la sua resistenza passiva contro l'oppressione romana, è stata la ribellione dell'intelligenza contro la ragione teologica e la ragione di stato; quando gli "eretici" e i "liberi pensatori" si sono ribellati e hanno lottato contro il cristianesimo teologico, è stata la ribellione dell'intelligenza contro la ragione teologica; quando Savonarola e Lutero andando aldilà della mansuetudine di S. Francesco si ribellarono contro la corruzione e la degenerazione della Chiesa del loro tempo, è stata la ribellione dell'intelligenza contro le aberrazioni della ragione religiosa; quando Giordano Bruno e Galileo si sono ribellati contro il Platonismo e l'Aristotelismo, è stata la ribellione dell'intelligenza contro la ragione metafisica; quando la rivoluzione liberale fece tramontare l'ancien règime, quando la rivoluzione socialista si è ribellata contro lo sfruttamento capitalistico, quando Gandhi armato di amore, di pazienza e di resistenza passiva rompe l'oppressione del colonialismo, quando la rivoluzione del dissenso si ribella contro l'oppressione e le degenerazioni del socialismo, è sempre la ribellione dell'intelligenza contro l'arroganza della ragione. Quando il fascismo nel primo dopoguerra si impose al caos pubblico fu aiutato dalla ribellione dell'intelligenza e quando è stato spazzato via dalla scena del mondo insieme al nazismo è stato sempre per opera della ribellione dell'intelligenza. Oggi il mondo soffre dentro strettoie della ragione costituite dalla contrapposizione tra socialismo e liberalismo: ne sarà liberato solo per opera dell'intelligenza, la quale farà scattare i suoi meccanismi secondo i segreti della sua natura. L'intelligenza l'uomo ce l'ha in comune con tutto il mondo dei viventi e anche con tutta la realtà dalla quale è emerso; la ragione è una pura produzione dell'uomo, animale culturale.Già Gorgia nel V secolo a.C. aveva avvertito che il "logos" cioè la "parola-pensiero" - in cui si faceva consistere tutta la cultura - non era del tutto "razionale" ma pieno di contraddizioni, come era evidente nelle contrastanti dottrine dei filosofi: egli diceva che il linguaggio va a folle perché non è ingranato con nessun tipo di realtà.4 È questo che intendevano Cicerone e Varrone - la cui constatazione è stata la premessa della nostra ricerca - quando ripetevano che nessun delirio che possa essere fatto da un ammalato grave non è stato già espresso da qualche filosofo. Cartesio, per sfuggire al naufragio dello scetticismo, credette di avere trovato la "terra ferma" nella "razionalità geometrica" perché non aveva capito che proprio la "razionalità per se stessa" era la sorgente che creava la palude e il naufragio, cioè quella razionalità nella quale la speculazione filosofica aveva fatto consistere la specificità della natura dell'uomo e in nome della quale aveva svuotato il contenuto conoscitivo degli animali riducendoli a puri automi. Se avesse invece preso sul serio l'intelligenza animale, di cui la nostra è uno sviluppo, sarebbe stato costretto a riflettere sul valore della "ragione" e avrebbe capito che la "ragione non è che lo sforzo dell'uomo di impossessarsi di una realtà ignota col meccanismo "induzione-deduzione" il quale spesso macina a folle se non viene ingranato all'inizio e alla fine col controllo dei fatti. Il più grande errore di Cartesio, e più tardi di Hegel, è stato quello di pensare che "la realtà è razionale" e che perciò ciò che è razionale è reale. No, questo non è che proiettare sulla realtà il modo umano di procedere, cioè è un antropomorfismo. La realtà non è razionale ma intelligente, perché, come la nostra mente - la quale del resto non è che una porzione della realtà - funziona secondo il processo triadico di tesi antitesi e sintesi, cioè per azione e reazione, mentre il processo razionale funziona per induzione e deduzione ed è una creazione della cultura umana, la quale ha preso un avvio sbagliato quando è nato l'uomo. Abbiamo detto che l'uomo è nato quando un gruppo di primati ha cominciato a usare il "segno convenzionale" a imitazione del "segno naturale", per comunicare, conservare e trasmettere lontano nello spazio e nel tempo le proprie conoscenze, sviluppando la cultura, con la quale ha iniziato il meccanismo razionale di induzione e deduzione sulla base del processo triadico, senza assicurarsi dell'aggancio alla realtà. L'unico modo di utilizzare la "ragione" l'ha riscoperto la scienza sottoponendo i prodotti razionali, che sono ipotetici, al controllo sperimentale, col quale si è scoperto che qualche volta le ipotesi sono "indovinate".Bisogna sempre tenere presente che la "razionalità" si risolve non in un criterio di "verità-realtà" ma semplicemente in un criterio di "verità-logica" o di coerenza secondo il quale si controlla un sistema logico col principio di identità o di contraddizione. È razionale ciò che scaturisce senza contraddizione da premesse precedenti ma nessuno garantisce che tale "razionalità" sia anche "realtà" perché può scaturire da premesse "irreali" o può essere uno dei vari approdi a cui la realtà creativa può arrivare. Occorre che tutti ci rendiamo conto di questa situazione; invece troppi ancora continuano ad attribuire e ad affidare alla forza della ragione ciò che è proprio dell'intelligenza. Sandro Pertini una volta ebbe a dire: "se non vince la ragione, prevarrà l'atomica". Antonino Zichichi vi costruisce sopra un discorso augurale per il 1982: dopo avere affermato che "oggi domina la mistificazione culturale fatta di verità politiche che sono un insulto alla ragione" conclude: "che il 1982 sia l'inizio di questa nuova era: la chiarezza nel linguaggio e nei giudizi politici affinché prevalga la ragione5. Lo stucchevole dialogo tra Est e Ovest e le interminabili trattative sul disarmo è la più lampante prova sperimentale dell'impotenza della ragione di trionfare. Perché la ragione è fatta solo di dialettica e la dialettica è il metodo metafisico, il creatore di tutti i deliri. Non è la ragione che deve prevalere ma l'intelligenza perché la mistificazione culturale è cominciata da quando la ragione ha cominciato a funzionare giustificando tutto e il contrario di tutto: qui sta il nostro vero peccato originale. L'espressione "avere ragione" vuoi dire "possedere una verità-conoscitiva" corrispondente a una "verità-realtà" ma solo il controllo dei fatti ci fa dire "avevo ragione".La contraddizione e l'incoerenza come ci fanno conoscere la falsità di un nostro interlocutore o di un teste in tribunale o la loro fallacia, così avvertono noi stessi che nei nostri ragionamenti siamo caduti in errore, ma non possono assicurarci quando abbiamo la fortuna di scoprire una verità-realtà. Per questa scoperta occorre sempre il controllo sperimentale, cioè l'intervento dell'intelligenza. G. Marconi ebbe la certezza che il suo obiettivo era stato raggiunto solo quando il suo aiutante col colpo di fucile lo avverti che il meccanismo da lui "ideato" funzionava. E l'espressione "età della ragione" non dovrebbe indicare che a una certa età entri in funzione una "facoltà superiore e diversa" che consista appunto nel "capire" ma semplicemente che l'intelligenza, che già era operante fin dalla nascita e anche prima perché insita nella stessa struttura biologica ereditaria - difatti il bambino "capisce" anche appena apre gli occhi e questa esperienza è espressa in maniera tanto meravigliosa da Virgilio col celebre verso"incipe, parve puer risu cognoscere matrem"6(comincia, piccolo fanciullo, a riconoscere la mamma dal riso)- ma semplicemente che l'intelligenza già funzionante in precedenza si allena a esser citare quel meccanismo tutto culturale "induttivo-deduttivo" denominato appunto "ragione". A tale meccanismo accessorio si è dato un'importanza superiore all'intelligenza ma ora è venuto il momento di ridurlo alle sue giuste proporzioni perché proprio in tale sopravvalutazione è la radice di tanti guai. La follia non consiste solo nella "perdita dell'uso della ragione" ma di qualche cosa di sottostante all'uso della ragione, che consiste nel funzionamento stesso della struttura in cui è insita l'intelligenza e perciò è stata giustamente denominata anche "pazzia" da "patire" o soffrire perché deriva da uno stato di sofferenza fisica o morale che sconvolge il funzionamento della stessa struttura intelligente.Per 25 secoli l'umanità ha tributato alla Ragione un culto che non le è dovuto. Al suo valore quasi divino ha riferito tutta la sua attività pratica e speculativa, sostenuta dai suoi più influenti pensatori, da Parmenide a Platone ad Aristotele a S. Agostino a S. Tommaso a Cartesio a Kant a Hegel e a Croce. Ma tale culto e tale riferimento sono stati prestati a un idolo, a un valore mesistente, ed è venuto il momento di abbatterlo e di metterci al suo posto l'intelligenza. Facendo giustizia tra l'intelligenza e la Ragione, la facciamo anche tra Kant e Hegel, riconoscendo a Kant il merito di avere individuato, sulla scia di Montaigne, di Galileo, di Pascal e di Hume, l'impotenza della Ragione di attingere la realtà oltre l'intuizione sensibile e attribuendo a Hegel e ai suoi epigoni il torto di avere tentato di restituirle quel ruolo che spetta solo allIntelligenza.Nella nostra cultura ancora non è stata assimilata la lezione definitiva di Kant. Per esempio anche K. Lorenz nel trarre le conclusioni del suo pregevole lavoro L'Aggressività (1969), meraviglioso nella parte che riguarda il resoconto delle sue osservazioni sul comportamento degli animali, usa ancora un linguaggio che denuncia la sua fede nella "razionalità" e nella "responsabilità razionale". Ha messo, sì, bene in evidenza "il pericolo del pensiero concettuale" ma non dice altrettanto bene "dove" si annida tale pericolo, cioè nella fiducia di fondo nella razionalità. Non tiene presente che la razionalità è solo il tentativo di sganciarsi dal meccanismo infallibile dell'intelligenza rappresentato dagli istinti e che tale tentativo contiene il rischio di essere la sorgente dei deliri e dei disastri di cui è piena la storia. Tale situazione è espressa lapidariamente da Shakespeare con questa uscita: "o follia della ragione, che perori in tuo favore e contro!"7. Qualcuno invece di controllare sul serio l'analisi epistemologica da noi presentata vorrà evadere con qualche "escamotage" come fa lo psicanalista Franco Fornari riguardo al "pensiero scientifico". Secondo lui gli scienziati da un pezzo avrebbero assunto il ruolo dei quaresimalisti di una volta nel "parlar male dell'uomo" come il peggiore degli animali per la sua violenza: gli scienziati sarebbero "ispirati daun nuovo paradigma depressivo che hanno in comune con tutti gli altri uomini" e che sarebbe determinato dall'era atomica. Parlando dell'illusione dell'intuizione intellettiva abbiamo detto che anche la psicanalisi quando va fuori del trattamento di situazioni individuali diventa un esercizio del metodo metafisico: fa tale esercizio anche Franco Fornari affermando che sia l'era atomica a creare il "gigantesco processo depressivo" che fa ritenere l'uomo "lupo" a un altro uomo per causa del suo linguaggio e della sua ragione, cioè della sua cultura, fenorneno che ci caratterizza.8er la verità non solo l'era atomica ma tutta la storia umana ci dice che l'uomo è "lupo" all'altro uomo mentre il lupo non è mai stato "lupo" a un altro lupo, e di fronte a un fenomeno così universale c'è da domandarsi se non sia proprio il "processo razionale" la sorgente di tanto malanno.A conclusione di tutta la nostra indagine sul perché di una "storia di un cumulo di deliri" costituita dalla Storia umana in genere e da quella del pensiero umano in particolare, possiamo fare un riassunto molto sintetico dicendo che il perché è dovuto alla faticosa difficoltà di decifrare il valore dei nostri mezzi conoscitivi. L'errore più catastrofico è stato quello di avere scisso in due il nostro mezzo conoscitivo, cioè in sensi e intelletto mentre è costituito da un'unica UNITÀ che si dirama in molteplici aspetti. Quest'unità conoscitiva non può assolutamente essere scissa privilegiando il centro a scapito della periferia né la periferia a scapito del centro: l'una parte non può funzionare correttamente senza la partecipazione dell'altra.Quest'unità che chiamiamo "mente" per poter uscire dal "nido della coscienza" e comunicare con la realtà circostante in cui è immersa, ha due momenti o fasi:1) fase diretta, costituita "dall'intuizione sensibile" nella quale il "segno" è l'unico criterio di verità-realtà e il suo uso che si traduce in un continuo "confronto" tra segni, rivela la radice del "pensiero" che funziona in ogni attività conoscitiva umana e animale, ed è il "processo triadico". In questa fase il segno è sempre univoco e perciò, nei limiti che stabiliscono la zona di competenza dei singoli canali conoscitivi che sono i sensi, l'intuizione sensibile è quasi sempre infallibile;2) fase indiretta, o logica o dialettica o raziocinante ecc. che vuole essere una scorciatoia all'eccessivo lavoro da fare con la prima per venire a contatto diretto con la realtà ignota e che trova l'unica valida applicazione nel metodo "ipotetico-deduttivo-sperimentale" derivato umano di quello primitivo del vivente unicellulare "per tentativi ed errori". Anche in questa fase si cerca di fare molto uso del "segno" come criterio di "verità-ignota" ma proprio qui si nasconde la più subdola trappola della Ragione in quanto i fatti che tendiamo a prendere come "segni" di una "realtà-ignota" non sono "segni univoci" e perciò si prestano a molteplici interpretazioni. Questo tipo di simbolismo è una delle tante cause del "cumulo di deliri" e il laboratorio della Storia ce lo attesta con la voce di altri fatti successivi che sono la "falsificazione" dei primi.Tutte queste due fasi funzionano in base alla radice fondamentale del "valore-assioma~principio" dell'"identità"o di "contraddizione", per cui la "falsificazione" compiuta dai fatti è la suprema prova negativa di verità. Questo vuol dire che il nostro mezzo conoscitivo limitatamente all'uso corretto delle fasi attinge senz'altro la "verità-realtà" e qui nasce "la fede" che è un effetto naturale della conoscenza, ma se i fatti ci dicono il contrario la "presunta verità" non è tale e dobbiamo ulteriormente ricercare la soluzione dei nostri problemi.Questa è l'unica risposta alla ricerca del criterio della "verità-realtà" per la seconda fase della conoscenza: è una risposta piuttosto deludente ma non c'è niente da fare: solo il controllo sperimentale può garantirci della "verità-realtà". L'episodio di S. Tommaso del Vangelo di Giovanni rappresenta in maniera tipica l'unico criterio assoluto della verità: "se non vedo, se non tocco, non credo".Occorre tenere presente che non c'è simmetria nella posizione propria dei due criteri positivi da una parte e del criterio negativo dall'altra: la posizione dei criteri positivi - intuizione sensibile e metodo ipotetico-deduttivo-sperimentale - è suscettibile di errore o di approssimazione che potrà essere corretta con ulteriore lavoro, mentre la posizione del criterio negativo - la falsificazione - non ammette appelli. Strano o paradossale che sia, secondo quest'ultimo criterio l'errore ci fa conoscere la verità.Da questa radice nasce e si sviluppa il "metodo critico" o "atteggiamento critico" o "razionalismo critico" e consiste nel confronto spietato di un'ipotesi o teoria o dottrina con i suoi stessi contenuti o presupposti o scopi (critica immanente), oppure nel confronto sereno di un'ipotesi o di una teoria o di una dottrina con ipotesi o teorie o dottrine concorrenti o collegate perché ogni ipotesi o teoria o dottrina non è isolata ma è collegata con altre per cui deve essere con esse compatibile (critica trascendente).9Ora sappiamo finalmente che il termine "istinto" contiene una mistificazione culturale con la quale l'uomo "razionale" ha cercato di darsi un "blasone divino" con cui ha preso una distanza infinita dal povero e semplice animale. Invece l'istinto non è altro che l'"Intelligenza pura" senza il "problema della verità". Tutti gli esseri viventi vanno alla ricerca della "verità-realtà", cioè di quanto autenticamente possa soddisfare i propri bisogni; solo l'uomo ha il problema della "verità-conoscitiva" che deve "corrispondere" alla "verità-realtà" se no è falsità, perché ha inventato la logica che è appunto la "ragione", con la quale tenta di appropriarsi rappresentativamente di una realtà nascosta o lontana nel tempo e nello spazio. L'accumulo di conoscenze logiche o razionali, che poi si sono rivelate al massimo "semplici strumenti" con cui andare alla ricerca ancora della "verità-conoscitiva" e della "verità-realtà", gli ha fatto credere di possedere solo lui "l'intelligenza" scambiandola con la "Ragione", relegando così gli animali nel "regno dell'irrazionalità", cioè della "non-intelligenza", che sarebbe il regno dell'automatismo meccanicistico, privo di sensibilità, di conoscenza rappresentativa, di affettività e di cultura. Cioè di incoscienza. Ci sembra di avere fatto giustizia di tale mistificazione, e di avere rimesso nella giusta prospettiva il problema dell'Intelligenza che riguarda non solo l'uomo ma tutta la natura.In questa indagine non abbiamo data la debita importanza alle cause morali del "cumulo di deliri", alle quali lasciamo che dedichino la loro attenzione i moralisti, i fideisti e i dogmatici di ogni tipo, i quali restando attaccati alla loro concezione dualistica della nostra mente attribuiscono alla "ragione" un potere intrinseco di attingere per conto proprio la "verità-realtà" e alla volontà il gusto perverso di non seguire la ragione. Essi hanno ritenuto e continuano a ritenere che la causa dei deliri e delle sciagure umane sia da riporre nella malvagità della volontà umana che fa un cattivo uso del "divino" dono della ragione. Goethe nel prologo del suo "Faust" fa dire a Mefistofele davanti al Padre Eterno: "Quel minuscolo "re del creato" è sempre lo stesso, è rimasto stravagante come il primo giorno. Vivrebbe un po' meglio se non gli avessi dato un riflesso della luce divina. La chiama ragione, ma se ne serve per vivere più bestialmente di tutte le bestie"10. È dalla cultura greca che noi abbiamo ereditato la locuzione "razionale" o "ragionevole" come sinonimo di "buono" o di "trattabile", la locuzione "irrazionale" o "irragionevole" come sinonimo di "cattivo" o "intrattabile". Nelle dottrine del neoplatonismo, del neopitagorismo, dell'ermetismo e dello gnosticismo addirittura anche i demoni venivano classificati in "razionali" o buoni e "irrazionali" o malvagi.11 Noi abbiamo trovato che prima e aldilà della buona o cattiva volontà la sorgente dei deliri sta proprio nella fiducia che l'uomo accorda alla ragione, con la quale crede di giustificare il suo comportamento. Cioè abbiamo scoperto che la ragione non è proprio quel "dono divino" che lo fa superiore agli animali ma è la sorgente non solo dei suoi errori e deliri ma anche della sua malvagità, che raggiunge le più alte vette quando è sostenuta dall'odio ideologico, il frutto più tossico della ragione sostituitasi all'intelligenza.Noi chiamiamo moralismo l'impostazione che ripone nel gusto perverso della volontà di non seguire i "dettami della ragione" la sorgente dei malanni umani e non è che un tentativo metafisico di dare una spiegazione alla tragica condizione umana travolta da tante sciagure. Tale tentativo ha preso una duplice via: una è quella del "moralismo teologico" che attribuisce a un castigo divino di una colpa tutti i disastri della storia umana; e l'altra è il "moralismo psicologico" della filosofia greca, la quale teorizzando l'essere umano costituito di "anima razionale" e "corpo passionale" attribuisce al sopravvento della "passione" sulla "ragione" tutto il male che l'uomo commette. L'una e l'altra derivano dal precedente animismo frutto del solito metodo metafisico.Tale impostazione domina da millenni la cultura umana. Shakespeare nel "Giulio Cesare" così fa parlare Bruto mentre medita la sua congiura per giustificarla: "L'abuso della grandezza si ha quando dalla potenza si disgiunge la pietà: e per dire il vero di Cesare, non so quando le sue passioni l'abbiano dominato più della sua ragione".12 Nel suo libro4ntervista "Non Abbiate Paura" A. Frossard fa questa domanda a Giovanni Paolo Il: "Perché l'uomo, essere razionale, agisce in maniera irrazionale?" Il Papa risponde: "È un problema appassionante di etica e di antropologia esistenziale che occupa una buona parte della letteratura mondiale. È un problema antico come il mondo"13 e continua riproponendo la soluzione del moralismo del peccato, su cui poggia tutta la missione della Chiesa. Nel discorso solenne di apertura dell'Anno Santo 1983 così si esprime: "Fa, o Signore, che questo Anno Santo della Redenzione diventi pure un appello al mondo contemporaneo, che vede la giustizia e la pace sull'orizzonte dei suoi desideri e tuttavia cedendo sempre più spazio al peccato vive giorno per giorno in mezzo a crescenti tensioni e minacce e sembra avviarsi verso una pericolosa direzione per tutti".14Certamente non è da escludere la componente affettiva (passione) nel comportamento inintelligente umano ma tale componente è l'effetto proprio della fallacia della "ragione" che fa apparire come "vero" e "giusto" alla mente ciò che è una illusione. Perciò la "ragione" non è proprio un "lume divino" ma un prodotto dello sviluppo culturale umano. Questa è la conclusione di tutta la nostra indagine.
__________________________________________1-Cfr. G. Prezzolini - "Dio è un rischio" - Ed. Club degli Editori 1981 pag. 2322-Carducci - Inno a Satana - Poesie - Ed. Zanichelli 19573-Cft. A. Sarton-Intelligenza - Ed. Sansoni 1972 pag. 1544-Cfr. F. Pasqualino - Introd. all'Encornio dl Elena di Gorgia - Ed. Paoline 1961.5-Cfr. "ti Tempo" del 3/1/1982 Art. "La Strada della Ragione".6-Virgilio - Ecloga IV7-Shakespeare - "Troilo e Ciessidra" - Atto V >c. 28-Cnf r..C.Fornari - "Teologi e biologi rovesciano la proverbiale contrapposizione tra uomo e lupo" - Corriere della Sera del 6/5/85.9-Cfr. K. Popper - "Congetture e Confutazionì" - "Statu< della scienza e della metafisica" I.c.10-W. Goctbe -Faust - Ed. Emaudi 1965 pag. 1211-Cfr. Dizionario di Filosofia Rizzoli - "Magia"12-Shakespeare - "Giulio Cesare" - Atto Il, sc. I13-A.Fro"ard - "Non AbbiatePaura" - Ed. Rusconi 1983 pag. 23214-Cfr.Il Tempo del 26/3/83 |
..............Tutti i diritti sono riservati............. E' vietata la riproduzione © 2000 Akkuaria - info@akkuaria.com |