LE TRAPPOLE DELLA RAGIONE

la loro radice

 

 

Abbiamo fin qui individuato in maniera globale la sorgente dei "deliri": l'uso non appropriato del nostro mezzo conoscitivo.

L'errore fondamentale è quello di non avere distinto chiaramente le due fasi della nostra attività conoscitiva: la fase diretta dell'intuizione sensibile con cui la nostra mente esercita la sua comprensione senza intermediari perché la sua "sensibilità" è un ponte infallibile che la pone a contatto diretto con l'altra sponda; e la fase indiretta con cui la mente "cerca" di conoscere la parte della realtà che sfugge all'intuizione sensibile - o porzioni o la totalità - attraverso un "ponte-labirinto" costituito dai passaggi o ragionamenti della logica induttiva o deduttiva: per questa seconda fase è valido solo il metodo scientifico. Abbiamo visto che esso è costituito da tre fasi e solo applicandole tutt'e e tre insieme possiamo essere fortunati di attraccare la "verità-realtà". Difatti se ci fermiamo alla prima fase, quella induttiva, con le ipotesi e le generalizzazioni azzardate possiamo pure indovinare (qualcuno dice "intuire") la verità ma il più delle volte non facciamo che costruire castelli in aria. Se invece usiamo solo la deduttiva, pur avendo un formidabile meccanismo, quello del confronto logico basato sulla costituzione della nostra mente, ci troviamo nel terribile pericolo che partendo da premesse non reali (e chi può controllare tutte le premesse?) costruiamo ugualmente castelli in aria e sistemi tanto più pericolosi quanto più logici. Perché come ci siamo resi conto, oltre la "verità-conoscitiva" c'è pure la "verità-logica" o di "coerenza" propria dei sistemi puramente logici.

Allo scopo di avere una chiara visione dell'itinerario che stiamo percorrendo riandiamo panoramicamente su quanto siamo andati esplorando. Siamo partiti dall'"assioma-valore-principio" della nostra esistenza. Questa è la prima "verità-realtà" ed è il "nido" da cui la nostra coscienza cerca di gettare il "ponte" con l'altra "verità-realtà" che si trova di fronte: il mondo. L'esistenza del mondo di cui "sentiamo" di far parte è l'altro "assioma-valore-principio". La conoscenza è il rapporto comunicativo tra la mente e il resto della realtà. Teniamo presente che non sappiamo ancora come è fatta la nostra mente e come è fatto il mondo. Queste "verità-realtà" più profonde saranno oggetto di indagine allo stesso modo di quando si sfoglia una rosa per vedere che cosa c'è in fondo. Ma intanto come avviene tale conoscenza-comunicazione? Attraverso un altro "assioma-valore-principio": la fiducia nella validità dei nostri mezzi conoscitivi. La "mente-vita" "sente", "avverte", "vive" che i suoi mezzi conoscitivi, che sono i sensi o in generale la sua "sensibilità", le danno la certezza di attingere una realtà distinta. I sensi perciò sono la frontiera della mente e non qualche cosa di diverso; mente e sensi costituiscono un'unica struttura e in quest'unità di struttura occorrerà ricercare la natura della mente. Intanto partiamo da questo dato assiomatico indiscutibile e indimostrabile perché facente parte del primo gruppo assiomatico esistenziale. Ulteriormente abbiamo distinto due fasi nel rapporto mente-realtà: una fase diretta e immediata che avviene con i sensi, da noi denominata "intuizione sensibile" e una fase indiretta e mediata che abbiamo denominato semplicemente "ragionamento" e che termina in qualche cosa che è simile all'intuizione e che abbiamo denominata "evidenza". C'è da fare attenzione a questi termini: le parole sono convenzioni. 

Siamo andati, poi, dentro la seconda fase, alla scoperta di un meccanismo con cui la nostra mente va alla ricerca dell'ignoto senza averne diretta esperienza con l'intuizione sensibile, e abbiamo individuato il metodo che K. Popper ha denominato "razionalismo critico", iniziato praticamente da Galileo e che consiste in una forma organizzata del metodo primitivo di ogni essere vivente, cioè del metodo di eliminazione o di esclusione "per prova ed errore". Secondo le tre fasi di cui è articolato lo possiamo chiamare anche "metodo ipotetico-deduttivo-sperimentale" o scientifico.

Siamo partiti dalla constatazione che la storia della filosofia è una storia di deliri da giustificare il motto "errare humanum est" (errare è roba da uomini). Ma parlando di deliri non ci riferiamo tanto al comune uomo che vive, pensa, lavora ed erra ma soprattutto a chi fa la professione di "riflettere", di "pensare" e di "cercare la verità" e che è appunto stato chiamato "filosofo". La causa che abbiamo trovata è questa: non è stato precisato il valore del nostro mezzo conoscitivo: o ci si è creduto troppo o ci si è creduto troppo poco. Con più precisione, non è stato individuato il giusto modo di usarlo: invece di usarlo in "modo unitario" perché è un tutt'uno, è stato diviso in due parti: centro (intelletto) e periferia (sensi), e si è creduto di poter privilegiare o il "centro-ragione" o "la periferia-sensi", o la via deduttiva o la via induttiva. "Errando discitur", ma con quanta fatica e con quanto tempo: per imparare a imparare!

Il primo grande errore è stato commesso proprio nei riguardi dell'unità "mente-sensi". Hanno cominciato i presocratici ad accusare i sensi di "inganno". È stato Parmenide il primo a dire "non vi è nulla nell'errante intelletto che prima non sia negli erranti sensi".1 Cioè i sensi sono fonte di inganno perché attingono le apparenze delle cose, mentre la loro essenza nascosta viene attinta dall'intelletto. Platone ha accentuato ancora di più tale dualismo e Aristotele ha fatto un grande sforzo per correggerlo ma sostanzialmente è restato dualista: cioè Intelletto e Sensi sono due realtà non solo distinte ma di natura diversa, anticipando un giudizio sulla natura dell'intelligenza che a tutt'oggi ci troviamo a indagare e che costituirà il bandolo finale della nostra matassa.

Questa svalutazione dei sensi attraverso tutta la corrente del pensiero umano fu tale fino a diventare "razionalismo" assoluto con Cartesio e "idealismo" di vario tipo con Locke, Berkerley, Hume, Fichte, Hegel, Schelling, Croce, Gentile, ecc. Ma la reazione ci fu fin dai tempi stessi di Parmenide. Difatti già Empedocle comincia una critica di questo razionalismo sprezzante dei sensi: egli riconosce la "angustia" e la debolezza dei sensi ma ne difende la validità conoscitiva se usati correttamente. Anche Democrito difende il valore dei sensi in un famoso dialogo che immagina tra la ragione e i sensi: "opinione è il dolce, opinione l'amaro, opinione il freddo, opinione il calore: verità l'atomo e il vuoto" dice la ragione, ma i Sensi rimbeccano: "povero intelletto! Tu che Stai prendendo la tua evidenza da noi, Stai cercando di spodestarci?

La nostra disfatta sarà la tua rovina!"2. E Protagora col suo famoso "l'uomo è misura di tutte le cose" forse non intendeva altro che affermare in maniera vigorosa il valore della conoscenza dei sensi, solo attraverso la quale e non attraverso una diretta conoscenza intellettiva pretesa da Parmenide possiamo decidere "dell'esistenza delle cose che sono e dell'inesistenza di quelle cose che non sono", come interpreta Platone nel Teetteto.3S. Tommaso d'Aquino sviluppando gli elementi di rivalutazione dei sensi già presenti in Empedocle, in Democrito, in Protagora e in Aristotele ci dà la celebre frase netta e precisa: "nihil est in intellectu quod prius non fuerit in Sensu") (non c'è niente nell'intelletto vero o falso che sia che non passi prima attraverso i sensi), che non è altro che quella di Parmenide ripulita del suo razionalismo. In tale frase è sempre presente però il dualismo "senso-intelletto": i sensi sono una cosa e l'intelletto un'altra. Comunque tutta la denigrazione dei sensi a opera degli antichi sembra ridursi al momento che essi sono troppo angusti, limitati, per cui oltre tale limite c'è tanto ancora da scoprire e questo può essere fatto solo con "l'intelletto" o "ragione", cioè con uno strumento che oltrepassa la limitatezza dei sensi. Quindi tale lamento non sembra debba intendersi come un'attribuzione di un vero e proprio inganno e quindi come una loro svalutazione.

Dopo tutto quello che abbiamo detto, dobbiamo affermare ancora una volta che il nostro strumento conoscitivo è costituito da UNITÀ "sensi-ragione", "periferia-centro", "sensazione-intellezione". Se si separa o si sopravvaluta l'uno o l'altro di questi due momenti della conoscenza si cade nella "fabbrica dell'errore". L'errore quindi ha la sua sorgente naturale nella separazione innaturale dei due momenti conoscitivi- a parte l'accidentale stato patologico delle loro sedi - e nell'abuso della via induttiva o della via deduttiva.

Coloro che riponevano eccessivo valore nella "ragione" come "strumento infallibile garantito da Dio", secondo l'espressione di Cartesio,4si domandavano: come è possibile l'errore, quando "ogni uomo porta con sé la pietra di paragone per distinguere la verità dall'apparenza" secondo l'espressione di Locke5 e quando si è convinti che "la verità manifesta se stessa" secondo l'espressione di Spinoza?6 Tale impostazione platonica del problema così l'aveva già espressa Severino Boezio nel "De Consolatione philosophiae":



"chiunque indaghi il vero con profondità di riflessione
e non voglia perdersi per strade sbagliate,
rivolga in sé la luce della sua vista interiore
e concentrando il suo tiro, lo indirizzi
a un solo bersaglio;
convinca l'animo suo che quanto si affanna a cercare
fuori di sé
lo possiede già dentro, nascosto nei suoi tesori;
così quello che la tetra nube dell'errore nascondeva
prima risplenderà con luce più penetrante
dello stesso Febo.
Infatti, pur investendo lo spirito con la sua massa mortificante
il corpo non l'ha mai privato di ogni
suo lume;
certo sta radicato dentro di noi il seme del vero
e la cultura con il suo soffio lo può ridestare;
come infatti potete stimolati giungere a formulare
la verità
se essa non vivesse in embrione
calata nel profondo del cuore?
Ché, se proclama il vero la musa di Platone,
ciò che uno impara in realtà lo ricorda
pur senza averne coscienza.7


La risposta che hanno dato è moralistica: "a causa del nostro colpevole rifiuto di vederla, o perché la nostra mente accoglie pregiudizi inculcati a noi dall'educazione e dalla tradizione o dalle altre influenze perniciose che hanno pervertito la nostra mente originariamente pura e innocente. L'ignoranza può essere opera dei potenti cospiratori che nascondono la verità, anzi avvelenano la nostra mente riempiendola con falsità e accecando i nostri occhi così che non possiamo vedere la verità manifesta".8
Cartesio e i teologi sono i patrocinatori della prima parte di questa risposta; Bacone dà la colpa ai "pregiudizi" o anticipazioni della mente; Marx si rifà alla credenza popolare secondo cui tutte le volte che accade qualche cosa di male deve per forza essere imputato alla volontà perversa di una potenza malvagia.
La risposta di Cartesio e dei teologi risale alla filosofia platonica su cui si innesta la concezione biblica consacrata dalla frase del Vangelo di Giovanni "chi opera la verità si accosta alla luce"9 la risposta di Bacone si rifà a Socrate; la risposta di Marx, attraverso la polemica protestante propagandistica della cospirazione della Chiesa Romana, risale nientemento, per una catena di poteri oppressivi, a Crizia (460-403 a.C.) stando a quello che ci dice Platone.10
Certamente non si possono mettere in dubbio tali componenti che hanno contribuito al "cumulo dei deliri", come non bisogna sottovalutare il problema linguistico evidenziato dal neopositivismo e portato avanti dalla filosofia analitica, tuttavia queste cause sono secondarie rispetto alla sorgente naturale principale: l'uso innaturale dello strumento conoscitivo.
Nella storia della conoscenza è antica la questione del "criterio della verità" e si sono accettati vari surrogati degli unici criteri che abbiamo individuato.

Anzi a questo punto dobbiamo dire che non possiamo accettare nessun altro criterio all'infuori dei due soli che abbiamo accertati: "l'intuizione sensibile" del primo stadio della conoscenza e il metodo "ipotetico-deduttivo-sperimentale" del secondo stadio. La validità dell'intuizione sensibile è assiomatica: fa parte del nostro "credo epistemologico" perché costituisce il "contatto diretto" della nostra "unità conoscitiva" con la realtà esterna. lo conosco con tutto me stesso. La conoscenza è un fatto vitale. La validità del metodo "ipotetico-deduttivo-sperimentale" è il risultato di tutto questo studio critico sul laboratorio sperimentale di tutta la storia umana. Ripetiamo che questo criterio o metodo è un tutt'uno, cioè non può essere solo induttivo o solo deduttivo o solo sperimentale. Separare le tre frasi vuol dire condannarsi a finire di accrescere il "cumulo di deliri".

 

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1-Frammento B 16-citato da K.Popper in Congetture e Confutazioni l.c.pag.697_
2-Democrito - Frammento B 25 
3Platone - Teettrto 152 A
4-iscorso sul metodo parte IV
5-itato da Popper - Congetture e Confutazioni - I.c. pag. li
6-bidem come sopra~
7-Boezio-"De Consolatione Philosophiae" part. 3 cap. XI Rizzoli 1977
8-K.Popper l.c. pag. 18
9--Giovanni 3, 21
10-. Popper l.c. pag. 16 nota 6 e 5. A£ostino nella "Città di Dio" IV, 32

 

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