IL METODO METAFISICO
la loro radice
Dalla denigrazione dei sensi è nata la sopravvalutazione dell'intelletto o ragione fino
alla sua autonomia. L'abbiamo già messo in rilievo in occasione di quanto siamo andati
considerando sul metodo. Sono tutte questioni connesse. E dalla sopravvalutazione e
autonomia dell'intelletto è nata la "metafisica pura", cioè la pretesa della
ragione di poter conoscere la "verità-realtà ignota" nella speculazione, che
diventa così un azzardato e continuo ragionare basato sulle generalizzazioni induttive e
sulle dimostrazioni deduttive, preso già di mira da Aristofane nel V secolo a.C. nella
sua commedia "Le Nuvole" e satireggiato da Voltaire col suo racconto filosofico
"Micromega" (1752). In questo senso "metafisica" e
"speculazione" sono sinonimi.
Per fare un discorso preciso su tale argomento pensiamo che occorra fare tre chiare
distinzioni sul significato del termine:
1) per "metafisica" si può intendere quella zona della realtà che non
riusciamo ad attingere con l'intuizione sensibile. Tale zona può contenere sia realtà
che per sé possono nel tempo e nello spazio cadere nel controllo dell'intuizione
sensibile sia realtà che non potranno mai cadere sotto l'intuizione sensibile perché
sono oltre i limiti dei sensi sia nel tempo che nello spazio (nel macrocosmo e nel
microcosmo);
2) per "metafisica" si può intendere anche il "metodo metafisico",
cioè lo sforzo di conoscere la zona sconosciuta della realtà con
l'"Intelletto" o "Ragione" partendo dai dati dell'osservazione
sensibile seguendo le "intuizioni" dell'induzione e i "confronti"
della deduzione (inferenza). Con tale metodo da Parmenide in poi tutti i metafisici hanno
fermamente creduto di poter attingere la "realtà metafisica".
3) infine per metafisica si può intendere tutta quella congerie di produzione culturale
sfornata sia dalla comune umanità che dai più illustri filosofi usando puramente il
"metodo metafisico". La conoscenza metafisica sarebbe "il sapere
filosofico", anzi la "filosofia" per eccellenza, la "filosofia
prima" secondo Aristotele, cioè la filosofia in senso rigoroso. La "filosofia
scolastica", definitasi "ancella della teologia", e tutti i fondatori dei
vari "sistemi filosofici", ci tengono a distinguere due saperi, quello
filosofico e quello scientifico, costruiti con due metodi diversi e giustificati dal fatto
che la realtà ci si mostra nello stesso tempo una e molteplice o estremamente
diversificata. Dice uno di tali Autori:
"Incapaci di cogliere con una intuizione semplice l'estrema complessità dell'ordine
reale, cioè l'unità di questa diversità, siamo obbligati a ricostruire le molteplici
relazioni che costituiscono l'universo e che esplicano il "come" e il
"perché" della sua unità, confusamente colta fin dal primo istante. Ora questo
tentativo può essere intrapreso in due maniere opposte: a) o si parte dall'unità
rappresentata dal concetto fondamentale dell'essere e si cerca di giustificare il diverso
a partire dall'unità trascendentale: è il tentativo metafisico; b) oppure si procede
dalla diversità del dato e dei concetti empirici che la esprimono e ci si applica a
ritrovare leggi sempre più generali che ripetino questa diversità a una unità sempre
più complessa: è il tentativo positivo.11
Noi abbiamo trovato che per conoscere la "realtà ignota" cioè metafisica, non
raggiungibile con l'intuizione sensibile ma solo attraverso il ragionamento, il metodo è
unico, quello escogitato da Galileo, cioè il metodo scientifico, e che perciò il sapere
è unico, per cui il sapere filosofico o è scientifico o è una illusione. E anche se il
"sapere filosofico" volesse ridursi a una "saggezza" deve sempre avere
come premessa, come vedremo, la scienza come base di partenza della conoscenza della
realtà: non c'è saggezza senza scienza, cioè filosofia e scienza sono inscindibili come
è inscindibile l'uomo. Il dualismo delle "due culture", umanistica e
scientifica, è nato dalla pretesa legittimazione del metodo metafisico e ci sembra ora
venuto il tempo della sua ricomposizione nell'unità della cultura che nell'uomo trova il
suo centro.
Veramente la parola "metafisica" è nata così quasi per caso, per una
necessità organizzativa nella classificazione delle opere di Aristotele fatta da qualche
editore del I secolo a.C. Difatti Aristotele non usa tale termine ma solo quello di
"filosofia prima", con cui indica la sua riflessione induttiva e deduttiva sulle
osservazioni raccolte nei libri che trattano della natura (fisis = natura; fisica =
relativo alla natura), cioè di quanto è osservabile attraverso i sensi. Anche le parole
"speculazione" e "teoria" ci sono in Aristotele ma hanno un
significato diverso da quello che hanno oggi.
Difatti con essi Aristotele intende tutta l'attività conoscitiva, cioè l'atto della
mente di "vedere", di osservare, di ragionare sulla realtà e sul suo intimo
valore, in contrapposizione all'atto comportamentale o pratico o morale (praxis) e
all'azione lavorativa e produttiva (poietica = fattiva). In questo senso sono per lui
"speculative" anche le scienze naturali, cioè la "fisica" e non solo
la matematica e la filosofia prima. Perciò la speculazione, nel senso di attività
conoscitiva e di ricerca, è una abilità o "virtù" che dà soddisfazione e
felicità. Da questa valorizzazione aristotelica della
"speculazione-conoscenza", attraverso il neoplatonismo, è derivata la grande
considerazione del misticismo medievale per la "contemplazione", rafforzata
dall'episodio evangelico giovanneo delle sorelle Marta e Maria. Su tale impostazione
aristotelica è fondata ancora tanta "ricerca teoretica filosofica" da ben
distinguersi dalla "ricerca teoretica scientifica" perché questa sa di essere
ipotetica e di dovere attendere il crisma della verità solo dalla sperimentazione mentre
quella pretende di approdare alla verità solo con la sua
speculazione senza attendere nessuna convalida da nessuna sperimentazione.
Con Kant il termine "speculazione" assume definitivamente di conoscenza che non
tiene conto della sperimentazione sensibile. "La speculazione - dice Kant - si
contrappone alla conoscenza naturale".12 Kant individua la speculazione vana in gran
parte nella "metafisica". Questo termine, nato per caso, come abbiamo detto, per
indicare la posizione materiale, cioè "dopo", della "filosofia prima"
rispetto alla fisica che nella stessa espressione indicava "conoscenza
fondamentale", venne ad assumere il significato del contenuto di tale trattazione,
cioè le conoscenze che vanno oltre le conoscenze fisiche o sensibili. Perciò con
"metafisica" si intese "la scienza della realtà in sé" considerata
al di là delle apparenze sensibili immediate. Tale realtà fin dalle origini della
filosofia greca non si è sottratta all'ambiguità dando origine a quel dualismo
ontologico conseguenza diretta del dualismo gnoseologico fondato sulla contrapposizione
"mente-sensi". Come abbiamo visto tale concezione deriva da Parmenide, che
raccoglie tutta la concezione precedente mitico-teologica e dà origine alla
"realtà" delle idee di Platone. Aristotele ne riduce lo spazio ma ne resta
sempre prigioniero. La Gnosi, il Neoplatonismo e La Scolastica non sono che metafisica
commiste a teologia.
Per S. Tommaso d'Aquino è la scienza dei caratteri generali dell'essere. Essa è il
fondamento, è il vestibolo di tutte le altre scienze e per questo è loro superiore, con
diritto di dettare legge, oltre che per l'eccellenza incommensurabile dell'argomento di
cui si occupa: al di sopra delle altre scienze, che si occupano del finito e delle
manifestazioni parziali e incomplete dell'essere, sta la metafisica, scienza dell'assoluta
realtà.
Tale concezione resta in Cartesio, in Spinoza, Malebranche, Leibniz, Berkeley, Rosmini,
Gioberti e in genere in tutta la filosofia che accetta l'impostazione teologica del
pensiero; mentre viene rigettata e screditata dalla corrente empiristica iniziata da
Bacone e proseguita da Hobbes, Condillac, Locke, Hume e da gran parte della filosofia
dell'illuminismo, compreso Vico, derivata sia da Cartesio che da Bacone.
Questo contrasto cercò di sanarlo Kant, che nella sua critica della "Ragione
Pura" dimostrò l'impossibilità della metafisica come scienza autonoma e superiore,
cioè della "metafisica dogmatica" che pretende di essere il fondamento e la
norma di tutte le altre scienze. Per Kant è possibile solo la metafisica della natura,
costituita dal sistema dei principi razionali che governano la nostra rappresentazione del
mondo e sono la base razionale della fisica, e la metafisica dei costumi costituita dai
sistemi dei principi che regolano a priori ciò che è bene e ciò che è male. Così ne
riferisce Popper:
"Il ragionamento adottato da Kant per respingere il razionalismo puro e il suo
prodotto, la metafisica pura, procede così. Egli sostiene che il dominio della nostra
conoscenza è limitato al campo dell'esperienza possibile e che il puro ragionamento
condotto oltre questo campo, non ha giustificazioni. Nella "critica della Ragione
Pura" dove si intitola "Dialettica Trascendentale" egli lo dimostrò nel
modo seguente. Se cerchiamo di costruire un sistema teorico a partire dalla pura ragione -
cercando per esempio di dimostrare che il mondo in cui viviamo è finito (idea che
ovviamente è al di là dell'esperienza possibile) - possiamo farlo ma troveremo sempre,
con costernazione, che valendoci degli stessi argomenti possiamo dimostrare altrettanto
bene la tesi opposta.
In altre parole, data una tesi metafisica del genere, potremmo sempre costruire e
difendere una tesi esattamente antitetica, e per ogni argomento a favore della tesi
possiamo costruire facilmente l'argomento a esso opposto che risulta favorevole
all'antitesi. Ed entrambi gli argomenti avranno una forza di convinzione analoga-entrambi
appariranno altrettanto razionali o quasi. Così, disse Kant, la ragione è costretta ad
argomentare contro se stessa e a contraddirsi, qualora venga adoperata per procedere al di
là dell'esperienza possibile".13
Popper continua:
"Hegel però osservò che l'argomentazione di Kant è valida contro la metafisica
pura ma non contro il razionalismo in genere. È vero - osserva Hegel - che la metafisica
pura ci porta alla contraddizione però la contraddizione che ritroviamo nella mente
proviene dalla realtà che si evolve secondo il processo triadico di tesi antitesi e
sintesi.Infatti per Hegel la metafisica, contrapposta alla dialettica, è soltanto un
sistema razionalistico che non tiene conto dell'evoluzione, del movimento, dello sviluppo,
e si sforza così di concepire la realtà come qualche cosa di stabile, di immobile ed
esente da contraddizioni".14
La dialettica è invece la descrizione vera del procedimento che effettivamente compiamo
quando ragioniamo e pensiamo e si realizza in particolare nella storia dello sviluppo
filosofico e sociale. Occorre perciò abbandonare il principio di contraddizione della
logica opposto da Kant. Così Hegel rivaluta la "speculazione" perché è un
dato della stessa dialettica e per via diversa ritorna al principio cartesiano: il
razionale è reale. E questo è il grande errore di Cartesio e di Hegel: il reale è
certamente razionale, nel senso che ogni fenomeno o fatto ha una premessa causale, da cui
procede, ma non si può dire che tutto il razionale logico abbia una corrispondenza nella
realtà, perché una deduzione che può essere "razionale" in quanto procede da
premesse con precisa correttezza, tuttavia può non essere reale perché le premesse da
cui procede possono essere ipotetiche!
Nonostante l'avvertimento e la dimostrazione di Kant, Hegel rifonda la metafisica con una
scorciatoia. Per lui la "speculazione" è il "momento più alto della
dialettica" cioè la sintesi in cui si realizza l'unità delle determinazioni nelle
loro opposizioni. Per lui la vera conoscenza del reale è "speculativa" e
"metafisica". Dopo di lui tutta la Filosofia Idealista ha contribuito, insieme
al Platonismo, all'Aristotelismo, alla Scolastica e al Cartesianesimo, a screditare ogni
metafisica. Anzi Marx, che bruciava di rivoluzione proletaria, vedendo che la dialettica o
l'idealismo hegeliano razionalizzava cioè giustificava lo Stato Assoluto Prussiano (come
ingresso di Dio nel mondo)15 che era appunto "reale" e quindi
"razionale", capovolge la conclusione di Hegel e dice: "la dialettica mista
bene ma l'idealismo no: ciò che è reale ma contraddittorio va superato dialetticamente.
Il pensiero è identico al reale anzi è lo specchio del reale; il reale è materia
perciò anche il pensiero è materia". Così l'idealismo è diventato materialismo
dialettico e ogni ideologia o sistema di pensiero compresa la religione sono frutto della
situazione economico-politico-storica, perciò la contraddizione diventa lotta di forze
produttive e rivoluzione permanente.
Come si vede la storia degli errori della metafisica continua e per combattere la
metafisica sia l'Illuminismo che il Positivismo e il Marxismo hanno fondato nuove
metafisiche. In particolare, quando Marx rigetta l'idealismo hegeliano ma ne utilizza la
dialettica su cui si è basato, secondo la quale pretende di fare un'analisi
"scientifica" del processo della produzione lavorativa col concetto tutto
dialettico dell'alienazione, per cui l'unità del lavoro si schiude o aliena nel capitale
formando una "contraddizione" che può essere superata solo attraverso una lotta
senza tregua tra i due termini fino a superarla in uno Stato Socialista senza classi, non
fa che metafisica. Qualifica la sua analisi per "scientifica" ma della scienza
non ha il metodo; difatti non è intuizione sensibile, non ha il metodo
induttivo-deduttivo-sperimentale, e pertanto solo il laboratorio secolare della storia
potrà pronunciarsi sulla sua verità o falsità. (La quale già pare abbia dato la sua
sentenza). Inutilmente Kant aveva avvertito che la strada della metafisica pura non può
che portare a ideologie senza fondamento sulla realtà.
Perciò la metafisica ha assunto una risonanza negativa. "Essa ha finito per
designare correntemente una pseudoscienza, fatta di generalizzazioni
inverificabili".16
La metafisica è il prodotto della semplice induzione e della deduzione e si esaurisce in
questo circolo, entro cui si sono costruite montagne di ipotesi spacciandole per certezze.
Il suo metodo poggia tutta la sua validità nella comunicazione con la realtà sulla
sopravvalutazione della pura ragione, la quale, partendo dai dati ricevuti dalla prima
fase della conoscenza, sarebbe in grado di elaborare e produrre conclusioni e quindi
conoscenze di realtà inattingibili con la prima fase, senza un suo ulteriore controllo.E
anche sul presunto valore degli "universali" e sul ferreo nesso dimostrativo
della deduzione nel sillogismo e della dimostrazione.
Riconosciamo la ferrea validità della dimostrazione sillogistica che è il nerbo della
deduzione ma abbiamo già messo in evidenza quale trappola nasconda la deduzione, se non
parte da premesse di contenuto reale. Spesso tutto il lavoro deduttivo frana miseramente
nel vuoto perché l'operazione si risolve in una sterile conoscenza tautologica (quando il
particolare si ricava dal generale: gli uomini sono mortali, dunque Socrate è mortale!) o
nella ingenua accettazione delle "generalità" induttive che la nostra mente
compie tanto facilmente per comodità classificatoria e mnemonica o nella presunzione di
poter conoscere l'ignoto attraverso le idee e i concetti elaborati secondo il
"processo astrattivo" socratico-platonicoaristotelico, come fossero
"rappresentativi" delle essenze delle varie strutture con cui la realtà ci si
presenta. Quest'ultima teoria ha creduto di poter sviluppare quello sterile concetto di
scienza che sarebbe non "una conoscenza corrispondente alla realtà" ma una
"conoscenza certa per cause certe" secondo il principio "dal noto
all'ignoto" e quindi secondo la via deduttiva. Occorre riflettere che le
"idee" nascono "singolari", come "rappresentazioni" di
porzioni della realtà nel primo stadio della conoscenza, poi diventano
"classificazioni generali" o "universali" in quanto la nostra mente le
"applica" a tutte le porzioni della realtà simili alla prima che ha generato
l'immagine. L'"universalità" non è un modello a cui necessariamente tutte le
porzioni simili devono essere "modellate": è un risultato dell'operazione della
mente che sottolinea le "similitudini" e non le differenze e soprattutto non
può pretendere che la realtà si debba uniformare a tale generalizzazione.
L'idea che sarebbe elaborata secondo il "processo astrattivo" non è che
l'"immagine-residuo" stampata nel nostro mezzo conoscitivo da una porzione della
realtà con l'intuizione sensibile, e rappresenta la realtà come una fotografia, e
perciò non si può dire che è un "universale" in quanto rappresenta
un'infinità di oggetti. L'idea è concreta come la realtà che l'ha stampata e diventa
"strumento di confronto" e di "riconoscimento" di realtà simili. Il
razionalismo e l'idealismo qui commettono il loro peccato originale che da Parmenide, da
Socrate, da Platone e da Aristotele si è trasmesso alla epistemologia occidentale: esso
consiste nell'avere attribuito alla "ragione" un potere autonomo conoscitivo che
non ha, distinto dalla percezione e dall'immaginazione: il pensiero sarebbe proprio della
ragione e l'intelligenza non è altro che la capacità di pensare, quindi sinonimo della
ragione, attributo puramente umano, che non può appartenere al semplice animale che
possiede solamente la "pura sensazione".16
I fatti di cui abbiamo parlato esponendo le due fasi della conoscenza smentiscono tale
impostazione: il piccione e la scimmia hanno eseguito il primo passo del ragionamento che
contiene il "pensiero" come "confronto" da cui traggono
"conclusioni" con cui conoscono la situazione, cioè la "comprendono"
per poter disporre la propria attività a un fine ben preciso: questa è intelligenza! Il
prodigioso sviluppo della cultura umana non deve far negare gli umili inizi da cui ha
avuto origine ma deve far ricercare gli strumenti che hanno permesso all'uomo di
sviluppare da una radice così semplice un edificio così complesso. Ripetiamo: gli
"universali" con cui si pretenderebbe di conoscere l'essenza delle cose, sono
una grande illusione della logica "socratica~platonica-aristotelica-scolastica".
Vanno bene per la matematica, la geometria e per tutte le cosiddette scienze esatte
perché astratte cioè non riferite alla realtà ma sono una enorme trappola per la vera
scienza che è la conoscenza del reale ovvero una conoscenza corrispondente alla realtà.
Oggi "gli scienziati hanno imparato che ciascun evento è unico: il fatto che accada
lo distingue da qualsiasi altro evento... Il suo verificarsi non è il risultato di una
determinata serie di condizioni inizia- li... L'idea che i fenomeni specifici possano
essere isolati dal resto dell'universo di cui fanno parte e quindi collegati con un certo
tipo di relazione causale "pura" con altri fenomeni isolati rappresenta una
concezione assolutamente errata... Ogni cosa in questo mondo è collegata con qualsiasi
altra in un intreccio delicato e complesso di correlazioni. Il migliore calcolatore mai
costruito dall'umanità non è in grado di calcolare neppure una minima frazione di tutte
le relazioni che esistono in un ecosistema di un semplice stagno. Gli scienziati ci hanno
provato e non hanno potuto fare altro che alzare le mani in un gesto di disperazione, dopo
essersi resi conto della complessità e della difficoltà dell'impresa".17
Il linguaggio della metafisica scientifica è: questa teoria si "deve" scartare
perché è "falsificata" da questo fatto o "può" essere accettata
perché prevedeva questo fatto ancora non accertato e ora accertato; invece il linguaggio
della metafisica pura è: questa tesi si deve accettare perché è "razionale"
cioè è logica conseguenza delle premesse o dei fatti osservati cioè "spiega"
i fatti, li rende "intelligibili", senza andare alla ricerca di nessun altro
fatto che possa spiegarla diversamente o meglio che possa falsificarla. Come si vede
l'argomento di chi ha interesse (religioso o politico o di altro genere) a difendere il
fondamento dei sistemi metafisici è 'errore fatale di Cartesio e di Hegel: il reale è
razionale e il razionale è reale. Ecco come il neoscolastico L. Cortesi fonda il
"saperere metafisico":
"La metafisica si costituisce nell' 'inferire' dall'osservazione o esperienza,
realtà immediatamente data, tutte le condizioni "metempiriche" senza delle
quali l'esperienza sarebbe impossibile, inintelligibile.. La metafisica avrà per oggetto
tutte le realtà che condizionano o spiegano l'esperienza, le quali, essendo spiegazione
della esperienza non cadono esse stesse in esperienza ma sono "metempiriche" o
metafisiche appunto... L'inferenza della metafisica rimane strutturalmente distinta
dall'inferenza della fisica:
1) - questa pur sorpassando l'esperienza effettiva non sorpassa l'esperienza possibile od
osservabilità: i suoi risultati sono sempre "empirici", sperimentali, tali da
"poter cadere" in esperienza; al contrario la metafisica non è vincolata al
criterio dell'osservabilità e i suoi risultati (come
essenza-esistenza-materiaforma-spirito-Dio) sono metemperici tali da non poter cadere mai
in esperienza;
2) - la fisica inferisce grazie a ipotesi supplementari (le più importanti e generali
sono la continuità e la regolarità della natura) e quindi i suoi risultati hanno sempre
un valore "ipotetico", mentre la metafisica ha valore "assoluto" non
essendo condizionata da ipotesi supplementari18
Per la verità non riusciamo a comprendere dove si annidi la differenza specifica tra
"inferenza fisica" e "inferenza metafisica": l'inferenza non può
avere che una sola specie e si identifica col meccanismo razionale costituito dalla
induzione e dalla deduzione e l'analisi che ne abbiamo fatto ha messo troppo in chiaro
quale trappola esso racchiuda. Tale tipo di metafisica sta sulla stessa linea della
matematica che sviluppa da un assioma "razionalmente" una "verità
logica" ma non una "verità-realtà".
Tutto il libro "Universo Misterioso" (1956) di L. Cortesi corre su tale
impostazione ambigua e fa propria l'epistemologia dei "punti di vista
diversi"19he farebbero capo a "potenze diverse" o a momenti diversi di
osservabilità. Ora è chiaro che questo è il metodo proprio della "metafisica
pura", il vero responsabile che produce le dimostrazioni di tesi antitetiche
denunciate da Kant. Franco Lombardi ha messo in evidenza che le antinomie di cui soffre il
"pensiero speculativo moderno" hanno le radici proprio nella
"filosofia" tradizionale a partire dalla speculazione greca, la quale ha
"individuato un solo tipo di razionalità, quella del pensiero formulato in un
processo discorsivo logico o espresso a parole". In ogni campo speculativo tale tipo
di razionalità può biforcarsi in una antinomia o in una tesi e controtesi partorendo le
seguenti contrapposizioni: razionalismo ed empirismo, realismo e idealismo, universalismo
e individualismo, morale trascendente e morale autonoma o immanente, collettivismo e
liberalismo, spiritualismo e materialismo, determinismo e indeterminismo, fissismo ed
evoluzionismo, teismo e ateismo, essere e divenire.20
Occorre uscire da tale campo in cui le parti contrapposte non fanno che aggirarsi in una
scherma inconcludente scambiandosi argomentazioni che non sono altro che interpretazioni
di fatti secondo il proprio "punto di vista" e che non è altro che il risultato
del "metodo astrattivo" aristotelico-tomistico consistente nel "considerare
separatamente"21o isolare, tanto utile nell'analisi ma così dannoso per la sintesi
perché con esso si presume di dimostrare o "inferire" realtà metafisiche.
L'uscita l'ha trovata Galileo con il suo metodo sperimentale col quale
"controlla" fatti non accaduti ma da accadere. Ogni conoscenza o conoscente
cerca di "comprendere" la realtà ma qui appunto sta in agguato la trappola in
cui l'umanità è sempre caduta e continua a cadere: per rendere intelligibili i fatti o
fenomeni occorre fare delle ipotesi e trasformarle in tesi. A questo punto si compiono i
salti da atletica leggera: questa "tesi spiega" l'esperienza cioè è
"razionale" e "deve" essere reale. Questo procedimento è la radice
del cumulo di deliri perché la realtà non è vincolata affatto alle nostre ipotesi e
alle nostre tesi; può avere anche altra "spiegazione" che noi neppure sognamo!
Non ha fatto un passo avanti neanche la "Filosofia come interpretazione" messa
in circolazione da Georg Gadamer (n. 1900) col suo più significativo lavoro "Verità
e metodo: lineamenti di interpretazione filosofica" del 1960. Il termine
"interpretazione" è equivalente a "ragionamento" puro e semplice
perché per "interpretare" occorre fare delle ipotesi e delle tesi e delle
deduzioni ma bisogna ricordarsi che "la conclusione razionale" non diventerà
"verità-conoscitiva" cioè verità scientifica fino a quando non avrà passato
il "controllo" sperimentale o del laboratorio o della storia o della natura. E'
molto comodo esentarsi dal "controllo" col dire che le "realtà
invocate" sono "metempiriche" cioè non soggette a esperienza! Così ogni
ipotesi o tesi è ammissibile e si arriva a quelle situazioni che hanno generato lo
scetticismo antico e moderno, denunciate da Varrone, Cicerone, Montaigne, Cartesio, Pascal
e Kant. Resta perciò acquisito che la nostra mente, oltre l'intuizione sensibile del
primo stadio, nel secondo stadio ha solo il metodo ipotetico-deduttivo-sperimentale"
a sua disposizione per raggiungere la "verità-realtà" col quale controlla
tutto ciò che viene presentato come "razionale" o "intelligibile",
cioè il "metafisicismo" di cui sono infette tutte le varie tappe della storia
della conoscenza umana: dal primitivo animismo religioso mitologico di tutti i popoli ai
primi tentativi filosofici dei presocratici, al Platonismo, all'Aristotelismo, allo
Scolasticismo, al Cartesianesimo, all'Illuminismo, all'Idealismo, al Positivismo e a tutti
gli altri "sistemi" cosiddetti "filosofici".
I manichini di De Chirico sono l'espressione pittorica più significativa della metafisica
come rappresentazione di fantasmi senza volto, una variante del surrealismo, arte del
sogno. Tutto il comune conversare e scrivere è intessuto col metodo metafisico quando si
parla di cose ignote o future ed è perciò che hanno un contenuto così scarso di
verità. Col metodo metafisico non solo non si risolvono i problemi ma se ne creano di
nuovi. Emanuele Severino deve essere un filosofo tutto metafisico se è vero quanto
riferisce G. Barbiellini Amidei e cioè che nel suo libro "Il parricidio
mancato" rimprovera alla cultura occidentale di avere deviato dalla giusta
impostazione dell'"immutabilità dell'essere" di Permenide per seguire il
"divenire" di Eraclito. E per questo che ci ripete il delirio idealistico:
"Spesso ci domandiamo se il prossimo sia fatto come noi. Ma esiste davvero il
prossimo?"22 Anche il Cardinal Ratzinger giustifica la negazione del sacerdozio alle
donne con questa argomentazione metafisica: "La partecipazione al sacerdozio implica
una partecipazione alla simbologia di Cristo sacerdote che è molto esigente. Questo è il
punto chiave: Cristo era uomo. Essere uomo o donna non è un aspetto indifferente nella
simbologia del sacerdozio".23
La scienza positiva ha preso sempre più le opportune distanze dalla metafisica fino alla
netta contrapposizione. I metafisici hanno contestato agli scienziati di non essere
filosofi e gli scienziati hanno volentieri rinunciato a tale qualifica, sicché si è
finito per identificare la filosofia con la metafisica, creando una grande confusione, da
cui è nato il detto comune: "la filosofia è quella cosa con la quale e senza della
quale si vive tale e quale".
La scienza col suo metodo scientifico è l'unica che ci dà una vera certezza conoscitiva,
mentre la "metafisica pura" restando nel campo della speculazione razionale o
intellettuale non può produrre che speranze e follie, perché la differenza tra metodo
scientifico e metodo metafisico sta proprio in questo: il metodo scientifico
"inchioda" la nostra mente, cioè "convince", a una verità da cui non
può sfuggire; mentre il metodo metafisico si divarica sempre almeno in due tesi su cui la
nostra mente può trovarsi più o meno speranzosa di avere indovinata la verità. Occorre
notare che il metodo metafisico comprende anche il cosiddetto "metodo induttivo"
falsamente fatto passare come metodo scientifico mentre ne è solo una parte, come abbiamo
a sufficienza mostrato parlando dell'induzione. Questo equivoco fa gabellare come scienza
tanta "pseudoscienza" delle cosiddette "scienze umane" come sono la
psicologia, la sociologia, la politica e l'economia.
"Gli economisti, così orgogliosi e potenti negli anni '60, ora sembrano dei generali
napoleonici nella ritirata di Russia. La scienza economica si smarrisce negli infiniti
meandri della psicologia collettiva. Anche i politici tentano di indovinare le infinite
incognite dei processi politici come i "brokers" (agenti) cercano di
interpretare le tendenze dei corsi azionari e valutari... Qualsiasi giudizio, per quanto
fondato sulle più valide ragioni, viene travolto."24
Ultimamente sta avvenendo una sorta di riabilitazione anche della metafisica pura, dopo il
tramonto del Positivismo. Tale rivalutazione è dovuta al Nichilismo di Nietzsche, al
Neotomismo, al Bergsonismo, alla Fenomenologia di Husserl, all'Aporetica di N. Hartman,
all'Esistenzialismo di Heidegger, di G. Marcei, di Jasper, di Sartre e Abbagnano, al
Prospettivismo di Ortega Y. Gasset e di Tailard de Chardin, e infine al realismo critico
di G. Santayana (+1952). Tutti questi eccellenti filosofi non si sono resi conto che la
pura speculazione, staccata dal controllo dei fatti, diventa una congerie di ipotesi che
possono essere vere ma anche false.
B.Croce aveva sentenziato che lo storicismo aveva scritto "l'onesta necrologia"
alla metafisica, ma dicendo che la scienza non ha "rilevanza filosofica" ha
scritto da sé un altro necrologio allo Storicismo perché non è che un'altra ideologia
metafisica.
Un ultimo tentativo di riabilitazione della metafisica pura si trova in D. Antiseri nel
suo "Il mestiere del Filosofo" del 1977 e nel più recente "Perché la
Metafisica" del 1980.
Per la verità Antiseri, in coerenza col comune razionalismo critico, presenta la
metafisica come "una visione ipotetica" del mondo e le varie metafisiche vanno
rispettate per la loro capacità di essere feconde di teorie scientifiche. Ma allora siamo
quasi al livello della fantascienza! Comunque notevole la sua conclusione che il concetto
evoluzionistico della metafisica aiuta e giustifica la teologia dogmatica a liberare il
messaggio religioso dai ceppi metafisici contingenti.25
Riassumiamo il tutto dicendo che il termine "metafisica" avrebbe dovuto indicare
solo la "realtà" oltre l'area propria dell'intuizione sensibile, che verrebbe
sempre più arretrando a mano a mano che la scienza avanzerà allargando sempre più la
sua area, ma successivamente è venuto a indicare un modo conoscitivo proprio della
ragione distaccato dal controllo dei fatti con pretesa di certezza di conoscere la realtà
oltre l'area di competenza scientifica. Abbiamo mostrato a sufficienza che l'esistenza di
tale metodo metafisico è un'illusione.
Ciò che noi oggi chiamiamo mitologia un giorno era la spiegazione metafisica che la mente
dei popoli antichi o primitivi s'era data del mondo: per loro era soddisfacente per
appagare l'iniziale curiosità di conoscere il suo mistero. Con la parola "mito"
i greci intesero un "racconto" drammatizzato che costituiva il tessuto del
linguaggio col quale gli antichi saggi di tutti i popoli intendevano comunicare ai loro
ascoltatori o la "spiegazione" della vita e del mondo o la storia di antichi
personaggi che poi finirono col diventare "credenze" delle religioni popolari,
proiettando nella realtà ciò che era puramente fantastico, perché è vecchio vezzo
dell'uomo quello di antropomorfizzare, personificare, divinizzare concetti, saggezze e
comportamenti.
La mitomania non è solo un fenomeno strano di qualche personalità patologica ma è stata
e continua tuttora ad essere la normale condizione di tutta l'umanità. Il linguaggio dei
poeti, dei favolisti e romanzieri è la continuazione di quel linguaggio antico, di cui
anche gli antichi profeti biblici, e in particolare Gesù, ne fanno un grande uso. La
lotta che più tardi altri saggi ingaggiarono per liberare l'umanità da tali
"mitizzazioni", quali sono appunto i profeti biblici e i saggi greci, fu molte
volte pericolosa come mostra la storia di Socrate e di Gesù. Una manifestazione di
mitomania e quindi di metafisicismo è il "simbolismo", cioè la pretesa di
poter attribuire un significato a ogni cosa e a ogni avvenimento aldilà della loro
esistenza reale e delle forze da cui vengono determinati, e l'illusione di poterlo
decifrare con la semplice speculazione della fantasia induttiva o deduttiva senza nessun
controllo voluto dal metodo scientifico. Si parla spesso di "manipolazione"
della verità, ebbene tutta l'attività della "ragione" col "metodo
metafisico" è manipolazione di "dati" cioè di porzioni di verità
osservate direttamente o di verità apprese culturalmente col preciso scopo di dimostrare
tesi sposate per sentimento, cioè per elementi estranei ai dati considerati, che spesso
non sono che le ideologie che sono da piattaforma ai nostri interessi immediati. Se
volessimo essere veramente filosofi, cioè amanti della verità, o dovremmo restare senza
scelte o dovremmo dare alle nostre tesi la forma di una "teoria di ricerca" con
l'indicazione dei controlli che la trasformano in "verità scientifica".
Chiudiamo questa analisi sul razionalismo distraendo il lettore con una battuta che si
addice a una filosofia del genere, e che tende a stabilire la differenza tra scienza,
metafisica e marxismo. La scienza cercherebbe un gatto nero nascosto in una stanza buia;
la metafisica cercherebbe il gatto nero in una stanza buia dove il gatto non c'è; il
marxismo cercherebbe il gatto nero in una stanza dove il gatto nero non c'è ma osa dire
"eccolo!"27
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11. Van Steemberghen Epi'temologia - Ed. SEI 1950 pag. 290-291
12-zionario di Filosofia - Rizzoli - "Speculazione"
13-. Popper l.c. pag. 554
14-Idem pag. 555 segg.
15-. L. Colletti l.c. - La fine dell'idelogie - Laterza 1980 pag. 133
16.Cfr. F. van Steembergen-EpiemoIogia - SEI 1950 pag. 140~145
17-.Rifkin - Nuova concezione del mondo - Ed. CDE 1983 pag. 243
18-L. Cortesi - Universo Misterioso" Bergamo 1956 pag. 114 segg.
19-Idem-pag.41
20-Cfr.Franco Lombardi-Ricostruzione Filosofica-Urbinati 1955 pagg.10-11
21-Tommaso d'Aquino - Somma Teol. Q.85 art.1 ad 1 e Wasntemberghen-Epistemologia -SEI 1950
pag.140
22-Cfr. Barbiellini Amidei - "Come si può arnare il prossimo che è un sogno?"
Corriere della Sera 23/5/85
23--lnter<ista sul Corriere della Sera del 22/5/85 "Cosi la Chiesa difende la
donna".
24-A. Ronkej - "La crisi delle notide" sul Corriere della Sera del 26/4/85
25-fr.. D. Antiseri "Il mestiere del Filosofo" Ed. A. Armando 1977 pag. 35
27.Cfr. D. Antiseri "Perché la Metafisica" Ed. Quiriniana 1980 pag. 17
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