LO
SGAMBETTO DELLA RAGIONE ALL'INTELLIGENZA
Abbiamo appuntato la nostra
riflessione proprio là dove avviene ciò che con espressione metaforica possiamo chiamare
«lo sgambetto della Ragione» all'Intelligenza, cioè l'operazione ausiliaria del
ragionamento nella comunicazione della mente con la realtà viene fatta passare come
operazione principale. Questo «cambiamento di carte in tavola» suole avvenire in tre
modi: prima con la sopravalutazione della logica, etichettando il suo prodotto come se
fosse ipso-facto «verità-realtà», mentre per lo più è una semplice
«verità-logica» o di coerenza; secondo, iniziando il cammino ragionativo con premesse
che, pur formando il nostro «schema mentale», tuttavia non sono state mai sottoposte a
un esame critico sul loro valore di «verità-realtà»; terzo, con la sopravvalutazione
proprio dello stesso ragionamento attribuendogli la validità di poter passare dal
particolare al generale e dal generale al particolare, e in questo sta il più subdolo
«sgambetto» della Ragione con cui si è fatta addirittura passare come la Regina della
verità.
La parola «logica» viene
da «logos», termine greco che vuoI dire prima di tutto «parola» e poi «pensiero»:
quindi la «logica» è il discorso corretto che corrisponde a ciò che si pensa ma
soprattutto è il «ragionamento corretto» costruito con gli elementi che il nostro
strumento conoscitivo ci fornisce: il concetto e il giudizio che confronta i concetti.
Perciò il ragionamento è il concatenamento di una serie di giudizi in virtù del quale
vengono derivate conclusioni necessarie e quindi «convincenti» e quindi «vere», almeno
soggettivamente, da premesse accettate o ritenute come vere.
Questa fase della
conoscenza è stata detta «noetica» per distinguerla dalla fase intuitiva già
accennata.
Aristotele ha trattato a
fondo delle regole combinatorie che deve informare il ragionamento, e la Scolastica
Medievale non ha fatto che ripetere e continuare la sua impostazione. Ma già la scuola di
Buridano (1390-1358), quello a cui è stato attribuito il celebre paradosso dell'asino che
muore di fame tra due fasci di fieno ugualmente buoni, aveva individuato il valore
puramente formale e strumentale della logica, anticipando le posizioni rigorose
contemporanee, secondo le quali la logica «è una scienza formale pura» del tutto
indifferente alla soluzione che può essere data in altra sede al problema conoscitivo
della verità oggettiva. Ciò vuol dire che una verità dimostrata logicamente è una
«verità logica» e non esistenziale o «reale». Per questo Gaunilone (+1073) nel
suo «Liber pro insipiente» nega il valore di «verità-realtà» all'argomento
«ontologico» di S. Anselmo, come bisogna negare valore alle argomentazioni della
«Fenomenologia» di Husserl (1859-1938) il quale sulla scia della «intenzione» ha
inteso ricostruire una nuova metafisica: «se dico che la coscienza è sempre coscienza di
un oggetto con la formula di F. Brentano e di Meinong, qualunque oggetto diventa reale
anche la fantasia più assurda, anche l'isola perfetta con la quale Gaunilone confutava S.
Anselmo».1
Il non aver visto chiaro
nel valore della logica ha generato due posizioni opposte: da una parte il razionalismo e
in generale l'idealismo; dall'altra il nichilismo. Sono due posizioni pendolari: l'errato
valore epistemologico dato alla logica ha portato a conseguenze esistenzialmente assurde,
e queste hanno spinto a posizioni opposte. Questo fenomeno si può osservare facilmente
nella teoria delle idee, specialmente di questi ultimi due secoli, durante i quali si è
passati dal dogmatismo idealistico e positivistico al nichilismo di vario genere, di cui
è un esempio J.P. Sartre, «nichilista ad oltranza, distruttore di tutti i valori, molto
ma molto più dello stesso Nietzsche» dice il suo discepolo neosartriano, Jean Paul
Fargue:
Nel Rinascimento - in
reazione alla sterilità dell'impostazione aristotelico-scolastica - con la scoperta del
grande valore della geometria di Euclide, si cominciò ad accostare alla logica il metodo
matematico e così prese corpo l'idea che la logica non fosse che un calcolo o un
complesso di operazioni aritmetiche eseguite a parole.
Il calcolo matematico
servì a Galileo a dar vigore al metodo sperimentale, mentre con Cartesio prendeva avvio
il metodo matematico che doveva in seguito rinnovare la logica. Uno sforzo senza molto
successo fu tentato da Hobbes (1588-1679) e da Leibniz (1646-1716) per realizzare un
linguaggio comune tra logica e matematica.
Tale proposito
fu continuato da Hamilton (1788-1850) che introdusse la cosiddetta
«quantificazione del predicato». Successivamente G.Boole (1815-1854) coniò
l'espressione «Algebra della logica»; Couturat (+1914), Frege (+1925), Peano (+1932), B.
Russel (+1970) con Whitehead (+1947) realizzarono la «matematizzazione» della logica ed
elaborarono un vero e proprio sistema di algebra della logica.3
Questa impostazione
soppiantò quella soggettivistica, la quale, come vedremo, pur avendo individuato con Kant
un elemento nuovo nello strumento conoscitivo, tuttavia dopo Kant aveva di nuovo confuso
il soggetto e l'oggetto della conoscenza. Già Husserì (+1938) riconobbe nella logica la
scienza delle proposizioni in sé indipendentemente dal fondamento gnoseologico e dal loro
riferimento alla realtà. Il grande matematico D. Hilbert (+1943) spinse la sua grande
capacità deduttiva a considerare uno spazio a infinite dimensioni, mentre quello di
Euclide è di tre e quello di Einstein è di quattro; ma mentre questi due tipi di spazio
sono una realtà quello di Hilbert resta una mera possibilità. È restata famosa la
proposizione di B. Russel, che se ne intendeva, con la quale affermava che «la matematica
è quella scienza nella quale non si sa di che si parla nè se quello che dice è vero».
Il senso della proposizione
di Russel è chiaro: il discorso formale logico è autonomo, cioè è indipendente da
qualsiasi preoccupazione della verità-realtà e persegue solo una sua verità-logica o di
coerenza o razionale.4
Oggi è definitivo il
concetto strumentale della logica matematica e dell'Algebra della logica. L'Algebra della
logica consiste nel rappresentare con le lettere dell'alfabeto i termini della
proposizione e intere proposizioni o asserti operando su di esse con gli stessi metodi
delle operazioni aritmetiche, in modo da ricavare, da alcuni assiomi fondamentali,
conclusioni valide. Nacque così la «logica matematica» moderna, che fu utilizzata per
un tentativo di creare un linguaggio universale per le scienze, da ricondursi tutte alla
fisica, detto perciò «fisicalismo». Esso avrebbe dovuto applicarsi come strumento
dicontrollo per la valutazione della significanza specialmente sulle proposizioni della
metafisica. Tale tentativo fu fatto soprattutto per opera di R. Carnap (+1970) e di
Wittgestein (+1951) e degli altri componenti del Circolo di Vienna, ma come ha dimostrato
K. Popper5 tale tentativo è fallito perché appunto non è stato usato a dovere lo
strumento conoscitivo ed è approdato a una nuova metafisica, che voleva demolire.
Il rinnovamento
epistemologico iniziato con l'accostamento dello strumento logico a quello matematico
aveva preso anche la via della «rivoluzione metodologica» con P. Ramo (+1572), con
Bacone, Cartesio e Galileo. Con questa «rivoluzione» si è arrivati infine alla
precisazione del vero metodo o criterio della «verità-oggettiva».
2 - Lo schema mentale.
Il secondo tentativo di
cambiare le carte in tavola da parte della Ragione avviene con la valorizzazione dello
«schema mentale» come premessa indiscussa da cui partono ragionamenti logicissimi ma che
hanno appunto il difetto fondamentale di partire da «premesse indiscusse». Questo
intende dire Goethe quando fa dire al Dott. Faust per rispondere al suo assistente Wagner
che riponeva «gran godimento trasportarsi nello spirito dei tempi andati»: «quello che
voi chiamate lo spirito dei tempi in verità è lo spirito dei signori storici in cui quel
passato si riflette»6. Cioè noi tendiamo a far dire alla realtà e alla storia le nostre
convinzioni che formano il nostro schema mentale.
E quello che fa
ripetere alla celebre apparizione dello «Spirito della Terra», che ininterrottamente
crea «sul telaio sonoro del tempo intessendo la viva veste della divinità»: Faust osa
dichiarare «quanto mi sento a te prossimo» ma il terribile Spirito lo respinge con
«parola tonante»: «tu somigli allo spirito che comprendi non a me!7»
Come si vede qui parliamo
dello «schema mentale culturale» che abbiamo già distinto dallo «schema mentale
operativo»: questo è costituito dal complesso di assiomi-principi-valori che la mente
elabora nel processo evolutivo del bambino e di cui si servirà nelle sue operazioni;
quello è il complesso di idee, di concetti e di informazioni da cui si parte per le
nostre deduzioni o ragionamenti.
Non torniamo
sull'idealismo, che non è altro che un innatismo generalizzato. Del resto Kant,
l'ideatore dello schema mentale più radicale (operativo), non voleva essere affatto
annoverato tra gli idealisti. In una sua dichiarazione del 1799, troppo poco conosciuta,
come dice Popper che la riporta8, scrisse a proposito della «Dastellung der
Wissenschaftslehre» di Fichte: «possa Dio guardarci dagli amici... Vi sono infatti dei
presunti amici che parlando il inguaggio della buona volontà progettano la nostra
rovina». Qui noi intendiamo renderci conto della questione dell'innatismo conoscitivo
parziale secondo l'impostazione realistica della conoscenza il quale sostiene che la
nostra mente nasce fornita già da alcune idee o concetti quando comincia la sua attività
conoscitiva.
L'indirizzo
aristotelico-scolastico aveva sintetizzato il suo antinnatismo purificando la celebre
formula coniata da Parmenide in senso antisensista «niente c'è nell'errante intelletto
che non sia stato negli erranti sensi con quest'altra più generale: «niente c'è
nell'intelletto che prima non sia stato nei sensi» (nihil est in intellectu quod prius
non fuerit in sensu).
Tuttavia nell'ambito della
scolastica già s. Anselmo (1033-1119) aveva espressa l'idea innata di perfezione
contenente quella dell'esistenza di Dio, che fu poi ripresa da Cartesio nello sviluppo del
suo sistema deducendola dal suo stesso dubbio che denota imperfezione. Innatista
sistematico fu Malebranche (+1715) che sviluppò il cartesianesimo in quel sistema curioso
detto «occasionalismo», secondo il quale la nostra mente vede direttamente le cose, e i
loro rapporti, in Dio: tra la mente e il corpo dell'uomo e gli altri corpi non cè
nessun nesso e i legami che noi vi scopriamo sono puramente occasionali. Innatisti per la
pelle sono invece Rosmini (+1855) e Gioberti (+1852) che ci regalarono l'ontologismo,
secondo cui la nostra mente nasce con un'idea che la mette in comunicazione diretta e
immediata dell'essere, cioè per intuizione l'uomo «è in ogni istante della sua vita
intellettiva spettatore diretto e immediato della creazione».1
Tra gli innatisti viene
annoverato anche Leibniz perchè alla frase «niente c'è nell'intelletto che non sia
passato per i sensi» egli ci aggiunge «all'infuori dello stesso intelletto», volendo
con ciò intendere che la mente con la sua capacità di costruire sintesi e di porre
quindi rapporti e correlazioni, è la funzione presupposta per ogni esperienza possibile.
Quindi quello di Leibniz è un innatismo per modo di dire, in quanto la mente come
soggetto conoscente deve necessariamente essere antecedente a ogni conoscenza.
Ma indipendentemente da
questa acquisizione della scienza successiva, la soluzione proposta da Kant al problema
sollevato dall'invalidità dell'induzione dimostrata da Hume, era suffragata
incontestabilmente da una situazione che è il comune modo di procedere dell'umanità
verso la scoperta della verità oggettiva e quindi Kant «colse quasi nel segno»... «Ma
volle dimostrare troppo. Nel tentativo di illustrare come è possibile la conoscenza
propose una teoria che aveva come conseguenza inevitabile di stabilire che la nostra
esigenza di conoscere è sempre sicuramente soddisfatta, il che evidentemente non è
esatto. Quando Kant affermò: il nostro intelletto non trae le proprie leggi dalla natura
ma le impone a essa - era nel giusto, ma sbagliava nel ritenere che tali leggi fossero
necessariamente vere e che noi riuscissimo senz'altro a imporle alla natura. La natura
assai spesso si oppone molto efficacemente, costringendoci ad abbandonare le nostre leggi
in quanto confutate; ma finché viviamo possiamo riprovarci ancora».2
Tuttavia a Kant va
riconosciuto il merito - a differenza degli altri innatisti di avere richiamato
lattenzione l'attenzione su un elemento di cui effettivamente occorre tener conto se
vogliamo realizzare loggettivazione dal soggetto conoscente all'oggetto
conosciuto per coglierlo nella sua «verità-realtà». Ripetiamo che la conoscenza è
un'attività composta da due elementi: azione e reazione e viceversa. Ma l'«azione» è
prima della «reazione». Noi, come esseri viventi, siamo frutto di un'azione di una
realtà antecedente alla stessa costituzione del nostro essere; noi abbiamo cominciato a
«reagire» cioè a conoscere quando l'oggetto della nostra conoscenza con la sua
«azione» ci ha «svegliati» dal sonno del nulla e abbiamo cominciato a reagire cioè a
conoscerlo.
Da allora abbiamo
cominciato quella partita a «ping-pong» che ci ha costruito come siamo fatti. La nostra
mente individuale è la «riproduzione epigenetica» di tale processo evolutivo
accumulatosi in millenni di ereditarietà. Nell'ambito della psicologia
dell'associazionismo H. Spencer (1820-1903) individuò giustamente come innati i principi
della nostra mente in quanto trasmessi per ereditarietà. Ma questo non è un innatismo in
senso stretto ma è equivalente a quello sopraccennato di Leibniz perché si tratta della
costituzione stessa della mente con i suoi meccanismi funzionali di cui noi andiamo alla
ricerca e non delle idee o concetti che sono il contenuto o il prodotto della mente nel
senso di Cartesio.3
Da tale situazione consegue
che il nostro «apparato» fatto «a immagine del mondo», secondo la bella espressione di
K. Lorenz, è attrezzato per conoscere il mondo perché è il mondo che lo ha plasmato
appunto così. Tuttavia l'effetto prodotto in noi dalla partita della conoscenza è di
tale portata che con molta difficoltà l'apparato riesce a funzionare in maniera da
cogliere nella sua oggettività la pura realtà, perché noi tendiamo a proiettare su di
essa i nostri stati d'animo, le nostre fantasie, le nostre ipotesi, i nostri pregiudizi
trasmessi per via culturale e soprattutto il nostro «antropomorfismo» inguaribile, cioè
quella tendenza ingenua a interpretare ogni manifestazione del mondo esterno in maniera
conforme alla condizione umana portando il principio «l'uomo è la misura di tutto»
anche là dove non è possibile portarlo perché senza nessun controllo, cioè nel campo
della «realtà-metafisica». Di tale ingenuità se ne accorsero già i saggi antichi che
cercarono di svegliare l'umanità dal «sonno egocentrico» specialmente nel campo
religioso e in questo i filosofi greci non sono inferiori ai profeti biblici. Infatti già
Senofane di Colofone (secolo VI a.C.) così si esprimeva:
«... tutto Omero ed Esiodo
attribuivano ai numi quanto tra i mortali è riprovevole e indegno: il furto, l'adulterio,
l'inganno vicendevole. Se i bovi e i cavalli e i leoni avessero le mani, potendo con le
mani dipingere come gli uomini, sia i cavalli ai cavalli sia i bovi simili ai bovi
fingerebbero gli dei, facendone immagini e corpi proprio tale e quale come ciascuno di
essi ha il suo corpo».4
Rifiutando pertanto
l'innatismo, che è un'ipotesi gratuita perfettamente inutile, raccogliamo l'avvertimento
di Kant di fare attenzione a «un elemento soggettivo» che si fa molto sentire nel
processo della conoscenza.
Tale elemento soggettivo da
Kant in poi è stato chiamato «schema» o «schematismo» mentale, la cui validità, non
ammissibile nel senso totale inteso da Kant, è senz'altro verissima nel senso socratico e
baconiano.
Già Socrate difatti aveva
iniziato il metodo di ripulire l'elemento soggettivo nocivo costituito dalle false
credenze, pregiudizi e opinioni infondate apportando «controesempi», cioè educando alla
critica. Alla sua scuola molti altri pensatori avevano utilizzato tale metodo critico, e
Bacone (1561-1626) li riassumeva tutti col suo «Novum Organum» quando invitava a
purificare la propria mente dai molteplici «idola» o «pregiudizi», cioè giudizi
«prefabbricati» o «a priori» o ammessi prima, che impediscano il raggiungimento della
«verità oggettiva»: apriorismi di natura sperimentale per stati d'animo o
condizioni personali; apriorismi di natura ideologica; apriorismi di natura di classe
sociale.
Questa «purificazione»
della mente ci sembra molto simile alla «conversione» chiesta da Gesù come rinnovamento
necessario per la realizzazione del suo Regno di Dio che non è altro che il regno della
verità che renderà l'uomo libero nella bontà e nella giustizia.
Tale concetto è stato espresso
con molta efficacia da papa Woityla nel suo messaggio per la giornata della pace per il
l° dell'anno 1984 centrando molto bene l'attuale problema dell'umanità di fronte alle
tensioni tra Est e Ovest, Nord e Sud: «Davanti a questi giganteschi problemi...
I protagonisti incontrano
una grande difficoltà, per non dire impotenza... L'impotenza rivela che gli intoppi
derivano da qualcosa di più profondo degli stessi sistemi. Io propongo il tema del
rinnovamento del cuore...non tanto dell'affettività quanto della sua coscienza, delle sue
convinzioni, del sistema di pensiero, al quale essa si rifà, come anche delle passioni
che la coinvolgono». Tutto questo lo impone la verità che «è l'uomo che uccide e non
la sua spada5.
A tale proposito K. Popper
molto efficacemente dice: «L'osservazione è sempre selettiva. Essa ha bisogno di un
oggetto determinato, di uno scopo preciso, di un punto di vista, di un problema...:
presuppone la similarità e la classificazione, che a loro volta presuppongono interessi,
punti di vista e problemi: un animale-scrive Katz-affamato, divide l'ambiente in cose
commestibili e non commestibili; un animale in fuga scorge vie per scappare e luoghi per
nascondersi... In generale gli oggetti cambiano... secondo i bisogni degli animali.
Possiamo aggiungere che gli oggetti possono essere classificati e diventare simili o
dissimili soltanto in questo modo, venendo posti in relazione ai bisogni e agli interessi.
Questa regola vale non solo per gli animali ma anche per gli scienziati.
Per l'animale il punto di
vista è determinato dai bisogni, dalla necessità del momento e dalle aspettazioni; nel
caso dello scienziato, invece, è determinato dagli interessi teorici, dal particolare
problema affrontato, dalle congetture, dalle anticipazioni e dalle teorie che egli accetta
come presupposti, che sono il suo quadro di riferimento o orizzonte di aspettazione. Il
problema «quale viene prima l'ipotesi J o l'osservazione O» è risolvibile, come pure il
problema «viene prima la gallina J o l'uovo O». È certo che qualsiasi ipotesi
particolare scegliamo, sarà stata preceduta da osservazioni, per esempio le osservazioni
destinate a spiegare. Queste osservazioni tuttavia a loro volta presupponevano un quadro
di riferimento, un insieme di aspettazioni e teorie. Se erano significative, se
suscitavano il bisogno di una spiegazione e davano così origine all'invenzione di una
ipotesi, è perché non potevano essere spiegate all'interno della vecchia struttura
teorica, del vecchio orizzonte di aspettative. Non vi è in ciò nessun pericolo di
regresso all'infinito. Risalendo a teorie e a miti sempre più primitivi perverremo alla
fine ad aspettazioni non consapevoli, innate.
La teoria delle idee innate
è assurda, ritengo; ma ogni organismo possiede delle reazioni o risposte innate e tra
queste alcune adatte a eventi incombenti. Dette risposte possono esser denominate
"aspettazioni" senza intendere con ciò che si tratti di
"aspettazioni" consapevoli. Il bambino appena nato "si aspetta" in
questo senso di essere nutrito e, potremmo sostenere, di essere protetto e amato. Tenendo
conto dello stesso rapporto intercorrente tra aspettazione e conoscenza possiamo anche
parlare, in una accettazione del tutto ragionevole, di "conoscenza innata". Tale
"conoscenza" comune non è valida a priori: una aspettazione innata per quanto
forte e specifica, può essere sbagliata.
Il bambino appena nato può
essere abbandonato e morire di fame. Cosi siamo nati con aspettazioni; con una
"conoscenza" che, anche se non valida a priori, è psicologicamente e
geneticamente a priori, precedente cioè qualsiasi esperienza osservativa.
Una delle più importanti
fra queste aspettazioni è quella per cui ci aspettiamo una qualche regolarità. Essa è
legata a una propensione innata a ricercare delle regolarità, come possiamo constatare
dal piacere del bambino che soddisfa questa esigenza. L'aspettazione "istintiva"
a reperire delle regolarità, che è psicologicamente a priori, corrisponde molto da
vicino al principi di causalità che Kant riteneva fosse parte della nostra struttura
mentale e considerava valido a priori. Si potrebbe essere portati a dire che Kant non
riuscì a distinguere tra modi di pensare a priori da un punto di vista psicologico e
credenze valide a priori. Non ritengo tuttavia che il suo errore sia stato così
grossolano.
Infatti, le aspettazioni di
trovare delle regolarità non è a priori soltanto da un punto di vista psicologico ma
anche logicamente: essa è anteriore, logicamente, a tutte le esperienze osservative,
giacché precede, come abbiamo visto, qualsiasi riconoscimento di similarità o di
differenze. Tuttavia, pur essendo in questo senso logicamente a priori, l'aspettazione non
è valida a priori. Essa infatti può restare insoddisfatta.6
Non
sarà dispiaciuta questa lunga citazione del brano di K. Popper, dove con soddisfazione si
sarà notato risuonare il concetto di K. Lorenz.7
Sintetizziamo quanto
abbiamo esaminato in questo numero. La conoscenza innata, nell'ambito dell'impostazione
realistica della conoscenza, è ipotizzata erroneamente se collocata
intellettualisticamente nella facoltà mentale come ingrediente della sua attività ma è
una realtà se collocata in tutta la struttura dell'essere vivente.
In tale struttura.
3 - Il «ponte razionale».
Occupiamoci ora del
pericoloso «ponte razionale» con cui la nostra mente tenta di comunicare con la realtà
ignota per soddisfare quel desiderio che ci accende dopo l'approccio meraviglioso ma
limitato che avviene con l'intuizione sensibile. Abbiamo stabilito che per
deduzione s'intende l'operazione con cui la nostra mente tenta di raggiungere la realtà
non direttamente attraverso i suoi tentacoli periferici che sono i sensi ma indirettamente
attraverso l'analisi di un concetto precedentemente elaborato e ritenuto vero, o
confrontando più concetti scendendo ai particolari, cioè elaborando altri concetti con
l'aiuto dei principi assiomatici fondamentali acquisiti nel primo stadio della conoscenza.
Come si vede qui restringiamo il significato del termine, perché già avevamo detto che
«conclusione» «deduzione» e «ragione», nel senso etimologico latino, sono sinonimi e
come tali non sono che la «sintesi» del processo triadico che opera sia nel primo che
nel secondo stadio della conoscenza. Perciò dobbiamo dire che la «ragione» è parte
costitutiva dell'«intelligenza». Qui assumiamo il termine «deduzione» nel senso che la
mente se ne serve come «strumento speciale» per raggiungere una realtà non
raggiungibile con l'intuizione sensibile. La forza di questo procedimento deriva
soprattutto dai principi di identità e di contraddizione dai quali scaturiscono le
proprietà delle operazioni aritmetiche (identità: a = a; reciprocità: a = b, b = a;
transitività: a = b, b-c, a=c; permutabilità: a+b+c+d=d+a+c+b ecc...), su cui sono
fondate la Logica reale, la Logica formale, la Matematica, l'Algebra ecc. Abbiamo detto
«forza» perché questo procedimento produce la «costrizione» dell'evidenza, la quale,
come la «intuizione» del primo stadio, «incatena» la mente alla «verità
conoscitiva» come «corrispondenza» alla «verità-realtà». Come si vede la verità
non ci fa liberi ma ci fa suoi schiavi e la frase di Gesù «la verità ci fa liberi» va
intesa in senso morale.
Comincia ad apparire
«evidente» - e ora sappiamo il valore di questo termine tecnico - che la «forza» della
deduzione esiste solo se «l'anello» iniziale della catena del procedimento è
«attaccato» davvero alla «realtà», perché se non lo fosse la mente sarebbe
«sospesa» come in un vuoto logico. Avremo cioè soltanto «una verità di coerenza
logica» in un sistema, la quale appunto perché parte da una premessa non reale ma
ipotetica, rende tutto il procedimento una grossa catena ipotetica: per poterla
magicamente trasformare in una catena reale occorre agganciare il primo anello - cioè la
premessa - alla realtà. Questo però può avvenire solo se l'inizio della catena è
formato da un concetto elaborato dall'«intuizione» del primo stadio («intuizione»
operata da me o da altri, non importa: più avanti parleremo del valore della «fede» e
«dell'autorità» nella conoscenza).
Tocchiamo qui con mano dove
si può annidare la fallacia della via deduttiva: essa non è fallace in sé, perché
nella deduzione geometrica e matematica ha una validità assoluta (salvo a commettere
qualche errore di calcolo), tanto che è diventato proverbiale dire: la matematica non è
un'opinione. La sua fallacia si rivela nella sua radice, e sta nella possibilità di poter
ammettere all'inizio o anche lungo la catena del procedimento come «verità-realtà» un
assioma logico con un contenuto di una sola verità di coerenza ovvero un asserto
accettato come «verità» sull'autorità di altri.
Una gran parte del «cumulo
di deliri», dalla cui constatazione siamo partiti, va addebitata proprio alla facilità
con cui si cade in questa possibilità di fallacia della deduzione. Metteremo più in
evidenza tale sorgente di deliri più in là quando analizzeremo uno per uno i presunti
criteri di riconoscimento della verità. Intanto ci basti di avere individuato una di tali
sorgenti.
Esempio classico che mostra
la fallacia e la pericolosità del metodo deduttivo è proprio quello di Cartesio, il
quale - si pensi!- era partito proprio dallo scoraggiante panorama del cumulo di deliri
dei suoi predecessori. Giustamente egli è andato alla ricerca di un punto fermo, o della
«roccia» come lui si esprime, cioè di un contatto solido con la «verità-realtà» e
l'ha trovata nell'immediata «intuizione» della sensibilità interiore centrale
dell'essere, cioè la coscienza: esisto perché penso. Noi lo abbiamo chiamato
«valore-assioma-principio» che tutti accettiamo con certezza, convinzione, fede
incrollabile, come il fondamento e la colonna della nostra vita e del nostro pensare e del
nostro operare. Il guaio di Cartesio è stato nel fatto che, come tutti i metafisici puri,
cioè coloro che non agganciano alla realtà la loro attività intellettiva, abusa del
metodo deduttivo. I metafisici puri, come i logici e i matematici, hanno bisogno di un
assioma da cui partire per sviluppare un proprio sistema apodittico o dimostrativo; questo
sistema però ha lo stesso valore dei sistemi matematici e geometrici, cioè è puramente
teorico, che può non avere una corrispondenza con la realtà.
Perché acquisti tale
corrispondenza occorre che l'assioma da cui parte sia agganciato alla realtà. Quando
Einstein dedusse la celebre formula fisico-matematica E = mc2 aveva raggiunta una
«verità di coerenza» o logica e quindi teorica che poteva essere tutt'al più una
geniale ipotesi relativamente alla «verità-realtà». Solo quando fu sottoposta al
processo falsificatorio della sperimentazione divenne una «verità-realtà».
Come tutti i tentativi
prima di lui e dopo di lui, quello di Cartesio ha abusato della deduzione, screditando per
sempre la metafisica pura come «speculazione a vuoto». Così nella storia della
filosofia Cartesio è diventato un crocevia da cui originano il razionalismo, l'innatismo,
l'ontologismo, l'idealismo di ogni tipo e il materialismo meccanicista. Il suo «Discorso
sul Metodo», pur miziando una maggiore attenzione alla metodologia, si è risolto ancora
in un «cumulo di deliri», il più vistoso dei quali è quel meccanicismo secondo il
quale gli animali sarebbero delle semplici e complicate macchine mentre l'uomo sarebbe
anche altro, cioè pensiero.
Poiché questa concezione
meccanicistica - senza dubbio escogitata per salvare il tradizionale dualismo
greco-scolastico assunto dalla Chiesa e molto pericoloso da contraddire per quei tempi
è quella con cui ha cozzato la mia esperienza e il conflitto che ne è nato ha
dato l'avvio a questo lavoro, mi piace riportare letteralmente le pagine... deliranti
della V parte del Discorso sul Metodo:
«Se ci fossero delle
macchine le quali avessero gli organi e l'aspetto esterno della scimmia o di qualche
animale irragionevole, noi non avremmo alcun mezzo per riconoscere che esse non fossero in
tutto della stessa natura di quegli animali; laddove se ce ne fossero che avessero
l'apparenza dei nostri corpi e imitassero le nostre azioni quanto sarebbe moralmente
possibile, avremmo sempre due mezzi certissimi per riconoscere che esse non sarebbero
punto perciò dei veri uomini. Dei quali il primo è che mai esse potrebbero adoperare
parole o altri segni, componendoli come noi facciamo per dichiarare agli altri il nostro
pensiero; perché si può ben concepire che una macchina sia costruita in tal guisa da
proferire delle parole, e magari che ne proferisca alcune a proposito delle azioni
corporee che cagioneranno qualche mutamento nei suoi organi, per esempio, che la si tocca
in un dato posto, domandi che cosa le si può dire, e se un altro, che gridi che le si fa
male, e simili; ma non già che esse le combinino in modo diverso per rispondere al senso
di tutto ciò che si dirà in sua presenza, come al contrario possono fare i più ebeti
tra gli uomini.
E il secondo, è che,
quando pure esse facessero parecchie cose non meno bene e magari meglio di alcuni di noi,
infallantemente esse mancherebbero in certe altre cose, per cui si scoprirebbero che esse
non agirebbero per conoscenza ma solo per la conformazione dei loro organi. Perché,
laddove la ragione è uno strumento universale che può giovare in ogni sorta di
occasione, quegli organi hanno bisogno di qualche particolare disposizione per ogni azione
particolare; donde segue che è moralmente impossibile che ce ne siano assai e diversi in
ogni macchina per farla agire in tutte le occorrenze della vita a quella guisa che agisce
la nostra ragione.
Dobbiamo dargli atto che
per la sua fantasia speculativa è il Giulio Verne dei calcolatori e traduttori
elettronici dei nostri giorni, ma in fatto di psicologia scientifica è stato oltrepassato
da Lucrezio, «l'antico» a cui allude e la cui ipotesi che le bestie parlino tra di loro
è stata ormai accertata dalla scienza.
Qualcuno di fronte a tale
smaccato meccanicismo si è domandato se Cartesio abbia mai incontrato e visto un vero
animale!9
Voglio soltanto far
rilevare che il «delirio» cartesiano qui deriva dal fatto constatabile che «l'anello»
di partenza della deduzione non è agganciato alla realtà, difatti aprioristicamente
suppone che il linguaggio umano sia l'unico mezzo insieme alla «ragione» che dimostra
l'esistenza dell'intelligenza.
Abbiamo già detto che il
linguaggio umano è un mezzo convenzionale di espressione culturale, cioè di trasmissione
di conoscenze accumulate, mentre il «linguaggio» degli animali è costituito di «segni
naturali»: fonici, luminosi, cinetici. Non mi inoltro a discutere la premessa assiomatica
che la «ragione» è lo «strumento universale che può giovare a ogni occasione»,
perché è proprio quello che andiamo cercando e ora è prematuro intavolare un discorso
su tale argomento.
Quello che solo possiamo
dire è che ognuno può rilevare come Cartesio ammette per assioma quello che per noi
dovrà essere una conclusione. Andiamo riflettendo a quali condizioni i nostri mezzi
conoscitivi ci permettono di stabilire una comunicazione valida con la realtà ignota e
l'ammettere a occhi chiusi, come fa Cartesio, il valore assoluto della ragione senza
rendersi conto, come abbiamo cercato di fare noi, a quali condizioni ce lo consente, è un
po' semplicistico.
Abbiamo visto come «la
ragione» seguendo il metodo deduttivo agganciato a principi generali ipotetici approdi a
sogni irreali. Che se poi si partisse dall'assioma arbitrario che il «razionale è
reale» perché il «reale è razionale», secondo il sommo errore di Cartesio ripetuto
poi da Hegel, non avvertendo che c'è un razionale mentale che è puramente ipotetico e
che perciò non è per se stesso reale, allora sì che la deduzione diverrebbe la
«fabbrica dei deliri», come è successo a tutti i metafisici puri, siano essi
razionalisti, idealisti, teologi e mistici.
E ora tocca all'induzione.
L'induzione è un
ragionamento che procede in modo inverso alla deduzione. Anzi l'induzione dovrebbe stare
alla base della deduzione la quale - fuori del deduzionismo puro costituito dai sistemi
matematici, geometrici e di tutte le speculazioni teoriche che si riservano di controllare
in seguito nelle applicazioni e nei controlli reali la validità delle proprie deduzioni
se vuole partire da nozioni generali epistemologicamente valide deve
prenderle a prestito proprio dall'induzione.
Dobbiamo precisare che qui
si tratta dell' «induzione empirica» e non di quella «matematica», la quale opera sui
numeri e raggiunge senza dubbio la «certezza assoluta» nelle sue conclusioni perché è
l'equivalente della deduzione in campo puramente logico, matematico e teorico: cioè siamo
con tutt'e due nel campo puramente ipotetico e strumentale. Come la deduzione, anche la
induzione matematica deve avere una sua applicazione alla realtà10.
L'induzione dunque parte dalle sensazioni immediate per conoscere
l'ignoto. Dovrebbe essere quindi un «ponte» tra la nostra mente e la realtà ignota.
Essa ci dovrebbe far raggiungere tale realtà attraverso il passaggio dal particolare
all'universale, dal singolo al generale e dal singolo al singolo. Secondo Bacone ci sono
due modi di utilizzarla: uno è da lui riprovato assolutamente ed è quello di procedere
da alcuni fatti concreti osservati alla generalizzazione saltando le posizioni intermedie;
l'altro è quello da lui raccomandato e consiste del procedere «cautamente» da alcuni
fatti particolari «ascendendo in modo continuo e progressivo» per arrivare attraverso
tutte le varie fasi intermedie con sicurezza alle generalizzazioni anche più universali.
Come si vede bene «i principi generali» nella deduzione sono i punti di partenza, mentre
nellinduzione sono i punti di arrivo.
La domanda che abbiamo
fatta circa la validità della deduzione, ora la dobbiamo fare anche circa la validità
dell'induzione: è un ragionamento che ci permette di raggiungere la «verità-realtà»?
La questione è antica.
Aristotele riconosceva solo al sillogismo, che è la forma precisa della deduzione, la
validità del rigore apodittico o dimostrativo, mentre all'induzione aveva riconosciuto
solo un valore osservativo e non uno «strumento» che permetta un «balzo verso
l'ignoto». Gli era restata la pratica di un tipo di induzione (epagogè) derivata da
Socrate e da Platone, cioè un «procedimento critico per esclusione» per arrivare al
«concetto-immagine-idea» dell'essenza di una cosa, cioè «l'induzione maieutica».
L'uso dell'induzione come mezzo di conoscenza di un fatto ignoto o di una generalizzazione
gli è sconosciuta, pur avendo impostata la filosofia in modo corretto: prima la fisica e
poi la metafisica.
La teoria della conoscenza
di Aristotele, seguita dalla Scolastica e da S. Tommaso, risente ancora di quella
platonica, la quale,attraverso Socrate, deriva dall'influenza dell'impostazione primitiva
di Democrito, di Parmenide e di Eraclito ecc. Volendo sistemare la competenza dei sensi e
dell'intelletto nella conoscenza, elabora la teoria della «specie» e della «essenza»
delle cose e la nostra struttura conoscitiva corrispondente.Le cose hanno un'apparenza
(specie) e un'essenza.
La specie è attinta dai
sensi e perciò si dice «specie sensibile», la quale diventa «specie intelligibile»
quando passa dai sensi all'intelletto. In un primo passaggio diventa «specie impressa»
per quella parte dell'intelletto che perciò è detto «intelletto passivo», ed è
rivestita di caratteri individuali particolari; solo in un secondo momento diventa
«specie espressa» di contenuto universale per opera di un secondo intervento
dell'intelletto che perciò viene chiamato «intelletto agente» e «astraente». Siamo
all'essenza della cosa.
Tale teoria è una delle
sorgenti del «cumulo dei deliri», perché fidandosi - come diceva Bacone - del concetto
universale così elaborato «si vola» verso un'avventura interminabile nel vuoto per la
via deduttiva. Il suo motto potrebbe essere la frase dell'ingannatore virgiliano Sinone
quando con le sue finzioni indusse i Troiani a introdurre il cavallo dentro Troia: «ab
uno disce omnes!» (da uno conosci tutti). L'umanità si abbandona con estrema facilità
alla generalizzazione induttiva e deduttiva, fuorviata anche da inopportuna valorizzazione
del metodo matematico e linguistico nei quali la deduzione e l'induzione hanno un
effettivo valore che non può essere trasferito nella ricerca della verità-realtà
perché la realtà non procede per induzione e deduzione ma per combinazioni dialettiche
creatrici. L'induzione abbandonata da Occam, fu ripresa da Cartesio e da Locke.
Così il deduzionismo,
fondato su una «induzione definizionista», nel senso che la «definizione verbale» dà
l'essenza della «cosa reale», ha continuato a imperare per secoli nella «cultura» per
via di concetti e di definizioni fornite da una induzione di tipo arcaico. (Su tali
«definizioni» i teologi hanno fondato la loro dottrina dell'infallibilità ecclesiastica
e pontificia).
Chi ha rotto l'incantesimo
di questa fede sulla validità dell'induzione è stato lo scozzese David Hume (1711-1776).
Nel suo «Saggio sull'intelletto umano» Hume ha individuato il punto debole del metodo
induttivo, che consiste nel presupposto che la natura sia statica, cioè che si comporti
sempre allo stesso modo, ovvero che sia sempre uniforme. Se fosse uniforme e regolare
allora sarebbe giustificato il fatto che il passato sarebbe regola per il futuro e la
mente umana da alcuni eventi, che fungono da segni, prevederebbe con sicurezza il
verificarsi di altri che dovrebbero necessariamente accadere.
Ma purtroppo l'uniformità
e la regolarità della natura è un presupposto che si dovrebbe accettare come
«assioma», perché non ha senso chiedere all'esperienza la garanzia di tale regolarità,
perché sarebbe un «circolo vizioso»: l'esperienza si appoggia sulla regolarità della
natura e la regolarità della natura viene garantita dall'esperienza basata sull'abitudine
e la fiducia12.
Questa invalidazione
dell'induzione fu lo «scossone» che svegliò Kant - come dice lui stesso - dal sonno
dogmatico e da ciò fu indotto come abbiamo visto, a concepire le «categorie a priori»
della mente che garantiscono la regolarità della natura che diviene una proiezione della
stessa mente. Ma anche l'ipotesi di Kant, l'abbiamo visto, è infondata.
Comunque si chiami
«assioma» o «categoria a priori» il fatto è che la regolarità non sostiene
l'induzione incompleta con un appoggio oggettivo. D'altra parte non la possiamo includere
tra gli «assiomi-valon-principi» primordiali da cui siamo partiti per poter iniziare e
continuare il nostro discorso, perché la regolarità della natura non fa parte della
nostra soggettività come i nostri mezzi conoscitivi a cui siamo costretti ad accordare la
nostra fiducia, ma fa parte della «realtà che è fuori di noi» che ancora dobbiamo
scoprire. E sta proprio qui il nocciolo della nostra ricerca in questa parte: la validità
dello strumento con cui possiamo stabilire un ponte tra la nostra mente e la realtà
esterna, oltre l'intuizione sensibile che ci Del resto che l'induzione non abbia diritto
al riconoscimento per tale validità, oltre l'argomentazione di Hume lo dimostra la storia
successiva della conoscenza che ci presenta un cumulo di fatti che «falsificano» la
presunta regolarità della natura. 1) Il ridimensionamento della teoria di Newton -
basata sulla regolarità della natura e confermata dalle deduzioni e che ha spinto Kant a
inventare le sue categorie a priori - da parte della teoria di Einstein: essa è stata
«limitata» per comodità pratica ai soli
«Nuclei sedimentari,
scoperti perforando in profondità il suolo marino, hanno messo in evidenza una
sorprendente correlazione con l'ultima inversione nel campo magnetico terrestre, che è
avvenuta circa 700.000 anni or sono e la scomparsa di certe forme di vita.
Il prof. J.D. Hayes
dell'università di Colombia ha stabilito, con precisione, che sette casi in cui si è
verificata l'estinzione di certe forme del «plankton marino», si sono avuti in
concomitanza di una inversione delle polarità del campo magnetico. È da presumere che
l'intensità del campo magnetico diminuisca secondo i cicli secolari, ragione per cui fra
qualche migliaio di anni il nostro pianeta potrebbe trovarsi nella condizione di campo
magnetico nullo. In questo caso le radiazioni cosmiche sarebbero poco modificate
dall'azione della sfera magnetica costituita dalla Terra.
Ciò potrebbe validamente
spiegare il fatto che l'estinzione di certe specie di animali e la comparsa di nuove sia
avvenuta secondo salti periodici, piuttosto che una curva avente un andamento graduale,
cominciante nel tempo con il variare della polarità del campo magnetico terrestre».16
Non ho trovato una
descrizione così efficace di tale aspetto della realtà o natura come quella che si legge
nel libro «Le montagne e gli uomini» dello scienziato russo Ilin (Ilia Jacobovic
Masciak).
«L'altro giorno - scrive
Ilin - ho trovato fra i miei vecchi libri un povero volume sgualcito con la copertina di
cartone tutta tarlata. Era una «Geografia delle cinque parti del mondo». Non c'eravamo
rivisti da almeno venticinque anni. Lo aprii e mi misi a guardare le immagini familiari
alla mia infanzia: un isolotto di corallo, una grotta di stalattiti, un ballo su un tronco
di un albero gigante, il baobab, una vedova bruciata a Benares, una lattaia italiana in
groppa a un asino, una famiglia di ricchi contadini del Governatorato di Kursk.
Tutte queste stalattiti e
questi isolotti erano pallidi e incolori. E malgrado ciò, ogni immagine era un'oasi in un
deserto monotono. E a ragione! Questo libro era quasi interamente composto di nomi scritti
in grassetto; vi era una lunga enumerazione di istmi, golfi, isole, penisole, animali,
piante, popoli, paesi. Tutto vi era calcolato e segnato come nell'inventario di un grande
magazzino; popolazione di un paese (cifra), vacche e maiali (cifra), chilometri quadrati
(cifra). Ogni cosa in questo magazzino aveva il suo posto su uno scaffale. Uno scaffale si
chiamava "configurazione fisica", un altro "condizioni climatiche", un
terzo "fauna e flora", un quarto "geografia politica". Vi era là,
sembrava, tutto ciò che esiste al mondo; vi mancava il tempo. Era un mondo addormentato
in cui il tempo si era fermato. Tutto vi era immobile. I continenti restavano al loro
posto e non si poneva neppure il problema che potessero cambiar forma o anche muoversi.
L'altezza di ogni montagna vi era calcolata esattamente, ma non si diceva nulla di come
queste montagne erano sorte.
Le cose non avevano né
passato né avvenire. Era impossibile capire come il mondo era sorto e che cosa sarebbe
diventato. Si sarebbe potuto credere che in ogni tempo un paese sarebbe stato retto da un
re o da un parlamento; un altro da un re senza parlamento; un terzo da un parlamento senza
re. Si sarebbe potuto credere che le frontiere di un paese sarebbero sempre delle linee
immobili come l'equatore e i tropici. Si sarebbe potuto credere che per sempre fino alla
fine del mondo i contadini dell'impero russo in uno dei suoi distretti avrebbero fatto
calzature di feltro e conciato le pelli di montone, mentre in un altro paese avrebbero
tagliato cucchiai di legno.
Tutto questo bisognava che
noi lo sapessimo sulla punta delle dita, ma noi non sapevamo assolutamente che cosa
farcene. Un libro raccontava tranquillamente e con indifferenza che nel Nord "si
stendevano pianure paludose e disabitate" e nel Sud "si stendevano deserti
disabitati" ma non si diceva affatto che si potevano trasformare i deserti,
prosciugare le pianure paludose. Si parlava del Sud dove i raccolti sono distrutti dalla
siccità ma non si diceva che l'uomo poteva sopprimere la siccità.
sempre più basse e le
vallate sempre più larghe. Le catene di montagne si spezzerebbero e formerebbero dei
tratti montuosi separati. Infine là dove ora vediamo delle montagne, vedremmo delle
pianure. E allora dal fondo del mare, lentamente, per corrugamenti, si eleverebbero nuove
montagne e nuove catene di montagne.
Su questa carta animata la
crosta della terra stessa non rimarrebbe immobile; vi sarebbero delle sezioni che
rimontano e altre che scendono come la bilancia che sale da un lato quando dall'altro
discende. Da un lato non potendo più resistere a una tale tensione la crosta terrestre si
fenderebbe, si formerebbero delle incrinature attraverso le quali noi allora potremmo
vedere come si producono i terremoti. Più presto ancora sotto i nostri occhi si
muoverebbero foreste, pianure e deserti. La foresta marcerebbe sulla tundra, la steppa
seguirebbe la foresta nella marcia verso il nord, il deserto marcerebbe sulla steppa...
Su una carta vivente si
muoverebbe e ingrandirebbero le nere ramificazioni dei fiumi. Nei paesi di montagna si
vedrebbero apparire ora in un luogo ora in un altro, dei nuovi fiumi. Talvolta basta una
sola bufera, un solo acquazzone perché nasca un fiume. Sotto i nostri occhi un giovane
fiume si aprirebbe un passaggio sulla terra, si costruirebbe un letto come un uomo
costruisce un canale. Vedremmo come nascono le curve di un fiume quando gli è necessario
girare un'ostacolo, quando una roccia che esso incontra sul suo cammino lo respinge dilato
con un angolo uguale all'angolo del colpo che riceve. Vedremmo chiaramente che ogni fiume
ha la sua vita, piena d'avventure, piena di lotte di lavoro. Apprenderemmo che i fiumi non
sono affatto separati, come sembra quando si guarda una carta geografica ordinaria, una
carta immobile. Su una carta vivente i fiumi si farebbero la guerra fra loro tentando di
prendersi gli affluenti, portando via ai vicini le loro sorgenti e i loro bacini. Talvolta
un fiume vinto uscirebbe dal combattimento quasi senza affluenti come un soldato amputato
delle sue braccia e delle sue gambe. Questo in altri tempi è accaduto alla Mosa cui il
Reno ha preso i suoi affluenti di destra e la Senna quelli di sinistra. Su ciò ha scritto
il geologo francese Haug.
Impareremmo che i fiumi
hanno anche loro la loro giovinezza e la loro vecchiaia; i più grandi, come il
Mississipi, sono stati in altri tempi giovani e forti correnti. Turbolento e fragoroso
scorreva un tempo il Mississipi; si apriva la via, bombardando di pezzi di roccia gli
ostacoli che incontrava sul suo cammino. E oggi il vecchio Mississipi, enorme e pesante,
trascina faticosamente le sue acque, soffocandole nei propri depdsiti. Il limo sale sempre
più alto chiudendo il letto. Il fiume non ha la sua forza per scavare il suo fondo per
andare avanti; tutto ciò di cui è capace è di ritrarsi senza ingaggiar battaglia, e
andarsene a fianco per formare un grande arco, una curva, a destra o a sinistra. Sempre
più spesso cambia letto, abbandona per sempre le città che sono sorte sulle sue rive. In
alcuni luoghi, dei laghi stretti e sinuosi ci raccontano che fl passava il Mississipi.
Dalla forma del lago si capisce che è un pezzo di questo fiume che l'ha perduto nella sua
fuga.
Fiumi, isole, laghi, capi,
baie, istmi, tutto cambia nella natura e si trasformerebbe sotto i nostri occhi sulla
carta vivente se esistesse una carta simile. E l'uomo sarebbe visibile su una simile
carta? L'uomo proprio non l'avremmo notato certamente, anche se la carta fosse grande come
la piazza rossa di Mosca. La scala non ci permetterebbe di vedere l'uomo, ma potremmo
vedere il suo lavoro. Potremmo vedere come della lana spessa e ricciuta scende dai pendii;
è l'uomo che abbatte le foreste sulle montagne, sono i suoi greggi che denudano i pendii.
Potremmo vedere in alcuni luoghi un colore verde chiaro mettersi come a colare sulla terra
inondando gli spazi rossigni delle steppe e puntando sulle macchie oscure dei boschi; è
l'uomo che su questa carta occupa sempre più posto con le sue superfici seminate. I
piccoli campi tra i boschi sempre più si allargano, crescono, raggiungono altri campi. Ed
ecco che dei boschi non rimangono già più che dei piccoli isolotti tra i campi. Potremmo
vedere come l'uomo distrugge e costruisce. È poco probabile che si possa constatare
l'esistenza di un ordine e di un piano nel lavoro che egli ha fatto fino a oggi. Ecco dei
fiumi disseccati, perché l'uomo ha abbattuto le foreste sulla linea dello spartiacque e
lavorato la terra vergine...
Guardando la carta vivente
comprenderemmo perché le rive orientali dell'America riproducono le rive occidentali
dell'Africa: dove l'America presenta un vuoto, l'Africa ha una sua sporgenza. Il geofisico
Wegener dice che un tempo l'America si è staccata dal vecchio mondo come un'enorme zolla
di terra e se n'è andata verso Ovest. Apprenderemmo che l'oceano Pacifico non è
semplicemente un oceano, ma una cicatrice, una cicatrice sul corpo del pianeta, prodottasi
ancora al tempo in cui la luna si è staccata dalla terra per proseguire da sola il suo
cammino (ipotesi di Pickering). Si spiegherebbe così il fatto che l'America abbia una
tendenza verso le terre orientali, verso il Pacifico: è la terra che a poco a poco
riguadagna il suo equilibrio, dopo la frattura del suo sviluppo Se avessimo sotto gli
occhi una carta vivente, il mondo intero ci sembrerebbe differente, nuovo».17
Anzi lo stesso «concetto
di legge» non è che un antropomorfismo, cioè una proiezione sulla realtà di un nostro
modo soggettivo di operare. La legge difatti è un vincolo o un dominio con cui la nostra
volontà cerca di imbrigliare i fenomeni e i fatti secondo l'esigenza della nostra vita, e
ci sembra ovvio che anche nella realtà fuori di noi una volontà analoga «regoli»
costantemente la vita del mondo. La parola «legge» è fuorviante e dovrebbe essere
sostituita con i termini «forza» o «energia». Nella realtà sperimentiamo che ci sono
delle «forze» - non leggi- che operano sì costantemente ma non nel senso di
mantenere il mondo sempre allo stesso modo ma nel senso di interagire lentamente ma
continuamente» e questa modificazione a noi si manifesta certe volte improvvisa perché
non avevamo avvertito il segreto lavorio di queste forze, per la limitatezza dei
nostri mezzi conoscitivi (es. nei terremoti). Su questo aspetto della realtà in cui siamo
immersi, è stata costruita ultimamente la «teoria delle catastrofi» da Renè Thom.20
Resta dunque fermo il
principio chiamato «legge di Hume»: «non si passa da descrizioni a prescrizioni»,
cioè non è ammissibile l'affermazione «è così e perciò deve essere così» che è la
base del cosiddetto «diritto naturale». Non ci sono «leggi» che obbligano la natura a
comportarsi sempre alla stessa maniera ma ci sono semplicemente delle forze che
interagendo al rallentatore modificano con gradualità la realtà e in questo consiste la
sua creatività. Il concetto di legge è un tipico prodotto della cultura umana che non
può assolutamente essere esteso a tutto il resto della realtà: la continua applicazione
che se ne fa a tale realtà è un antropomorfismo che costituisce una sorgente di
«deliri». Ma stiamo entrando in un campo di cui dovremo occuparci alla conclusione del
nostro lavoro.
Hume ha
cercato dunque di spiegare la fiducia che comunemente si usa dare all'induzione e ne trova
la ragione nell'abitudine che si crea in noi per opera di una ripetizione di fatti
realmente simili. Ma K. Popper è riuscito a spiegare tale abitudine con una più
approfondita analisi:
Il secondo aneddoto23 si
riferisce a Pitea di Messalia, che fu un grande viaggiatore dell'antichità (IV secolo
a.C.). Nel suo libro «Attorno all'oceano» o «Il periplo» racconta di una terra
fantastica, chiamata «Thule» al nord della Britannia, dal mare sempre ghiacciato e nella
quale d'estate il sole non tramontava neanche a mezzanotte. Quest'ultima notizia fu
sufficiente per farlo passare per millantatore e per secoli fu ritenuto un grosso
bugiardo, come da bugiardo e da millantatore per secoli fu ritenuto e trattato il nostro
Marco Polo.
Pitea fu ritenuto bugiardo
in virtù della legge stabilita con l'induzione osservativa al di là di ogni ragionevole
dubbio, secondo la quale il sole non può sorgere e tramontare che nell'ambito del cielo
sempre osservato, mentre le successive osservazioni esplorati-ve hanno dato ragione a
Pitea come a Marco Polo. E superfluo parlare di Copernico e di Galileo. Come
si vede il concetto di «regolarità» su cui è fondato il metodo induttivo è molto
relativo e non sostiene sufficientemente il concetto di «legge» frutto delle nostre
esigenze, al posto del quale occorre mettere quello di «forze interagenti» che operano
in maniera da noi inavvertita.
E se sono poco solidi i
concetti di regolarità e di legge, resta molto incerto il concetto di «causalità». Tra
gli «assiomi-valori-principi» accolti da noi nel secondo gruppo che riteniamo elaborato
nella prima fase del processo conoscitivo -quello intuitivo - non è stato incluso il
principio di causalità perché appunto è il principio implicato nella generalizzazione
generatrice del «cumulo di deliri».
Troppo facilmente, direi
con somma leggerezza, ognuno di noi e quindi tutta l'umanità, stabilisce la connessione
tra un fatto e l'altro cioè stabilisce la spiegazione attraverso un concatenamento
ipotetico dei fenomeni, siano meteorologici o fisiologici o umani. Anzi sta proprio qui la
sorgente più comune di tutti i sospetti, di tutti i litigi, di tante atrocità della vita
umana. E un abuso dell'induzione e per riflesso della deduzione. Ma la faccenda è
tanto difficile che è da ritenersi fortunato chi sa evitare tale scoglio, come diceva
Virgilio:
«felix qui potuit rerum
cognoscere causas»!24
(felice chi può conoscere
le cause delle cose).
Certamente i diversi stati
dell'energia, essendo interagenti, attraverso il moto generano i fenomeni e i fatti della
realtà e pertanto un'influenza o dipendenza o causalità tra un fenomeno e l'altro
costituisce la vita stessa della realtà, ma la ricerca e la determinazione della causa
immediata e concreta di un fatto di qualunque natura si identifica col nostro problema
fondamentale di questa parte, cioè la ricerca della «verità-realtà», e dipende come
si vede dall'uso che sappiamo fare del nostro strumento conoscitivo.
Dobbiamo rifiutare la
concezione della causalità come è stata intesa da Aristotele e successivamente dalla
Scolastica, che con tale nome intendevano non solo la «connessione generativa» tra due
eventi ma anche gli elementi costitutivi di una struttura.La causalità,realistica nel
sistema aristotelico-tomistico, diventa idea innata con Cartesio per via della successione
temporale e quindi per via dell'abitudine con Hume;diventa categoria a priori della mente
che la proietta sulla realtà, con Kant; diventa occasionalismo con Malebranche e armonia
prestabilita con Leibniz. E stata la matrice del «determinismo», secondo il quale
nell'universo si muove tutto con necessità, regolata da leggi immutabili e ha suggerito a
Laplace quanto segue:
«Un'intelligenza che in un
dato istante conoscesse tutte le forze da cui la natura è animata... e d'altra parte
fosse abbastanza vasta per sottomettere ad analisi questi dati, abbraccerebbe nella
medesima formula i movimenti dei più grandi corpi e quelli del più leggero atomo: nulla
sarebbe incerto per essa e l'avvenire come il passato sarebbe presente ai suoi occhi».25
Una particolare forma di
determinismo è il meccanicismo. Già ideato da Democrito col suo atomismo, in seguito
corretto da Epicuro e da Lucrezio con una parvenza di libertà dal fato, infine ripreso da
Cartesio, che teorizza, come abbiamo visto, gli animali macchina (teologicamente
giustificati da Malebranche),diventa platealmente materialista con Hobbes e La Mettrie
(«L'uomo macchina»).
Oggi il determinismo,
basato su un concetto di causalità univoca e immutabile, è superato perché - come
vedremo - la scienza galileiana penetrando nelle profondità della realtà che le ha
imposto la teoria quantistica con Planck, la teoria relativistica con Einstein e la teoria
probabilistica con Maxwell e Heisemberg, ha dovuto abbandonare il concetto di «legge
naturale» vecchia maniera secondo gli immutabili criteri del meccanicismo classico di
Galileo, di Cartesio, di Newton e di Laplace e ha dovuto riconoscere che nelle profondità
della realtà vige l'indeterminismo e il probabilismo dei grandi numeri.
Ilya Prigogine, premio
Nobel per la chimica e fisica 1977, riafferma che bisogna abbandonare la concezione
classica del mondo come «automa» e che l'antica sicurezza della fisica classica era
un'illusione fin dall'inizio, per cui non è possibile conoscere la realtà nel senso
inteso da Aristotele e Cartesio: che il moto avvenga per acquisire una perfezione e che
quindi l'essere perfetto deve essere immobile, è una delle tante gratuite affermazioni
assiomatiche della metafisica; semmai è vero il contrario: nel moto è la vita e ciò che
non si muove è morto.26
Ultimamente è stata
acquisita sperimentalmente la falsificazione del celebre paradosso con cui Einstein si
rifiutava di riconoscere l'indeterminismo e il probabilismo della fisica quantistica
secondo la celebre frase «il buon Dio non può giocare a dadi nell'Universo»:
l'esperimento è dei fisici A. Aspert, J. Dallibard e G. Roger dell'Università di Parigi.
La conclusione che ne trae A. Zichichi è: «Finstein ha torto e la realtà è veramente
imprevedibile!».27 Ma già Stephen Hawking aveva detto: «Non solo Dio gioca ai dadi col
cosmo ma a volte li getta dove non si possono vedere» (nei buchi neri).28 Insomma il
concetto di «legge naturale» ci fa comodo nei limiti della nostra esperienza vissuta
nella «macrosfera» ma non regge più nella «microsfera». Questo vuol dire che la
«regolarità macroscopica» a cui siamo abituati e su cui poggia la fiducia della nostra
esistenza non va intesa come «ripetizione identica» di un comportamento sempre uguale
della realtà ma come «gradualità» impercettibile di un continuo cambiamento. Sicché
la «costanza» quasi statica o ciclica dei fatti e il «cambiamento» da noi vissuti
nella dimensione macroscopica, mentre non ci autorizzano a «indurre» o «inferire»
l'esistenza di «leggi» che obbligano il mondo a essere e a comportarsi eternamente
sempre nella stessa maniera, però ci dicono che i «fatti» si «accendono» e «si
spengono» con una gradualità simile alle «dissolvenze cinematografiche».
Lo schema mentale
antropomorfico è il vero responsabile della concezione di una realtà statica e
meccanicistica che spinge sempre a pensare e a ricercare «leggi naturali» che
regolerebbero la realtà come le leggi civili regolano la vita dell'uomo. Ma se si
riflette bene si comprende che la realtà vive e opera non secondo «leggi» ma secondo
«forze» che interagendo continuamente però graduai-mente e «quantisticamente» ne
modificano lo stato. Insomma il divenire è la vita dell'essere, e la fisica subnucleare
dei nostri giorni ce lo sta mostrando in maniera sorprendente tanto da far dire al premio
Nobel in tale campo Sheldon Lee Glashow: «una volta di più le sorprendenti trovate della
Natura possono stupirci, nonostante la nostra presuntuosa certezza di conoscere sempre le
regole del suo gioco».29
A questo punto concludere
che il modo induttivo del ragionamento è fallace quanto quello deduttivo è troppo
facile. E quello che ci preoccupa è l'assioma n. 2 del nostro «credo epistemologico»,
cioè la fiducia fondamentale da dare ai nostri mezzi conosci-tivi, perché questi ci
danno per certa la «regolarità» dei fenomeni del mondo, insieme ad altri dati.
Ma non dimentichiamo che
pur riconoscendo una fondamentale validità ai nostri mezzi conoscitivi noi stiamo alla
ricerca delle «condizioni» nelle quali questi mezzi ci permettono di stabilire un
«contatto» valido con la realtà esterna. Finora abbiamo appurato che sia la deduzione
che l'induzione contengono enormi pericoli di fallacia e di illusione; perciò la nostra
indagine non è finita. Comunque dall'impotenza dell'induzione di darci una conoscenza
valida dei cosiddetti «universali» che non sono che frutto di astrazioni e
generalizzazioni ricavate da un elemento comune a più strutture individuali, deriva per
conseguenza anche l'invalidità della deduzione applicata alla realtà e quindi di tutti i
metodi escogitati per comprenderla passando per la sola via razionale più
dell'induzione-deduzione, come sono i test psicologici applicati a rilevare le
carattenstiche di una razza o di una categoria di persone, i metodi di sondaggio di
opinione e le statistiche sul comportamento sociale e i metodi di previsione di fatti
attuati con simulazione di modelli attraverso l'elaborazione anche di
«supercomputers»30nsomma, non si può giudicare un individuo per la sua pura
appartenenza a una razza, a una nazionalità, a una cultura, a un ceto di persone. Le
generalizzazioni vanno bene solo nelle cosiddette «scienze esatte», le quali per essere
«astratte» dalla realtà non si dovrebbero chiamare neppure «scienze» perché la
«scienza» è solo la conoscenza corrispondente alla realtà di qualunque natura. Tali
scienze - come vedremo -sono solo «strumenti» per avere una conoscenza della realtà
valida per un termine o meno breve, più o meno lungo, ma certamente non valida
«eternamente».
CONCLUSIONE
La conclusione di tutta la
nostra analisi sul valore del «ponte razionale» o «processo razionale» come via per
appropriarsi di una «realtà-ignota» attraverso la dimostrazione induttiva-deduttiva,
strada battuta da tutta l'umanità e anche dai filosofi e scienziati prima di Galileo, si
è rivelata come una grossa trappola, e ora sappiamo il perché. Questo stato di cose fu
definito da Whitehead «lo scandalo della filosofia» perché da tanto tempo e dopo tanto
parlarne e scriverne non è stato risolto il problema dell'induzione come mezzo di
conoscenza positiva di una «realtà ignota».31
Ma a noi sembra che
Galileo, anche se non molto chiaramente e quindi inconsapevolmente, avesse già indicata
la via giusta per la sua soluzione. E quello che vogliamo mettere meglio in luce.
L'intelligenza nel
«processo triadico» ha lo strumento della creatività:lo possiamo osservare anche negli
animali, i quali pure «sanno inventare» strumenti ingegnosi per raggiungere una
«realtà lontana» e «sanno trasmettere» le proprie vitali esperienze e conoscenze ai
figli e ai compagni. Su tale linea l'intelligenza umana è riuscita a superare la
creatività animale «inventando» strumenti più sofisticati, come ce lo mostra tutta la
lunghissima età della pietra e quella dei metalli fino alla fortunatissima invenzione del
meraviglioso strumento che è il «segno convenzionale», il quale prima col linguaggio
umano, poi con l'arte figurativa e infine con la scrittura si è rivelato un mezzo
formidabile per trasmettere e conservare le conoscenze della realtà esteriore e del mondo
interiore, moltiplicando la cultura umana in misura strepitosa e offrendo così materiale
di «confronto» alla creatività di ognuno.
La creatività sposata alla
cultura, intesa come insieme di conoscenze apprese per insegnamento, ha generato tutti
quegli strumenti in cui facciamo consistere il «miracolo» della civiltà umana, che fa
diventare l'uomo quasi «trascendente» al mondo animale. Ha prodotto strumenti «validi»
fino a quando è restata nel «confronto» di elementi concreti e reali, perché quando ha
sostituito a uno degli elementi del confronto un elemento «immaginato», cioè non
rappresentativo di un elemento conosciuto ma di un elemento «da conoscere» quindi
«supposto» - ecco l'ipotesi - ha cominciato a produrre tutti quegli strumenti «vuoti»
come sono la medicina stregonesca e i riti religiosi o piuttosto superstiziosi con i quali
si vorrebbe comunicare con «realtà supposte» ma ritenute reali per avere aiuto nel
raggiungere altre realtà lontane o assenti.
La preghiera è il
risultato di tale fase della conoscenza umana e secondo gli epigoni di tale ramo culturale
sarebbe il «salto di qualità» che distacca l'uomo dal semplice animale32: noi ci
vediamo invece semplicemente l'inizio dell'ambiguo strumento della Ragione, la quale
attraverso l'uso e l'abuso dell'inferenza induttiva e deduttiva ha fatto credere all'uomo
di essere qualche cosa di speciale. Quando difatti l'intelligenza umana, per andare alla
ricerca di una «realtà ignota», si è abbandonata fiduciosa al «ponte o processo
razionale», che noi denominiamo anche «metodo metafisico», è stata sopraffatta dalla
«Ragione», che è diventata la «padrona di casa», lasciando credere di potere
raggiungere la «verità ignota» da sola. Questo è stato l'errore di tutte le culture,
consacrato dalla filosofia greca che ha definito l'uomo «animale ragionevole» e
avvalorato dalla teologia cristiana con tutto il peso della sua fede. Perciò la cultura
è un «mare magnum» in cui è difficile decifrare la verità dall'errore.
_____________________________
1-Cfr.
E. Paci -Filosofia Contemporanea pag. 161 segg.
2-Cfr. art. di A. Amiante "Sartre la paura" da Il Tempo del 17/3/81
3-Cfr. Dizionario Filosofico Rizzoli - Logica
4-Cfr. P. Filiasi Carcano - "La metodologia nel nonovarsi del pensiero
contemporaneo" - Ed Libreria Scientifica - Napoli. 1958
5-K.Popper-La logica della scoperta scientifica e Congetture e Confutazioni.
6-W.Goethe-Faust-Einaudi 1955 pag.22
7-.Popper-Congetture e Confutazioni. pag.305
8-ibidem-161-167
9. P.Kracbnanicoff - "Magia degli animali" - Ed. Mondadori 1980 pag. 45
10-tbidem - pag. 86
11-Ibide-pag.86
12-Cfr. Enciclopedia "Nuove Muse" - Ed. SAlE - Torino 1971 - IX pag. 4511-Cfr.
"Congetture e Confutazioni" - 1.c. pag. 32
13-Dizionario Filosof. Rizzoli "Associazionisrno"
14-Antologia Filosofica Ed. Marzorati 1975 - I - pagg. 47-48
15-Cfr. 3. Rifkin - "Una nuova concezione del mondo" - Ed. CDE 1983 pag. 243
16-Cfr. R. Cevellati art. "Tempo atomico e tempo astronomico" su Paese Sera del
29/12/79
17-Cfh. Campel art. "Quando il giorno aveva quattro ore" Tempo del
13/10/79
18-Cfr. "Il Tempo" del 24/12/83
19--'K. Popper "Congetture e Confutazioni" 1.c. pagg. 84-85
20-Cfr n~2
21-P. Soati art. "L'occhio elettronico" Giornaie dei Misteri n. 113 pag. 50
22- Honcompagni art. "Quando la terra mutò faccia" su "Giornale dei
Misteri" n. 99 pag. 19
23--Soavi l.c.pag.50
24-Ilin in "Le montagne e gli uomini" pag. 9 Ed~ Universale Economica 1949
25-. Rivista "Arcani" Ed. Armenia maggio 1980 pag. 66
26-J. Monod. "Il caso e la necessità" - 1970
27.-Ideom - "Stabilità strutturale e morfogenesi" - Ed. Emaudi 1980
28.Popper "Congetture e Confutazioni" l.c. pag. 83
29-K.Popper "Congetture e Confutazioni" I.c. pag. 79
30-Ibidem pag. 93
31-Georgiche Il, 489
32-Dizionario di Filosofia Rizzoli - Causalità
33-fr. ArL. di A. Zichichi "La scienza nella lotta contro la fame nel mondo" su
"Il Tempo" del 20/3/84
34-Cfr. J~ Agassi - Episternologia - Ed. Armando 1978 pag. 81
35--Cfr. G Barbiellini Amidei - La Riscoperta di Dio - Ed~ Rizzoii 1984 - pag. 53
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