LO SGAMBETTO DELLA RAGIONE ALL'INTELLIGENZA

Abbiamo appuntato la nostra riflessione proprio là dove avviene ciò che con espressione metaforica possiamo chiamare «lo sgambetto della Ragione» all'Intelligenza, cioè l'operazione ausiliaria del ragionamento nella comunicazione della mente con la realtà viene fatta passare come operazione principale. Questo «cambiamento di carte in tavola» suole avvenire in tre modi: prima con la sopravalutazione della logica, etichettando il suo prodotto come se fosse ipso-facto «verità-realtà», mentre per lo più è una semplice «verità-logica» o di coerenza; secondo, iniziando il cammino ragionativo con premesse che, pur formando il nostro «schema mentale», tuttavia non sono state mai sottoposte a un esame critico sul loro valore di «verità-realtà»; terzo, con la sopravvalutazione proprio dello stesso ragionamento attribuendogli la validità di poter passare dal particolare al generale e dal generale al particolare, e in questo sta il più subdolo «sgambetto» della Ragione con cui si è fatta addirittura passare come la Regina della verità.

La parola «logica» viene da «logos», termine greco che vuoI dire prima di tutto «parola» e poi «pensiero»: quindi la «logica» è il discorso corretto che corrisponde a ciò che si pensa ma soprattutto è il «ragionamento corretto» costruito con gli elementi che il nostro strumento conoscitivo ci fornisce: il concetto e il giudizio che confronta i concetti. Perciò il ragionamento è il concatenamento di una serie di giudizi in virtù del quale vengono derivate conclusioni necessarie e quindi «convincenti» e quindi «vere», almeno soggettivamente, da premesse accettate o ritenute come vere.

Questa fase della conoscenza è stata detta «noetica» per distinguerla dalla fase intuitiva già accennata.

Aristotele ha trattato a fondo delle regole combinatorie che deve informare il ragionamento, e la Scolastica Medievale non ha fatto che ripetere e continuare la sua impostazione. Ma già la scuola di Buridano (1390-1358), quello a cui è stato attribuito il celebre paradosso dell'asino che muore di fame tra due fasci di fieno ugualmente buoni, aveva individuato il valore puramente formale e strumentale della logica, anticipando le posizioni rigorose contemporanee, secondo le quali la logica «è una scienza formale pura» del tutto indifferente alla soluzione che può essere data in altra sede al problema conoscitivo della verità oggettiva. Ciò vuol dire che una verità dimostrata logicamente è una «verità  logica» e non esistenziale o «reale». Per questo Gaunilone (+1073) nel suo «Liber pro insipiente» nega il valore di «verità-realtà» all'argomento «ontologico» di S. Anselmo, come bisogna negare valore alle argomentazioni della «Fenomenologia» di Husserl (1859-1938) il quale sulla scia della «intenzione» ha inteso ricostruire una nuova metafisica: «se dico che la coscienza è sempre coscienza di un oggetto con la formula di F. Brentano e di Meinong, qualunque oggetto diventa reale anche la fantasia più assurda, anche l'isola perfetta con la quale Gaunilone confutava S. Anselmo».1

Il non aver visto chiaro nel valore della logica ha generato due posizioni opposte: da una parte il razionalismo e in generale l'idealismo; dall'altra il nichilismo. Sono due posizioni pendolari: l'errato valore epistemologico dato alla logica ha portato a conseguenze esistenzialmente assurde, e queste hanno spinto a posizioni opposte. Questo fenomeno si può osservare facilmente nella teoria delle idee, specialmente di questi ultimi due secoli, durante i quali si è passati dal dogmatismo idealistico e positivistico al nichilismo di vario genere, di cui è un esempio J.P. Sartre, «nichilista ad oltranza, distruttore di tutti i valori, molto ma molto più dello stesso Nietzsche» dice il suo discepolo neosartriano, Jean Paul Fargue:

Nel Rinascimento - in reazione alla sterilità dell'impostazione aristotelico-scolastica - con la scoperta del grande valore della geometria di Euclide, si cominciò ad accostare alla logica il metodo matematico e così prese corpo l'idea che la logica non fosse che un calcolo o un complesso di operazioni aritmetiche eseguite a parole.

Il calcolo matematico servì a Galileo a dar vigore al metodo sperimentale, mentre con Cartesio prendeva avvio il metodo matematico che doveva in seguito rinnovare la logica. Uno sforzo senza molto successo fu tentato da Hobbes (1588-1679) e da Leibniz (1646-1716) per realizzare un linguaggio comune tra logica e matematica.

Tale  proposito  fu  continuato  da  Hamilton (1788-1850) che introdusse la cosiddetta «quantificazione del predicato». Successivamente  G.Boole (1815-1854) coniò l'espressione «Algebra della logica»; Couturat (+1914), Frege (+1925), Peano (+1932), B. Russel (+1970) con Whitehead (+1947) realizzarono la «matematizzazione» della logica ed elaborarono un vero e proprio sistema di algebra della logica.3

Questa impostazione soppiantò quella soggettivistica, la quale, come vedremo, pur avendo individuato con Kant un elemento nuovo nello strumento conoscitivo, tuttavia dopo Kant aveva di nuovo confuso il soggetto e l'oggetto della conoscenza. Già Husserì (+1938) riconobbe nella logica la scienza delle proposizioni in sé indipendentemente dal fondamento gnoseologico e dal loro riferimento alla realtà. Il grande matematico D. Hilbert (+1943) spinse la sua grande capacità deduttiva a considerare uno spazio a infinite dimensioni, mentre quello di Euclide è di tre e quello di Einstein è di quattro; ma mentre questi due tipi di spazio sono una realtà quello di Hilbert resta una mera possibilità. È restata famosa la proposizione di B. Russel, che se ne intendeva, con la quale affermava che «la matematica è quella scienza nella quale non si sa di che si parla nè se quello che dice è vero».

Il senso della proposizione di Russel è chiaro: il discorso formale logico è autonomo, cioè è indipendente da qualsiasi preoccupazione della verità-realtà e persegue solo una sua verità-logica o di coerenza o razionale.4

Oggi è definitivo il concetto strumentale della logica matematica e dell'Algebra della logica. L'Algebra della logica consiste nel rappresentare con le lettere dell'alfabeto i termini della proposizione e intere proposizioni o asserti operando su di esse con gli stessi metodi delle operazioni aritmetiche, in modo da ricavare, da alcuni assiomi fondamentali, conclusioni valide. Nacque così la «logica matematica» moderna, che fu utilizzata per un tentativo di creare un linguaggio universale per le scienze, da ricondursi tutte alla fisica, detto perciò «fisicalismo». Esso avrebbe dovuto applicarsi come strumento dicontrollo per la valutazione della significanza specialmente sulle proposizioni della metafisica. Tale tentativo fu fatto soprattutto per opera di R. Carnap (+1970) e di Wittgestein (+1951) e degli altri componenti del Circolo di Vienna, ma come ha dimostrato K. Popper5 tale tentativo è fallito perché appunto non è stato usato a dovere lo strumento conoscitivo ed è approdato a una nuova metafisica, che voleva demolire.

Il rinnovamento epistemologico iniziato con l'accostamento dello strumento logico a quello matematico aveva preso anche la via della «rivoluzione metodologica» con P. Ramo (+1572), con Bacone, Cartesio e Galileo. Con questa «rivoluzione» si è arrivati infine alla precisazione del vero metodo o criterio della «verità-oggettiva».

2 - Lo schema mentale.

Il secondo tentativo di cambiare le carte in tavola da parte della Ragione avviene con la valorizzazione dello «schema mentale» come premessa indiscussa da cui partono ragionamenti logicissimi ma che hanno appunto il difetto fondamentale di partire da «premesse indiscusse». Questo intende dire Goethe quando fa dire al Dott. Faust per rispondere al suo assistente Wagner che riponeva «gran godimento trasportarsi nello spirito dei tempi andati»: «quello che voi chiamate lo spirito dei tempi in verità è lo spirito dei signori storici in cui quel passato si riflette»6. Cioè noi tendiamo a far dire alla realtà e alla storia le nostre convinzioni che formano il nostro schema mentale.

E’ quello che fa ripetere alla celebre apparizione dello «Spirito della Terra», che ininterrottamente crea «sul telaio sonoro del tempo intessendo la viva veste della divinità»: Faust osa dichiarare «quanto mi sento a te prossimo» ma il terribile Spirito lo respinge con «parola tonante»: «tu somigli allo spirito che comprendi non a me!7»

Come si vede qui parliamo dello «schema mentale culturale» che abbiamo già distinto dallo «schema mentale operativo»: questo è costituito dal complesso di assiomi-principi-valori che la mente elabora nel processo evolutivo del bambino e di cui si servirà nelle sue operazioni; quello è il complesso di idee, di concetti e di informazioni da cui si parte per le nostre deduzioni o ragionamenti.

Non torniamo sull'idealismo, che non è altro che un innatismo generalizzato. Del resto Kant, l'ideatore dello schema mentale più radicale (operativo), non voleva essere affatto annoverato tra gli idealisti. In una sua dichiarazione del 1799, troppo poco conosciuta, come dice Popper che la riporta8, scrisse a proposito della «Dastellung der Wissenschaftslehre» di Fichte: «possa Dio guardarci dagli amici... Vi sono infatti dei presunti amici che parlando il inguaggio della buona volontà progettano la nostra rovina». Qui noi intendiamo renderci conto della questione dell'innatismo conoscitivo parziale secondo l'impostazione realistica della conoscenza il quale sostiene che la nostra mente nasce fornita già da alcune idee o concetti quando comincia la sua attività conoscitiva.

L'indirizzo aristotelico-scolastico aveva sintetizzato il suo antinnatismo purificando la celebre formula coniata da Parmenide in senso antisensista «niente c'è nell'errante intelletto che non sia stato negli erranti sensi” con quest'altra più generale: «niente c'è nell'intelletto che prima non sia stato nei sensi» (nihil est in intellectu quod prius non fuerit in sensu).

Tuttavia nell'ambito della scolastica già s. Anselmo (1033-1119) aveva espressa l'idea innata di perfezione contenente quella dell'esistenza di Dio, che fu poi ripresa da Cartesio nello sviluppo del suo sistema deducendola dal suo stesso dubbio che denota imperfezione. Innatista sistematico fu Malebranche (+1715) che sviluppò il cartesianesimo in quel sistema curioso detto «occasionalismo», secondo il quale la nostra mente vede direttamente le cose, e i loro rapporti, in Dio: tra la mente e il corpo dell'uomo e gli altri corpi non c’è nessun nesso e i legami che noi vi scopriamo sono puramente occasionali. Innatisti per la pelle sono invece Rosmini (+1855) e Gioberti (+1852) che ci regalarono l'ontologismo, secondo cui la nostra mente nasce con un'idea che la mette in comunicazione diretta e immediata dell'essere, cioè per intuizione l'uomo «è in ogni istante della sua vita intellettiva spettatore diretto e immediato della creazione».1

Tra gli innatisti viene annoverato anche Leibniz perchè alla frase «niente c'è nell'intelletto che non sia passato per i sensi» egli ci aggiunge «all'infuori dello stesso intelletto», volendo con ciò intendere che la mente con la sua capacità di costruire sintesi e di porre quindi rapporti e correlazioni, è la funzione presupposta per ogni esperienza possibile. Quindi quello di Leibniz è un innatismo per modo di dire, in quanto la mente come soggetto conoscente deve necessariamente essere antecedente a ogni conoscenza.

Ma indipendentemente da questa acquisizione della scienza successiva, la soluzione proposta da Kant al problema sollevato dall'invalidità dell'induzione dimostrata da Hume, era suffragata incontestabilmente da una situazione che è il comune modo di procedere dell'umanità verso la scoperta della verità oggettiva e quindi Kant «colse quasi nel segno»... «Ma volle dimostrare troppo. Nel tentativo di illustrare come è possibile la conoscenza propose una teoria che aveva come conseguenza inevitabile di stabilire che la nostra esigenza di conoscere è sempre sicuramente soddisfatta, il che evidentemente non è esatto. Quando Kant affermò: il nostro intelletto non trae le proprie leggi dalla natura ma le impone a essa - era nel giusto, ma sbagliava nel ritenere che tali leggi fossero necessariamente vere e che noi riuscissimo senz'altro a imporle alla natura. La natura assai spesso si oppone molto efficacemente, costringendoci ad abbandonare le nostre leggi in quanto confutate; ma finché viviamo possiamo riprovarci ancora».2

Tuttavia a Kant va riconosciuto il merito - a differenza degli altri innatisti – di avere richiamato l’attenzione l'attenzione su un elemento di cui effettivamente occorre tener conto se vogliamo realizzare “l’oggettivazione” dal soggetto conoscente all'oggetto conosciuto per coglierlo nella sua «verità-realtà». Ripetiamo che la conoscenza è un'attività composta da due elementi: azione e reazione e viceversa. Ma l'«azione» è prima della «reazione». Noi, come esseri viventi, siamo frutto di un'azione di una realtà antecedente alla stessa costituzione del nostro essere; noi abbiamo cominciato a «reagire» cioè a conoscere quando l'oggetto della nostra conoscenza con la sua «azione» ci ha «svegliati» dal sonno del nulla e abbiamo cominciato a reagire cioè a conoscerlo.

Da allora abbiamo cominciato quella partita a «ping-pong» che ci ha costruito come siamo fatti. La nostra mente individuale è la «riproduzione epigenetica» di tale processo evolutivo accumulatosi in millenni di ereditarietà. Nell'ambito della psicologia dell'associazionismo H. Spencer (1820-1903) individuò giustamente come innati i principi della nostra mente in quanto trasmessi per ereditarietà. Ma questo non è un innatismo in senso stretto ma è equivalente a quello sopraccennato di Leibniz perché si tratta della costituzione stessa della mente con i suoi meccanismi funzionali di cui noi andiamo alla ricerca e non delle idee o concetti che sono il contenuto o il prodotto della mente nel senso di Cartesio.3

Da tale situazione consegue che il nostro «apparato» fatto «a immagine del mondo», secondo la bella espressione di K. Lorenz, è attrezzato per conoscere il mondo perché è il mondo che lo ha plasmato appunto così. Tuttavia l'effetto prodotto in noi dalla partita della conoscenza è di tale portata che con molta difficoltà l'apparato riesce a funzionare in maniera da cogliere nella sua oggettività la pura realtà, perché noi tendiamo a proiettare su di essa i nostri stati d'animo, le nostre fantasie, le nostre ipotesi, i nostri pregiudizi trasmessi per via culturale e soprattutto il nostro «antropomorfismo» inguaribile, cioè quella tendenza ingenua a interpretare ogni manifestazione del mondo esterno in maniera conforme alla condizione umana portando il principio «l'uomo è la misura di tutto» anche là dove non è possibile portarlo perché senza nessun controllo, cioè nel campo della «realtà-metafisica». Di tale ingenuità se ne accorsero già i saggi antichi che cercarono di svegliare l'umanità dal «sonno egocentrico» specialmente nel campo religioso e in questo i filosofi greci non sono inferiori ai profeti biblici. Infatti già Senofane di Colofone (secolo VI a.C.) così si esprimeva:

«... tutto Omero ed Esiodo attribuivano ai numi quanto tra i mortali è riprovevole e indegno: il furto, l'adulterio, l'inganno vicendevole. Se i bovi e i cavalli e i leoni avessero le mani, potendo con le mani dipingere come gli uomini, sia i cavalli ai cavalli sia i bovi simili ai bovi fingerebbero gli dei, facendone immagini e corpi proprio tale e quale come ciascuno di essi ha il suo corpo».4

Rifiutando pertanto l'innatismo, che è un'ipotesi gratuita perfettamente inutile, raccogliamo l'avvertimento di Kant di fare attenzione a «un elemento soggettivo» che si fa molto sentire nel processo della conoscenza.

Tale elemento soggettivo da Kant in poi è stato chiamato «schema» o «schematismo» mentale, la cui validità, non ammissibile nel senso totale inteso da Kant, è senz'altro verissima nel senso socratico e baconiano.

Già Socrate difatti aveva iniziato il metodo di ripulire l'elemento soggettivo nocivo costituito dalle false credenze, pregiudizi e opinioni infondate apportando «controesempi», cioè educando alla critica. Alla sua scuola molti altri pensatori avevano utilizzato tale metodo critico, e Bacone (1561-1626) li riassumeva tutti col suo «Novum Organum» quando invitava a purificare la propria mente dai molteplici «idola» o «pregiudizi», cioè giudizi «prefabbricati» o «a priori» o ammessi prima, che impediscano il raggiungimento della «verità  oggettiva»: apriorismi di natura sperimentale per stati d'animo o condizioni personali; apriorismi di natura ideologica; apriorismi di natura di classe sociale.

Questa «purificazione» della mente ci sembra molto simile alla «conversione» chiesta da Gesù come rinnovamento necessario per la realizzazione del suo Regno di Dio che non è altro che il regno della verità che renderà l'uomo libero nella bontà e nella giustizia.

Tale concetto è stato espresso con molta efficacia da papa Woityla nel suo messaggio per la giornata della pace per il l° dell'anno 1984 centrando molto bene l'attuale problema dell'umanità di fronte alle tensioni tra Est e Ovest, Nord e Sud: «Davanti a questi giganteschi problemi...

I protagonisti incontrano una grande difficoltà, per non dire impotenza... L'impotenza rivela che gli intoppi derivano da qualcosa di più profondo degli stessi sistemi. Io propongo il tema del rinnovamento del cuore...non tanto dell'affettività quanto della sua coscienza, delle sue convinzioni, del sistema di pensiero, al quale essa si rifà, come anche delle passioni che la coinvolgono». Tutto questo lo impone la verità che «è l'uomo che uccide e non la sua spada5.

A tale proposito K. Popper molto efficacemente dice: «L'osservazione è sempre selettiva. Essa ha bisogno di un oggetto determinato, di uno scopo preciso, di un punto di vista, di un problema...: presuppone la similarità e la classificazione, che a loro volta presuppongono interessi, punti di vista e problemi: un animale-scrive Katz-affamato, divide l'ambiente in cose commestibili e non commestibili; un animale in fuga scorge vie per scappare e luoghi per nascondersi... In generale gli oggetti cambiano... secondo i bisogni degli animali. Possiamo aggiungere che gli oggetti possono essere classificati e diventare simili o dissimili soltanto in questo modo, venendo posti in relazione ai bisogni e agli interessi. Questa regola vale non solo per gli animali ma anche per gli scienziati.

Per l'animale il punto di vista è determinato dai bisogni, dalla necessità del momento e dalle aspettazioni; nel caso dello scienziato, invece, è determinato dagli interessi teorici, dal particolare problema affrontato, dalle congetture, dalle anticipazioni e dalle teorie che egli accetta come presupposti, che sono il suo quadro di riferimento o orizzonte di aspettazione. Il problema «quale viene prima l'ipotesi J o l'osservazione O» è risolvibile, come pure il problema «viene prima la gallina J o l'uovo O». È certo che qualsiasi ipotesi particolare scegliamo, sarà stata preceduta da osservazioni, per esempio le osservazioni destinate a spiegare. Queste osservazioni tuttavia a loro volta presupponevano un quadro di riferimento, un insieme di aspettazioni e teorie. Se erano significative, se suscitavano il bisogno di una spiegazione e davano così origine all'invenzione di una ipotesi, è perché non potevano essere spiegate all'interno della vecchia struttura teorica, del vecchio orizzonte di aspettative. Non vi è in ciò nessun pericolo di regresso all'infinito. Risalendo a teorie e a miti sempre più primitivi perverremo alla fine ad aspettazioni non consapevoli, innate.

La teoria delle idee innate è assurda, ritengo; ma ogni organismo possiede delle reazioni o risposte innate e tra queste alcune adatte a eventi incombenti. Dette risposte possono esser denominate "aspettazioni" senza intendere con ciò che si tratti di "aspettazioni" consapevoli. Il bambino appena nato "si aspetta" in questo senso di essere nutrito e, potremmo sostenere, di essere protetto e amato. Tenendo conto dello stesso rapporto intercorrente tra aspettazione e conoscenza possiamo anche parlare, in una accettazione del tutto ragionevole, di "conoscenza innata". Tale "conoscenza" comune non è valida a priori: una aspettazione innata per quanto forte e specifica, può essere sbagliata.

Il bambino appena nato può essere abbandonato e morire di fame. Cosi siamo nati con aspettazioni; con una "conoscenza" che, anche se non valida a priori, è psicologicamente e geneticamente a priori, precedente cioè qualsiasi esperienza osservativa.

Una delle più importanti fra queste aspettazioni è quella per cui ci aspettiamo una qualche regolarità. Essa è legata a una propensione innata a ricercare delle regolarità, come possiamo constatare dal piacere del bambino che soddisfa questa esigenza. L'aspettazione "istintiva" a reperire delle regolarità, che è psicologicamente a priori, corrisponde molto da vicino al principi di causalità che Kant riteneva fosse parte della nostra struttura mentale e considerava valido a priori. Si potrebbe essere portati a dire che Kant non riuscì a distinguere tra modi di pensare a priori da un punto di vista psicologico e credenze valide a priori. Non ritengo tuttavia che il suo errore sia stato così grossolano.

Infatti, le aspettazioni di trovare delle regolarità non è a priori soltanto da un punto di vista psicologico ma anche logicamente: essa è anteriore, logicamente, a tutte le esperienze osservative, giacché precede, come abbiamo visto, qualsiasi riconoscimento di similarità o di differenze. Tuttavia, pur essendo in questo senso logicamente a priori, l'aspettazione non è valida a priori. Essa infatti può restare insoddisfatta.6

KARL RAIMUND POPPER Non sarà dispiaciuta questa lunga citazione del brano di K. Popper, dove con soddisfazione si sarà notato risuonare il concetto di K. Lorenz.7

Sintetizziamo quanto abbiamo esaminato in questo numero. La conoscenza innata, nell'ambito dell'impostazione realistica della conoscenza, è ipotizzata erroneamente se collocata intellettualisticamente nella facoltà mentale come ingrediente della sua attività ma è una realtà se collocata in tutta la struttura dell'essere vivente.

In tale struttura.

3 - Il «ponte razionale».

Occupiamoci ora del pericoloso «ponte razionale» con cui la nostra mente tenta di comunicare con la realtà ignota per soddisfare quel desiderio che ci accende dopo l'approccio meraviglioso ma limitato che avviene con l'intuizione sensibile.   Abbiamo stabilito che per deduzione s'intende l'operazione con cui la nostra mente tenta di raggiungere la realtà non direttamente attraverso i suoi tentacoli periferici che sono i sensi ma indirettamente attraverso l'analisi di un concetto precedentemente elaborato e ritenuto vero, o confrontando più concetti scendendo ai particolari, cioè elaborando altri concetti con l'aiuto dei principi assiomatici fondamentali acquisiti nel primo stadio della conoscenza. Come si vede qui restringiamo il significato del termine, perché già avevamo detto che «conclusione» «deduzione» e «ragione», nel senso etimologico latino, sono sinonimi e come tali non sono che la «sintesi» del processo triadico che opera sia nel primo che nel secondo stadio della conoscenza. Perciò dobbiamo dire che la «ragione» è parte costitutiva dell'«intelligenza». Qui assumiamo il termine «deduzione» nel senso che la mente se ne serve come «strumento speciale» per raggiungere una realtà non raggiungibile con l'intuizione sensibile. La forza di questo procedimento deriva soprattutto dai principi di identità e di contraddizione dai quali scaturiscono le proprietà delle operazioni aritmetiche (identità: a = a; reciprocità: a = b, b = a; transitività: a = b, b-c, a=c; permutabilità: a+b+c+d=d+a+c+b ecc...), su cui sono fondate la Logica reale, la Logica formale, la Matematica, l'Algebra ecc. Abbiamo detto «forza» perché questo procedimento produce la «costrizione» dell'evidenza, la quale, come la «intuizione» del primo stadio, «incatena» la mente alla «verità conoscitiva» come «corrispondenza» alla «verità-realtà». Come si vede la verità non ci fa liberi ma ci fa suoi schiavi e la frase di Gesù «la verità ci fa liberi» va intesa in senso morale.

Comincia ad apparire «evidente» - e ora sappiamo il valore di questo termine tecnico - che la «forza» della deduzione esiste solo se «l'anello» iniziale della catena del procedimento è «attaccato» davvero alla «realtà», perché se non lo fosse la mente sarebbe «sospesa» come in un vuoto logico. Avremo cioè soltanto «una verità di coerenza logica» in un sistema, la quale appunto perché parte da una premessa non reale ma ipotetica, rende tutto il procedimento una grossa catena ipotetica: per poterla magicamente trasformare in una catena reale occorre agganciare il primo anello - cioè la premessa - alla realtà. Questo però può avvenire solo se l'inizio della catena è formato da un concetto elaborato dall'«intuizione» del primo stadio («intuizione» operata da me o da altri, non importa: più avanti parleremo del valore della «fede» e «dell'autorità» nella conoscenza).

Tocchiamo qui con mano dove si può annidare la fallacia della via deduttiva: essa non è fallace in sé, perché nella deduzione geometrica e matematica ha una validità assoluta (salvo a commettere qualche errore di calcolo), tanto che è diventato proverbiale dire: la matematica non è un'opinione. La sua fallacia si rivela nella sua radice, e sta nella possibilità di poter ammettere all'inizio o anche lungo la catena del procedimento come «verità-realtà» un assioma logico con un contenuto di una sola verità di coerenza ovvero un asserto accettato come «verità» sull'autorità di altri.

Una gran parte del «cumulo di deliri», dalla cui constatazione siamo partiti, va addebitata proprio alla facilità con cui si cade in questa possibilità di fallacia della deduzione. Metteremo più in evidenza tale sorgente di deliri più in là quando analizzeremo uno per uno i presunti criteri di riconoscimento della verità. Intanto ci basti di avere individuato una di tali sorgenti.

Esempio classico che mostra la fallacia e la pericolosità del metodo deduttivo è proprio quello di Cartesio, il quale - si pensi!- era partito proprio dallo scoraggiante panorama del cumulo di deliri dei suoi predecessori. Giustamente egli è andato alla ricerca di un punto fermo, o della «roccia» come lui si esprime, cioè di un contatto solido con la «verità-realtà» e l'ha trovata nell'immediata «intuizione» della sensibilità interiore centrale dell'essere, cioè la coscienza: esisto perché penso. Noi lo abbiamo chiamato «valore-assioma-principio» che tutti accettiamo con certezza, convinzione, fede incrollabile, come il fondamento e la colonna della nostra vita e del nostro pensare e del nostro operare. Il guaio di Cartesio è stato nel fatto che, come tutti i metafisici puri, cioè coloro che non agganciano alla realtà la loro attività intellettiva, abusa del metodo deduttivo. I metafisici puri, come i logici e i matematici, hanno bisogno di un assioma da cui partire per sviluppare un proprio sistema apodittico o dimostrativo; questo sistema però ha lo stesso valore dei sistemi matematici e geometrici, cioè è puramente teorico, che può non avere una corrispondenza con la realtà.

Perché acquisti tale corrispondenza occorre che l'assioma da cui parte sia agganciato alla realtà. Quando Einstein dedusse la celebre formula fisico-matematica E = mc2 aveva raggiunta una «verità di coerenza» o logica e quindi teorica che poteva essere tutt'al più una geniale ipotesi relativamente alla «verità-realtà». Solo quando fu sottoposta al processo falsificatorio della sperimentazione divenne una «verità-realtà».

Come tutti i tentativi prima di lui e dopo di lui, quello di Cartesio ha abusato della deduzione, screditando per sempre la metafisica pura come «speculazione a vuoto». Così nella storia della filosofia Cartesio è diventato un crocevia da cui originano il razionalismo, l'innatismo, l'ontologismo, l'idealismo di ogni tipo e il materialismo meccanicista. Il suo «Discorso sul Metodo», pur miziando una maggiore attenzione alla metodologia, si è risolto ancora in un «cumulo di deliri», il più vistoso dei quali è quel meccanicismo secondo il quale gli animali sarebbero delle semplici e complicate macchine mentre l'uomo sarebbe anche altro, cioè pensiero.

Poiché questa concezione meccanicistica - senza dubbio escogitata per salvare il tradizionale dualismo greco-scolastico assunto dalla Chiesa e molto pericoloso da contraddire per quei tempi – è quella con cui ha cozzato la mia esperienza e il conflitto che ne è nato ha dato l'avvio a questo lavoro, mi piace riportare letteralmente le pagine... deliranti della V parte del Discorso sul Metodo:

«Se ci fossero delle macchine le quali avessero gli organi e l'aspetto esterno della scimmia o di qualche animale irragionevole, noi non avremmo alcun mezzo per riconoscere che esse non fossero in tutto della stessa natura di quegli animali; laddove se ce ne fossero che avessero l'apparenza dei nostri corpi e imitassero le nostre azioni quanto sarebbe moralmente possibile, avremmo sempre due mezzi certissimi per riconoscere che esse non sarebbero punto perciò dei veri uomini. Dei quali il primo è che mai esse potrebbero adoperare parole o altri segni, componendoli come noi facciamo per dichiarare agli altri il nostro pensiero; perché si può ben concepire che una macchina sia costruita in tal guisa da proferire delle parole, e magari che ne proferisca alcune a proposito delle azioni corporee che cagioneranno qualche mutamento nei suoi organi, per esempio, che la si tocca in un dato posto, domandi che cosa le si può dire, e se un altro, che gridi che le si fa male, e simili; ma non già che esse le combinino in modo diverso per rispondere al senso di tutto ciò che si dirà in sua presenza, come al contrario possono fare i più ebeti tra gli uomini.

E il secondo, è che, quando pure esse facessero parecchie cose non meno bene e magari meglio di alcuni di noi, infallantemente esse mancherebbero in certe altre cose, per cui si scoprirebbero che esse non agirebbero per conoscenza ma solo per la conformazione dei loro organi. Perché, laddove la ragione è uno strumento universale che può giovare in ogni sorta di occasione, quegli organi hanno bisogno di qualche particolare disposizione per ogni azione particolare; donde segue che è moralmente impossibile che ce ne siano assai e diversi in ogni macchina per farla agire in tutte le occorrenze della vita a quella guisa che agisce la nostra ragione.

Dobbiamo dargli atto che per la sua fantasia speculativa è il Giulio Verne dei calcolatori e traduttori elettronici dei nostri giorni, ma in fatto di psicologia scientifica è stato oltrepassato da Lucrezio, «l'antico» a cui allude e la cui ipotesi che le bestie parlino tra di loro è stata ormai accertata dalla scienza.

Qualcuno di fronte a tale smaccato meccanicismo si è domandato se Cartesio abbia mai incontrato e visto un vero animale!9

Voglio soltanto far rilevare che il «delirio» cartesiano qui deriva dal fatto constatabile che «l'anello» di partenza della deduzione non è agganciato alla realtà, difatti aprioristicamente suppone che il linguaggio umano sia l'unico mezzo insieme alla «ragione» che dimostra l'esistenza dell'intelligenza.

Abbiamo già detto che il linguaggio umano è un mezzo convenzionale di espressione culturale, cioè di trasmissione di conoscenze accumulate, mentre il «linguaggio» degli animali è costituito di «segni naturali»: fonici, luminosi, cinetici. Non mi inoltro a discutere la premessa assiomatica che la «ragione» è lo «strumento universale che può giovare a ogni occasione», perché è proprio quello che andiamo cercando e ora è prematuro intavolare un discorso su tale argomento.

Quello che solo possiamo dire è che ognuno può rilevare come Cartesio ammette per assioma quello che per noi dovrà essere una conclusione. Andiamo riflettendo a quali condizioni i nostri mezzi conoscitivi ci permettono di stabilire una comunicazione valida con la realtà ignota e l'ammettere a occhi chiusi, come fa Cartesio, il valore assoluto della ragione senza rendersi conto, come abbiamo cercato di fare noi, a quali condizioni ce lo consente, è un po' semplicistico.

Abbiamo visto come «la ragione» seguendo il metodo deduttivo agganciato a principi generali ipotetici approdi a sogni irreali. Che se poi si partisse dall'assioma arbitrario che il «razionale è reale» perché il «reale è razionale», secondo il sommo errore di Cartesio ripetuto poi da Hegel, non avvertendo che c'è un razionale mentale che è puramente ipotetico e che perciò non è per se stesso reale, allora sì che la deduzione diverrebbe la «fabbrica dei deliri», come è successo a tutti i metafisici puri, siano essi razionalisti, idealisti, teologi e mistici.

E ora tocca all'induzione.

L'induzione è un ragionamento che procede in modo inverso alla deduzione. Anzi l'induzione dovrebbe stare alla base della deduzione la quale - fuori del deduzionismo puro costituito dai sistemi matematici, geometrici e di tutte le speculazioni teoriche che si riservano di controllare in seguito nelle applicazioni e nei controlli reali la validità delle proprie deduzioni se vuole partire da “nozioni generali” epistemologicamente  valide deve prenderle a prestito proprio dall'induzione.

Dobbiamo precisare che qui si tratta dell' «induzione empirica» e non di quella «matematica», la quale opera sui numeri e raggiunge senza dubbio la «certezza assoluta» nelle sue conclusioni perché è l'equivalente della deduzione in campo puramente logico, matematico e teorico: cioè siamo con tutt'e due nel campo puramente ipotetico e strumentale. Come la deduzione, anche la induzione matematica deve avere una sua applicazione alla realtà10.

Francesco Bacone, il filosofo inglese più influente e versatile del XVII secolo, si occupò nelle sue opere di temi connessi con l'etica, le scienze, il diritto, la storia e la politicaL'induzione dunque parte dalle sensazioni immediate per conoscere l'ignoto. Dovrebbe essere quindi un «ponte» tra la nostra mente e la realtà ignota. Essa ci dovrebbe far raggiungere tale realtà attraverso il passaggio dal particolare all'universale, dal singolo al generale e dal singolo al singolo. Secondo Bacone ci sono due modi di utilizzarla: uno è da lui riprovato assolutamente ed è quello di procedere da alcuni fatti concreti osservati alla generalizzazione saltando le posizioni intermedie; l'altro è quello da lui raccomandato e consiste del procedere «cautamente» da alcuni fatti particolari «ascendendo in modo continuo e progressivo» per arrivare attraverso tutte le varie fasi intermedie con sicurezza alle generalizzazioni anche più universali. Come si vede bene «i principi generali» nella deduzione sono i punti di partenza, mentre nell’induzione sono i punti di arrivo.

La domanda che abbiamo fatta circa la validità della deduzione, ora la dobbiamo fare anche circa la validità dell'induzione: è un ragionamento che ci permette di raggiungere la «verità-realtà»?

La questione è antica. Aristotele riconosceva solo al sillogismo, che è la forma precisa della deduzione, la validità del rigore apodittico o dimostrativo, mentre all'induzione aveva riconosciuto solo un valore osservativo e non uno «strumento» che permetta un «balzo verso l'ignoto». Gli era restata la pratica di un tipo di induzione (epagogè) derivata da Socrate e da Platone, cioè un «procedimento critico per esclusione» per arrivare al «concetto-immagine-idea» dell'essenza di una cosa, cioè «l'induzione maieutica». L'uso dell'induzione come mezzo di conoscenza di un fatto ignoto o di una generalizzazione gli è sconosciuta, pur avendo impostata la filosofia in modo corretto: prima la fisica e poi la metafisica.

La teoria della conoscenza di Aristotele, seguita dalla Scolastica e da S. Tommaso, risente ancora di quella platonica, la quale,attraverso Socrate, deriva dall'influenza dell'impostazione primitiva di Democrito, di Parmenide e di Eraclito ecc. Volendo sistemare la competenza dei sensi e dell'intelletto nella conoscenza, elabora la teoria della «specie» e della «essenza» delle cose e la nostra struttura conoscitiva corrispondente.Le cose hanno un'apparenza (specie) e un'essenza.

La specie è attinta dai sensi e perciò si dice «specie sensibile», la quale diventa «specie intelligibile» quando passa dai sensi all'intelletto. In un primo passaggio diventa «specie impressa» per quella parte dell'intelletto che perciò è detto «intelletto passivo», ed è rivestita di caratteri individuali particolari; solo in un secondo momento diventa «specie espressa» di contenuto universale per opera di un secondo intervento dell'intelletto che perciò viene chiamato «intelletto agente» e «astraente». Siamo all'essenza della cosa.

Tale teoria è una delle sorgenti del «cumulo dei deliri», perché fidandosi - come diceva Bacone - del concetto universale così elaborato «si vola» verso un'avventura interminabile nel vuoto per la via deduttiva. Il suo motto potrebbe essere la frase dell'ingannatore virgiliano Sinone quando con le sue finzioni indusse i Troiani a introdurre il cavallo dentro Troia: «ab uno disce omnes!» (da uno conosci tutti). L'umanità si abbandona con estrema facilità alla generalizzazione induttiva e deduttiva, fuorviata anche da inopportuna valorizzazione del metodo matematico e linguistico nei quali la deduzione e l'induzione hanno un effettivo valore che non può essere trasferito nella ricerca della verità-realtà perché la realtà non procede per induzione e deduzione ma per combinazioni dialettiche creatrici. L'induzione abbandonata da Occam, fu ripresa da Cartesio e da Locke.

Così il deduzionismo, fondato su una «induzione definizionista», nel senso che la «definizione verbale» dà l'essenza della «cosa reale», ha continuato a imperare per secoli nella «cultura» per via di concetti e di definizioni fornite da una induzione di tipo arcaico. (Su tali «definizioni» i teologi hanno fondato la loro dottrina dell'infallibilità ecclesiastica e pontificia).

Chi ha rotto l'incantesimo di questa fede sulla validità dell'induzione è stato lo scozzese David Hume (1711-1776). Nel suo «Saggio sull'intelletto umano» Hume ha individuato il punto debole del metodo induttivo, che consiste nel presupposto che la natura sia statica, cioè che si comporti sempre allo stesso modo, ovvero che sia sempre uniforme. Se fosse uniforme e regolare allora sarebbe giustificato il fatto che il passato sarebbe regola per il futuro e la mente umana da alcuni eventi, che fungono da segni, prevederebbe con sicurezza il verificarsi di altri che dovrebbero necessariamente accadere.

Ma purtroppo l'uniformità e la regolarità della natura è un presupposto che si dovrebbe accettare come «assioma», perché non ha senso chiedere all'esperienza la garanzia di tale regolarità, perché sarebbe un «circolo vizioso»: l'esperienza si appoggia sulla regolarità della natura e la regolarità della natura viene garantita dall'esperienza basata sull'abitudine e la fiducia12.

Questa invalidazione dell'induzione fu lo «scossone» che svegliò Kant - come dice lui stesso - dal sonno dogmatico e da ciò fu indotto come abbiamo visto, a concepire le «categorie a priori» della mente che garantiscono la regolarità della natura che diviene una proiezione della stessa mente. Ma anche l'ipotesi di Kant, l'abbiamo visto, è infondata.

Comunque si chiami «assioma» o «categoria a priori» il fatto è che la regolarità non sostiene l'induzione incompleta con un appoggio oggettivo. D'altra parte non la possiamo includere tra gli «assiomi-valon-principi» primordiali da cui siamo partiti per poter iniziare e continuare il nostro discorso, perché la regolarità della natura non fa parte della nostra soggettività come i nostri mezzi conoscitivi a cui siamo costretti ad accordare la nostra fiducia, ma fa parte della «realtà che è fuori di noi» che ancora dobbiamo scoprire. E sta proprio qui il nocciolo della nostra ricerca in questa parte: la validità dello strumento con cui possiamo stabilire un ponte tra la nostra mente e la realtà esterna, oltre l'intuizione sensibile che ci Del resto che l'induzione non abbia diritto al riconoscimento per tale validità, oltre l'argomentazione di Hume lo dimostra la storia successiva della conoscenza che ci presenta un cumulo di fatti che «falsificano» la presunta regolarità della natura. 1) Il ridimensionamento della teoria di Newton - basata sulla regolarità della natura e confermata dalle deduzioni e che ha spinto Kant a inventare le sue categorie a priori - da parte della teoria di Einstein: essa è stata «limitata» per comodità pratica ai soli

«Nuclei sedimentari, scoperti perforando in profondità il suolo marino, hanno messo in evidenza una sorprendente correlazione con l'ultima inversione nel campo magnetico terrestre, che è avvenuta circa 700.000 anni or sono e la scomparsa di certe forme di vita.

Il prof. J.D. Hayes dell'università di Colombia ha stabilito, con precisione, che sette casi in cui si è verificata l'estinzione di certe forme del «plankton marino», si sono avuti in concomitanza di una inversione delle polarità del campo magnetico. È da presumere che l'intensità del campo magnetico diminuisca secondo i cicli secolari, ragione per cui fra qualche migliaio di anni il nostro pianeta potrebbe trovarsi nella condizione di campo magnetico nullo. In questo caso le radiazioni cosmiche sarebbero poco modificate dall'azione della sfera magnetica costituita dalla Terra.

Ciò potrebbe validamente spiegare il fatto che l'estinzione di certe specie di animali e la comparsa di nuove sia avvenuta secondo salti periodici, piuttosto che una curva avente un andamento graduale, cominciante nel tempo con il variare della polarità del campo magnetico terrestre».16

Non ho trovato una descrizione così efficace di tale aspetto della realtà o natura come quella che si legge nel libro «Le montagne e gli uomini» dello scienziato russo Ilin (Ilia Jacobovic Masciak).

«L'altro giorno - scrive Ilin - ho trovato fra i miei vecchi libri un povero volume sgualcito con la copertina di cartone tutta tarlata. Era una «Geografia delle cinque parti del mondo». Non c'eravamo rivisti da almeno venticinque anni. Lo aprii e mi misi a guardare le immagini familiari alla mia infanzia: un isolotto di corallo, una grotta di stalattiti, un ballo su un tronco di un albero gigante, il baobab, una vedova bruciata a Benares, una lattaia italiana in groppa a un asino, una famiglia di ricchi contadini del Governatorato di Kursk.

Tutte queste stalattiti e questi isolotti erano pallidi e incolori. E malgrado ciò, ogni immagine era un'oasi in un deserto monotono. E a ragione! Questo libro era quasi interamente composto di nomi scritti in grassetto; vi era una lunga enumerazione di istmi, golfi, isole, penisole, animali, piante, popoli, paesi. Tutto vi era calcolato e segnato come nell'inventario di un grande magazzino; popolazione di un paese (cifra), vacche e maiali (cifra), chilometri quadrati (cifra). Ogni cosa in questo magazzino aveva il suo posto su uno scaffale. Uno scaffale si chiamava "configurazione fisica", un altro "condizioni climatiche", un terzo "fauna e flora", un quarto "geografia politica". Vi era là, sembrava, tutto ciò che esiste al mondo; vi mancava il tempo. Era un mondo addormentato in cui il tempo si era fermato. Tutto vi era immobile. I continenti restavano al loro posto e non si poneva neppure il problema che potessero cambiar forma o anche muoversi. L'altezza di ogni montagna vi era calcolata esattamente, ma non si diceva nulla di come queste montagne erano sorte.

Le cose non avevano né passato né avvenire. Era impossibile capire come il mondo era sorto e che cosa sarebbe diventato. Si sarebbe potuto credere che in ogni tempo un paese sarebbe stato retto da un re o da un parlamento; un altro da un re senza parlamento; un terzo da un parlamento senza re. Si sarebbe potuto credere che le frontiere di un paese sarebbero sempre delle linee immobili come l'equatore e i tropici. Si sarebbe potuto credere che per sempre fino alla fine del mondo i contadini dell'impero russo in uno dei suoi distretti avrebbero fatto calzature di feltro e conciato le pelli di montone, mentre in un altro paese avrebbero tagliato cucchiai di legno.

Tutto questo bisognava che noi lo sapessimo sulla punta delle dita, ma noi non sapevamo assolutamente che cosa farcene. Un libro raccontava tranquillamente e con indifferenza che nel Nord "si stendevano pianure paludose e disabitate" e nel Sud "si stendevano deserti disabitati" ma non si diceva affatto che si potevano trasformare i deserti, prosciugare le pianure paludose. Si parlava del Sud dove i raccolti sono distrutti dalla siccità ma non si diceva che l'uomo poteva sopprimere la siccità.

sempre più basse e le vallate sempre più larghe. Le catene di montagne si spezzerebbero e formerebbero dei tratti montuosi separati. Infine là dove ora vediamo delle montagne, vedremmo delle pianure. E allora dal fondo del mare, lentamente, per corrugamenti, si eleverebbero nuove montagne e nuove catene di montagne.

Su questa carta animata la crosta della terra stessa non rimarrebbe immobile; vi sarebbero delle sezioni che rimontano e altre che scendono come la bilancia che sale da un lato quando dall'altro discende. Da un lato non potendo più resistere a una tale tensione la crosta terrestre si fenderebbe, si formerebbero delle incrinature attraverso le quali noi allora potremmo vedere come si producono i terremoti. Più presto ancora sotto i nostri occhi si muoverebbero foreste, pianure e deserti. La foresta marcerebbe sulla tundra, la steppa seguirebbe la foresta nella marcia verso il nord, il deserto marcerebbe sulla steppa...

Su una carta vivente si muoverebbe e ingrandirebbero le nere ramificazioni dei fiumi. Nei paesi di montagna si vedrebbero apparire ora in un luogo ora in un altro, dei nuovi fiumi. Talvolta basta una sola bufera, un solo acquazzone perché nasca un fiume. Sotto i nostri occhi un giovane fiume si aprirebbe un passaggio sulla terra, si costruirebbe un letto come un uomo costruisce un canale. Vedremmo come nascono le curve di un fiume quando gli è necessario girare un'ostacolo, quando una roccia che esso incontra sul suo cammino lo respinge dilato con un angolo uguale all'angolo del colpo che riceve. Vedremmo chiaramente che ogni fiume ha la sua vita, piena d'avventure, piena di lotte di lavoro. Apprenderemmo che i fiumi non sono affatto separati, come sembra quando si guarda una carta geografica ordinaria, una carta immobile. Su una carta vivente i fiumi si farebbero la guerra fra loro tentando di prendersi gli affluenti, portando via ai vicini le loro sorgenti e i loro bacini. Talvolta un fiume vinto uscirebbe dal combattimento quasi senza affluenti come un soldato amputato delle sue braccia e delle sue gambe. Questo in altri tempi è accaduto alla Mosa cui il Reno ha preso i suoi affluenti di destra e la Senna quelli di sinistra. Su ciò ha scritto il geologo francese Haug.

Impareremmo che i fiumi hanno anche loro la loro giovinezza e la loro vecchiaia; i più grandi, come il Mississipi, sono stati in altri tempi giovani e forti correnti. Turbolento e fragoroso scorreva un tempo il Mississipi; si apriva la via, bombardando di pezzi di roccia gli ostacoli che incontrava sul suo cammino. E oggi il vecchio Mississipi, enorme e pesante, trascina faticosamente le sue acque, soffocandole nei propri depdsiti. Il limo sale sempre più alto chiudendo il letto. Il fiume non ha la sua forza per scavare il suo fondo per andare avanti; tutto ciò di cui è capace è di ritrarsi senza ingaggiar battaglia, e andarsene a fianco per formare un grande arco, una curva, a destra o a sinistra. Sempre più spesso cambia letto, abbandona per sempre le città che sono sorte sulle sue rive. In alcuni luoghi, dei laghi stretti e sinuosi ci raccontano che fl passava il Mississipi. Dalla forma del lago si capisce che è un pezzo di questo fiume che l'ha perduto nella sua fuga.

Fiumi, isole, laghi, capi, baie, istmi, tutto cambia nella natura e si trasformerebbe sotto i nostri occhi sulla carta vivente se esistesse una carta simile. E l'uomo sarebbe visibile su una simile carta? L'uomo proprio non l'avremmo notato certamente, anche se la carta fosse grande come la piazza rossa di Mosca. La scala non ci permetterebbe di vedere l'uomo, ma potremmo vedere il suo lavoro. Potremmo vedere come della lana spessa e ricciuta scende dai pendii; è l'uomo che abbatte le foreste sulle montagne, sono i suoi greggi che denudano i pendii. Potremmo vedere in alcuni luoghi un colore verde chiaro mettersi come a colare sulla terra inondando gli spazi rossigni delle steppe e puntando sulle macchie oscure dei boschi; è l'uomo che su questa carta occupa sempre più posto con le sue superfici seminate. I piccoli campi tra i boschi sempre più si allargano, crescono, raggiungono altri campi. Ed ecco che dei boschi non rimangono già più che dei piccoli isolotti tra i campi. Potremmo vedere come l'uomo distrugge e costruisce. È poco probabile che si possa constatare l'esistenza di un ordine e di un piano nel lavoro che egli ha fatto fino a oggi. Ecco dei fiumi disseccati, perché l'uomo ha abbattuto le foreste sulla linea dello spartiacque e lavorato la terra vergine...

Guardando la carta vivente comprenderemmo perché le rive orientali dell'America riproducono le rive occidentali dell'Africa: dove l'America presenta un vuoto, l'Africa ha una sua sporgenza. Il geofisico Wegener dice che un tempo l'America si è staccata dal vecchio mondo come un'enorme zolla di terra e se n'è andata verso Ovest. Apprenderemmo che l'oceano Pacifico non è semplicemente un oceano, ma una cicatrice, una cicatrice sul corpo del pianeta, prodottasi ancora al tempo in cui la luna si è staccata dalla terra per proseguire da sola il suo cammino (ipotesi di Pickering). Si spiegherebbe così il fatto che l'America abbia una tendenza verso le terre orientali, verso il Pacifico: è la terra che a poco a poco riguadagna il suo equilibrio, dopo la frattura del suo sviluppo Se avessimo sotto gli occhi una carta vivente, il mondo intero ci sembrerebbe differente, nuovo».17

Anzi lo stesso «concetto di legge» non è che un antropomorfismo, cioè una proiezione sulla realtà di un nostro modo soggettivo di operare. La legge difatti è un vincolo o un dominio con cui la nostra volontà cerca di imbrigliare i fenomeni e i fatti secondo l'esigenza della nostra vita, e ci sembra ovvio che anche nella realtà fuori di noi una volontà analoga «regoli» costantemente la vita del mondo. La parola «legge» è fuorviante e dovrebbe essere sostituita con i termini «forza» o «energia». Nella realtà sperimentiamo che ci sono delle «forze» - non “leggi”- che operano sì costantemente ma non nel senso di mantenere il mondo sempre allo stesso modo ma nel senso di interagire lentamente ma continuamente» e questa modificazione a noi si manifesta certe volte improvvisa perché non avevamo avvertito il segreto lavorio di queste forze, per la  limitatezza dei nostri mezzi conoscitivi (es. nei terremoti). Su questo aspetto della realtà in cui siamo immersi, è stata costruita ultimamente la «teoria delle catastrofi» da Renè Thom.20

Resta dunque fermo il principio chiamato «legge di Hume»: «non si passa da descrizioni a prescrizioni», cioè non è ammissibile l'affermazione «è così e perciò deve essere così» che è la base del cosiddetto «diritto naturale». Non ci sono «leggi» che obbligano la natura a comportarsi sempre alla stessa maniera ma ci sono semplicemente delle forze che interagendo al rallentatore modificano con gradualità la realtà e in questo consiste la sua creatività. Il concetto di legge è un tipico prodotto della cultura umana che non può assolutamente essere esteso a tutto il resto della realtà: la continua applicazione che se ne fa a tale realtà è un antropomorfismo che costituisce una sorgente di «deliri». Ma stiamo entrando in un campo di cui dovremo occuparci alla conclusione del nostro lavoro.

Karl PopperHume ha cercato dunque di spiegare la fiducia che comunemente si usa dare all'induzione e ne trova la ragione nell'abitudine che si crea in noi per opera di una ripetizione di fatti realmente simili. Ma K. Popper è riuscito a spiegare tale abitudine con una più approfondita analisi:

Il secondo aneddoto23 si riferisce a Pitea di Messalia, che fu un grande viaggiatore dell'antichità (IV secolo a.C.). Nel suo libro «Attorno all'oceano» o «Il periplo» racconta di una terra fantastica, chiamata «Thule» al nord della Britannia, dal mare sempre ghiacciato e nella quale d'estate il sole non tramontava neanche a mezzanotte. Quest'ultima notizia fu sufficiente per farlo passare per millantatore e per secoli fu ritenuto un grosso bugiardo, come da bugiardo e da millantatore per secoli fu ritenuto e trattato il nostro Marco Polo.

Pitea fu ritenuto bugiardo in virtù della legge stabilita con l'induzione osservativa al di là di ogni ragionevole dubbio, secondo la quale il sole non può sorgere e tramontare che nell'ambito del cielo sempre osservato, mentre le successive osservazioni esplorati-ve hanno dato ragione a Pitea come a Marco Polo. E’ superfluo parlare di Copernico e di Galileo.   Come si vede il concetto di «regolarità» su cui è fondato il metodo induttivo è molto relativo e non sostiene sufficientemente il concetto di «legge» frutto delle nostre esigenze, al posto del quale occorre mettere quello di «forze interagenti» che operano in maniera da noi inavvertita.

E se sono poco solidi i concetti di regolarità e di legge, resta molto incerto il concetto di «causalità». Tra gli «assiomi-valori-principi» accolti da noi nel secondo gruppo che riteniamo elaborato nella prima fase del processo conoscitivo -quello intuitivo - non è stato incluso il principio di causalità perché appunto è il principio implicato nella generalizzazione generatrice del «cumulo di deliri».

Troppo facilmente, direi con somma leggerezza, ognuno di noi e quindi tutta l'umanità, stabilisce la connessione tra un fatto e l'altro cioè stabilisce la spiegazione attraverso un concatenamento ipotetico dei fenomeni, siano meteorologici o fisiologici o umani. Anzi sta proprio qui la sorgente più comune di tutti i sospetti, di tutti i litigi, di tante atrocità della vita umana. E’ un abuso dell'induzione e per riflesso della deduzione. Ma la faccenda è tanto difficile che è da ritenersi fortunato chi sa evitare tale scoglio, come diceva Virgilio:

«felix qui potuit rerum cognoscere causas»!24

(felice chi può conoscere le cause delle cose).

Certamente i diversi stati dell'energia, essendo interagenti, attraverso il moto generano i fenomeni e i fatti della realtà e pertanto un'influenza o dipendenza o causalità tra un fenomeno e l'altro costituisce la vita stessa della realtà, ma la ricerca e la determinazione della causa immediata e concreta di un fatto di qualunque natura si identifica col nostro problema fondamentale di questa parte, cioè la ricerca della «verità-realtà», e dipende come si vede dall'uso che sappiamo fare del nostro strumento conoscitivo.

Dobbiamo rifiutare la concezione della causalità come è stata intesa da Aristotele e successivamente dalla Scolastica, che con tale nome intendevano non solo la «connessione generativa» tra due eventi ma anche gli elementi costitutivi di una struttura.La causalità,realistica nel sistema aristotelico-tomistico, diventa idea innata con Cartesio per via della successione temporale e quindi per via dell'abitudine con Hume;diventa categoria a priori della mente che la proietta sulla realtà, con Kant; diventa occasionalismo con Malebranche e armonia prestabilita con Leibniz. E stata la matrice del «determinismo», secondo il quale nell'universo si muove tutto con necessità, regolata da leggi immutabili e ha suggerito a Laplace quanto segue:

«Un'intelligenza che in un dato istante conoscesse tutte le forze da cui la natura è animata... e d'altra parte fosse abbastanza vasta per sottomettere ad analisi questi dati, abbraccerebbe nella medesima formula i movimenti dei più grandi corpi e quelli del più leggero atomo: nulla sarebbe incerto per essa e l'avvenire come il passato sarebbe presente ai suoi occhi».25

Una particolare forma di determinismo è il meccanicismo. Già ideato da Democrito col suo atomismo, in seguito corretto da Epicuro e da Lucrezio con una parvenza di libertà dal fato, infine ripreso da Cartesio, che teorizza, come abbiamo visto, gli animali macchina (teologicamente giustificati da Malebranche),diventa platealmente materialista con Hobbes e La Mettrie («L'uomo macchina»).

Oggi il determinismo, basato su un concetto di causalità univoca e immutabile, è superato perché - come vedremo - la scienza galileiana penetrando nelle profondità della realtà che le ha imposto la teoria quantistica con Planck, la teoria relativistica con Einstein e la teoria probabilistica con Maxwell e Heisemberg, ha dovuto abbandonare il concetto di «legge naturale» vecchia maniera secondo gli immutabili criteri del meccanicismo classico di Galileo, di Cartesio, di Newton e di Laplace e ha dovuto riconoscere che nelle profondità della realtà vige l'indeterminismo e il probabilismo dei grandi numeri.

Ilya Prigogine, premio Nobel per la chimica e fisica 1977, riafferma che bisogna abbandonare la concezione classica del mondo come «automa» e che l'antica sicurezza della fisica classica era un'illusione fin dall'inizio, per cui non è possibile conoscere la realtà nel senso inteso da Aristotele e Cartesio: che il moto avvenga per acquisire una perfezione e che quindi l'essere perfetto deve essere immobile, è una delle tante gratuite affermazioni assiomatiche della metafisica; semmai è vero il contrario: nel moto è la vita e ciò che non si muove è morto.26

Ultimamente è stata acquisita sperimentalmente la falsificazione del celebre paradosso con cui Einstein si rifiutava di riconoscere l'indeterminismo e il probabilismo della fisica quantistica secondo la celebre frase «il buon Dio non può giocare a dadi nell'Universo»: l'esperimento è dei fisici A. Aspert, J. Dallibard e G. Roger dell'Università di Parigi. La conclusione che ne trae A. Zichichi è: «Finstein ha torto e la realtà è veramente imprevedibile!».27 Ma già Stephen Hawking aveva detto: «Non solo Dio gioca ai dadi col cosmo ma a volte li getta dove non si possono vedere» (nei buchi neri).28 Insomma il concetto di «legge naturale» ci fa comodo nei limiti della nostra esperienza vissuta nella «macrosfera» ma non regge più nella «microsfera». Questo vuol dire che la «regolarità macroscopica» a cui siamo abituati e su cui poggia la fiducia della nostra esistenza non va intesa come «ripetizione identica» di un comportamento sempre uguale della realtà ma come «gradualità» impercettibile di un continuo cambiamento. Sicché la «costanza» quasi statica o ciclica dei fatti e il «cambiamento» da noi vissuti nella dimensione macroscopica, mentre non ci autorizzano a «indurre» o «inferire» l'esistenza di «leggi» che obbligano il mondo a essere e a comportarsi eternamente sempre nella stessa maniera, però ci dicono che i «fatti» si «accendono» e «si spengono» con una gradualità simile alle «dissolvenze cinematografiche».

Lo schema mentale antropomorfico è il vero responsabile della concezione di una realtà statica e meccanicistica che spinge sempre a pensare e a ricercare «leggi naturali» che regolerebbero la realtà come le leggi civili regolano la vita dell'uomo. Ma se si riflette bene si comprende che la realtà vive e opera non secondo «leggi» ma secondo «forze» che interagendo continuamente però graduai-mente e «quantisticamente» ne modificano lo stato. Insomma il divenire è la vita dell'essere, e la fisica subnucleare dei nostri giorni ce lo sta mostrando in maniera sorprendente tanto da far dire al premio Nobel in tale campo Sheldon Lee Glashow: «una volta di più le sorprendenti trovate della Natura possono stupirci, nonostante la nostra presuntuosa certezza di conoscere sempre le regole del suo gioco».29

A questo punto concludere che il modo induttivo del ragionamento è fallace quanto quello deduttivo è troppo facile. E quello che ci preoccupa è l'assioma n. 2 del nostro «credo epistemologico», cioè la fiducia fondamentale da dare ai nostri mezzi conosci-tivi, perché questi ci danno per certa la «regolarità» dei fenomeni del mondo, insieme ad altri dati.

Ma non dimentichiamo che pur riconoscendo una fondamentale validità ai nostri mezzi conoscitivi noi stiamo alla ricerca delle «condizioni» nelle quali questi mezzi ci permettono di stabilire un «contatto» valido con la realtà esterna. Finora abbiamo appurato che sia la deduzione che l'induzione contengono enormi pericoli di fallacia e di illusione; perciò la nostra indagine non è finita. Comunque dall'impotenza dell'induzione di darci una conoscenza valida dei cosiddetti «universali» che non sono che frutto di astrazioni e generalizzazioni ricavate da un elemento comune a più strutture individuali, deriva per conseguenza anche l'invalidità della deduzione applicata alla realtà e quindi di tutti i metodi escogitati per comprenderla passando per la sola via razionale più dell'induzione-deduzione, come sono i test psicologici applicati a rilevare le carattenstiche di una razza o di una categoria di persone, i metodi di sondaggio di opinione e le statistiche sul comportamento sociale e i metodi di previsione di fatti attuati con simulazione di modelli attraverso l'elaborazione anche di «supercomputers»30nsomma, non si può giudicare un individuo per la sua pura appartenenza a una razza, a una nazionalità, a una cultura, a un ceto di persone. Le generalizzazioni vanno bene solo nelle cosiddette «scienze esatte», le quali per essere «astratte» dalla realtà non si dovrebbero chiamare neppure «scienze» perché la «scienza» è solo la conoscenza corrispondente alla realtà di qualunque natura. Tali scienze - come vedremo -sono solo «strumenti» per avere una conoscenza della realtà valida per un termine o meno breve, più o meno lungo, ma certamente non valida «eternamente».

CONCLUSIONE

La conclusione di tutta la nostra analisi sul valore del «ponte razionale» o «processo razionale» come via per appropriarsi di una «realtà-ignota» attraverso la dimostrazione induttiva-deduttiva, strada battuta da tutta l'umanità e anche dai filosofi e scienziati prima di Galileo, si è rivelata come una grossa trappola, e ora sappiamo il perché. Questo stato di cose fu definito da Whitehead «lo scandalo della filosofia» perché da tanto tempo e dopo tanto parlarne e scriverne non è stato risolto il problema dell'induzione come mezzo di conoscenza positiva di una «realtà ignota».31

Ma a noi sembra che Galileo, anche se non molto chiaramente e quindi inconsapevolmente, avesse già indicata la via giusta per la sua soluzione. E’ quello che vogliamo mettere meglio in luce.

L'intelligenza nel «processo triadico» ha lo strumento della creatività:lo possiamo osservare anche negli animali, i quali pure «sanno inventare» strumenti ingegnosi per raggiungere una «realtà lontana» e «sanno trasmettere» le proprie vitali esperienze e conoscenze ai figli e ai compagni. Su tale linea l'intelligenza umana è riuscita a superare la creatività animale «inventando» strumenti più sofisticati, come ce lo mostra tutta la lunghissima età della pietra e quella dei metalli fino alla fortunatissima invenzione del meraviglioso strumento che è il «segno convenzionale», il quale prima col linguaggio umano, poi con l'arte figurativa e infine con la scrittura si è rivelato un mezzo formidabile per trasmettere e conservare le conoscenze della realtà esteriore e del mondo interiore, moltiplicando la cultura umana in misura strepitosa e offrendo così materiale di «confronto» alla creatività di ognuno.

La creatività sposata alla cultura, intesa come insieme di conoscenze apprese per insegnamento, ha generato tutti quegli strumenti in cui facciamo consistere il «miracolo» della civiltà umana, che fa diventare l'uomo quasi «trascendente» al mondo animale. Ha prodotto strumenti «validi» fino a quando è restata nel «confronto» di elementi concreti e reali, perché quando ha sostituito a uno degli elementi del confronto un elemento «immaginato», cioè non rappresentativo di un elemento conosciuto ma di un elemento «da conoscere» quindi «supposto» - ecco l'ipotesi - ha cominciato a produrre tutti quegli strumenti «vuoti» come sono la medicina stregonesca e i riti religiosi o piuttosto superstiziosi con i quali si vorrebbe comunicare con «realtà supposte» ma ritenute reali per avere aiuto nel raggiungere altre realtà lontane o assenti.

La preghiera è il risultato di tale fase della conoscenza umana e secondo gli epigoni di tale ramo culturale sarebbe il «salto di qualità» che distacca l'uomo dal semplice animale32: noi ci vediamo invece semplicemente l'inizio dell'ambiguo strumento della Ragione, la quale attraverso l'uso e l'abuso dell'inferenza induttiva e deduttiva ha fatto credere all'uomo di essere qualche cosa di speciale. Quando difatti l'intelligenza umana, per andare alla ricerca di una «realtà ignota», si è abbandonata fiduciosa al «ponte o processo razionale», che noi denominiamo anche «metodo metafisico», è stata sopraffatta dalla «Ragione», che è diventata la «padrona di casa», lasciando credere di potere raggiungere la «verità ignota» da sola. Questo è stato l'errore di tutte le culture, consacrato dalla filosofia greca che ha definito l'uomo «animale ragionevole» e avvalorato dalla teologia cristiana con tutto il peso della sua fede. Perciò la cultura è un «mare magnum» in cui è difficile decifrare la verità dall'errore.

 

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1-Cfr. E. Paci -Filosofia Contemporanea pag. 161 segg.
2-Cfr. art. di A. Amiante "Sartre la paura" da Il Tempo del 17/3/81
3-Cfr. Dizionario Filosofico Rizzoli - Logica
4-Cfr. P. Filiasi Carcano - "La metodologia nel nonovarsi del pensiero contemporaneo" - Ed Libreria Scientifica - Napoli. 1958
5-K.Popper-La logica della scoperta scientifica e Congetture e Confutazioni.
6-W.Goethe-Faust-Einaudi 1955 pag.22
7-.Popper-Congetture e Confutazioni. pag.305
8-ibidem-161-167
9. P.Kracbnanicoff - "Magia degli animali" - Ed. Mondadori 1980 pag. 45
10-tbidem - pag. 86
11-Ibide-pag.86
12-Cfr. Enciclopedia "Nuove Muse" - Ed. SAlE - Torino 1971 - IX pag. 4511-Cfr. "Congetture e Confutazioni" - 1.c. pag. 32
13-Dizionario Filosof. Rizzoli "Associazionisrno"
14-Antologia Filosofica Ed. Marzorati 1975 - I - pagg. 47-48
15-Cfr. 3. Rifkin - "Una nuova concezione del mondo" - Ed. CDE 1983 pag. 243
16-Cfr. R. Cevellati art. "Tempo atomico e tempo astronomico" su Paese Sera del 29/12/79
17-Cfh. Campel art. "Quando il giorno aveva quattro ore" Tempo del 13/10/79 
18-Cfr. "Il Tempo" del 24/12/83
19--'K. Popper "Congetture e Confutazioni" 1.c. pagg. 84-85
20-Cfr n~2
21-P. Soati art. "L'occhio elettronico" Giornaie dei Misteri n. 113 pag. 50
22- Honcompagni art. "Quando la terra mutò faccia" su "Giornale dei Misteri" n. 99 pag. 19
23--Soavi l.c.pag.50
24-Ilin in "Le montagne e gli uomini" pag. 9 Ed~ Universale Economica 1949
25-. Rivista "Arcani" Ed. Armenia maggio 1980 pag. 66
26-J. Monod. "Il caso e la necessità" - 1970
27.-Ideom - "Stabilità strutturale e morfogenesi" - Ed. Emaudi 1980
28.Popper "Congetture e Confutazioni" l.c. pag. 83
29-K.Popper "Congetture e Confutazioni" I.c. pag. 79
30-Ibidem pag. 93
31-Georgiche Il, 489
32-Dizionario di Filosofia Rizzoli - Causalità
33-fr. ArL. di A. Zichichi "La scienza nella lotta contro la fame nel mondo" su "Il Tempo" del 20/3/84
34-Cfr. J~ Agassi - Episternologia - Ed. Armando 1978 pag. 81
35--Cfr. G Barbiellini Amidei - La Riscoperta di Dio - Ed~ Rizzoii 1984 - pag. 53

 

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