Alla ricerca del secondo bandolo
Alla ricerca del bandolo della matassa
1 - Una
constatazione antica
"Insomma nessun ammalato ha sognato
qualcosa di indicibile che non 1o dica
già qualche filosofo"
T Varrone
Per
elaborare culturalmente il mio pensiero sul "bandolo della matassa", era giusto
che mi documentassi su quanto personaggi celebri avevano riflettuto, ricercato e proposto.
Ho così non solo rinverdito i miei studi scolastici ma ho preso conoscenza diretta con le
opere di cui conoscevo il contenuto soltanto da trattazioni altrui.
E stato
così che l'estate del 1979, in un fresco soggiorno svizzero, mi sono letto direttamente
il "Discorso sul metodo" di Cartesio, da lui pubblicato nel 1637. Quello che mi
ha impressionato in tale lettura è che Cartesio, partito dall'oggettiva osservazione
della miserevole condizione della cultura filosofica costituita da opinioni e gruppi di
opinioni tra di loro contrarie, non ne abbia saputo trarre la giusta conclusione
epistemologica.
L'osservazione
che aveva colpito Cartesio era questa, la riferisce egli stesso: "avevo imparato in
collegio che sarebbe difficile immaginare nulla di strano e così incredibile che non sia
stato detto da qualche filosofo".1
Tale
constatazione era antica, e anche a me era restata impressa leggendo per caso un passo di
T. Varrone nello sfogliare un libro di classici in una libreria nel maggio 1974, tanto che
lo annotai nel mio taccuino. Ecco la frase esatta: "Postremo nemo aegrotus quidquam
somniavit tam infandum, non aliquis dicat philosophus" (insomma nessun ammalato
sognò qualcosa di indicibile che non lo dica qualche filosofo).2
Si vede che
era un detto comune, difatti un'espressione analoga è stata scritta anche da Cicerone:
"Non so perché, non si può dire niente di tanto assurdo che non sia detto da
qualcuno dei filosofi".3 Ma siccome Varrone e Cicerone erano intimi amici può darsi
che si siano scambiato il pensiero nei loro discorsi.
Anche
Shakespeare sembra che alluda a tale luogo comune quando mette in bocca ad Amleto la
celebre frase: "Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante non ne sogni
la tua filosofia".4
Goethe è
più esplicito nell'allusione quando fa dire a Mefistofele nella "notte classica di
Malpurga" all'avvicinarsi di Talete e di Anassagora: "Dove, come qui, regnano i
fantasmi, i filosofi, si sa, sono i benvenuti. Costoro, per darti modo di godere della
loro arte e dei loro favori, subito di fantasime te ne creeranno un'altra dozzina".5
La stessa
constatazione è alla base della riorganizzazione filosofica tentata da Hegel, nata - come
egli dice nella prefazione alle "Lezioni sulla Storia della Filosofia" - di
fronte al panorama "di una città deserta, dove restano sepolti la pretesa e il nome
vano della filosofia".
Ma possiamo
dire che è la giustificazione della nascita di ogni nuovo sistema come il Positivismo, il
Marxismo, il Pragmatismo, il Neopositivismo, la Fenomenologia, l'Esistenzialismo, il
Problematicismo, l'Omnicentrismo. Anzi l'apologetica teologica postula la necessità della
"parola di Dio", cioè la necessità di una Rivelazione soprannaturale,proprio
di fronte alla Babele filosofica. E di recente (1956) Franco Lombardi di fronte alle
antinomie tradizionali che travagliano la cultura umana, per cui la "storia della
filosofia dopo Hegel è stata in un certo senso la storia della negazione della
"filosofia" in quanto tale" e perciò "occorre rendersi conto di una
tale storia", invoca una nuova "Ricostruzione filosofica".6 Ma siamo certi
che tutte le belle "ricostruzioni" approdano sempre a grossi fallimenti se non
si va alla ricerca del perché la mente umana è stata capace di produrre "un cumulo
di deliri", nonostante tutta la buona volontà.
I giovan
sono facilmente impressionati dallo "scandalo della storia della filosofia" che
offre lo spettacolo di una continua aberrazione dello spirito umano.Oggi il delirio più
assurdo che tutti maledicono è la teoria politica del terrorismo, figlio del leninismo e
del fascismo, che con assassinii e stragi pretende di imporre alle maggioranze le
ideologie delle minoranze e così rende sempre attuale il triste lamento che ancora
Shakespeare fa esprimere allo sventurato re Lear: "Appena nati noi piangiamo per
essere venuti in questo grande teatro di pazzi"7
Da tale
constatazione in me sorge spontanea questa domanda: perché tante congerie di opinioni
contrarie? Sarà solo per la fregola di dire qualche cosa di nuovo, di originale e di
diverso? Ovvero sarà la mancanza di metodo nella ricerca della verità? Ovvero la causa
starà in qualche cosa di più profondo?
Cartesio
ritenne che ci fosse la sprovvedutezza di metodo e perciò cominciò a dare a se stesso (e
con l'esempio anche agli altri) un metodo di ricerca tecnica con le famose quattro regole,
tra cui quella delle "idee chiare e distinte", integrate per la vita pratica con
le altre quattro regole morali provvisorie. E certamente bisogna riconoscergli il merito
di avere richiamato l'attenzione sull'importanza fondamentale della metodologia in ogni
attività per poter compiere un lavoro proficuo e per poter evitare errori il più
possibile. Egli si prefiggeva e raggiungeva un duplice scopo, cioè di spazzare via il
terreno dal coacervo di "deliri" e di ricostruire su basi solide l'edificio
della filosofia, e un altro, indiretto, quello di eliminare una volta per sempre lo
scetticismo partendo dal punto fermo del "cogito ergo sum".
Ma io penso,
visto quanto è successo dopo Cartesio, che la ragione di tanto errare sia in una causa
più profonda sita in noi stessi, e che qui dobbiamo impegnarci ad individuare.
2 - Che cosa è la conoscenza?
Cominciamo a domandarci: che cosa è la conoscenza? Come si vede a me piace sempre
chiarire il significato dei termini, perché questa è la premessa che ci permette di
intenderci e di dialogare, altrimenti ci riduciamo sempre a fare della scherma in un
pantano. Se la filosofia defl'analisi del linguaggio del neopositivismo del Circolo di
Vienna ha un merito, è proprio quello di aver richiamato l'attenzione sulla grande
importanza della precisione del linguaggio, cioè della corrispondenza tra segno e
significato.
Abbiamo
trovato il primo bandolo nel dato primo in assoluto fornitoci dalla propria coscienza e
costituito dall'identità della conoscenza con l'esistenza: esistere = sentirsi. Berkeley
ha riespresso meglio la formula di Cartesio e Cartesio quella di S. Agostino "si enim
fallor sum" (se sbaglio è segno che esisto). Dobbiamo però riflettere che solo
dentro la propria coscienza tale equazione è valida. Abbiamo infatti osservato che la
nostra coscienza è un "centro" con una "frontiera" a due facce
costituite da un "senso interno" e un "senso esterno": mentre col
"senso interno" avverte la propria "realtà", col "senso
esterno" avverte "un'altra realtà" distinta. Ebbene da questa avvertenza
comincia un tipo diverso di "conoscenza" che non si identifica più con
l'esistenza della "realtà" (oggetto) avvertita.
Qui se ben
riflettiamo, il termine "conoscenza" ha in sé lo stesso contenuto di quello di
"comunicazione" perché "si conosce" sempre attraverso un atto
comunicativo, un "contatto". La conoscenza inizia con un contatto secondo le
varie vie della sensibilità in maniera globale e si stabilizza con la ripetizione dei
contatti fino a diventare familiare. Si può dire che si "riconosce" una persona
o un oggetto o una situazione solo dopo averci avuto un contatto. I gruppi di ogni genere
anche tra gli animali si costituiscono solo con la conoscenza. Tale contatto avviene tra
due punti o centri o strutture della realtà. Attraverso tale comunicazione avviene una
modificazione nei centri interagenti, i quali si strutturano e destrutturano secondo la
natura o il valore della comunicazione. Come si vede il discorso scende alla radice di
tutti i concetti e dell'"essere" o "realtà": difatti appare il
concetto di struttura che ci impegnerà nella ricerca del nostro secondo bandolo a tempo
suo. Intanto ci basti di avere intravisto che la realtà funziona per
"connessioni", "relazioni", "rapporti", che chiamiamo
appunto "comunicazione" o "conoscenza".8
a
comunicazione comporta quindi sensibilità, cioè quella qualità che ogni
"essere", per il fatto stesso di essere, deve avere in sé altrimenti non
sarebbe "essere" ma "nulla": solo il nulla non "sente" cioè
non "comunica". La sensibilità consiste nel poter interagire, cioè comportarsi
come "attivo" e poi "passivo" ovvero come "passivo" e poi
"attivo". Vedremo alla fine della nostra ricerca se possiamo attribuire a tutta
la realtà in cui siamo immersi la validità della constatazione contenuta nel primo
assioma del nostro "credo epistemologico": "sento, conosco, so, sono
convinto di sentire, di conoscere, di sapere... e che in questo consiste la mia
esistenza". Comunque stranamente questa constatazione o assioma coincide con
l'equazione hegeliana: essere = pensiero, alla cui radice è "sentire". Hegel
infatti rimprovera alla filosofia precedente l'errore fondamentale di distinguere l'essere
e il pensiero e mi pare che in questo abbia - come Cartesio - fatto una scoperta
fondamentale ma sempre come Cartesio si è messo a galoppare sul cavallo della metafisica
e si è perduto con Fichte e Schelling nella stratosfera dell'idealismo assoluto nel quale
non c'è posto per il "pregiudizio fondamentale" che consiste nel credere
"che esistano cose fuori di noi".9
Dobbiamo
dunque avvertire che la famosa espressione di Berkeley qui deve essere corretta in
quest'altra: "esistere vuol dire sentire ed essere sentito", cioè fuori della
propria coscienza, la conoscenza è a due sensi direzionali, mentre per Berkeley e gli
idealisti era a una sola direzione per cui la cosa conosciuta sarebbe esistita in quanto
viene sentita, cioè il sentire creerebbe la cosa.
Chi ha messo
in rilievo questo valore dell'essere-realtà è stato -per quel che ne so -
Whitehead,
secondo il quale "nella nostra percezione è presente il sentire dell'universo non
solo come sentito ma anche come senziente. Proprio per questo l'universo percepito è
reale e la percezione non è separata, astratta e poi assunta come falsamente concreta
(come avviene in Bekerley)... Bisogna dunque oltre tale separazione trovare attraverso la
percezione il concreto processo organico. Questa è la verità fondamentale che deve
essere riconosciuta come primo passo per costruire una filosofia della scienza... Gli
eventi sono fatti attuali, sono sempre vivi e sono, nella natura più profonda, un
sentire"10 "Gli eventi sono gruppi e organi-smi sociali... in relazione con
altri organismi sociali... gli eventi sono in prensione reciproca. In altri termini, un
evento è tutto il processo in quel dato organismo spazio4emporale, in quella data
situazione. La percezione non è la mia percezione se non è anche il percepirsi del
processo in me, e il percepirsi in me non è concepibile senza la prensione della mia
percezione con l'attività di altri centri del sentire che non sono il mio
sentire".11
Questa
concezione dell'essere come comunicazione (cioè essere-divenire) e quindi, come
conoscenza, la svilupperemo in seguito quando avremo raggiunto la meta della nostra
ricerca. Intanto dobbiamo constatare che noi conosciamo con tutto il nostro organismo
perché tutto il nostro organismo è fornito di sensibilità. Sono stati contati cinque
sensi ma non bisogna diementicare che tutta la nostra struttura o natura "è
sensibilità". Con questa "sensibilità" il nostro organismo, nel contatto
comunicativo con la realtà distinta dalla nostra struttura, riceve un'"immagine
speculare" della struttura con cui viene a contatto.
Tale
immagine con termine greco è stata detta "idea". "L'Idea-immagine"
nel centro dellanostra struttura conoscitiva si spoglia dei particolari vivi relativi al
"qui e ora" e diventa una figura "sbiadita" che va bene per tutte le
strutture simili per tipo e funzione. L'inizio del processo conoscitivo avviene alla
stessa maniera della fotografia: siamo infatti costituiti di materiale sensibile, su cui
come sulla pellicola o in un calco la realtà esterna o porzione di essa stampa la propria
immagine. Tutti abbiamo coscienza che le sensazioni, cioè gli atti comunicativi, sono
traducibili o riducibili in un unico terminale luminoso, di cui è fatta l'immagine. La
sensibilità è luminosità, perché è vibrazione (e tra le vibrazioni c'è anche la
luce). Così nel processo conoscitivo si possono distinguere chiaramente due fasi; una è
costituita dal "contatto con una realtà presente" ed è l'intuizione sensibile;
l'altra è costituita dalla "rappresentazione di una realtà assente" ed è
l'immagine, l'idea o il concetto. Perciò vedremo che nella conoscenza ci sono due stadi:
lo stadio diretto (Intelligenza) e indiretto (Ragione). L'impostazione della conoscenza
come comunicazione per sé è proprio del primo stadio, cioè quello dell'esperienza o
dell'intuizione sensibile; ma si può applicare anche al secondo stadio, cioè al
"processo razionale", in quanto è impostato sul primo e ha tutta l'intenzione
di comunicare con la realtà.
Intanto si
impone un'equazione: conoscenza = comunicazione = sensibilità = interazione.
Sull'interazione sono costruite tutte le strutture della realtà, per cui possiamo dire
che una struttura è un insieme più o meno stabile o in equilibrio di quanti energetici
che si comporta in modo unitario nel movimento pendolare "azione-reazione".
"L'occhio
se non fosse solare non potrebbe guardare il sole": questa è un'acutissima
osservazione di W.Goethe, che K. Lorenz pone in apertura del suo libro "L'altra
faccia dello specchio". Essa ci dice che l'occhio è stato costruito secondo il
meccanismo anzidetto per una azione continua della luce solare e una continua reazione
della struttura di partenza dell'essere vivente in un processo evolutivo particolare che
si inserisce in quello più generale di tutta la vita sulla terra.
Su tale impostazione corre tutta l'interessantissima opera di K. Lorenz premio Nobel per
la biologia nel 1973. Lorenz ha dimostrato che la conoscenza si fonda su di un processo
interattivo mediante il quale l'essere vivente, in quanto sistema assolutamente reale e
attivo, e in quanto soggetto conoscente, si confronta con i dati di un altrettanto reale
mondo circostante che sono l'oggetto del suo conoscere.
La vita va
intesa come conoscenza, come un'interazione tra conoscente e conosciuto, come una duratura
operazione che concretizza "quel realismo ipotetico", che come vedremo sarà
l'unica soluzione epistemologica intellettiva. Lorenz modestamente parla di
"ipotesi" ma dopo la sua opera fondamentale possiamo parlare di un'acquisizione
scientifica che fa capo non nel nome ma nel contenuto a Max Planck, P.W.
Brigman, a D.
Campelì, a W/R Corti, a K. Popper e a tanti altri scienziati e filosofi, e recupera
l'impostazione realistica che faceva capo ad Aristotele e a S. Tommaso d'Aquino.
Con le
conclusioni di K. Lorenz che provengono dalla ricerca nel campo
etologico, convergono le
conclusioni di J. Piaget che provengono dalla ricerca nel campo della psicologia
infantile. La conoscenza è un faticoso processo di adattamento e non un semplice
affacciarsi alla finestra sulla realtà. Tale processo costituisce l'esperienza
conoscitiva la quale risulta di "assimilazione" di dati sensibili e di
"elaborazione" di schemi mentali. È una inestricabile interazione tra il
soggetto e la realtà. "Le conoscenze non derivano mai esclusivamente dalla
sensazione o dalla percezione, ma anche dagli schemi di azione o dagli schemi operativi di
diversi livelli, irriducibili alla sola percezione... La stessa percezione non consiste in
una semplice lettura dei dati sensoriali ma comporta un'organizzazione attiva, che è
dovuta all'influenza di questo schematismo delle azioni e delle operazioni sulla
percezione in quanto tale".12
3 - Sogno o realtà
Il contenuto che abbiamo dato al termine "conoscenza" è quindi del tutto
opposto a quello che gli viene dato dall'impostazione idealistica. Questa impostazione
inizia con l'origine della riflessione filosofica: ha per padre Parmenide e viene portata
a battesimo nientemeno che da Plantone e viene seguita da una lunga serie di uomini come
Cartesio, Locke (il quale per quanto sia un anello importante dell'empirismo puro ha un
aspetto idealista perchè sostiene che oggetto della conoscenza sono le idee della mente),
Hume, Malebranche, Fichte, Schelling, Hegel, Shopenauer, Nietzsche, Croce, Gentile, ecc.
Essa ammette che la conoscenza consiste solo nel conoscere le "proiezioni" della
nostra mente: il mondo che crediamo di conoscere non è altro che una costruzione
sintetica del nostro "Io". Teniamo presente che ho detto che tale impostazione
"ammette", difatti si parte sempre da una "ammissione", cioè da un
assioma. Anche noi siamo partiti da un assioma, che abbiamo chiamato il nostro "credo
epistemologico" di base o esistenziale, secondo il quale aderiamo con convinzione ai
cinque punti esistenziali senza dei quali non possiamo iniziare un discorso e neppure
vivere.
E quando
Hegel nega agli "oggetti finiti" (determinati) un vero "essere reale"
facendone invece un "finito ideale" come sua negazione13 non fa che un'
ammissione gratuita o un assioma; e questo sarebbe niente se non fosse contraddittoria
all'intuizione sensibile o esistenziale della nostra coscienza, la quale ci fa aderire
"con convinzione" perché si tratta di "un attracco" o
"incatenamento" proprio secondo il significato etimologico della parola latina
"convinzione" che indica "essere legato a qualche cosa": la nostra
mente - che intanto abbiamo denominato in modo molto generale "sensibilità" ma
dobbiamo ricercare in che cosa effettivamente consista e sarà il secondo bandolo della
nostra matassa- viene "legata" alla prima realtà che incontra.
Questo
inizio della nostra attività conoscitiva è uno dei pochissimi momenti che costituisca il
criterio di verità per "intuizione", in quanto il nostro strumento conoscitivo
è in contatto diretto con la realtà e ne "sente" o ne "coglie"
l'immediata verità senza altri passaggi logici o dialettici, nei quali come vedremo si
annida il trabocchetto "dell'errore" che è una "presunzione" di
verità. Ma questo argomento, che è proprio della nostra ricerca finale,lo svilupperemo
più avanti. Intanto occorre sottolineare e insistere sul "valore esistenziale"
dell'inizio della conoscenza, perché la scienza e la filosofia sono attività della vita
e perciò devono ancorarsi agli assiomi su cui essa si basa.
Possiamo
senz'altro affermare che sia l'impostazione realistica che l'impostazione idealistica sono
due impostazioni assiomatiche, non si possono né dimostrare né falsificare e che si
accettano gratuitamente e che si equivalgono dal punto di vista epistemologico di partenza
ma non si equivalgono dal punto di vista assiologico, cioè dal punto di vista umanistico
o dei valori. Ricordiamo che l'uomo è la misura di tutto e ciò che cozza contro questo
valore supremo deve essere eliminato. Come vedremo la filosofia non è una conoscenza
neutra ma una conoscenza che tiene di vista sempre "l'uomo", per trarre dalla
sua ricerca e dal suo sapere oggettivo una indicazione positiva o negativa sempre in
rapporto alla vita umana, cioè una saggezza.
Filosoficamente
parlando l'impostazione idealistica può sfociare - come storicamente è sfociata -in
varie direzioni antiumanistiche: si può dire che il ceppo idealistico è stato quello che
ha accumulato i più grossi guai per l'umanità.
Certamente
anche il ceppo realistico non è andato esente da guai per l'uomo. Abbiamo iniziato questa
parte dando uno sguardo panoramico alla situazione generale della storia della conoscenza
umana e abbiamo visto che già al tempo di Varrone e di Cicerone, cioè nel I secolo
avanti Cristo, si era constatato quanti "deliri" aveva partorito la mente umana.
Anzi la stessa impostazione idealistica ha avuto la sua origine proprio dall'esperienza
fallace compiuta dall'impostazione realistica: la questione dell'osservazione del
cambiamento e quindi del movimento delle cose e dell'esigenza dell'identità
dell'"essere", ha contrapposto due dei primi pensatori greci: Eraclito diceva
"tutto si muove" (panta rei) e a lui ha risposto Parmenide che essere o non
essere è una contraddizione e perciò il "moto non esiste" ma è solo
apparente. Tutto il problema della conoscenza pertanto anzi della filosofia come
conoscenza della realtà, sta nel conciliare queste due posizioni e la congerie di
"deliri" è dovuta proprio al fatto di non avere saputo e potuto decifrare
questo grosso problema o questo grosso "paradosso" come lo chiama K.
Lorenz, il
quale si meraviglia come per secoli i più intelligenti tra gli uomini e soprattutto i
più grandi filosofi con Platone in testa siano stati convinti idealisti.
"Ci viene pertanto spontaneo - scrive Lorenz - di domandarci quali motivi abbiano
potuto spingere tanti ingegni che seriamente lottavano per la conoscenza, a vedere in modo
esattamente rovesciato il rapporto esistente tra il mondo fenomenico e il mondo reale. Io
vorrei azzardarmi a dare una spiegazione dell'origine di questo paradosso.
La scoperta
del proprio "IO", la nascita della riflessione, devono aver rappresentato un
avvenimento di importanza decisiva nella storia del pensiero umano. Non a torto l'uomo è
stato definito l'essere riflessivo. La visione dell'uomo stesso in questo specchio in cui
e da cui viene riprodotta la realtà, ha avuto comprensibilmente profondi effetti
retroattivi su tutte le altre funzioni conoscitive dell'uomo: esse infatti vennero
spostate tutte su un piano più alto di integrazione. Anche il processo di oggettivazione,
cui abbiamo accennato, e che costituisce la premessa necessaria di ogni sapere
scientifico, viene reso possibile solo da questa visione. A questa che è la scoperta più
grande di tutte le scoperte fatte dall'uomo nel corso della sua evoluzione spirituale,
fece subito seguito l'errore più grande e più gravido di conseguenze: il dubbio sulla
realtà del mondo esteriore.
Forse fu
proprio la grandezza di una scoperta come questa, lo sconvolgimento che essa provocò a
fare apparire del tutto naturale ai nostri progenitori il loro dubbio. "Cogito ergo
sum" - penso quindi sono - questa è certezza. Ma chi può sapere, chi può
dimostrare che il mondo variopinto che noi viviamo è anche esso una realtà? I sogni
possono essere altrettanto variopinti e altrettanto ricchi di particolari, e apparire
convincentemente reali a chi sogna. Forse che tutto il mondo non è altro che un sogno?
Riflessioni
di questo tipo devono avere sopraffatto con la loro forza di convinzione un'umanità che
proprio allora si era svegliata dal crepuscolo di un riflessivo realismo
"animale". È comprensibile che assalito da questi dubbi l'uomo abbia distolto
il proprio interesse dal mondo esteriore per concentrarlo esclusivamente su quel mondo
interiore che aveva appena scoperto. Questo fu l'atteggiamento assunto dalla maggior parte
dei filosofi dell'antica Grecia, e il ceppo delle scienze naturali, che a quell'epoca
mostrava i più promettenti germogli, venne lasciato inaridire. Infatti poiché lo sguardo
dell'uomo aveva la possibilità di scoprire direttamente, se rivolto all'interno, il senso
delle verità più profonde, mentre se si rivolgeva all'esterno non gli rimaneva nel
migliore dei casi altro da fare che dimostrare leggi proprie di una chimera o di un sogno,
chi mai avrebbe voluto affrontare lo studio noioso e faticoso di un mondo esteriore che
oltre tutto appariva anche in certi suoi aspetti poco invitante?
Così nacque
una scienza che si occupava quasi esclusivamente del soggetto umano e delle sue leggi che
regolavano il suo modo di vivere, di pensare, di sentire. Il primato che viene
riconosciuto a questi processi, di cui fanno parte anche del resto le funzioni
"dell'apparato~immagine del mondo" umano, ebbe come conseguenza paradossale
quella di provocare una confusione tra immagine e realtà: le immagini delle cose che il
nostro "perceiving apparatus" ci riflette vennero prese per la realtà, e le
cose reali per ombre caduche e imperfette delle perfette ed eterne idee. "Idealia
sunt realia ante rem": l'universale è reale prima del particolare. "L'idea del
cane" che Christian Morghesten ha così deliziosamente messo in ridicolo, ha per
l'idealista il valore di una cosa di per sé esistente cui compete un grado più alto di
realtà che a qualsiasi cane vivente e perfino alla totalità di tutti i cani viventi.
Io credo che
la spiegazione di questo paradosso vada ricercata in un tentativo di antropomorfizzazione
del processo creativo quando per esempio un falegname costruisce un tavolo, esiste
effettivamente un'idea di tavolo precedente alla realizzazione del tavolo reale, e anche
più perfetta di questo, perché per esempio manca dei nodi che l'artigiano costruttore
sicuramente non aveva "immaginato", come non aveva "immaginato" un
eventuale "scivolamento" della pialla durante il lavoro.
L'idea
inoltre è meno deperibile del mobile mondo reale, perché una volta che questo è stato
mangiato dai tarli o distrutto dai bambini, essa può sempre realizzarsi di nuovo
attraverso l'aggiustamento del vecchio o la costruzione di un nuovo tavolo
Ma come
la maggior parte delle cose che esistono nel nostro universo, il cane non è stato
progettato sulla base di un disegno umano. L'idea di esso che noi abbiamo in testa è
un'astrazione che, con l'aiuto dei nostri organi di senso e del sistema nervoso, abbiamo
dedotto dalla nostra esperienza di molti cani reali. Ormai siamo solo a malapena coscienti
di quanto incredibilmente paradossale sia la nostra abitudine di ritenere che i dati di
fatto reali siano semplici immagini di ciò che in realtà è la loro immagine. Tra tutti
i popoli della terra, noi tedeschi siamo più profondamente impregnati di idealismo
platonico: "tutto l'effimero è solo un'immagine", così potè scrivere il
nostro maggiore poeta - e nessuno lo contraddisse. Fino ai tempi recentissimi, tutti i
filosofi di una certa importanza erano idealisti. La scienza moderna nacque con Galilei,
senza avere nessun aiuto essenziale da parte della filosofia (che si riteneva tale, mi
permetto di aggiugere io: nota dell'"a."), e si sviluppò indipendentemente dai
nuovi germi, e non come una rinascita nelle antiche e ormai morte scienze naturali. Essa
non si preoccupò di ciò che le scienze umane avevano prodotto e queste, dal canto loro,
ignorarono intenzionalmente la nuova scienza della natura".14
Ho voluto riportare questa lunga citazione perché mostra chiaramente come l'impostazione
idealistica sia nata sì dal "conosci te stesso", su cui abbiamo tanto
insistito, ma staccandolo dal contesto di tutto il resto della realtà. A parte
l'assiomaticità di tutte e due le impostazioni, e dobbiamo dire che in questo sono pari,
l'impostazione idealistica tuttavia ha contro di sè il fatto che non è ancorata alla
"realtà" del "sentire" della coscienza punto di partenza della
conoscenza, cioè è invalidata - a parte le conseguenze antiumanistiche - proprio alle
radici specifiche della sua assiomaticità cioè nel punto esistenziale cui tutta la
nostra conoscenza si innesta con la vita. Parmenide, l'iniziatore del razionalismo e
dell'idealismo, sua continuazione, ha derivata la sua impostazione sulla fallacia dei
nostri sensi, produttori secondo lui di "illusioni". Il razionaliso e
l'idealismo sacrificano i dati dell'esperienza a vantaggio del "pensiero" inteso
come speculazione autonoma, cercando cioè di liberare il "pensiero" dalla
dipendenza del dato empirico.
Essi
pretendono di dedurre ogni conoscenza certa da "principi evidenti a priori".
Cartesio, nel conflitto della "Nuova Scienza" con la metafisica, entra in campo
a salvare la metafisica riallacciandosi a Parmenide nel sottolineare gli errori e le
illusioni dei sensi e così il pensiero diventa la "coscienza chiusa" che vive
un suo mondo di rappresentazioni e la scienza non è altro che un sistema di
rappresentazioni. Kant, pur abbattendo la costruzione veramente illusoria della
metafisica, tuttavia anche lui contribuisce alla sua rinascita attribuendo alla creazione
delle categorie del "pensiero" l'esperienza sensibile. Ma l'errore
dell'impostazione razionalistica e idealistica sta nel non distinguere i
"limiti" entro cui i nostri sensi sono validi, cioè nell'immediata o intuitiva
comunicazione con la realtà esterna a noi, e nella pretesa che debbono oltrepassare tali
limiti. Ma dall'insoddisfazione di questa pretesa arrivare al misconoscimento della loro
valida prestazione nel campo proprio è errore grossolano. Il razionalismo e l'idealismo
cominciano con una gherminella logica; il realismo con un atto di fede in se stessi.
"Quando si considera l'edificio grandioso delle scienze della natura, i loro
risultati prodigiosi e le loro molteplici applicazioni; quando ci si sente schiacciati di
fronte all'immensità dell'universo e presi di ammirazione dell'ordine e della stabilità
che vi regnano, malgrado la sua incessante evoluzione; infine quando si pensa che la
rivelazione di queste meraviglie è interamente legata alle nostre percezioni sensibili,
ci viene da pensare che l'esperienza sensibile non ha per nulla l'inconsistenza che
l'idealismo le attribuisce e a stento si può comprendere come la filosofia così poco
umana, così priva del "senso del reale", possa venire accettata da tante
intelligenze".15"Max Planck - prosegue Lorenz - da un punto strettamente
scientifico è stato uno dei primi a tentare il passaggio dalla più basilare di tutte le
scienze, la fisica, alla più basilare delle discipline filosofiche, la gnoseologia. Egli
era perfettamente a conoscenza del sistema logico Kantiano quando compì quell'azione
rivoluzionaria che consisteva nell'utilizzare la categoria della causalità, classificata
come a "priori" e indispensabile al pensiero dell'idealismo trascendentale, alla
stregua di una ipotesi formulata dall'uomo: egli si limitò infatti ad accantonare quei
fatti, ottenuti per via sperimentale, che non gli era possibile ordinare entro vecchi
schemi, sostituendoli invece con calcoli probabilistici. Verosimilmente Max Planck non
sarebbe riuscito in questa rottura che da un punto di vista gnoseologico è almeno
altrettanto sovvertitrice quanto da quello fisico, senza una profonda conoscenza del
pensiero di Kant".16
Lorenz conclude che Planck trasse conseguenze epistemologiche che approdano
all'impostazione realistica della conoscenza, denominata "realismo ipotetico".
Ma all'impostazione idealistica sono state tagliate le radici stesse dalla
"falsificazione" della teoria di Kant sulle "categorie a priori", che
come vedremo aveva escogitato per risolvere il "paradosso" nato dall'impotenza
del metodo induttivo di condurci alla formulazione di conclusioni universali valide,
dimostrata da Hume, e dal fatto incontestabile della teoria di Newton che era una scoperta
miracolosa di una conclusione generale. La teoria di Kant è stata falsificata perché è
stata falsificata la premessa da cui Kant partiva, cioè la "verità" assoluta
della teoria di Newton, la quale è crollata di fronte alla teoria di
Einstein, che ne ha
dimostrato i limiti: pur restando utile nel campo dei fenomeni macroscopici del cosmo,
essa è falsa per i fenomeni relativistici del microcosmo. Il paradosso di Kant è stato
risolto dalla scienza in maniera diversa da come Kant aveva ritenuto necessario di
risolverlo.17'stata una conferma di quanto Kant stesso ci aveva avvertito molto
chiaramente, che cioè "la ragione vede solo ciò che lei stessa produce secondo il
proprio disegno"18 che con la semplice e pura speculazione metafisica (= Ragione
Pura) si può dimostrare tutto il contrario di tutto.
Ci siamo liberati dell'impostazione idealistica e ci siamo orientati verso l'impostazione
realistica. Ma anche questa impostazione doveva essere purificata. Difatti - come abbiarno
più volte rilevato - la causa di tanto errare è stata proprio la conoscenza o coscienza
approssimativa della natura e dell'uso del "mezzo", o "organo" secondo
il termine greco, con cui l'uomo crede di pervenire alla scoperta della
"verità-realtà".
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1-Cartesio - "Discorso sul metodo" parte Il
2-Terenzio varrone - tdove?)
3-M.T. Cicerone - De Divinatione Il, 48
4-Shakespeare - Amleto - 1.5
5-W.Goethe - Faust - Ed. Enaudi 1965 - p. Il, a~ Il pag. 222
6-Franco Lombardi - Ricostruzione Filosofica - Ed~ Urbinati Roma 1956 pag. 1
7-Shakespeare - Re Lear - Atto IV Sc.VI
8-cfr. E. Paci - Filosofia contemporaoea - Ed. Garzanti pag. 151-153
9Cfr. Enciclopedia Filosofica Sansoni 1957 col. 1198
10--Cfr. E. Paci l.c.- pag. 312
11-Ibidem pag. 55
12 -J. Piaget - Psicologia ed Epistemologia - Ed. Loescher - Torino 1974 pag. 99
13-Cfr. L. Colletti - "Il tramonto dell'ideologia" Ed. Laterza 1980 pag. 110
14-F. Van Stem1<,rgben - Hpi'temologia - SBI 1950 - pagg. 279-80
15-K. Lorenz - 1.c. pag. 43
17-Cfr.K. Popper 1.c. pag. 327-328
18--E.Knt - Prefarione Il Edizione - Critica della Ragion Pura
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