La sfida
dell’Intelligenza animale e del terrorismo ideologico
ovvero

INTELLIGENZA O RAGIONE
QUESTO IL PROBLEMA


"La scienza prende avvio soltanto da problemi.
Questi si presentano soprattutto quando restiamo delusi dalle nostre aspettative e quando le teorie ci coinvolgono in difficoltà e contraddizioni".
karl Popper - Congetture e confutazioni" Il Mulino 1972 pag. 281

"Vi sono alcuni che avvertono l'urgenza di un problema e per loro questo diventa qualcosa di reale, come un evento di disordine che debbono eliminare".- Karl Popper-Ibidem pag.129 



Il titolo di questo libro - La Rivoluzione dell'Intelligenza - è nato dalla constatazione storica che lungo i secoli sono state fatte diverse rivoluzioni culturali ma tutte sono state compiute sotto la spinta e in nome della Ragione.

Nell'indagine che stiamo per intraprendere vedremo che la Ragione non è proprio l'Intelligenza ma un suo strumento col quale tenta di impadronirsi di una realtà ignota, non raggiungibile col suo primario strumento costituito dall'intuizione sensibile.

L'operazione della Ragione approda facilmente, più che a una verità, a una illusione, con conseguenze spesso tragiche.
La rivoluzione più ammirevole che la storia conosca è quella operata dal Cristianesimo primitivo perché guidata dai valori umani più puri ma anch'essa purtroppo è fallita perché conteneva in germe una tragica illusione della Ragione, che con le sue trappole aveva fatto credere o concepire l'idea di un imminente "avvento" di Dio per cambiare il corso della Storia umana facendo finalmente giustizia.
La mancata realizzazione di questa illusione ha fatto riassorbire il Cristianesimo Teologico nel regno dei sistemi metafisici partoriti dalla Ragione, trasformandosi in quella teocrazia che di regno di Dio aveva ben poco. Dopo circa un millennio e mezzo è stata fatta, sotto la spinta degli stessi motivi ispiratori della rivoluzione cristiana, la Rivoluzione liberale depurata dall'illusione che aveva fatto fallire quella cristiana.

Anch'essa però veniva a fallire perché guidata dall'illusione della Ragione che la libertà fosse sufficiente a creare una felice condizione umana. Per reazione si fece poi la Rivoluzione socialista con gli stessi motivi ma specialmente con l'illusione della Ragione che l'obiettivo potesse essere raggiunto con l'attuazione di una giustizia sociale. Oggi possiamo tutti constatare anche il fallimento della rivoluzione socialista. Dopo tali tristi e deludenti esperienze della Storia viene spontanea la domanda: quando l'umanità capirà di abbandonare le illusioni della Ragione e imboccherà i metodi dell'Intelligenza?
Questo libro è stato scritto per richiamare l'attenzione di tutti ma specialmente degli intellettuali, che sono le guide dell'umanità, sulla grande scoperta compiuta dal Movimento Scientifico, che va da Galileo ai grandi psicologi dei nostri giorni: la decifrazione tra Intelligenza e Ragione.

Vedremo che tale scoperta ci porterà a proporre una rivoluzione su molte strutture su cui è impostato l'attuale assetto del mondo, opera delle illusioni della Ragione. Il mondo potrà essere migliorato e salvato solo se saprà rinunciare alle illusioni della Ragione e accettare i metodi dell'Intelligenza.
Il lavoro è il risultato della ricerca a cui mi hanno spinto due grossi problemi che mi hanno presentato la storia e la natura e che non rientravano nel quadro culturale in cui ero stato "formato". Si propone pertanto anche di rendere conto, a chiunque ha interesse al problema esistenziale umano avvolto nel mistero, di una singolare esperienza spirituale e intellettuale.
Dotato di sensibilità ribelle, nel tredicesimo anno di età venni rinchiuso in un collegio di Roma per le preoccupazioni che creavo a mia madre, una santa donna paesana, vedova di guerra con tre figli.

In collegio il mio ingresso fece epoca per gli urli di ribellione all'imprigionamento della mia libertà. Poi vi scoprii la bontà vissuta da un comunità religiosa educativa e a tale ideale dedicai la mia vita accettando l'invito di andare a studiare da prete.
A 25 anni iniziai la mia attività educativa tutta svolta in comunità giovanili di parrocchia, di collegio e di scuola. Nel 1958, assumendo l'insegnamento della religione nelle scuole, per le difficoltà incontrate con i testi allora correnti iniziai una sperimentazione didattica mettendo in mano ai miei alunni i testi evangelici nudi e crudi come oggetto di lettura, di commento, di ricerca, di riflessione e di illustrazione.

L'approdo fu l'elaborazione di un sussidio didattico in tre volumi impostato secondo il metodo attivo, biblico e cristocentrico.
Tale lavoro si rivelò molto stimolante, non solo per gli alunni ma molto più per l'insegnante, perché ne riportò la netta sensazione di trovarsi di fronte a una colossale contraddizione tra il cristianesimo evangelico e il cristianesimo storico. Fu questa constatazione a spingermi in una rilettura e in un riesame delle strutture del mio schema mentale costruite secondo un disegno "guidato" dalla cultura biblica, storica, filosofica e teologica dell'ambiente, che così aveva influito in modo determinante sulla scelta fondamentale della mia vita.

Rileggendo la Storia della Chiesa nei sette volumi di Daniel Rops, che allora venivano pubblicati, la contraddizione già concepita in embrione prese più consistenza di fronte alla grossolana deviazione anzi alla vera defezione della Chiesa del Medioevo dal programma originario, sostituendo all'iniziale bontà il terrorismo teologico, invocato poi per giustificarsi da ogni altro terrorismo successivo. La mia convinzione sull'infallibilità della Chiesa, perno della mia "formazione religiosa", cominciava a vacillare.
Nel 1965, cambiando luogo della mia attività educativa, mi si presentò la possibilità di compiere un'altra esperienza, quella della caccia, che poi riflettendo riconobbi immorale per mancanza di necessità di uccidere creature così meravigliose. Con la caccia scoprii l'autentico mondo della natura e con essa lo splendore dell'intelligenza degli animali, ignorata dalla filosofia spiritualista e dalla teologia della Chiesa.

L'intelligenza degli animali mi lanciò come una sfida a classificarla nel mio quadro mentale, nel quale aveva posto solo l'intelligenza dell'uomo, e così stimolò ulteriormente la mia ricerca.
Mi sembrava di avere tra le mani come una matassa aggrovigliata, di cui sentivo assolutamente la necessità di trovare il bandolo. E così è nato questo lavoro, la cui elaborazione è cominciata col titolo iniziale "Il bandolo della matassa" ed è terminata col titolo definitivo "La rivoluzione dell'intelligenza" perché mi pare che nell'Intelligenza si racchiuda il bandolo della matassa aggrovigliata dalla Ragione dell'uomo.
Come si vede è nato da un'esperienza di vita, la quale impose alla mia attenzione i due grossi problemi della persecuzione dei dissenzienti praticata dal cristianesimo teologico e il possesso da parte degli animali dell'intelligenza, che la cultura teologica ritiene un privilegio dell'uomo.

Nella mia notevole attività educativa ho incontrato molti grovigli da sbrogliare ma non sono stato impegnato da nessuno come da quello che mi sono proposto di dipanare con questo lavoro.
Mi fu da guida in questa ricerca l'epistemologo K. Popper. Col suo libro "Congetture e confutazioni" fece balzare in primo piano alla mia riflessione che il punto di partenza che rende valido o illusorio ogni nostro sapere è il mezzo con cui vi giungiamo: la validità della nostra conoscenza è la validità del metodo con cui viene acquisita.
Perciò mi detti alla ricerca del valore dei nostri mezzi conoscitivi partendo dall'enigmatica condizione umana e della natura stessa dalla conoscenza, per far luce su come funziona il pensiero, l'intelligenza, la ragione, sul valore dei loro prodotti come sono la cultura, il linguaggio, la letteratura, là logica, la filosofia, la scienza, la metafisica, l'ideologia, la fede, la teologia, la storia.

Così il lavoro è diventato una vera visita alle sorgenti della cultura e come tale può apparire come un'antologia di citazioni di chi prima di noi ha affrontato i problemi umani fondamentali ma non poteva essere altrimenti, anzi mi è sembrato un dovere attribuire a ciascuno il merito o il demerito delle scoperte e delle cantonate di cui gode e soffre oggi l'umanità.

Cioè mi è sembrato un atto di onestà intellettuale secondo quanto aveva osservato argutamente B. Pascal: "Quegli autori che parlando delle loro opere dicono "il mio libro", "il mio commento", "la mia storia", assomigliano a quei borghesi che hanno qualche bene al sole e sempre un mio sulla bocca. Farebbero meglio a dire ''il nostro libro"," il nostro commento", "la nostra storia", visto che di solito in quelle opere ci sono più beni altrui che loro".
Più tardi, quando venne abolito l'indice dei libri proibiti, leggendo il Dizionario Filosofico di Voltaire mi accorsi che Voltaire non era proprio quel "demonio" come la cultura clericale era solita dipingerlo ma mi parve il giusto tipo di filosofo che ricerca la bontà e la verità non commisurandole sul letto di Procuste di un sistema metafisico ma confrontandole con l'uomo, misura di tutte le cose.
Mi apparve come il vero filosofo umanista che più di ogni altro vide giusto dove si annidava la causa culturale del volto tirannico e truce del cristianesimo teologico. Voltaire infatti fu colui che lanciò il celebre grido "schiacciate l'infame", col quale intendeva suscitare una ribellione universale contro il terrorismo teologico che aveva snaturata la dottrina più umana che sia stata proposta, quella cristiana, scatenando atrocità infernali. I suoi avversari snaturarono anche il suo grido, presentandolo come ostilità contro l'umanesimo cristiano, mentre era la ribellione dell'intelligenza contro l'intollerante ideologia costruita su quell'umanesimo. Per onorare tanto personaggio ho voluto presentarmi col glorioso nome letterario di Voltaire lI: il suo spirito aleggia in tutto il mio lavoro.
Nell'andare avanti nella mia ricerca sull'origine del deragliamento della Chiesa e in genere di ogni terrorismo ideologico, mi pare di avere scoperto che la vera causa di tanto malanno si annidi proprio nella Ragione, meccanismo culturale escogitato dall'uomo nella sua evoluzione storica, che ha usurpato il ruolo proprio dell'intelligenza, natura profonda del nostro essere che ci accomuna con gli animali e in genere con tutta la Realtà.
Chi ha capito che il metodo della Ragione doveva essere sottoposto al controllo dell'Intelligenza col metodo sperimentale fu proprio colui che per avere osato esprimerlo ne provò le conseguenze più amare: Galileo Galilei. Alla mia riflessione il celebre processo è apparso sì come l'errore grossolano della Chiesa che ha mostrato tristemente di non possedere "la chiave" della "parola di Dio" su cui fondava la sua pretesa di imporre agli uomini "la verità", ma soprattutto mi è parso l'episodio più clamoroso del fallimento di tutta un'impostazione metodologica su cui l'umanità da sempre ha imperniato la ricerca di una verità nascosta, partorendo "deliri" e oppressioni di ogni tipo.
Tale episodio, che si può definire "lo scontro dell'Intelligenza e della Ragione", ha accelerato quel movimento, iniziato da qualche tempo, che Daniel Rops denomina "la ribellione dell'Intelligenza" in senso culturale. Noi abbiamo raccolto tale espressione dandogli un valore più denso, e cioè epistemologico e ontologico, ponendola a filo conduttore del nostro lavoro.
Vedremo infatti che nella Ragione filosoficamente intesa si annida la causa di tutti i nostri malanni, essendo capace di dimostrare tutto e il contrario di tutto. Il terrorismo teologico e quello politico hanno trovato giustificazione sempre nella Ragione per un verso o per un altro, mentre nell'intelligenza non può trovare che esecrazione.
Il terrorismo ideologico ha accomunato nello stesso triste spettacolo dei roghi la civiltà antica, la civiltà medievale e la civiltà moderna, mentre l'oppressione della vita umana diventa uno dei criteri con cui l'Intelligenza riesce a decifrare la verità e la falsità delle ipotizzazioni, delle astrazioni e dei sistemi creati dalla Ragione, che è solo un momento dell'intero apparato conoscitivo.
Alla mia riflessione è stato sempre presente quanto aveva scritto un altro grande che aveva stabilito i limiti della Ragione, Emanuele Kant, nel suo opuscolo "Che cosa è l'Illuminismo?" del 1784: "Ragionate su quello che volete e finché volete ma obbedite. Un ecclesiastico in particolare è tenuto ad insegnare secondo la confessione della propria chiesa da cui dipende, ma come intellettuale ha piena facoltà e anche il compito di comunicare al pubblico tutti i pensieri che un esame severo e coscienzioso gli ha suggerito circa i difetti ditale confessione e di fare le sue proposte di riforma della religione e della chiesa. E se nascesse contraddizione tra la propria religione e le proprie convinzioni, ci si dovrebbe dimettere".
E' risaputo che i filosofi con la loro riflessione hanno sempre creato tali problemi perché punte avanzate dell'evoluzione culturale.

Fu per questo che Cartesio formulò per sé - nel Discorso sul Metodo - insieme alle quattro famose regole epistemologiche anche altre quattro regole morali meno note ma non meno importanti con le quali saggiamente aveva stabilito che se uno studioso viene a scoprire una verità demolitrice della cultura dominante ha il diritto e il dovere di fare in modo che tale verità venga conosciuta dalla comunità e finché non viene recepita e acquisita ha davanti due scelte: o uscire dalla comunità o vivere secondo le regole che la comunità ritiene giuste, perché la verità è figlia del tempo, secondo quanto aveva constatato già Menandro Ateniese.
Con questo libro adempio appunto al compito di intellettuale comunicando le conclusioni alle quali sono pervenuto dopo una lunga riflessione e che permettono di sciogliere quei nodi secolari che si sono rivelati nodi scorsoi per l'umanità.

L'evoluzione dei tempi, merito di tutti gli uomini che hanno lottato per la libertà di pensiero, oggi ci permette di non tener conto di quanto già Platone ai suoi tempi era costretto a tener conto come scrive nell'Epistola VII: "ogni uomo che sia serio si guarda bene dallo scrivere cose serie per non gettarle in balia della perversione e dell'incapacità di capire degli uomini.
Da tutto questo si deve concludere che se uno mette per iscritto quelli che per lui sono i pensieri più seri, allora non gli dei ma gli uomini per certo gli hanno fatto perdere il senno."

È mia convinzione che la religione e gli operatori religiosi hanno un solo compito che giustifica la loro presenza nelle vicende umane ed è quello di proporre agli uomini non la "verità" ma la "bontà" indissolubilmente legata al valore assoluto della vita dell'uomo. Perciò c'è da augurarsi che i Capi religiosi comprendano di fondare l'unità delle varie religioni non in un'unica "fede teologica" ma nella "rinuncia" a tutti i "dogmi", che sempre hanno diviso e divideranno, e nell'accettazione dell'unico valore che può unire, che è la "bontà", che trova nella vita dell'uomo ispirazione legge e misura, lasciando agli scienziati e ai filosofi la ricerca della "verità".
Il secondo problema fondamentale che stimolò il mio lavoro, perché mi apparve che la sua soluzione contenesse la soluzione del primo, mi si presentò quando cominciai ad andare a caccia, come ho già accennato. Fu proprio durante le attese pazienti e ansiose, mentre ero nascosto dietro un cespuglio o dentro un fossato, nell'osservazione attenta e curiosa di ogni sorta di animali, fu proprio allora che mi resi conto di una realtà prima ignorata o vissuta con superficialità.
La realtà era l'intelligenza degli animali, che lacerò lo schema mentale ricevuto dalla cultura in cui ero cresciuto: fu allora che mi resi conto di quanto fossero stati parziali coloro che per proteggere la superiore dignità dell'uomo hanno negato l'intelligenza degli animali. Infatti per millenni, dai tempi dei salmi biblici, della metafisica platonica, aristotelica, cristiana e cartesiana fino all'Illuminismo, è stato sempre affermato e si continua ancora a ripetere da teologici e metafisici (ma non da contadini e cacciatori) che l'uomo si differenzia dagli animali per la sua intelligenza.
Il Concilio Vaticano Il così si esprime nella costituzione "Gaudium et Spes" n. 15: "L'uomo ha ragione di ritenersi superiore a tutto l'universo a motivo della sua intelligenza, con cui partecipa alla luce della mente di Dio".
La Bibbia nel salmo 31 dice: "non siate come il cavallo e il mulo, che non hanno intelletto". E S. Agostino, portavoce di tutti i filosofi e teologi antichi, ripete: "Le anime degli animali vivono ma non sono intelligenti".
2Cartesio, poi, volendo conciliare la sua metafisica con quella tradizionale della Chiesa, identifica gli animali alle macchine senz'anima e senza cervello: "Se ci fossero delle macchine le quali avessero degli organi e l'aspetto esterno di una scimmia o di qualche altro animale irragionevole, noi non avremmo nessun mezzo per riconoscere che esse non fossero in tutto della stessa natura di quegli animali...
In loro agisce la natura secondo la disposizione dei loro organi, come si vede che un orologio, composto semplicemente di ruote e di molle, può contare le ore e misurare il tempo meglio di noi con tutta la nostra saggezza.".
3 - Seguendo Cartesio La Mettrie (1700-1751) logicamente scriverà "L'uomo macchina". Shakespeare esprime il punto di arrivo della cultura tradizionale nel quale stiamo fermi da oltre due millenni, con la frase sacramentale: "una bestia cui manca l'uso della ragione avrebbe pianto più a lungo"
4 - Nonostante la bestia non possa piangere - secondo il poco intelligente cartesiano Malebranche - perché se soffrisse sarebbe in contrasto con la giustizia divina, essendo la sofferenza giustificata solo per gli uomini come punizione del peccato.
5 Ancora oggi il mistero è lungi dall'essere risolto. Di fronte all'intelligenza degli animali la riflessione del pensiero sistematico resta confuso, deviato da preconcetti sulla natura dell'uomo. Wittgestein si domanda perplesso: "Diciamo che un cane ha paura che il suo padrone lo batta; ma non che ha paura che il suo padrone lo batta domani. Perché no? Si può immaginare che un animale sia arrabbiato, impaurito, infelice, felice, allarmato. Ma fiducioso? - Un cane crede che il suo padrone sia alla porta. Ma può anche credere che il padrone verrà dopodomani? E che cosa non può fare a questo punto? Possono sperare solo quelli che sanno parlare? Solo quelli che hanno imparato perfettamente l'uso del linguaggio?"
6 - Mentre S. Hampshire sicuramente sentenzia:

"sarebbe insensato attribuire a un animale una memoria che distingua l'ordine degli eventi nel passato e nel futuro. Esso non ha i concetti di ordine, o non ha affatto alcun concetto7

Il fatto è che a me il mondo appariva tutto intelligente e l'uomo non è che uno dei tanti esseri intelligenti. Il comportamento degli animali, da me attentamente osservati, organizzati in gruppi quasi in maniera umana, mi rivelava non solo la loro intelligenza ma anche la loro saggezza. Non può essere qualificato diversamente il comportamento di una volpe nell'episodio narratomi da un contadino il quale teneva una diecina di galline ruspanti nella sua vigna. Tutte le sere le chiudeva con cura nell'apposita casetta, la quale, come al solito, aveva un piccolo buco di accesso di emergenza in alto. Una mattina, aprendo la porta come era consueto per dare da mangiare agli animali e mandarli a pascere, restò senza fiato di fronte allo spettacolo che gli si parava davanti: al centro della casetta "un montarozzo" di galline uccise e sopra sdraiata, come morta, anche la volpe. Dopo uno sfogo di sorpresa e di rabbia si accosta al mucchio doloroso ma restò a bocca aperta nel vedere come un fulmine la volpe scivolare e fuggire dalla porta aperta.
Tali fatti sono una sfida alle schematizzazioni interessate della cultura teologica e non si può fare a meno di essere d'accordo con i contadini e i cacciatori che classificano "intelligente" tale comportamento perché ha lo stesso comune denominatore di quello umano anche se il numeratore è più piccolo. Come è chiaro, la volpe di notte era entrata attraverso il buco di emergenza e, dopo avere razziato ed 
essersi satollata, sembra che abbia saputo fare anche la finta morta o comunque sorpresa addormentata sul suo caldo e soffice letto ha saputo fulmineamente risolvere un problema vitale.
Una mattina, dopo un breve giro di caccia, incontrai un'insegnante, mia vecchia conoscenza, e come una palla le lanciai la domanda: "secondo lei, che cosa è l'intelligenza?" - La risposta fu immediata: "la facoltà umana di comprendere".
Insistetti: "secondo lei, gli animali comprendono o no?" - Rispose: "gli animali non comprendono ma agiscono per istinto". Naturalmente io non restai d'accordo perché la realtà mi era apparsa troppo diversa e la parola "istinto" nascondeva la nostra ignoranza, anzi mi appariva nient'altro che l'equivalente dell'orologio di Cartesio. Desideravo vederci più chiaro.
Perciò nel 1969 mi iscrissi alla Scuola Educatori dell'Istituto di Pedagogia dell'Università di Roma, diretta da Luigi Volpicelli e mi qualificai educatore di comunità con la tesi "Il trattamento dei ragazzi difficili", e poi mi dedicai allo studio di autori che avevano affrontato i problemi di psicologia umana e animale per cogliere l'intima radice dell'intelligenza, cioè quel comune denominatore che fa che non solo l'uomo ma tutta la natura operi intelligentemente, senza dare retta al verso carducciano:

"meglio oprando obliar senza indagarlo 
questo enorme mister dell'universo."8

Il mistero dell'universo aveva affascinato A. Finstein, dal cui genio era stato paragonato nel libro "L'evoluzione della fisica" del 1938 a una specie di "romanzo giallo" per il cui svelamento da secoli si affannava l'umanità. "Questo mistero - scrive - non è stato ancora risolto né siamo certi che comporti una soluzione definitiva. Le nostre letture ci hanno già molto fruttato... Tuttavia ci rendiamo conto che, malgrado tutti i volumi letti e assimilati, siamo ancora lontani dalla soluzione ammesso beninteso che ne esista una... Più leggiamo e più cresce la nostra ammirazione per la perfetta composizione del libro, anche se la soluzione generale sembra allontanarsi a misura che avanziamo."

Tale immagine di Einstein ha suggerito il titolo per il pregevole lavoro di L. Cortesi "Universo Misterioso" del 1957, nel quale si avverte lo sforzo gemebondo di una forte intelligenza per sfuggire da un'impostazione culturale superata a cui la tiene incatenata uno schema mentale teologico. Anch'io a mano a mano che procedevo nella mia ricerca mi accorgevo che per approdare a una risposta filosoficamente valida ero costretto ad affrontare problemi intermedi, senza la cui soluzione non avrei mai potuto affrontare la risposta finale. Mi occorreva sapere fino a che punto i prodotti della cultura umana meritassero la mia fiducia. La partita in giuoco non era da poco: il problema dell'intelligenza mi sembrava che contenesse il bandolo della matassa.
Difatti il problema dell'intelligenza accompagna tutta la storia umana: dai primordi dell'animismo, cioè da quando si proiettavano esseri intelligenti oltre le ombre e dietro lo stormire degli alberi, attraverso la speculazione metafisica greca sul "1ogos", attraverso la speculazione cristiana dell'incarnazione del "ogos1" nel "messia" ebraico, fino all'esaltazione illuministica della ragione e all'attuale contrapposizione tra spiritualismo 
e materialismo che divide l'umanità in due blocchi ideologici. La sua soluzione è stata sempre inadeguata perché troppo inadeguata era la conoscenza della realtà. Ma la conoscenza che ce ne dà oggi la scienza ci consente d'intravedere dove risieda la soluzione del nostro problema.
Mi ha incoraggiato all'elaborazione del lavoro il pensiero di poter contribuire a sciogliere quei grovigli ideologici in cui l'umanità si trova avviluppata. È noto che l'umanità si trova irreggimentata in sistemi sociali religiosi e politici che sono seguiti e vissuti per necessità di vicende storiche e di condizioni geografiche e formano una specie di piattaforma ai continenti umani. Tali sistemi, escludendosi a vicenda e spesso combattendosi, hanno prodotto e continuano a produrre rovina e miseria. Questo lavoro costituisce lo sforzo di districare tale matassa con lo scopo prima di vederci chiaro e poi quello di stimolare a riordinarla per il bene dell'umanità.
Il problema è conoscitivo ma anche morale. Il cambiamento di impostazioni superate dall'evoluzione storica non si compie senza coraggio, perché ogni conoscenza produce cambiamento o nevrosi: il cambiamento si manifesta con l'evoluzione delle impostazioni, delle situazioni e dei sistemi di vita e di azione; la nevrosi si manifesta col malessere proprio delle situazioni contraddittorie che avviluppano il pensiero e il comportamento.

La conoscenza scioglierà tali "continenti ideologici" produttori di nevrosi mostrando che la ricerca di "identità" è proprio una delle ragioni di ristagno della divisione in blocchi contrapposti. L'ambiguità più assurda e pericolosa che inquina la cultura è proprio la "ricerca i identità culturale" intesa come fedeltà a quadri che la storia a mano a mano va mostrando superati: l'identità deve funzionare solo nella psicologia e nella logica e non nella cultura, la quale troverà la sua validità proprio in un continuo rinnovamento secondo le incessanti acquisizioni della scienza.

Questo per noi è l'elemento costitutivo della cultura, il quale produce gli altri suoi due elementi che sono i comportamenti e le creazioni di ogni tipo. È risaputo che ogni generazione, con la stessa necessità che la dischiude alla vita, viene sottoposta all'operazione culturale di vario tipo chiamata "educazione" e "formazione".

È la complessa trasmissione di tutti gli elementi acquisiti lungo la storia dall'umanità e dai vari popoli o gruppi che la compongono. Ma è chiaro che la validità di questa operazione educativa e formativa, a cui giustamente viene sottoposta ogni nuova vita umana, dipende dalla validità degli elementi conoscitivi, morali e professionali che costituiscono la cultura, perché la vita dell'umanità è una continua ricerca in questa infinita realtà in cui è posta a vivere e a mano a mano che passano i secoli si viene alla scoperta sempre di cose nuove e si comprendono quelle antiche in modo nuovo.

È quello che intendiamo fare anche noi con questa nostra visita alle sorgenti della cultura.


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1-CIr. A. Cattabiani - "Il volto segreto di Platone" - art. su "Il tempo" 22/10/84
2-S. Agostino - De Trinitate - Libro X, c. 4
3-Csrtesio - Discorso sul metodo - parte v
4-Shakespeare - Amleto i, 2
5-Enciclopedia Rizzoli - "Meccanicismo"
6-Cfr. O. Graffin - "Animale consapevole" - Ed. noringhieri 1979 pag. 60
7-Ibidem, pag. 52
8-G.Carducci - "Idillio Maremmano" - Rime Nuove

 

 

La rivoluzione dell'intelligenza

 

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