L'Enigma della Sfinge
Da
quando l'uomo ha cominciato a riflettere deve essersi posto il problema della comprensione
della realtà che ha di fronte, dell'ambiente in cui si trova immerso, prima allo scopo di
mezzi di trarne i mezzi di sussistenza e di conservazione e poi al solo scopo di capirne
l'intima natura. Frutto di tale lavoro sono le riflessioni di tutti i popoli, e i
monumenti della loro saggezza e delle loro illusioni sono codificate nelle loro scritture
e nelle varie forme dell'arte.
Solo in un
secondo tempo la riflessione dell'uomo si è rivolta su se stesso. "Conosci te
stesso" aveva insegnato Talete uno dei sette sapienti della più antica riflessione
dei Greci, e il motto fu trovato tanto saggio che venne poi scritto a grandi caratteri sul
frontone di uno dei santuari celebri della religione della Grecia, il tempio di Delfo,
santuario di Apollo, centro ispiratore della fede, della cultura e dell'attività greca.
Il motto
può essere considerato l'approdo del lungo millenario cammino della riflessione dell'homo
sapiens" che, secondo le ultime acquisizioni della paleontologia, da oltre 700.000
anni vive la sua avventura su questo pianeta.
"Conosci
te stesso" vuol dire che la chiave della comprensione della realtà l'abbiamo in noi
stessi. Conoscendo se stesso l'uomo verrà alla conoscenza di tutto il mondo di cui è una
porzione. Forse il senso corrente a cui alludeva l'invito del frontone di Delfo era
piuttosto moralistico; certo in tal senso è stato ripetuto lungo i secoli cristiani tesi
a una ricerca della perfezione morale. S. Agostino ha fatto scuola col suo ammonimento:
"noli foras ire, in teipsum redi, in interiore homine habitat veritas"1 (non
andare fuori, rientra in te stesso, la verità risiede nell'interno dell'uomo)
Severino Boezio fa parlare così l'apparizione della filosofia, che lo vuole consolare
nella sua prigionia in cui l'aveva gettato Re Teodorico:
- "... ti ricordi di essere uomo?"
- E come non potrei non ricordarmene?
- Potrai dunque spiegare che cosa sia l'uomo?
Me lo chiedi per vedere se io so di essere un animale ragionevole e mortale? Lo so e lo
ammetto.
- Null'altro sai di essere?
- Null'altro!
- Conosco un'altra e forse più grave causa del tuo male: hai cessato di sapere che cosa
tu stesso sia".2
E altrove la filosofia riprende: "La condizione della natura umana è tale che essa
si eleva al di sopra delle altre creature solo quando conosce se stesso, mentre scende al
di sotto delle bestie una volta che abbia cessato di conoscersi; per tutti gli altri
esseri animali infatti è un dato di natura il non avere conoscenza di sé, invece per gli
uomini deriva da una colpevole manchevolezza3
In seguito nel secolo XII Abelardo intitolò "Scito te ipsum" un'opera di
morale.
E nel palazzo di villa Orsini di Bomarzo, conosciuta come la "villa
dei mostri", si legge questa frase:
"nosce te ipsum - vince te ipsum - vive tibi ipsi - sic eris felix"
(conosci te stesso - vinci te stesso - vivi per te stesso - così sarai felice).4
Tutta la valle dei mostri di Bomarzo sembra una allegoria che vuole condurre il visitatore
a "sperimentare" tale richiamo.
Noi riprendiamo il motto di Talete in un senso molto più denso. Penso non ci sia un motto
più rappresentativo per il compito che mi sono proposto, cioè quello di tentare
un'interpretazione della vita e dell'universo adeguata all'attuale linea di avanzamento
della conoscenza umana in tutti i settori.
Con tale
motto si vuole indicare la via attraverso la quale aprirsi un varco per intravedere una
risposta all'immenso enigma di cui siamo come prigionieri.
"Conosci
te stesso" non soltanto sotto il profilo morale, cioè delle tendenze buone o cattive
che ciascuno porta dentro di sé, in modo da eliminare quelle cattive e coltivare quelle
buone, ma soprattutto sotto il profilo costitutivo.
Dentro se
stesso l'uomo troverà la finestra attraverso la quale potrà vedere la verità delle cose
perché partecipe della stoffa dell'universo.
L'aspirazione
di capire il mondo e se stesso e conseguentemente di sapere impostare il proprio modo di
comportarsi, è stata la molla segreta di tutta la speculazione e la ricerca
dell'attività umana. La filosofia, la religione, la scienza, la magia, l'arte, la
tecnica... non sono che aspetti di tale interiore tensione dell'essere umano.
La
conoscenza dell'uomo contiene la conoscenza di tutto il mondo, cioè la conoscenza dei
risultati delle indagini che tutta l'umanità da millenni va facendo sui vari strati della
realtà. Il grande sofista Protagora aveva capito che l'inizio di ogni problema e di ogni
conoscenza fosse l'uomo, e l'ha espresso con la celebre affermazione: "l'uomo è la
misura di tutte le cose".
Tale
affermazione senz'altro indiscutibile dal punto di vista assiologico, cioè dei valori (in
questo senso ha l'equivalente nella pur celebre frase di Gesù "il sabato è fatto
per l'uomo e non l'uomo per il sabato" e "che giova all'uomo guadagnare anche
tutto il mondo se poi perde la vita?"), può essere ritenuta valida anche come
principio epistemologico, cioè come principio di ricerca della verità, anche se sotto
questo aspetto è stata sottoposta a serrata critica da Platone nel "Teetteto".
Certo non possiamo interpretare la realtà con gli occhiali illusori dell'antropomorfismo,
di cui, come vedremo, occorrerà assolutamente liberarsi, ma dobbiamo cercare e possiamo
trovare nell'uomo il bandolo della matassa del mondo. In questo senso la frase di
Protagora è equivalente al detto di Archimede: "dammi un punto di appoggio e ti
solleverò il mondo" Cartesio cercò giustamente in se stesso tale punto di appoggio
per ricostruire tutto il mondo della conoscenza col noto grido del "cogito ergo
sum" (penso dunque esisto) anche se - come vedremo - non seppe usarlo con esito
positivo.
"Conoscere
se stesso" vuol dire rispondere alle domande: Di che sono fatto? Come ho fatto a
esserci? Come si vede, la risposta implica una conoscenza articolata della condizione
umana, incentrata nella psicologia, che diventa così la scienza chiave.
Dobbiamo
perciò capovolgere l'antico detto "ab Jove principium" (da Dio l'inizio) anche
se tale detto aveva un senso puramente rituale o al massimo esistenziale-ontologico e
dobbiamo sostituirlo con l'opposto "ab homine initium", cioè ogni discorso deve
cominciare dall'uomo. E questo vuol dire che prima di fare della teologia dobbiamo fare
della scienza.
Ma la
conoscenza dell'uomo è stata ed è il grande enigma. La sfinge egiziana è l'espressione
mitica più significativa della condizione umana di fronte alla difficoltà di penetrare
la realtà misteriosa più ardua di un semplice indovinello che la sfinge di Tebe poneva
ai passanti: "qual è l'animale che al mattino cammina con quattro zampe, a
mezzogiorno con due e alla sera con tre?".
Come si sa
un indovinello simile fu risolto senza grande difficoltà da Edipo, per cui la sfinge si
gettò in un precipizio cessando di tormentare i passanti. L'enigma che ci pone la realtà
è ben altro. E quello simboleggiato dal mito stesso di Edipo ma che Freud ci ha fatto
dimenticare per distrarre la nostra attenzione sui problemi psichici, del resto degni di
interesse. Difatti Sofocle mette in bocca a Edipo queste parole:
"Mai sarà che io la mia origine non metta in chiaro"5
L'umanità ha tentato per millenni di penetrarne il cuore, di coglierne il segreto senza
riuscirvi. E scienziati, filosofi e teologi hanno preferito poi volentieri volgere lo
sguardo altrove per esplorare chi i cieli, chi la terra e chi l'aldilà. E così la
conoscenza dell'uomo è restata per secoli all'indovinello della sfinge o quasi. È la
constatazione che fa Pascal nei suoi "Pensieri" in cui sommariamente riconosce
che l'uomo è un enigma contraddittorio che cerca la verità senza mai raggiungerla.
"Io non so chi mi ha messo al mondo né cosa è il mondo né cosa sono io stesso.
Vedo questi spazi impressionanti dell'Universo che mi rinchiudono e mi trovo attaccato a
questa vasta distesa, senza che io sappia perché sono stato collocato in questo luogo,
piuttosto che in altro. Né perché questo poco tempo che mi è dato da vivere mi è dato
a questo punto piuttosto che in un altro di tutta l'eternità che mi ha preceduto e di
tutta quella che mi seguirà. Io non vedo che infiniti da tutte le parti che mi
rinchiudono come un atomo e come un'ombra che dura solo un istante senza ritorno. Tutto
quello che conosco è che debbo presto morire: quello che ignoro di più è proprio questa
morte che non saprei evitare6
È l'ansia da cui è stato spinto Wolfgang Goethe a scrivere il suo capolavoro, il
"Faust", con le cui parole così esprime i suoi sentimenti all'inizio del
poema:
"Misero me! Ho studiato filosofia, giure, medicina e, purtroppo, anche teologia;
tutta la vita mi sono arrabbattato, ed ora eccomi qui, povero folle che ne so quanto
prima! ...Mi persuado che non possiamo saper nulla, e questo mi mette l'inferno nel cuore.
Certo ne so più di tutti quei cialtroni, medici, filosofi, legulei e preti; scrupoli e
dubbi non mi tormentano, non temo né diavolo né inferno. In compenso mi è tolta ogni
gioia, non so credere di sapere qualcosa sul serio né di poter insegnare agli altri ciò
che li renda migliori o li illumini... Potessi conoscere l'intima forza che tiene
congiunto il mondo, discernere le energie e gli elementi, e smetterla di baloccarmi con le
parole!2"
È il tormento di Giovanni Papini (1957) il quale nell' "Uomo Finito" (1912)
scriveva:
"Non so quanti provino questo malaugurato tormento di non ritrovare se stessi. I
Greci col loro "ghnoti sauton" (conosci te stesso) e Ibsen col "sii te
stesso" mi irritano in modo incredibile. Come farò a conoscere me stesso se non so
ritrovarmi in questa moltitudine di umanità che mi stringe e penetra da tutte le parti? E
come arriverò a essere veramente me stesso se non mi so riconoscere, se non so quale sia
il centro irriducibile, l'ultimo residuo della mia personalità?
- Io non
cerco un uomo, non cerco l'Uomo: voglio me stesso, unicamente me stesso. E non so chi sia
né dove stia né cosa pensi veramente. Con questo me fasciato vestito e imboccato dagli
altri debbo vivere - debbo vivere per sempre con uno sconosciuto. Ed è questo, e non
soltanto questo, uno dei supplizi della mia vita8"
Questo tormento era già stato rivestito con originale riflessione filosofica da Sòren
Kierkegaard (1813-1855), nella cui riscoperta il contemporaneo esistenzialismo ha trovato
avvio e alimento.
L'umanità
ha molto fantasticato sul proprio mistero. Ha prodotto miti curiosi e bellissimi
disseminati nelle mitologie di tutti i popoli. Quello che ha sopravvissuto più a lungo,
perché parte di fedi religiose ancora valide, è il racconto biblico. Ma tale elemento
culturale, prima accolto letteralmente, poi ridimensionato con criteri interpretativi
biblici nuovi imposti dopo Galileo, non ci dice molto sulla nostra condizione
problematica, la quale può essere studiata solo seguendo quanto aveva capito Montaigne ed
espresso nei suoi celebri "Saggi" del 1572 dicendo che "questo grande mondo
è lo specchio nel quale dobbiamo guardarci per conoscerci in un modo sicuro" e che
Pascal, fiaccato dallo sforzo giovanile nello studio della natura, finirà per giudicare
impossibile e inutile rifugiandosi nel misticismo come via più certa dando di sé
l'immagine di un Leopardi cristiano.9
Da circa
quattro secoli però la scienza ha avuto il merito di accumulare tanta conoscenza nelle
sue ricerche in cielo e in terra che ormai l'enigma uomo si è dilatato enormemente ed è
diventato un tutt'uno con l'universo. Specialmente in questi ultimi decenni la fisica,
l'astronomia, la geologia, la biologia, la psicologia, hanno dilatato l'orizzonte
immensamente nell'ambiente in cui è immerso, anche all'interno stesso dell'organismo
umano.
Il primo
tentativo serio di comprendere l'enigma ce lo ha dato Charles Darwin (1809-1882) col suo
libro "L'Origine dell'uomo" del 1871. Tale tentativo ha aggredito il problema
dall'esterno partendo dalle strutture biologiche e anatomiche. Un tentativo più
approfondito lo ha dato S. Freud (1856-1939) il quale ha aggredito il problema
dall'interno dell'uomo scoprendo le profondità dell'inconscio. Ma i loro tentativi e di
quanti ci hanno dato tante conoscenze sulle strutture anatomiche e fisiologiche dell'uomo
non hanno impedito circa quarant'anni fa ad A. Carrel, premio Nobel per la Medicina, di
scrivere il suo libro "L'uomo questo sconosciuto".
Questo
celebre libro richiamò di nuovo l'attenzione sulla necessità di conoscere l'uomo e ci
dette una mirabile sintesi "intelligibile a tutti" delle conoscenze scientifiche
accumulate in quattro secoli. Tale richiamo era necessario perché "l'uomo oggi è
incapace di seguire la civiltà lungo la strada per la quale si è messa, perché egli vi
degenera... L'uomo non ha compreso che il suo corpo e la sua coscienza seguono leggi più
oscure ma altrettanto inesorabili di quelle del mondo sidereo e che egli non può
infrangere senza pericolo"10
L'uomo
dovrebbe essere la misura di tutto; in realtà è un estraneo nel mondo da lui creato. Non
ha saputo organizzare una vita a suo vantaggio, perché non possedeva una conoscenza
positiva della propria natura".11
"Le
scienze naturali ci hanno dato modo di conoscere perfettamente quasi tutto ciò che si
trova sulla superficie della terra, eccettuati noi stessi".12
"Le
relazioni tra coscienza e cellule cerebrali sono ancora un mistero... quale è la forma di
energia responsabile dei fenomeni di telepatia?".13
"Un
materialista e uno spiritualista accettano la medesima definizione di un cristallo di
cloruro di sodio ma non vanno d'accordo su quella dell'essere umano.
Un fisiologo
meccanicista e un fisiologo vitalista non considerano allo stesso modo l'organismo:
l'essere vivente di Jacques Loeb differisce profondamente da quello di Hans
Driesh. Certo
l'umanità ha fatto uno sforzo gigantesco per conoscersi, ma benché noi possediamo il
tesoro delle informazioni accumulate da sapienti, filosofi, poeti e mistici, l'uomo come
tutto ci sfugge, non ne afferriamo che alcuni aspetti frammentari e per di più questi
frammenti sono creati artificialmente dai nostri metodi di ricerca.
Ciascuno di
noi non è che una processione di fantasmi in mezzo ai quali marcia la realtà
inconoscibile"14
Dopo di A. Carrel, il geologo e paleontologo Teilard De Chardin ci ha dato la grande
sintesi del suo "Il fenomeno umano" nell'edizione definitiva del 1948, un
tentativo di decifrare l'enigma dell'uomo situato nel panorama cosmico del Tutto, in cui
il volto dell'umanità "appare come il prolungamento delle stesse linee
dell'universo.15
È
significativa la sua posizione: "Questa era sarà in modo eminente l'era della
scienza umana: l'uomo che conosce si renderà finalmente conto che "l'uomo oggetto di
conoscenza" è la chiave stessa di ogni conoscenza della natura. L'uomo questo
sconosciuto, ha detto Carrei. E bisogna aggiungere: l'uomo, questa soluzione, di ciò che
noi possiamo conoscere".16
"Decifrare
l'uomo significa conoscere come è fatto il mondo".17
Contemporaneamente
J. Piaget (1896-1980) operava una ricerca straordinaria sulla conoscenza dell'uomo,
partendo dal bambino con particolare riferimento allo sviluppo mentale.
Ultimamente due altri grandi scienziati, pure premi Nobel, Jacques Monod e K.
Lorenz,
hanno dato ciascuno il proprio contributo con una sintesi seguendo una traccia biologica.
Monod nel suo celebre "Il caso e la necessità" del 1970 ci pone di fronte
alI'enigma di un uomo indecifrabile ma il cui volto è segnato da "un male
dell'anima" che consiste "nell'esigenza di una spiegazione, l'angoscia che ci
stringe a cercare il significato dell'esistenza".18
E dal canto
suo Konrad Lorenz nel suo libro "L'altra faccia dello specchio" del 1974 ci
presenta un tentativo acutissimo di aprire l'enigma dell'uomo, di "questo avvenimento
storico unico nel divenire del mondo" ma lamenta che "molti sono ancora gli
ostacoli sulla via che porta per l'uomo alla conoscenza di sé. Pochi, troppo pochi sono
quelli che lavorano per abbatterli. Certo, il loro numero sta gradualmente aumentando e,
insieme, con la loro convinzione che dal loro successo dipende in qualche modestino
dell'umanità, aumenta anche il fervore della loro opera. Non vi è dubbio che la verità
finirà per trionfare, ma l'interrogativo che ci assilla è se ciò avverrà ancora in
tempo".19
I tentativi
di dare una risposta all'enigma sono stati molti e tutti hanno portato il proprio
contributo tra cui la finestra spalancata in quest'ultimi 40 anni sulla natura intima
della cosiddetta "materia" e sul comportamento delle particelle elementari ai
più alti gradi di energia, sembra quello più significativo.
È di fronte
a tali contributi il libro di N. Abbagnano "L'uomo progetto 2000" edito
ultimamente,20 si pone come proposta che sull'enigma della sua esistenza l'uomo cerchi di
costruirsi il suo destino tenendo conto della sua "finitudine" abbandonando
tutte le illusorie astrazionifonte di aberrazioni e di disastri. Mentre quello più
recente "Il Valore Uomo" (1983) di O. Mondin non è che un tentativo di
restaurare "valori assoluti che stanno al di sopra dell'uomo" per ridare
un'anima alla Civiltà Occidentale "caduta nel giro di pochi anni in crisi
mortale"21 Merita di essere menzionata "La Fondazione per la ricerca sulla
natura dell'uomo" creata da U.B. Rhine (1895-1980) negli anni quaranta e che opera
secondo un approccio psicologico e parapsicologico.
Ma prima di
raccogliere i vari elementi che sono emersi dagli sforzi comuni, per poterli utilizzare
allo scopo di individuare il bandolo della matassa, dobbiamo fondare delle premesse
necessarie senza le quali è vano ogni sforzo di ricerca. Noi intendiamo entrare nel
santuario da dove ha origine la cultura umana: seguendo questa pista abbiamo fiducia di
decifrare l'elemento decisivo che insieme a quelli di Darwin, di Freud, di
Carrel, di De Chardin, di Monod e di Lorenz e di Rhine, ci permetterà di comprendere meglio l'enigma
della Sfinge.
L'opera di
Darwin è caratterizzata per lo più dall'elemento anatomico, quella di Freud
dall'elemento psicanalitico, quel-la di Carrel dall'elemento fisiologico, quella di De
Chardin dall'elemento paleontologico, quella di Monod dall'elemento genetico, quella di
Lorenz dall'elemento etologico, quella di Rhine dall'elemento parapsicologico: a tutti
questi elementi noi aggiungiamo l'elemento culturale, cioè l'analisi delle vie con cui
l'uomo produce la sua cultura, sperando di recare un contributo che ci permetta di entrare
non "ottavo" ma "postremo" "tra cotanto senno" per dirla con
Dante quando riferisce il suo aggruppamento con i grandi saggi antichi soggiornanti nel
limbo e che Carducci riprese per cantare la storia poetica del "Sonetto".
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1- S. Agostino - "De vera religione" - c~ 39-
2 2-Severino Boezio 21-G.B.Mondin - Il valore uomo
3-bidern Il, 6
4-G.La Porta - Giornale dei misteri - n~ 103 pag. 43 Ed. Tedeschi FI (1129)
5-Sofocle - Edipo Re, v. 1052
6-B: Pascal-Pensieri-Ed.Mondatori pag 67
7-W.Goethe-Faust-Einaudi 1965 pag.19
8-G.Papini-Un uomo finito-Vallecchi,Firenza 1929 pag.239
9-Cfr.Pascal-Pensieri-Mondadori 1875 pag.79
10-A.Carrel-L'uomo questo sconosciuto-Bompiani 1942 pqg.17
11-Ibidel pag.46
12-Ibidem pag.24
13-Ibidem pag.24
14.Ibidem pag.24
15-T.De Chardin-Il Fenomeno umano-Mondadori 1966 pag.59
16-Ibidem pag.379
17.Ibidem-pag 380
18-J.Monod-Il caso e la necessità-Mondadori 197' pag.132
19- Lorenz - L'Altra faccia dello Specchio - Ed Adelphi 1974 pag. 46
20-Abbagnano - L'uomo progetto 2000 - Ed. Dino 1980
21-(3 Mondin li Valore Uomo - Ed. Dino 1983 pag. 16
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