LA FEDE

 

 

La “fede” non può essere criterio di “verità-realtà”. Abbiamo visto, facendo la critica del sensismo, che propriamente la fede è il frutto della conoscenza e consiste nella “convinzione” o “costrizione” a dire “si è così”. Tale convinzione siamo soliti esprimerla dicendo “ci credo” o “non ci credo”. La fede è uno stato di certezza interiore che presume di essere nella verità, perché l'elemento conoscitivo che la produce può essere “vero” o “falso”.
La solidità della certezza o della fede ha uno spessore diverso secondo la provenienza della conoscenza che la genera. Se la conoscenza è il risultato della scienza diretta, cioè è basata sull'intuizione sensibile, la fede che ne deriva ha il fondamento più tetragono che ci possa essere; se la conoscenza è il risultato della scienza indiretta, cioè del procedimento razionale del metodo scientifico, la fede che ne deriva ha sì un fondamento tetragono tuttavia è suscettibile di qualche incrinatura perché molto spesso si riferisce a una conoscenza basata sul valore dell'esperto e perciò resta sempre una mediazione di valore culturale; se la conoscenza è invece il risultato di procedimenti puramente logici, come si usa nelle teorizzazioni matematiche, geometriche ecc. la fede che ne deriva ha una solidità della stessa natura, cioè teorica o astratta, come due più due fa quattro; se poi la conoscenza proviene dal comune canale dell'informazione umana, la fede che ne deriva ha la solidità labile della comune parola umana; infine se la conoscenza è accettata sulla “Parola di Dio” la solidità della fede diventa “dogma” cioè con un contenuto di certezza pari o superiore a quella generata dalla conoscenza intuitiva sensibile.
Quando l’autore della Lettera agli Ebrei dice che

“la fede è il fondamento di ciò che si spera e la dimostrazione di ciò che non si vede”50

ne dà un concetto teologico: sulla parola di Dio accetta una realtà invisibile e futura. Su questo presupposto, e solo su questo, Tertulliano poteva affermare il celebre “credo quia absurdum”: lo credo perché è incomprensibile in quanto c'è una garanzia superiore alle possibilità della mia mente. Qui evidentemente “l'assurdo” non è il “contraddittorio” che si riferisce al principio supremo della conoscenza della nostra mente ma vuol dire “incredibile”.
Solo se si riferisce a tale tipo di fede si può accettare l'espressione di S. Cappelli nel suo articolo “Il Verdetto sulla Sindone” dei 40 scienziati che per quattro anni hanno esaminato la celebre reliquia: “la fede non ha bisogno di prove ma la ragione la rafforza”51 che è simile a quella di un prete nel film “Bernadette”: “per chi crede non sono necessarie le prove ma per chi non crede le prove non sono mai sufficienti”.E solo per tale tipo di fede è valido quanto dice Gesù a Tommaso nel Vangelo di Giovanni: “beati coloro che crederanno senza vedere”. AIl'infuori di questo tipo di fede, ci sembra proprio che abbia ragione Nietzsche quando se la prende con “quei grandi visionari e prodigiosi animali” che sono i “filosofi”, i quali assumono “i bei sentimenti” come argomentazioni e la “convinzione” come criterio di verità, in particolare con Kant il quale a tale scopo ha inventato addirittura una “ragione speciale”, la “Ragione Pratica”.52 Tra tali “animali prodigiosi” possiamo collocare quei teologi che affermano che la “fede” non può dipendere dalla “Storia” ma unicamente dalla “parola di Dio” o che affermano che “la ricerca del Gesù della storia è teologicamente proibita anche se storicamente possibile e legittima”.43
Ci domandiamo come sia possibile riconoscere l'esistenza della “parola di Dio” senza storia: si dovrebbe ammettere come “parola di Dio” non la comunicazione storica fatta attraverso qualche personaggio da lui accreditato in qualche modo e conservata nei Libri Rivelati - Bibbia, Corano, Veda - e presentata da appositi organismi quali sono le Chiese, ma una comunicazione diretta individuale per ogni persona, cioè dovremmo riconoscere come “Parola di Dio” la coscienza di ciascuno. Certamente la coscienza è il punto di partenza per dipanare l'enigma della nostra esistenza, e noi ne abbiamo fatto il “primo bandolo”, ma è troppo semplicistico farne un “criterio” per conoscere la “verità-realtà”.
Questa “fede istintiva” dell'esperienza individuale caratterizza oltre il Cristianesimo protestante anche il Cattolicesimo modernista, condannato da Pio X perché aveva rimesso a nuovo la teoria della “duplice verità”, la verità della fede e la verità della scienza. Che la coscienza sia la “voce di Dio” è proprio da dimostrare e non so proprio come si possa dimostrare.
La distinzione che viene fatta tra ragione e fede è proprio mal riposta, anzi quasi strana: perché “ragione” e “fede” sono termini per sé sinonimi. Abbiamo già detto che la ragione è la conclusione stabile a cui si perviene dopo un confronto (pensiero) di conoscenze, alla quale appunto “si crede” e perciò la scienza è la madre naturale della fede. Sappiamo tutti che tale distinzione si è imposta a causa di un'altra sorgente di conoscenza che è quella teologica, molto importante, di cui dovremo occuparci in modo esauriente. Si è preteso di riservare il termine “fede” alla conoscenza appunto teologica ma nessuno è riuscito e riuscirà a eliminare dal comune linguaggio umano l'espressione “ci credo” o “non ci credo” riferito sia alle cose più banali che a quelle scientifiche. È un'espressione che si riferisce alla conoscenza universale prima di qualunque conoscenza teologica.
Ci sembra un po' confuso pertanto ciò che dice A. Carrel:

“La scienza fortifica l'intelligenza di cui essa tuttavia non è che un aspetto. La scienza ha dato all'umanità un nuovo atteggiamento intellettuale, ed è la sicurezza che danno l'esperienza e il ragionamento, ben diverso dalla certezza della fede: quest'ultima è più profonda, non può essere vinta dai ragionamenti, e si può paragonare un po' a quella dei chiaroveggenti: strano, poi, essa non è estranea alla costruzione della scienza. Certamente le grandi scoperte scientifiche non sono un operato della sola intelligenza; gli scienziati di genio oltre il potere di osservare e di comprendere possiedono altre qualità, l'intuizione, l'immaginazione creatrice ecc.”.55

Non sono meno confuse le idee di B. Russei quando dice: “I cristiani ritengono che la loro fede sia benefica e le altre dannose. O, a ogni modo, lo affermano nei riguardi della fede comunista. Ciò che io desidero chiarire è che tutte le fedi siano dannose. Quella che possiamo definire fede è la ferma credenza in qualcosa che non sì può provare. Quando esistono prove nessuno parla di fede. Non parliamo di fede quando diciamo che due e due fanno quattro o che la terra è rotonda. Parliamo di fede soltanto quando desideriamo sostituire l'emozione all'evidenza”.56

Eppure qualcuno dice: non ci credo che la terra gira attorno al sole!
Questo confuso modo di intendere la fede l'ha messo in circolazione S. Agostino, il quale nel libro “L'Utilità della fede” dice:

“quod intelligimus debetur rationi, quod credimus auctoritati”57
(ciò che comprendiamo si deve alla ragione, quello che crediamo all'autorità.)

Ed è il modo più banale di intendere la fede.
Per poterci vedere chiaro dobbiamo rifarci ai tre effetti della conoscenza, come abbiamo fatto parlando del sensismo: effetto rappresentativo (immagine), effetto affettivo (amore o odio) ed effetto dogmatico (fede). La fede dunque è l'effetto certezza, e possiamo essere tutti d'accordo se la distinguiamo in due tipi: “fede personale”, che denominiamo così perché deriva dell'esercizio personale dei propri mezzi conoscitivi, e “fede culturale”, che denominiamo così perché ci deriva dall'apprendimento di una conoscenza prodotta da altri e trasmessa a noi a voce o a scritto. Il primo tipo, la fede personale, può essere “fede negativa” e consiste nella certezza che la nostra mente non ha una conoscenza corrispondente alla realtà, cioè “l'elemento rappresentativo” non c‘è o non è vero: questo succede quando uno riconosce di ignorare qualche cosa o riconosce la contraddizione dei termini o la falsificazione di una conoscenza precedente operata dai fatti; può essere “fede positiva” e consiste nella certezza che la nostra mente possiede una conoscenza corrispondente alla realtà, cioè “l'effetto rappresentativo” è vero: questo succede quando usiamo correttamente i nostri mezzi conoscitivi. Abbiamo visto che tale uso avviene secondo due fasi: la fase diretta costituita dall'intuizione sensibile e la fase indiretta costituita dal ragionamento.
La prima fase ci dà la “fede diretta”, che è una convinzione assoluta, che viene denominata anche “esperienza o scienza empirica”; la seconda fase ci dà la “fede indiretta”, che è anch'essa una convinzione assoluta e viene denominata “scienza razionale”. Abbiamo concluso con la precedente indagine che in questa operazione razionale si raggiunge la “verità-realtà” solo col metodo scientifico e pertanto dobbiamo concludere anche qui che la “fede indiretta” è valida solo se è prodotta con questa via e deve ritenersi “invalida”-non diciamo “falsa”- ogni fede raggiunta col “metodo metafisico”. Indipendentemente da questa considerazione, ogni fede positiva, diretta o indiretta, va sempre professata con cautela sia perché si è soggetti a errori nell'uso dei nostri mezzi conoscitivi sia perché, come vedremo, la “scienza” ammette sempre ulteriori aggiustamenti, in quanto ogni verità fa parte di un tutto da cui prende nuova luce. Sulla fede positiva prende maggiore considerazione la fede negativa, in quanto la contraddizione e la falsificazione tagliano corto ad ogni argomentazione.
Il secondo tipo è la “fede culturale”, che ha una importanza decisiva e fondamentale per ogni essere umano ed è la convinzione che non deriva direttamente dalla conoscenza personale ma dall'attestazione o informazione che proviene da altre persone, dal gruppo in cui viviamo o operiamo, o in genere dall'Umanità. Abbiamo già detto che la maggioranza delle conoscenze di cui disponiamo sono informazioni basate sulla “fede culturale”. Senza la “fede” negli altri nessun uomo può impostare la sua vita, cominciando dal bambino. Nella vita di ognuno e di tutti funziona il “valore” dell'“esperto”: fa “autorità”. La vita dell'umanità può funzionare solo così: il bambino si fida dei genitori, l'alunno del maestro e dell'educatore, il novizio del competente, il forestiero dell'abitante del luogo, il profano di chi è addetto ai lavori, il giovane dell'anziano, l'ammalato del medico.
Per il mangiare ci fidiamo del cuoco, per l'abitazione del costruttore, per il motore del meccanico, per le medicine del farmacista, per l'orologio dell'orologiaio, per la scienza dello scienziato, per la religione del prete, ecc. Ogni persona e ogni professione hanno il proprio “peso culturale”. Tuttavia la “beffa di Livorno” dell'estate 1984, con la quale una scultura realizzata da un gruppo di studenti ripescata dopo due giorni fu giudicata dagli “esperti” opera di Modigliani che avrebbe gettate nel 1909 in un canale cittadino alcune sue sculture, ha richiamato ancora una volta bruscamente a prendere con un senso critico il “criterio di fede” basato sull'autorità culturale nella ricerca della “verità-realtà”, perché troppo spesso si risolve in un vero cavallo di Troia potendo anche persone molto esperte prendere dei grossi abbagli se non usano a dovere il metodo scientifico.
Dobbiamo rilevare che essendo la fede “convinzione” è sempre connessa con l'altro effetto della conoscenza che è l'affettività: la fede cioè si riveste sempre di emozione. Anzi possiamo dire senz'altro che questo tipo di fede nasce da un certo grado di amore inteso come bontà. La bontà-sinonimo di onestà, che è il condensato di tutti i valori positivi nei rapporti umani è creatrice di fiducia vicendevole, di sicurezza, di certezza. Si rifletta: la certezza è il punto d'incontro della conoscenza diretta e della conoscenza indiretta. Cioè possiamo raggiungere la certezza per due vie: per conoscenza personale della realtà e per conoscenza culturale. Per questo Fichte ha potuto dire che l'“amore è la fonte di ogni certezza, di ogni verità e di ogni realtà”.57
Nella fede pertanto sono sempre presenti due elementi: l'elemento conoscitivo e l'elemento emozionale o affettivo. L'elemento conoscitivo che è la radice naturale della fede poggia - come abbiamo detto - o su un rapporto diretto personale con la realtà o su un'informazione indiretta di “fede culturale”. É un fatto che per la gran parte dell'umanità la “fede umana” è il punto su cui poggia la “fede personale”. Anzi dobbiamo aggiungere che l'elemento conoscitivo mentre è esplicito per poche persone competenti o colte resta implicito nelle persone comuni, nelle quali assurge a livello di coscienza o di evidenza chiara e distinta solo l'elemento emozionale, che si “sente” come ricerca operativa dei valori di giustizia, di bontà, di amore, di vita, di umanità, di sacrificio, di libertà ecc. che sorreggono l'esistenza. La fede religiosa tradizionale, che è fede “culturale” in quanto viene trasmessa per apprendimento dall'ambiente in cui si nasce e si cresce, comincia sempre come “fase emozionale” e resterà tale se non viene “razionalizzata” con la riflessione personale a vari livelli, fino alla specializzazione teologica.
L'elemento emozionale quando assume una tensione di un certo grado viene denominato “misticismo”. L'elemento costitutivo del misticismo è l'amore, verso la bellezza di un personaggio umano o della “realtà cosmica”, che genera “fede” in una “verità” più o meno intuita o accettata : sicché amore e fede sono due facce della stessa condizione interiore. Il misticismo lo possiamo dire una pretesa di raggiungere la “verità-realtà” attraverso il sentimento-emozione, e prende due vie: la via della fede religiosa e la via delle filosofie “intuizionistiche” o dello “erlebnis” (sentimento) (Jacobi, Schelling, Schopenauer, Nietzsche, Bergson, Dithey, Meinecke, Simmel, Weber, Troeltsch, Husserl, Ortega Y Gasset, Unamumo ecc)58. Su questa strada la fede diventa veramente un atto di volontà, cioè un desiderio, in quanto è frutto dell'affettività e dà origine al “fideismo”, il quale consiste nell'agganciare la conoscenza all'elemento affettivo sorretto dai valori fondamentali della vita. Possiamo sintetizzare il concetto di misticismo nella equazione: misticismo = fede + eros. Quando questi due elementi raggiungono un certo livello, il misticismo diventa sorgente dei fenomeni più impensati nelle persone predisposte, tra cui le visioni, le guarigioni, le stigmate, la resistenza ai digiuni ecc. per cui si può dire che la fede è uno stimolo che crea il suo oggetto, cioè fa vedere ciò che si crede, mentre la scienza fa credere a ciò che si vede. L'espressione comune “mi fa perdere la fede” indica appunto che la convinzione o la sicurezza su cui poggia l'elemento emozionale viene meno quando le persone o l'ambiente su cui poggia la fede si comportano in maniera incoerente, contraddittoria, che invalida la loro “testimonianza” che è il sostegno della fede. Tale situazione tuttavia viene parzialmente corretta dalla riflessione comune registrata anche nel Vangelo: “fate quello che dicono e non quello che fanno”.
Questa concezione della fede come volontà ha portato all'ulteriore posizione di alcuni che l'hanno concepita come “entusiasmo mistico” con cui si opera votati a un'idea: “pieno di fede”, “uomo di fede”. Qui la fede culturale diventa “ideologia”. La “lettera agli Ebrei” è tutta una lunga considerazione sul tale tema.
La fede religiosa è per lo più un fenomeno volontaristico basato sulla buona volontà,
sull'entusiasmo anziché sull'elemento “conoscitivo”. I Vangeli ci presentano Gesù che ripete spesso le espressioni “è possibile se hai fede” o “tutto è possibile a chi crede” o “la tua fede ti ha guarito” o “se non credete perirete” o “chi crede avrà la vita eterna” o “chi non crede sarà condannato”. Gli apostoli chiedono a Gesù: “aumenta la nostra fede” o “aiuta la mia incredulità”. Dove si constata che tale tipo di fede è più sinonimo di “speranza” che di “certezza”. E difatti la speranza, che è attesa di un evento positivo - contraria all'ansia, che è attesa di un evento negativo - fa tutt'uno con la fede, che dovrebbe essere conoscenza: se la fede è vera, la speranza si trasformerà in realtà felice; se è falsa e illusoria si trasformerà in deludente frustrazione. Da tali espressioni la teologia ha elaborato il concetto di fede come “virtù teologale” più o meno infusa. È chiaro che tale fede è fondata sulla buona volontà e quindi è un “volontarismo” sostenuto dalla suggestione, in una parola è un “irrazionalismo” basato su quel complesso di “forze emotive”, che si possono sintetizzare con i termini “simpatia”, “empatia”, “consonanza” di sentimenti, di affetti e di esperienze. Tutte le fedi hanno in comune questo carattere che può diventare “passione”, “fanatismo” individuale e collettivo. Il martirio dei kamikaze giapponesi e ultimamente degli autisti mussulmani - loro imitatori - delle “auto-bomba” nella guerra civile libanese ha la stessa radice del martirio dei biblici maccabei e dei cristiani dei primi secoli.
Naturalmente tale fede non ha nulla a che vedere con la ricerca della “verità-realtà”. Il “cumulo di deliri” ci deve indurre a un atteggiamento cauto, critico, disponibile al controllo. È proprio la mancanza di questo atteggiamento e la presenza di un atteggiamento dogmatico che producono l'effetto negativo della conoscenza che è la “nevrosi”.

“Gli psicanalisti - dice Popper -osservano che i nevrotici e anche altri interpretano il mondo conformemente a uno schema personale che non viene abbandonato facilmente, e che può essere fatto risalire alla prima infanzia. Un modello o schema, acquisito assai presto nella vita viene preservato e ogni nuova esperienza viene interpretata nei termini di questo schema, come se lo verificasse, per così dire, rafforzando la rigidità. È questa una descrizione di quello che ho denominato atteggiamento dogmatico, distinto dall'atteggiamento critico, che condivide col primo la pronta adozione di uno schema di aspettazioni- un mito, magari, o una congettura o ipotesi - ma che è pronto altresì a modificarlo, a correggerlo e anche a disfarsene.
Sono incline a supporre che la maggior parte delle nevrosi possono ricondursi a un arresto parziale dello sviluppo dell'atteggiamento critico; a un dogmatismo fissato piuttosto che naturale; alla resistenza opposta alle esigenze di modificazione e correlazione di certe interpretazioni e risposte schematiche. Tale resistenza può forse spiegarsi a sua volta, in alcuni casi, come conseguenza di una lesione di uno shok che determina paura e un maggiore bisogno di sicurezza, come avviene nel caso di una ferita a un arto, se ci rende timorosi di muoverlo tanto che si irrigidisce. Si potrebbe anche asserire che il caso dell'arto non soltanto è analogo alla risposta dogmatica ma ne costituisce l'esempio. La spiegazione di ogni caso concreto dovrà tenere conto delle difficoltà insite nella realizzazione delle necessarie manifestazioni, difficoltà che possono essere considerevoli, soprattutto in un mondo complesso e mutevole:sappiamo da esperimenti sugli animali che diversi gradi di comportamento nevrotico possono essere determinati a piacere variando in modo corrispondente le difficoltà”59

Abbiamo riconosciuto che la fede ha una funzione fondamentale nella conoscenza e nella vita umana, anzi dobbiamo aggiungere di più: la conoscenza inizia con un atto di fede, che compiamo all'inizio della nostra coscienza e che noi abbiamo individuato e codificato nel nostro “credo epistemologico”, nel quale è parte essenziale l'assioma-principio della positività dei nostri mezzi conoscitivi, e termina in un atto di fede che si esprime con la frase “ci credo” o “non ci credo”. Ma dobbiamo stabilire quale valore abbia la fede come via indiretta e comune alla stragrande maggioranza delle informazioni sulla realtà che ciascuno di noi riceve durante la sua vita.
La fede culturale nasce da un meccanismo proprio della condizione umana, simile al meccanismo della ragione: la ragione col meccanismo dell'induzione-deduzione, la fede culturale col meccanismo dell'autorità cercano di dare alla nostra mente la possibilità di appropriarsi di una realtà che non riesce ad attingere direttamente. Ma tutt'e due questi meccanismi trovano il loro “crac” nell'appoggio immediato o mediato che dovrebbe fornire loro la validità, perché la premessa di partenza razionale o la competenza dell'autorità possono essere fallaci. Si può anche dire che la fede culturale nasce dalla conoscenza sì di alcuni dati ma anche dall'ignoranza contemporanea di altri, sicché l'ulteriore conoscenza molte volte fa crollare la fede che era nata dai primi. Si deve notare che anche la fede teologica non è altro che fede culturale in quanto è una certezza che poggia in un primo momento sulla fiducia e sulla competenza di altre persone quali sono i teologi o i loro propagandisti che sono i preti e in un secondo tempo sulla fiducia di altre che le prime indicano come “voce di Dio”, quali sarebbero per gli Ebrei Mosè e i Profeti biblici, per i Cristiani Gesù, o gli Apostoli, la Chiesa e il Papa, e per i Mussulmani il Profeta Maometto e gli Iman.
Il fatto che la fede culturale fa che in un ambiente cristiano i giovani siano cristiani, in ambiente ebraico siano ebrei, in ambiente islamico siano mussulmani, o - in campo diverso - in ambiente liberale siano liberali, in ambiente fascista siano stati fascisti, in ambiente nazista siano nazisti, in ambiente comunista siano comunisti ecc. ci deve far capire che la fede culturale è frutto dell'“autorità” della maggioranza: la maggioranza fa fede e chi ne dubita è da ritenersi quasi un pazzo. Chi osasse dissentire o opporvisi viene trattato con la solita argomentazione: chi pretendi di essere?
Tutti gli altri saranno cretini! Ora sia chiaro - lo abbiamo già detto a proposito del senso comune - la maggioranza, su cui si fonda la democrazia, non è deputata a stabilire o decretare la verità ma a stabilire ciò che si vuole fare. Resta sempre valido che quattr'occhi vedono meglio di due quando si tratta di fatti osservati, ma quando si tratta di fede culturale e in particolare di una conoscenza fondata su valutazioni di generazioni precedenti e solo per questo motivo accettate dalle generazioni attuali, allora il parere della maggioranza non ha nessun valore. Tuttavia chi ha motivi di dissentire deve farlo con il dovuto rispetto della fede culturale di un popolo, altrimenti succede ciò che Goethe fa dire a Faust all'inizio del suo capolavoro:

“I pochi che davvero seppero qualche cosa, che furono abbastanza pazzi da prodigare il loro cuore, da rivelare al popolo il loro sentimento e le loro opinioni, furono tutti crocifissi o arsi sul rogo”.60

Occorre tenere presente che la fede e la cultura sono in stretto rapporto: la cultura in cui si nasce e si crede genera la fede, e la fede a sua volta genera cultura. Perciò si usa parlare di aree culturali ma si dovrebbe parlare anche di “dipendenza culturale” simile alla dipendenza etologica dell'“imprinting” e addirittura alla tossicodipendenza. L'acculturazione è un'operazione con la quale si “formano” le coscienze secondo un progetto culturale: la “direzione spirituale” e la “censura” sono suoi strumenti. Voltaire aveva già individuato tutto questo quando scrisse:

“Se il vostro precettore viene a scolpir bene nel vostro cervello quello che la vostra nutrice vi ha impresso, voi ne avete per tutta la vita”.61

La conversione da una cultura o da una fede a un'altra è il passaggio per convinzione da un quadro mentale a un altro, mentre il “lavaggio del cervello” è una violazione culturale praticata in vario modo per “decondizionare” da una precedente formazione culturale. Per districarsi nel dedalo delle varie aree culturali e nei loro molteplici dogmatismi c'è solo un mezzo: il “setaccio critico”.
La “fede” culturale può essere criterio di conoscenza a due condizioni: che sia sottoposta al principio di contraddizione e a quello di coerenza. Se un'informazione su testimonianza è contraddittoria o incoerente con altre infomazioni con cui fanno un tutt'uno, è sicuramente falsa. Ma anche quando non risulta tale contraddittorietà, non è detto che un'informazione basata sulla fede sia sicuramente vera; può essere falsa, come infatti è successo mille volte nella storia e succede continuamente nella vita di tutti i giorni.
C'è da aggiungere che la fede culturale funziona a un'altra condizione, e cioè l'informazione che ci viene fornita non abbia “troppo stacco” dal livello culturale vissuto dalle persone o dal gruppo che ricevono l'informazione, perché altrimenti la notizia facilmente sarebbe respinta come incredibile.
Si pensi ai già ricordati Pitea di Messalia e a Marco Polo e anche al discorso di San Paolo tenuto davanti ai filosofi di Atene e davanti a Festo governatore della Giudea.
All'opposto la fede culturale comporta un grosso guaio nel fatto che la competenza e quindi l'autorità di una persona accredita le sue opinioni in altri campi in cui non è competente. E’ risaputo che il prestigio di cui godono gli scienziati per le loro scoperte specifiche viene utilizzato dalle varie religioni e dalle varie politiche alle quali essi aderivano. Anche la bontà dei santi accredita “la verità” della fede a cui aderiscono.
E allora a che cosa si riduce un criterio di fede? Si riduce al criterio basato sulla “sperimentazione storica”: un'informazione, un'opinione, un'asserzione, un sistema filosofico, teologico ecc. possono essere utilizzati come veri finché non vengono falsificati dalla storia o non sono falsificati subito messi al confronto col valore supremo della vita dell'uomo. L'elemento culturale della “lotta per la vita” messo in circolazione da Darwin, è un principio positivo se viene concepito, inteso e praticato come conquista e difesa dei mezzi di conservazione e sviluppo del bene supremo che è la vita dell'uomo; ma è estremamente negativo se viene inteso e praticato come aggressione della vita altrui per mantenere la propria. Il razzismo inizialmente sembrava una teoria positiva per lo sviluppo del genere umano, tanto da essere sostenuto negli anni trenta da uomini di grande valore e dirittura morale come A. Carrell 62e K. Lorenz,63ma poi si è rivelato atroce tragedia per milioni di individui. Così l'uso del latte artificiale fu accettato come un'acquisizione positiva e una liberazione della madre; oggi viene incriminato come carente di principi immunologici e inizio di frustrazioni psicologiche.64
Anche la fede insomma è soggetta alla funzione critica del nostro strumento conoscitivo “ipotetico-deduttivo-sperimentale”.
Noi rifiutiamo il “fideismo” di marca occamistica e luterana come criterio della “verità-realtà”, nel senso che la “verità-realtà” sulla natura profonda del mondo, dell'uomo e di Dio non può essere attinta direttamente da un'“intuizione” simile all'“intuizione sensibile” che abbiamo posto a fondamento del nostro “credo epistemologico”.
Pascal invece sconfortato dalla contraddittorietà della ragione “che si lascia piegare per ogni verso”65come “uno strumento di piombo e di cera che si può allungare, piegare e accomodare a tutte le misure” come aveva già detto Montaigne66ha creduto di trovare nel misticismo, da lui denominato “intuizione del cuore”, un surrogato a cui potersi aggrappare con sicurezza.

“Noi conosciamo la verità - egli dice - non soltanto con la ragione ma anche col cuore. In quest'ultimo modo conosciamo i principi primi; e invano il ragionamento che non vi ha parte cerca di impugnarne la certezza”67

Ma ciò che Pascal attribuisce al “cuore” è proprio dell'“intelligenza” secondo quanto abbiamo stabilito nel numero quattro, dove l'abbiamo ben distinta dalla “ragione.L'errore di Pascal sta nel confondere intelligenza e sentimento: “Il cuore e non la ragione... Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce”.Confonde la conoscenza con i suoi due effetti, fede e affettività; questi non sono univoci perché frutto di ogni conoscenza, anche sbagliata. Il misticismo pertanto, che si riduce a fede e affettività, alla fine si svela come un soggettivismo altrettanto contraddittorio quanto la metafisica della pura ragione.
In sostanza la via mistica è una convinzione derivante dall'amore “fonte di certezza” secondo l'espressione di Fichte, eco dell'espressione di S. Giovanni: “noi abbiamo creduto all'amore”.68Ma l'amore è cieco: ci fa credere a chi ci ama e a chi si ama. Ogni animo “semplice e puro” (parvuli) si infiamma alla presentazione di un Gesù morto per noi ed è disposto a credere quanto ci insegna. Anche i maomettani credono a Maometto perché lo amano. No, la verità per sé non sta in fondo alla via mistica: tocca all'intelligenza scandagliare il contenuto di ogni fede col suo setaccio critico. E il setaccio critico dell'intelligenza dice che l'espressione del misticismo “amor magis cognitivus quam cognitio” (l'amore è più conoscitivo della pura cognizione intellettiva) è valida per la fase diretta della fede che corrisponde all'intuizione sensibile, nella quale la mente è in contatto diretto con la realtà e nella fase indiretta che corrisponde al metodo scientifico o alla deduzione logica delle “scienze teoriche”, ma non per le fasi indiretta e culturale, nelle quali la mente riceve la conoscenza attraverso la mediazione del ragionamento metafisico o dell'informazione dell'ambiente culturale, che possono contenere verità ed errore. In quest'ultima fase quindi la conoscenza mistica è ambivalente cioè può conoscere una realtà ma anche un'illusione: solo nelle prime fasi è univoca.
Il misticismo si manifesta soprattutto nell'età dell'“imprinting” culturale che è l'adolescenza ed è frutto della manipolazione pedagogica che ogni cultura, antropologicamente intesa, opera sui giovani.
Così si spiega perché i giovani sono cristiani in regioni cristiane, ebrei in zone ebree, mussulmani in zone mussulmane, buddisti in aree buddiste... liberali in aree liberali e marxisti in aree marxiste. L'imprinting culturale spiega perché in una discussione ciascuno difende accanitamente la propria fede: non c e condizionamento più tenace di quello affettivo, il quale fa ritenere un “tradimento” l'abbandono della propria fede di origine e la conversione ad un'altra. Paolo VI bollò di tradimento il passaggio di alcuni cattolici nelle liste del partito comunista nel 1976, e S. Paolo fu ricercato come traditore dai suoi correligionari per essere passato alla condannata fede cristiana. Ancora oggi è bollato come rinnegato chiunque osi passare da una fede all'altra, senza domandarsi il perché è avvenuto un tale passaggio anzi cercando di annullare il valore della sua testimonianza etichettandolo come venduto. Fece così P. Togliatti con Cucchi e Magnani e Breznev con Sacharov.
Possiamo riassumere quanto abbiamo ragionato affermando che la fede sia come “convinzione” e molto più come “sentimento” è una buona forza motrice ma un cattivo timoniere, secondo la frase incisiva di Einstein.69ssa consiste in uno stato psicologico che possiamo chiamare anche “certezza”, certezza di possedere una “verità-conoscitiva” che per essere tale deve “corrispondere” a una “verità-realtà”. Bisogna sempre tenere presente che tale certezza può nascere da “verità conoscitive” apprese come tali ma in seguito risultanti non corrispondenti a “verità-realtà”. Perciò il concetto di fede è ambivalente, cioè può esserci fede vera e fede sbagliata. Essa deve essere guidata dal “senso critico” che trova il suo strumento valido nel metodo scientifico e il suo ultimo appello nel criterio “falsificatorio”. Insomma i fatti devono far cambiare la fede.
Qui appare la differenza tra scienza e fede: la scienza è sinonimo di “verità-conoscitiva” e corrisponde alla “verità-realtà” ed è generata dall'intuizione sensibile e dal metodo scientifico; la fede è sinonimo di certezza ed è generata dalla scienza ma anche dall'errore (quante fedi sbagliate!) dovuto a fallaci condizioni operative e molto a quel metodo conoscitivo dimezzato che abbiamo denominato metafisico. E’ giustificato pertanto il giudizio di Einstein; perciò la fede, dalla quale è inseparabile la speranza, deve essere sottoposta dal filosofo al setaccio critico.
Può esserci un unico caso in cui la fede potrebbe essere criterio “incontrovertibile” di “verità-realtà” e sarebbe quello della “fede teologica” che si fonda sulla “parola di Dio rivelante”. Allora i fatti dovrebbero adeguarsi alla fede. Dal profondo “mistero” della matassa in cui siamo avviluppati, nessuno può essere cosi presuntuoso da escludere a priori la possibilità che la “realtà eterna” faccia giungere in qualche modo la sua voce alle realtà fenomeniche di cui noi siamo parte.
Questo è un caso certamente molto interessante che faremo oggetto della nostra considerazione, quando col setacco critico che stiamo ricercando saremo in grado di poter fare una breve “filosofia della teologia”Perché la nostra preoccupazione di fronte alla fede è ben diversa da quella degli organismi nati dalle varie fedi: la preoccupazione di tali organismi è quella che i loro aderenti siano forti nella fede, secondo l'espressione di s.Pietro,70 mentre la nostra preoccupazione è se questa fede poggia sulla “verità-realtà”, e, se non vi poggia, di ricercarne un'altra.
Però fin da questo momento possiamo stabilire che la fede di questo tipo presenta due livelli: il primo è quello che possiamo denominare “fede teologica comune” e rientra nella “fede umana”, perché accetta l'ipotetica “verità-realtà-rivelata” in base alla credibilità delle comuni vie culturali del gruppo da cui si è emersi e immersi; il secondo è quello che possiamo chiamare “fede teologica razionalizzata” che naturalmente è un prodotto logico della “filosofia della fede religiosa”, cioè dei fondamenti razionali su cui poggia una religione e accetta l'ipotetica verità rivelata in base alla certezza dimostrata che Dio ha parlato. Come si vede è una questione di estremo interesse e perciò varrà la pena di fare un 'indagine seria per conoscere se esiste un criterio di tanto valore che ci aiuterebbe in maniera decisiva per raggiungere la “verità-realtà”.Chiudiamo con due osservazioni di assoluta importanza.
La prima è che la fede, essendo un valore ambivalente, per sé non è né buona né cattiva – un po’ diverso da quanto diceva B. Russel - e può essere buona o cattiva secondo il suo contenuto. Quello che è cattivo è il dogmatismo, fratello del misticismo: è quell'atteggiamento che ritiene la fede un mezzo indiscusso di “verità-realtà” e si oppone a discuterne il contenuto. La seconda è che la condizione umana ci costringe a non poter vivere e operare senza una fede, tanto che svanitane una ne subentra un'altra. Una sola fede ci deve tutti unire ed è quella che è necessario rispettare la fede di ciascuno come la sua vita mentre occorre ostracizzare chiunque volesse imporre la sua fede con la violenza. E’ quello che ha voluto dire Voltaire col celebre grido “schiacciate l'infame”.

 

 

 

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50-Ebrei 11, I
51-Cfr. “Il Tempo” del 9/2//82
52-Cfr. Nietzsche - “L'Anticristo” - Ed. Adelphi 1984 pag 14
53-Cfr. R. Fabris - Gesù di Nazareth - Cittadella editrice - Aislsl 1983 pa8. 21-22
54-A. Carrei - “L'uomo questo conosciuto”l.c. pag. 140-141
55-“Bertrand Russel in due parole” - Ed. Longanesi 1968 pag. 45
56-S. Agostino - “De Utilitate Credendi” - C. XI
57-Citato da Feurbach in Spiritualismo e Materia'ismo - Laterza 1972 pag. 102
58-Cfr. Enciclopedia della Filosofia- Sansoni - “Filos. della vita” col. 425-26-27
59-K.Popper “Congetture e Confiltazioni” 1.c. pag. 89
60-W.Goethe - Faust - Ed. Emaudi 1965 pag. 22
61-Voltaire - Dizionario Filosofico - “Pregiudizio”
62-A.Carrel-L’uomo questo sconosciuto-c.VIII
63-Cfr.Paese Sera DEL 19/11/66
64-Cfr.Paese Sera del 1/12/79
65--Pascal – Pensieri-paqg.33
66- Ibidem pag. 87 - nota
67-Ibidem pag.47

 

 

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