L’INTUIZIONE INTELLETTIVA

 

Non può essere criterio della “verità-realtà” neppure la cosiddetta “intuizione itellettiva” la quale è quella luce interiore che sprizza dall'accostamento di osservazioni o di concetti e che ci fa intravedere dove si annida la soluzione di un problema e diventa la stella polare di un lavoro di ricerca scientifica o di un lavoro di creazione artistica o di un'impostazione di vita. Lo abbiamo già rilevato parlando dei “due stadi della conoscenza”. Essa in fondo si riduce né più né meno che all'evidenza logica, difatti “non vede” nient'altro che il risultato delle proprie osservazioni o deduzioni, che non ha niente a che fare con l'intuizione sensibile che sta a diretto contatto con la realtà. E un'“immaginazione creativa” per accostamento di elementi vari, che può diventare “arte” ma non conoscenza della “verità-realtà”. Può al massimo diventare il prodotto dell'induzione anticipatore di una scoperta reale ma resta sempre una pura e semplice ipotesi o anche teoria e come tale da controllare attraverso l'esperienza.
Nel libro “Alla ricerca della verità”, che è una verità esoterica fondata sull'intuizione intellettiva di tipo bergsoniano, A. M. La Saba Batai dice:

“La scienza, che è giudicata dalla maggior parte delle persone, la più concreta, la più razionale delle manifestazioni della nostra mente, è invece per almeno il cinquanta per cento basata su intuizioni e ispirazioni, mentre la dimostrazione logica viene in seguito... Non tutti gli scienziati sono intuitivi ma solo quelli che hanno una mente geniale, poiché il genio è un prodotto dello Spirito, un'espressione della parte divina dell'uomo: il Sé”35

E’ perfettamente giusto che tutte le scoperte scientifiche sono il frutto di intuizioni ma tali intuizioni sono assunte come ipotesi da controllare con la sperimentazione. Occorre tenere presente che le cento scoperte scientifiche fanno parte di diecimila intuizioni o ipotesi che si sono rivelate pure illusioni! L'intuizione non è un modo speciale di raggiungere la verità-realtà:non è altro che l'induzione o la deduzione o l'immaginazione il cui prodotto non è ipso-facto una verità conoscitiva ma deve passare le forche caudine del controllo per essere ammesse tra le verità scientifiche. E anche il genio non è qualche cosa di diverso dalla semplice mente comune ma una fortunata predisposizione a certe attività o il frutto dell'allenamento assiduo o della fantasia creativa che non sono dispensate dal controllo scientifico. Il celebre chimico Kekulé von Stradonitz (1829-1896) raccontò di avere trovato la struttura del benzolo in sogno attraverso simboli figurativi: è il processo di accostamento di dati mentali dai quali si è prodotta l'“intuizione” su cui poi da sveglio ha dovuto lavorare parecchio per controllarne la validità. A tale proposito viene la battuta di Picasso: “Io prima trovo e poi cerco”.36Siamo alla primissima fase della via “razionale” che inizia da una “visione” che può essere induttiva per accostamento di fatti o deduttiva per accostamento di concetti e procede trasformandola in una “tesi” e poi in una “teoria” e finirà col diventare “verità scientifica” soltanto con la “sperimentazione”.
Questo libro non è altro che una faticosa ricerca per sapere se la sperimentazione storica ci consente di riconoscere come “verità scientifica” che la Ragione non è che un ruolo strumentale a servizio dell'Intelligenza e che l'Intelligenza, la cui esistenza negli animali è ormai una “verità scientifica”, è l'elemento costitutivo non solo della vita ma di tutta la Realtà: tale “visione” non è stata che un'“intuizione” che io ho avuto accostando il comportamento animale e il comportamento umano prima e poi il concetto sulla Chiesa datomi dalla teologia e le impostazioni della Chiesa nella Storia per realizzare il programma ricevuto all'inizio. Per sapere se tale “intuizione” è una pura ipotesi ovvero una “verità scientifica”, che è contraria senz'altro alla dottrina della Chiesa, lo sapremo solo quando il metodo scientifico, con la sua arma inappellabile che è la “falsificazione” dataci dai fatti, ci farà riconoscere che il Vangelo deve contenere una premessa sbagliata.
Platone e Aristotele, seguendo la speculazione dei predecessori, hanno inteso con “intelletto” (nous) la facoltà del centro conoscitivo di “elaborare direttamente” cioè “intuitivamente” i primi principi della catena logica apodittica, mentre con la “ragione” (dianoia) la facoltà del centro conoscitivo di procedere con i precedenti principi con una catena logica-dialettica-apodittica alla enucleazione di tutte le altre verità. Tale impostazione piuttosto confusa parte sempre da una “supposta facoltà” e i successivi filosofi hanno continuato sempre a parlare di “facoltà”: “facoltà della mente”, “facoltà dell'anima”, “facoltà dello spirito” , tutto era “facoltà”.
Nella nostra analisi noi abbiamo individuato intanto un'unità conoscitiva, nella quale i sensi sono un tutt'uno con quella che i filosofi greci chiamavano “nous”, quelli latini “mente”.Quest'unica mente ha due momenti operativi: quello dell'immediatezza o intuizione o percezione o sensazione e quello della mediatezza o ragionamento o logica (diànoia), nel quale mettendo a confronto con i “valori-assiomi-principi” “sentiti” nella prima fase conoscitiva le informazioni di ogni genere, passate e presenti, apprese “culturalmente”, si elaborano nuove acquisizioni conoscitive che si presentano come “evidenti” o “intuitive” ma non lo sono: essendo dedotte o indotte non hanno assicurata la “corrispondenza” con la “verità-realtà” in cui consiste la “verità conoscitiva” ma sono pure e semplici ipotesi o anche teorie che hanno bisogno di passare le forche caudine della falsificazione sperimentale.
Già alcuni pensatori della Scolastica come Ruggero Bacone (1214-1294), Duns Scoto (1266-1308), e G. Occam (1295-1350), avevano avvertito che la percezione sensibile aveva i caratteri dell'immediatezza e della piena adeguazione della realtà e avevano perciò qualificato tale stadio conoscitivo come conoscenza intuitiva.37uttavia essi non seppero né potevano superare la dicotomia “intuizione sensibile” e “intuizione intellettiva”, restando sul vecchio binario dell'impostazione che attribuiva a tutt'e due uguale contenuto di verità cioè di corrispondenza alla realtà.
La vecchia impostazione continua fino a Kant, il quale chiama “intuizioni empiriche” le sensazioni e “intuizioni pure” le categorie a priori dell'intelletto. Dopo Kant e a dispetto di Kant, l'intuizione intellettiva diventa cavallo di battaglia dell'idealismo romantico come l'ippogrifo ariostesco. Per Fichte, Hegel e Schelling - soprattutto per Hegel - l'intuizione intellettiva diventa “la consapevolezza dell'autoproduzione dell'Assoluto, in un processo in cui intuente o intuito coincidono”.38 Con F.H. Jacobi (1743-1819) il razionalismo dialettico di Hegel è superato dall'intuito del sentimento al quale è rivendicato il diritto di attingere con Dio tutti i valori dello spirito. L'intuizione originaria dell'essere sostiene Rosmini (1795-1855) e Gioberti (1801-1852) nelle loro speculazioni ontologiche. L'intuizione accompagna H. Bergson (1851-1941) al di sopra dell'intelligenza scientifica di colpo nel cuore della realtà vivente e la coscienza di Husserl (1859-1938) a contatto diretto con l'essere per verificare nell'evidenza la presenza reale dell'oggetto.
È curioso notare che Husserl - e come lui tutti coloro che parlano dell'intuizione dello spirito - confonda il “momento immaginativo” con la vera intuizione del primo stadio del processo conoscitivo. Accade a Husserl quello che è accaduto a Cartesio: di credere “vero-reale” ciò che “logicamente intenzione nella conoscenza”.

“È proprio questo - egli scrive - il miracolo della coscienza di porre, di immaginare, di proiettare quelle visioni senza delle quali nessun discorso scientifico ha significato e senza le quali non ha significato la stessa filosofia. La filosofia sarà lo studio delle visioni proiettate della coscienza, visioni permanenti nel flusso della vita stessa, e come tali, chiare e vere... L'intenzionalità (cioè la visione di oggetti intuiti ideali) è l'intuizione che vede e si raffigura quello che non esiste e che attraverso le figure possibili che vede dà un senso e un significato al discorso, alla scienza, alla vita... la filosofia sarà la scienza delle visioni essenziali e, come tale, sarà fenomenologia delle essenze”.39

Ci sembra di aver capito che la “fenomenologia pura” di HusserI corrisponda alla nostra “intelligenza pura” che caratterizza il primo stadio della conoscenza, mentre la sua “fenomenologia delle essenze” corrisponda al nostro secondo stadio della conoscenza che comprende la “ragione mista” e la “ragione pura”, solo che al posto del “metodo razionale induzione-deduzione” pone il “metodo fenomenologico dell'induzione” col quale “logicamente intenziona nella coscienza”. Il termine “intenzione” contiene la tendenza di un concetto a “corrispondere” alla realtà ma per sapere che corrisponda davvero non abbiamo altro mezzzo che sottoporlo alle forche caudine della sperimentazione, sennò restiamo nella zona superuranica della metafisica pura.M. Heidegger (n. 1889) ha derivato dal suo maestro Ilusserì il “metodo fenomenologico” col quale crede di poter “puntare sulle cose stesse” così che

l'essere si riveli oggettivamente alla contemplazione analitica”, per cui “la verità è autodisvelamento dell'essere e la parola e la poesia in particolare un'autorivelazione della verità, e il linguaggio diventa la casa dell'essere e in quella dimora abita l’uomo”.40

E’ fin troppo chiaro che tale intuizione coincide con l'ipotesi, con la teoria, cioè col primo tempo del metodo “ipotetico-deduttivo-sperimentale” da noi individuato, e come tale apre la strada alla metafisica pura. Così con l'ipotesi di cui è madre, è apparentata l'immaginazione, che Baudelaire chiama “regina del vero”.41
Per finire la rassegna, l'intuizione fa capire a Croce (1866-1952) che l'arte è un atto intuitivo che prescinde dalla realtà o dalla irrealtà dell'oggetto conosciuto ed espresso. Anche qui c'è da fare qualche precisazione. Il Croce è stato un grande studioso di G.B. Vico (1668-1744) e sapeva che questo acuto filosofo nella sua “Scienza Nuova” (ultima elaborazione 1744) aveva ben individuato il valore fantastico-inventivo della “poesia” come primo impatto dell'umanità con la realtà nel suo periodo primitivo culturale, quando è stato molto valorizzato il metodo metafisico. L'immaginazione creativa è perciò la radice della cosiddetta intuizione della poesia e in generale dell'arte, che pertanto non può essere un criterio per attingere la “verità-realtà”. R. Franchini nell'articolo “Popper e la Storia”42 dice: “Continuiamo a chiederci che significato abbiano nel pensiero di Popper le forme conoscitive individualizzanti per le quali il metodo della confutazione sperimentale non ha più senso, mettiamo l'arte e la storia”. Dopo quanto abbiamo analizzato possiamo dire con sicurezza che l'arte non è una forma di conoscenza speciale ma semplicemente un linguaggio fatto di narrazione parlata o scritta nella storia, nel romanzo, nella poesia e nel teatro ma anche fatto di pittura, di scultura, di architettura, di musica, di danza, di cinema ecc. col quale si esprime o rappresenta una conoscenza raggiunta per altra via o un prodotto della creazione interiore dell'artista ma soprattutto può essere un'eccellente prestazione di quell'effetto della conoscenza che è la risonanza affettiva positiva o negativa. Insomma possiamo dire che l'arte è vera in quanto corrisponde al mondo interiore dell'artista ma che poi in questo mondo interiore ci siano elementi conoscitivi “corrispondenti” alla realtà deve essere vagliato per le vie che abbiamo accertato.
Quanto alla storia, quando non è semplice racconto o letteratura, che allora rientra nell'arte, o è scienza o è filosofia della storia: se è ricerca, essendo scienza analitica, produce “verità-realtà fattuale” cioè l'oggettività di avvenimenti nel passato (es. esistenza di Troia) ed è soggetta al criterio della falsificazione; se è filosofia della storia intesa come ricerca delle cause da cui originano certi avvenimenti è scienza anch'essa anche se a un livello più elevato ed è sempre soggetta al criterio della falsificazione. Quando invece si pretende di elaborare induttivamente delle teorie metafisiche con cui rendere conto di tutta la storia e quindi di attribuire alla successione degli eventi una “finalità” o programmata o prevedibile, allora diventa quello che Popper chiama “storicismo”: è
storicismo l'animismo omerico, platonico, biblico, la Provvidenza cristiana, il Progresso nel senso illuministico, positivistico, idealistico e marxistico. Non è che una forma di metafisica. Il concetto di Progresso è un concetto puramente antropomorfico e sta a indicare lo sforzo che l'umanità compie nella conquista conoscitiva e operativa della realtà. L'illuminismo, l'idealismo, il positivismo e poi il marxismo sono stati abbagliati e illusi da una ideologia partorita dalle nostre esigenze e dal nostri desideri. Il “progresso” inteso come superamento di una situazione è evidente in tutta la realtà e quindi anche in quella umana, ma il giudizio che sia “migliore” o “peggiore” dipende da un puro metro umano, quindi ideologico. Tale giudizio è quello che sta alla radice dello storicismo. Lo storicismo è stato smentito dal laboratorio della storia sia nella forma del messianismo ebraico sia sotto la forma dell'assistenza divina all'azione evangelizzatrice cristiana sia sotto la forma del progresso razionalistico illuminista e idealista sia sotto la forma dello scientismo positivista e marxista. Questo dimostra che la storia, intesa come successione di eventi umani o estraumani, non ha niente di prefissato e una previsione può essere anche azzeccata ma il più delle volte resterà delusa perché basata sull'induzione. Tutto perché

“non esiste alcuna legge evolutiva ma soltanto il fatto storico che le piante e gli animali cambiano e, più precisamente, sono cambiati. L'idea di una legge che determini la direzione e le caratteristiche dell'evoluzione è un tipico errore del XIX secolo, derivante dalla diffusa tendenza ad attribuire alla “legge naturale” le funzioni tradizionalmente attribuite a Dio”43

Parlando dell'induzione abbiamo concluso che attribuire alla realtà il concetto di “legge” è un proiettarle un antropomorfismo e a Hegel è derivato come a tutti noi dalla concezione teologica ebraico-cristiana della storia. Dobbiamo riconoscere a Hegel il grande merito della scoperta del “processo triadico”, che è il processo dell'Intelligenza nel mondo, tuttavia dobbiamo riconoscergli anche il demerito di non averlo saputo comprendere appieno. Difatti, oltre l'errore fondamentale espresso dal motto “quello che è razionale è reale e quello che è reale è razionale”, ha detto anche la corbelleria che “chi vince ha sempre ragione” perché “la storia è il tribunale del mondo”.44La storia è piena di oppressioni di chi ha torto contro chi ha ragione ma avviene però quanto Orazio dice della conquista della Grecia da parte di Roma: “Graecia capta ferum victorem coepit” (la Grecia vinta vinse il suo feroce vincitore). Filosoficamente la storia ha solo due funzioni epistemologiche: come “scienza” di realtà passate prodotta da documenti e testimonianze, e come “laboratorio” di sperimentazione di parole, promesse, previsioni, speranze, fedi e teorie di ogni tipo facendo venire a “galla” la verità, secondo la lapidaria espressione di Menandro Ateniese in una delle sue Sentenze
Marostiche: “la verità è figlia del tempo”.
Anche la Psicanalisi non sfugge allo stesso inesorabile giudizio: non è una via speciale per raggiungere la “verità-realtà”. Infatti- a parte il metodo terapeutico più o meno valido - in quanto esercizio di conoscenza di fatti individuali si riduce a scienza empirica, che proviene dall'intuizione sensibile del primo stadio della conoscenza; in quanto esercizio di conoscenza razionale, rientra nella scienza galileiana che procede col metodo sperimentale; diversamente diventa anch'essa una fabbrica di conoscenza di metafisica pura. La nota vicenda di quel ragazzo ricoverato in clinica perché venisse curato dal diabete che lo costringeva a bere undici litri di acqua al giorno e che venne curato psicanaliticamente, perché il suo diabete era stato diagnosticato come “purificazione” del suo conflitto interiore essendo schiavo di pratica masturbatoria, fino alla riduzione di un solo litro e mezzo di acqua al giorno e che trovato morto sul suo letto, all'autopsia presentò un tumore al mesencefalo che aveva leso il centro della sete, dimostra sì che la psicanalisi è valida come metodo terapeutico essendo riuscita a influenzare i centri omeostatici ma che è irrimediabilmente ipotetica come metodo epistemologico non essendo nient'altro che il famigerato metodo metafisico.45
Anche il misticismo è caratterizzato dall'atteggiamento di pretendere di conoscere per “intuizione” attraverso la contemplazione diretta della realtà metafisica, sostenuto in più dal sentimento e dal desiderio di unione con Dio. Sappiamo che nella meditazione profonda si fa un lavoro di grande creatività, mettendo a confronto dati, informazioni, ipotesi e ogni sorta di immaginazioni, analogie, generalizzazioni e deduzioni. Specialmente la meditazione di un certo tipo è capace di far provare esperienze e suggestioni tali da provocare processi di meccanismi psicofisiologici che producono accelerazioni di eventi fisiologici straordinari e miracolosi perché o diversamente non avvengono o avvengono con un coefficiente di tempo molto più lungo. Ma non si può scambiare la meditazione e la conseguente “illuminazione” che ne scaturisce o “intuizione”, come una via diversa e abbreviata per conoscere la “verità-realtà”: tale intuizione, come tutte le altre sue forme, rientra nel numero delle ipotesi, che potranno diventare “verità-conoscitiva” soltanto quando saranno sottoposte al “controllo” dell'esperienza. Il misticismo può essere una metafisica ma non una filosofia scientifica come la concepiamo noi. Ogni filosofia che pretenda di costruire sull'intuizione intellettiva è ipotetica e ha una percentualità molto alta di essere falsa. H. Blondel ha creduto di poter valorizzare il misticismo come una valida conoscenza filosofica della realtà metafisica ma come si vede il suo “metodo dell'immanenza” non si riduce che all'ambigua intuizione interiore, immenso campo fecondo e ferace come una fungaia.
Lo gnosticismo non è che misticismo ed è una filosofia fondata sulla sopravvalutazione dell'intuizione intellettiva, e ha dato origine alle filosofie induiste, buddiste, confuciane, mazdeiste, pitagoriche, platoniche, manichee, cabalistiche, teosofiche e antroposofiche.
É superfluo ripetere che tutte queste filosofie non si riducono a nient'altro che a intuizione intellettiva come tutte quelle improvvise illuminazioni con le quali si è creduto e si crede di venire a contatto con Dio e di conoscerne la volontà e che sono le cosiddette esperienze religiose, di cui sono testimoni i grandi personaggi che hanno dato vita a quei movimenti che hanno segnato la storia dei popoli, come Krishna, Abramo, Mosè, Budda, Gesù, Maometto e tutti gli sconosciuti iniziatori delle varie religioni dei popoli e i ondatori degli ordini e congregazioni religiose quali S. Benedetto, S. Francesco, S. Domenico, S. Ignazio, e tutti coloro che sono soggetti a conversioni più o meno improvvise o a vocazioni speciali. È tutta un'attività mentale, che essendo avulsa per lo più da quella sensoriale, almeno come base di controllo - seguendo il metodo scientifico - possiamo denominare “misticismo”, vera mistura di vari elementi conoscitivi e affettivi emergenti dalle sconosciute regioni del subcosciente. A tali intuizioni, che naturalmente sono pura metafisica, non si deve chiedere se sono vere, perché nessuno le potrà controllare, ma semplicemente se sono buone o cattive, utili o dannose, confrontandole con la misura di tutto che è l'uomo.
Anche quello che denominiamo “intùito” non è altro che un concetto ambiguo, perché esso può indicare due cose: l'“intuizione sensibile” che “vede” realtà e situazioni e dai loro “segni univoci” le comprende e per ciò è sempre esatta; “intuizione intellettiva”, cioè “l'induzione metafisica” che da “segni ambigui” osservati immagina e pretende inferire la verità, e come tale per sé è sempre ipotetica, da controllarsi col metodo scientifico.
Quello che abbiamo detto per l'“intuito” vale anche per il termine “istinto” quando viene usato come suo sinonimo, cioè per intendere un'operazione conoscitiva umana. Comunemente però col termine “istinto” si vuole intendere il comportamento pura46nte animale con la precisa esclusione, dall'area dell'Intelligenza, del puro regno animale e quindi la base biologica della costituzione umana. Come si vede questo è proprio il problema fondamentale che ha ispirato questo lavoro e riceverà soluzione in parte alla sua fine e in parte in un altro lavoro che ci proponiamo di elaborare.
Dovrebbe perciò entrare nell'uso comune fare la debita distinzione tra intuizione sensibile e intuizione intellettiva quando si fa un discorso almeno a un certo livello: solo cosi si possono evitare confusioni e discussioni inutili. Anche A. Carrel nel suo “L'uomo questo sconosciuto” dove parla dell'intelligenza fa questa confusione dove dice:

“l'intuizione è una facoltà strana: afferrare la realtà senza l'aiuto del ragionamento ci sembra inspiegabile. Da un certo punto di vista l'intuizione ci sembra un ragionamento assai rapido, compiuto dopo un'osservazione d'un istante. È probabile che l'intuizione che i grandi medici hanno dello stato e dell'avvenire dei loro malati sia di questa natura. Un fenomeno analogo si ha quando giudichiamo in un attimo il valore di un uomo, i suoi pregi e i suoi difetti”.46

È chiaro che qui è in funzione “l'intuizione sensibile”: chi ha l'occhio clinico vede senza ragionare ma con lo sguardo la situazione. Mentre l'intuizione cui noi abbiamo negato valore definitivo di “verità-realtà” è l'“intuizione intellettiva” che fa seguito all'induzione e alla deduzione, la quale si riduce a tre tipi: 1) “l'intuizione induttiva” che segue all'osservazione di fatti; 2) “intuizione deduttiva” che segue al confronto di concetti acquisiti rappresentativi di situazioni reali; rientra qui l'intuizione di Bergson, di Russerl, di Heidegger, di Ortega Y Gasset e di tutti coloro che fanno della metafisica con tale sistema; 3) “intuizione artistica”, specialmente dei poeti, dei pittori, dei romanzieri e dei cineasti, i quali fondandosi sull'analogia creano un linguaggio con elementi reali e immaginari per comunicare ogni sentimento o anche una verità. Tutti questi tre tipi di intuizione vanno sottoposti al controllo del mezzo “ipotetico-deduttivo-sperimentale” se vogliamo accertarci della “verità realtà”.
Dobbiamo però riconoscere che c'è una forma di intuizione che non è intuizione sensibile né intuizione intellettiva ma è uno speciale mezzo di conoscere: è il cosiddetto “sesto senso” simile a quello che posseggono gli animali, specialmente gli uccelli migratori, i quali anche di notte e per migliaia di chilometri sanno ritrovare il luogo di partenza. Il grande fisiologo A. Carrel afferma che tale tipo d'intuizione o sesto senso come la chiama Charles Richet è una certezza scientifica: essa si trova allo stato rudimentale in molte persone e si sviluppa in un piccolo numero d'individui, i quali “non guardano, non cercano ma sanno”. E’ l'intuizione “paranormale”, oggetto di
contestazione “perché - dice Carrel - questi fenomeni sono fuggitivi, non si riproducono a volontà, sono immersi nell'immensa massa delle superstizioni, delle menzogne e delle illusioni dell'umanità”.39Anche questa forma di intuizione non può essere criterio di verità se non per il fortunato individuo che ne è fornito e per coloro che possono sottoporre le sue conoscenze all'ultimo arbitro di controllo, il solito metodo ipotetico - deduttivo - sperimentale. È un'argomento di cui ci occuperemo in un secondo nostro lavoro e ci servirà per farci un concetto più appropriato sulla natura profonda della realtà.

 

 

 

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