L'intelligenza e la ragione
1 - La mente e la parola Proseguiamo la nostra
indagine alla ricerca della natura dello strumento conoscitivo, cioè del
"ponte" che ci permette di passare dal "nido" della nostra mente verso
il mare della realtà esterna. Abbiamo stabilito che la conoscenza è
"comunicazione" tra la mente e la realtà e che per tale comunicazione occorre
appunto un "ponte" che unisce i due punti di comunicazione. Questo è stato
individuato in un "meccanismo" di "azione e reazione" che funziona nel
cervello come uno "specchio" o meglio come un "occhio" e perciò per
descriverne l'operazione è stato usato lo stesso linguaggio che si usa per la vista,
anche se la comunicazione con la realtà avviene attraverso terminazioni diverse dalla
vista, perché l'effetto finale è sempre simile a una visione, come ha espresso con molta
verità le sue sensazioni Goethe in una sua Elegia Romana:
"vedo con occhio che sente - sento con
mano che vede"1 equivalente a quanto V. Hugo dice di Homo - il cane lupo di Ursus -
il quale "vede bene col suo naso come Cristoforo Colombo con suo genio".2
L'immagine che la realtà proietta nello
"specchio-mente" con termine greco è stata chiamata "idea", che ormai
è un termine tecnico. Tale idea dunque può essere una proiezione della realtà in modo
globale o sincretico senza nessuna pretesa; ma prende il nome di "concetto"
quando - secondo come si esprimeva Socrate, a imitazione dell'arte maieutica della
levatrice - la mente "concepisce e partorisce" una idea chiara e distinta, per
usare la celebre frase di un altro addetto ai lavori, Cartesio: "distinta" da
altre immagini di altri oggetti, "chiara" negli elementi che la compongono.
Questo "parto" avviene attraverso il
"potere risolutivo" della mente di cogliere le differenze e le uguaglianze tra i
vari strati o zone della realtà. L'operazione di distinzione delle differenze è chiamata
"analisi".
La "classificazione" è la riunione o
il raggruppamento dei concetti e dei relativi oggetti operata appunto col criterio di
differenza e somiglianza. Per rendere più concreto il funzionamento dello strumento
conoscitivo "mente-cervello" (accontentiamoci intanto di questa sommaria
denominazione, perché dobbiamo ricordarci che andiamo alla ricerca della natura
dell'intelligenza appunto) o "occhio-specchio", possiamo riferirci a una
cinepresa fornita di "zoom": con una posizione media ritrae l'oggetto nella
propria struttura; col grand'angolo lo coglie inserito in una struttura più vasta di cui
è un elemento; col "tele" lo analizza negli elementi più piccoli che lo
costituiscono. Unendo tutte e tre le operazioni ne può cogliere le proporzioni, le
differenze e le uguaglianze con le altre "porzioni" della realtà.
Questo "strumento" primordiale, nel
senso fondamentale nella linea evolutiva, lo abbiamo in comune con tutti gli altri
animali: difatti tutti gli altri animali hanno un cervello almeno in embrione e canali di
comunicazione periferici (anche se non tutti hanno proprio "cinque" sensi) con
lo stesso potere risolutivo delle differenze e delle uguaglianze e quindi lo stesso
comportamento elementare. Questa operazione primordiale è l'unica che si può denominare
"intuizione" o "evidenza", in quanto effettivamente la mente
"vede" per "contatto diretto" la "verità-realtà", cioè la
"corrispondenza" tra l'immagine e l'oggetto con cui "comunica" cioè
"conosce". Vedremo che a nessun altro momento conoscitivo può essere applicato
tale criterio di verità.
Abbiamo toccato con mano la "radice"
fondamentale del nostro strumento conoscitivo, cioè del "ponte" che ci mette in
contatto con la "verità-realtà", senza avere la pretesa di esaurirne la natura
costitutiva, che sarà oggetto della nostra indagine attraverso una sommaria
interrogazione dei risultati della scienza a tempo suo. Intanto da questa descrizione
schematica si comprende che ci può essere un numero infinito di concetti perché ci
possono essere infiniti rapporti tra gli infiniti punti o strutture della realtà.
La bravura del conoscitore sta nel sapere usare
bene il proprio strumento, cioè nel saperto appuntare sulla realtà e coglierne i
rapporti segreti che ne costituiscono la "verità".
Abbiamo con molta semplificazione descritto l'origine delle idee e dei concetti e nello
stesso tempo il loro contenuto nel primissimo stadio della conoscenza: è un contenuto
concreto, particolare, che diventa universale solo per il potere sintetico o di
accostamento delle uguaglianze o somiglianze, possibile per la persistenza delle
idee-concetti che costituisce la memoria, che è la "biblioteca-classificatore"
della mente.
In questo consiste appunto il
"giudizio", cioè il riconoscimento per confronto delle uguaglianze e delle
differenze, che viene espresso nella "proposizione" e nelle operazioni
fondamentali aritmetiche della somma e della sottrazione.
La discussione se gli "universali"
siano fuori della nostra mente o no, come è stata impostata dalla filosofia scolastica
(S. Anselmo, Roscellino, Abelardo, Occam) denota che non si è ben riflettuto sul
funzionamento dello strumento mentale. La difficoltà deve essere nata per causa del
linguaggio, col quale in maniera ampollosa e retorica in uno stadio più fiorito della
fantasia, si è voluto denominare con termini "astratti" cioè generali tutte le
differenze e uguaglianze colte dal giudizio tra le varie strutture della realtà, ma di
fatto inesistenti fuori delle strutture stesse.
E' stato Platone per primo a pensare che la
bianchezza, la giustizia, la beatitudine... fossero una sussistenza nel "mondo delle
idee". Pensate: se il nostro mondo, secondo Platone, è immagine dell'immagine
(idea), il nostro conoscere sarebbe immagine dell'immagine dell'immagine!
Occorre pertanto vedere chiaro sulla funzione
del linguaggio per circoscriverne la giusta valutazione nel processo conoscitivo e non
lasciarci fuorviare.
Abbiamo detto che la conoscenza è
comunicazione ed è possibile perché nella realtà c'è sensibilità, che si traduce nel
meccanismo - quasi un moto perpetuo - "dell'azione-reazione",
"attività-passività", "passività-attività" tra gli infiniti punti
della realtà.
E' appunto tale interazione che crea le
strutture attraverso le quali si stabilizza un dato tipo di comunicazione. Limitando la
nostra considerazione a un campo ristretto, rileviamo che gli animali sono il prodotto
dell'interazione dell'ambiente ecologico, il quale partendo da una primitivissima
struttura ha selezionato le molteplici mutazioni genetiche (come vedremo) nelle varie
forme acquatiche, terrestri e aeree. Tale interazione ha creato l'organo o strumento
conoscitivo che abbiamo noi, il nostro cervello che contiene la nostra mente, e che è
comune a tutte le strutture della realtà classificate come animali.
Il funzionamento di questo strumento avviene
come una partita a "ping-pong" o "pattern-match": ogni stimolo produce
una risposta.
La risposta può essere di natura emotiva, per
la quale si produce una vibrazione di qualche parte della struttura animale con cui
l'emozione si esprime: nasce così il sibilo, il fischio, il grido, la voce, il canto
e...
(scusate) la defecazione! Sono i progenitori del linguaggio. Con questo termine intendiamo
una forma di comunicazione che avviene con la vibrazione della lingua e dell'apparato
connesso come reazione o risposta dell'animale a uno stimolo dell'ambiente esterno o
interno. Esso serve all'animale per comunicare specialmente con la porzione della realtà
più vicina costituita dai suoi simili: oltre a esprimere le proprie emozioni serve a
"rappresentare" come segno le sue conoscenze per trasmetterle.
A mano a mano la strutturazione si è evoluta
fino a permettergli di comunicare attraverso una "attività simbolica", cioè il
"richiamo" di un gesto, di un suono, di un atteggiamento, di un comportamento,
insomma un "segno". "K. Von Friech ha dimostrato che le api sono in grado
di comunicare - mediante il ritmo, l'orientamento e la natura dei loro spostamenti sul
favo - la durata di un volo e il suo orientamento in relazione sulla posizione del
sole".3
Riprenderemo questo argomento quando ci
diffonderemo nel regno dei viventi per l'individuazione del secondo bandolo della matassa.
Intanto basta avere accennato che tale linguaggio già fa parte di un apprendimento
attuale, nel senso che avendo una predisposizione in un apparato ereditario o genetico si
esercita con la realtà spazio-temporale.
Ma mentre negli animali semplici l'elemento
"apprendimento" è piuttosto rudimentale, appena rilevabile, nell'uomo ha preso
uno sviluppo eccezionale proprio in virtù del linguaggio, tanto da essere l'elemento
predominante della sua vita specifica con la "cultura", da potersi dire che
l'uomo è un "animale culturale". Con questo però non si deve esagerare col
dire che l'uomo si distingue dagli altri animali per il linguaggio e quindi per il
"pensiero", che è proprio quello che andiamo ricercando.
La cultura, nata dal segno, trasmessa dal
linguaggio e dall'arte in genere, si nutre prima delle conoscenze prodotte dalla scienza
empirica dell'intuizione sensibile, poi dei prodotti della fantasia che diventa
"poesia" cioè "invenzione" della mente umana nel suo impatto con la
realtà e poi "metafisica" nel tentativo di decifrarla, e infine scienza
razionale o galileiana quando scoprirà il giusto uso dei suoi mezzi conoscitivi.
La maniera di comunicare col linguaggio ha fatto in modo che nella conoscenza umana ci
siano tre linee di verità parallele connesse tra di loro trasversalmente, se così
possiamo esprimerci: linea della "verità-espressiva" (linguaggio), linea della
"verità-conoscitiva" (pensiero), linea della "verità-realtà". In
questo sistema ternario la conoscenza si è strutturata in maniera molto complessa, che
rende complicato il raggiungimento della verità oggettiva, tenendo conto che tale
obiettivo è raggiungibile in misura molto limitata direttamente dal singolo, il quale si
deve appunto servire del contributo comunicativo della comunità dei suoi simili.
Cioè il linguaggio da un lato facilita la
conoscenza e dall'altro la complica: la facilita perché fa circolare l'acquisizione della
"verità-conoscenza" nello spazio e nel tempo attraverso la memoria e la
scrittura; la complica perché occorre il senso critico per sceverare ciò che
"corrisponde" e ciò "che non corrisponde" alla verità-realtà.
C'è da riconoscere che gran parte della
cultura, che si trasmette attraverso l'apprendimento, verte sulla prima linea, cioè sul
linguaggio; in misura ridotta sulla seconda linea, cioè sulla verità conoscitiva
costituita dai concetti, e pochissimo sulla verità oggettiva, che è la vera ricchezza.
Quindi possiamo considerare il linguaggio e le sue derivazioni - scrittura, pittura,
musica ecc. - come un "insieme" o "sistema di segni", nel quale si
trova, in tutte le lingue, un primo substrato naturale costituito da un fatto emozionale o
imitativo (onomatopeico) ovvero da un fatto relazionale (cioè di corrispondenza) alle
strutture della realtà secondo la fondamentale operazione che è il giudizio che, abbiamo
già detto, si esprime nella proposizione (es. la volpe è furba). Su tale substrato
naturale successivamente si è sovrapposto un secondo strato tutto convenzionale di
proporzioni colossali.
Così il linguaggio, soprattutto scritto, è
diventato la prima "biblioteca" da conoscere, consultare e studiare, per
apprendere quanto le generazioni precedenti e i popoli collaterali hanno scoperto e
realizzato nella ricerca della verità oggettiva. Giustamente dice Cassirer (1874-1945)
che esiste un condizionamento reciproco tra pensiero e linguaggio e B.L. Whorf precisa che
"noi conosciamo il mondo secondo le linee tracciate dalle nostre lingue native"
e Humboldt conclude che "l'uomo pensa e comprende il mondo per mezzo del linguaggio
ma è a sua volta condizionato da questo a vedere in un certo modo il mondo" 4.
Questa conclusione trova quasi un controllo sperimentale dal fatto che la nota Helen
Keller, cieca e sorda dall'età di nove mesi, cominciò ad avere idee solo quando
cominciò ad apprendere il linguaggio.5
Comunque resta fermo che prima del linguaggio
c'è un fatto conoscitivo psicologico costituito dalla linea conoscitiva interna che sta
in rapporto alla linea della realtà esterna: il linguaggio è solo un elemento
strumentale, di espressione, di memorizzazione, di trasmissione e di ulteriore
riflessione. Cioè è uno strumentodello strumento: come strumento espressivo è
costituito prevalentemente dal suo fondamentale elemento naturale, e serve per l'arte, per
la quale occorre un vocabolario vario, ricco, sfumato, pittoresco; come strumento di
trasmissione e di ricerca conoscitiva è costituito prevalentemente dall'elemento
relazionale e convenzionale, e serve per la logica, la socializzazione, la matematica, la
scienza e la tecnica. Questo secondo tipo di linguaggio è diventato come una lingua a
sé, ed è bene che sia così perché la conoscenza della verità ha bisogno di termini
precisi, chiari e validi per quelli che operano nei vari campi della conoscenza del reale.
Il linguaggio della logica, della matematica, della fisica ecc. è costituito da termini e
formule inequivocabili e convenzionali creati apposta per evitare confusione,
incomprensione e perdite di tempo: ogni concetto vi è espresso con simboli dal
significato ben preciso, sottoposto a regole semplici ma chiare e di validità del tutto
generale.
Tuttavia noi ci rifiutiamo di dare al
linguaggio quell'importanza assoluta che gli è stata data da certe teorie letterarie e
poetiche di cui è simbolico il verso dannunziano "divina è la parola e il verso è
tutto", dalle metafisiche del "logo" che fanno un'equazione tra parola e
pensiero e dal neopositivismo del Circolo di Vienna e della filosofia analitica inglese,
che riduce tutto il compito della filosofia all'analisi linguistica. Il linguaggio è uno
strumento e dobbiamo servircene per esprimere e confrontare l'acquisizione conoscitiva
della "verità-realtà". Il linguaggio ha sì una sua verità ma solo se
corrisponde al pensiero e attraverso il pensiero alla verità oggettiva. A parte il valore
morale di questa corrispondenza ("la verità vi farà liberi" dice Gesù), la
verità del linguaggio ha un valore epistemologico in quanto è collegato alla
"logica", che contiene il regolamento interno del nostro strumento conoscitivo
quando dal "primo stadio" o dall'"intuizione" passa al "secondo
stadio" o al "ragionamento".
2 - I due Stadi della Conoscenza.
Riallacciandoci a quanto abbiamo detto sulla
conoscenza, abbiamo individuato due stadi del processo di approccio della mente verso la
realtà: uno diretto, che abbiamo chiamato "intuizione", e l'altro indiretto,
che abbiamo chiamato ragionamento.
1-Lo stadio dell'Intelligenza.
È quello dell'intuizione sensibile, diretto,
immediato e avviene attraverso i sensi che sono la parte "tentacolare" della
mente, la quale stabilisce così con la realtà esterna la comunicazione più vera. I
cinque sensi non sono autonomi ma collegati l'uno con l'altro e sono un "controllo
vicendevole" quasi a garanzia dalle illusioni possibili di un singolo senso. Tale
comunicazione, che è appunto conoscenza, è basata sulla sensibilità, cioè sull'essere,
ed è "visione", "intuizione", "evidenza", che diventa
"certezza", "convinzione", "fede". In tale "confronto
vitale" la mente prende coscienza di quei primissimi elementi che sono nello stesso
tempo "assiomi", "valori", "principi", che scaturiscono dal
primo accendersi della struttura nel primo nucleo cellulare del cervello. Tale
"coscienza" diventerà in seguito "subcoscienza" e resterà lo
"strato profondo" della "mente-vita" e su tale substrato "la
coscienza" proseguirà a guidare lo sviluppo della struttura vitale nel suo alterno
gioco con l'ambiente esterno o ecologico o culturale, attraverso gli automatismi, i
meccanismi, i sistemi e gli organi di cui viene compaginata dal codice genetico. Come si
vede per "intuizione sensibile" non intendiamo la semplice
"sensazione" - che può essere oggetto di analisi per ogni aspetto della
sensibilità costituito da ogni senso -ma intendiamo la "comprensione della realtà
che la mente compie con la sensazione": essa contiene già un confronto, un pensiero,
una ragione intesa come conclusione, da distinguersi dalla "Ragione" che sarà
la protagonista del secondo stadio. Questo primo stadio è detto anche
"esperienza", con la quale quindi la mente viene a contatto con la
"superficie" della realtà, cioè col "fenomeno", il quale però è
altrettanto "reale" quanto il "profondo" che lo produce e del quale è
messaggero. In tale stadio la conoscenza è per sé infallibile.
I primordiali
"valori-assiomi-principi" sono generati dai "fatti" e sono i reali
rapporti tra la "mente-vita" e la realtà esterna, e perciò sono "concetti
vitali", semplicissimi, tra di loro equivalenti, che la mente successivamente nel
secondo stadio della conoscenza distinguerà per comodità di disimpegnarsi nei molteplici
aspetti della realtà.
Di tali "valori-assiomi-principi" ne
abbiamo già riconosciuto alcuni e su di essi abbiamo impostato tutto il nostro discorso:
l'assioma della propria esistenza, l'assioma dell'inizio nel tempo di tale esistenza,
l'assioma della validità dei mezzi di comunicazione della mente con la realtà infinita
che le sta di fronte, l'assioma di avere derivata l'esistenza da un'altra porzione della
realtà da cui si dipende in tanti modi.
Nell'esercizio del confronto con la realtà la
"mente-vita" attraverso il contatto sperimentale condotto con i suoi mezzi che
sono i sensi, rilevando "differenze" e "uguaglianze" tra sé e le
altre porzioni della realtà e tra le porzioni della realtà tra di loro, elabora altri
"valori-assiomi-principi": quello dell'identità, quello della diversità,
quello della contraddizione, quello dell'essere-nulla, dello "spazio-tempo" ecc.
Tutti questi "valori-assiomiprincipi" sono "sperimentali" o
"esistenziali" o "intuitivi" o "immediati", quindi
indimostrabili e si accettano come se fossero una "generazione" concepita dal
connubio "mente-realtà esterna". Le ricerche di psicologia degli ultimi tempi,
compiute da valenti cultori tra i quali emerge J. Piaget, hanno messo in evidenza che lo
"schema mentale operativo" - costituito dall'insieme dei suddetti
assiomi-principi-valori e da distinguersi dallo "schema mentale culturale"
costituito da idee, concetti e nozioni, di cui parleremo più avanti - non è dato
all'inizio ma è il risultato dell'esperienza, cioè della ripetizione di contatti
sensibili con la realtà nei primissimi tempi dello sviluppo mentale del bambino.6
Questo è il primo stadio della conoscenza ed
è propriamente già intelligenza, che non è altro che "comunicazione adeguata"
tra la mente e la realtà esterna. Il termine "intelligenza" dal latino
"inter-lego" vuole appunto indicare un valido legame tra la mente e la realtà
con i suoi tentacoli esterni che sono i sensi. Tale rapporto assume nomi diversi ma
equivalenti secondo il mezzo sensibile con cui viene stabilito: si dice
"comprensione" da "con-prendere" e si riferisce al tatto; si dice
"audizione" da "audire" e si riferisce all'udito; si dice
"intuizione" da "intueri" (guardo verso...) e si riferisce alla vista
ecc.
Questi atti non si fermano agli organi dei
sensi ma terminano al centro mentale dove avviene l'operazione dell'intelligenza o della
comprensione. In tale operazione avviene anche un primitivo confronto di dati sensibili
che chiamiamo "pensiero" il quale non è altro che quell'intimo meccanismo che
Hegel ha chiamato "processo triadico": con esso la mente, seguendo lo stesso
processo della Natura e della Storia, di cui è una porzione, confronta strutture con
strutture della realtà e attraverso le differenze e le uguaglianze "intuisce",
"capisce", "comprende", cioè conosce e riconosce e ne forma le
primissime immagini o concetti. Questo "processo triadico puro" funziona negli
animali e nei bambini e costituisce la loro conoscenza intelligente, fatta di sensibilità
e di affettuosità e sarà l'anima del "processo razionale" che il bambino
svilupperà per opera dell'ambiente culturale fino al tempo del completo "uso della
ragione". Il "processo razionale" si distingue dal "processo
triadico" perché non confronta solo strutture con strutture della realtà ma
confronta anche le immagini e i concetti prodotti dal "processo triadico" o
forniti dalla "cultura" e così produce concetti all'infinito. Ma anche senza
questo ulteriore SvilUppo, l'animale e il bambino conoscono, distinguono, discernono e
riconoscono, e in questo consiste la loro intelligenza.
Chi ha seguito la trasmissione televisiva
"Quark" di Piero Angela del 15 maggio 1984 ha potuto rendersi conto della
presenza di questo "pensiero-confronto" negli animali in due esperimenti
meravigliosi. Nel primo era protagonista un piccione chiuso in una stanza dal cui soffitto
pendeva una banana che un filo tratteneva a una distanza dal pavimento troppo alta perché
il piccione la potesse beccare. Il piccione l'ha ripetutamente adocchiata con evidente
intenzione di beccarla e con evidente delusa impotenza; poi facendo un giro per la stanza
ha adocchiato anche un cubo di cartone in un angolo, c'è montato sopra, ha
"sentito" di poter diventare più alto, è sceso e ha cominciato a spingere il
cubo con ripetute beccate fin sotto la banana, c'è montato sopra e finalmente l'ha potuta
beccare. Nel secondo esperimento una scimmia, sempre in una stanza, desiderava
impadronirsi di una banana che giaceva su un tavolo posto al di là di una grande rete
metallica a larghe maglie: non riuscendo nel suo intento con le sole lunghe braccia,
girando freneticamente per la stanza raccoglie una canna e con essa tenta di avvicinare a
sé la banana ma la canna è troppo corta; si guarda in giro e vede un grosso bastone sul
pavimento, lo raccoglie e tenta di infilarlo nella canna ma essendo troppo grosso lo
affila con ripetute dentate, e lo infila nella canna e finalmente riesce a trascinare a
sé l'agognata banana.
Questo comportamento lo osserviamo anche nei
bambini e ci dice che la prima fase della conoscenza, costituita dalla intuizione
sensibile, contiene già quel "confronto" dialettico tra le strutture della
realtà che produce quella "sintesi" che fa risolvere i problemi. Compiendo un
passo ulteriore scopriremo che ogni realtà agisce e reagisce su tale linea ma questo
sarà oggetto di una nostra ulteriore indagine che abbiamo più volte menzionato.
Cartesio e compagni non hanno visto questa
realtà e così hanno dovuto ridurre gli animali a puri automi meccanici come gli
strumenti costruiti dall'uomo.
In generale tutti coloro che identificano
Intelligenza e Ragione usano il termine di "istinto" facendo una grande
confusione, perché tale termine derivando dal latino "instinguo,
intinctum,
instinguere" che vuol dire appunto "stimolare", dovrebbe essere riferito
all'"impulso" positivo o negativo che ogni conoscenza produce necessariamente e
dovrebbe essere usato per indicare il "non-controllo" di un comportamento e non
la sua intelligenza: il controllo viene imposto dallo sviluppo del "processo
razionale" per motivazioni culturali o morali. Continueremo questo discorso quando
faremo la visita ai "tesori della Scienza", intanto ci basta di avere stabilito
con sufficiente chiarezza che il processo razionale ha la sua radice nel processo triadico
primordiale e naturale dell'Intelligenza mentre esso in qualche modo comincia a diventare
"artificiale" nel senso che elabora puri prodotti umani. Così ci sembra di
poterci liberare senza difficoltà dell'ipotesi dello innatismo di ogni tipo, Kant
compreso, e dell'illusorio processo astrattivo di Aristotele e di S.Tommaso che
attribuiscono al complicato meccanismo dell'intelletto "passivo",
dell'intelletto "agente" e dell'intelletto "astrattivo" l'elaborazione
delle idee.
Saremmo tentati di ricondurre al processo
triadico anche il "processo astrattivo" aristotelico poiché anch'esso è
costituito di tre elementi ma non è possibile. Perché i tre elementi aristotelici non
sono proprio le tre fasi della tesi, della antitesi e della sintesi hegeliani che operano
sulle differenze e sulle uguaglianze per pervenire al concetto ma sono tre fasi di quella
particolare "induzione" che partendo dall'"immagine sensibile"
terminerebbe nell'"immagine intellettiva" con la quale Aristotele, deviato dal
"processo maieutico" di Socrate, si illuse di poter pervenire all'essenza delle
cose, cioè a quell' "universale" che sarà la base della "deduzione"
e della vuota scienza metafisica.
Questa impostazione aristotelica è la
responsabile dello accecamento per oltre due millenni di tutti i filosofi successivi nei
quali l'intelligenza degli animali è stata cancellata. Con la bella trovata metafisica
che ogni cosa risulta di "materia e forma" Aristotele ha creduto di poter
spiegare ogni forma di vita attribuendo agli esseri viventi una "specifica
anima" che fa diverse tra loro la vita vegetativa, la vita animale e la vita
intellettiva propria dell'uomo. Su tale strada - molto comoda per la teologia della Chiesa
- lo stesso Cartesio è stato costretto a ridurre gli animali a puri automi, perché
l'intelligenza è prerogativa solo umana e consisterebbe nell'operazione umana che
"astrae" le idee come rappresentazione delle "essenze" delle cose. Ma
l'esistenza dell'intelligenza degli animali dice un "no" molto secco a tale
impostazione aristotelica, tomistica e cartesiana.
Possiamo osservare che questo primo stadio
della conoscenza in cui la mente opera direttamente con i sensi, è l'unico momento che
possiamo chiamare veramente "intuizione". Fuori di questo momento privilegiato
non si potrà parlare d'intuizione, se vogliamo dare ai termini un significato preciso.
Difatti il termine "intuizione" deriva dal verbo latino "intueor o
intuor, intuitus, intueri" che vuol dire "vedere in" o "fissare con lo
sguardo" e deriva a sua volta da "tueor", che ha anche la forma di
"tuor" e vuol dire "mirare, guardare". Il latino ha anche la forma
"tuor" come nome e indica "la vista" come senso.7Questa precisazione
filologica deve servire a eliminare l'argomentazione di certi superficiali assertori
dell'esistenza della via speciale della conoscenza che consisterebbe nell'"intuizione
intellettiva" sganciata dall' "intuizione sensibile" facendo derivare tale
termine da una sbagliata etimologia, cioè da "intus ire"="andare
dentro", come se ci fosse un potere intellettivo che può penetrare per se stesso al
di là di ciò che appare "all'intuizione sensibile". Non c'è nessuna
intuizione all'infuori di quella sensibile, cioè ogni intuizione con valore certo di
attingere la realtà risiede sì nella mente ma è legata indissolubilmente ai suoi
tentacoli esterni che sono i sensi. "Intuizione" vuol dire "visione" e
indica l'operazione della mente fatta con la "vista", equivalente all'operazione
"comprensione" fatta col "tatto", che "prende" la realtà.
Queste due operazioni danno alla mente la possibilità di "capire" la realtà,
di stabilirci un "contatto", cioè una comunicazione, che è appunto la
conoscenza, come abbiamo già stabilito.
Tuttavia mentre il termine
"comprensione" è da tutti usato per indicare il risultato ultimo della mente,
da qualunque via le pervenga la conoscenza, basta che le permetta di "capire",
invece il termine di "intuizione" viene utilizzato per indicare un modo preciso
con cui la mente arriva alla "comprensione". Questo modo preciso si risolve
soltanto nell'intuizione sensibile e non può assolutamente essere attribuito a quella
"luce interiore" con cui si "immagina" "di vedere" ciò che
c'è "dietro" la pura intuizione o immagine sensibile: questa seconda
"immagine" o "intuizione" non è altro che una "immagine
creata" dalla nostra mente, e può nascere sia dall'intuizione sensibile sia
dall'accostamento di più dati già immagazzinati per esperienze o per trasmissione
culturale. Questa "seconda immagine" o "visione" o "intuizione
puramente intellettiva" non deve e non può essere scambiata come senz'altro
"corrispondente" alla realtà cioè "vera" ma deve essere presa come
un'ipotesi essendo una pura elaborazione interiore Bisogna convincersi dunque che ciò che
si suole con molta inesattezza chiamare intuizione non è altro che una
"ipotesi", magari anche azzeccata, ma sempre ipotesi, indotta da osservazioni
anche molto valide ma sempre da controllare. Al posto del termine "intuizione"
suggerirei di usare "evidenza" per indicare quello che è l'effetto mentale sia
dell'intuizione come l'abbiamo circoscritta sia del ragionamento.
Col termine "evidenza" dobbiamo
intendere un contenuto mentale che può avere due esiti: "corrispondenza" alla
realtà, cioè "verità conoscitiva", e "coerenza logica" in un
sistema logico sia esso matematico, geometrico, o metafisico o teologico o
scientifico-teorico, la quale può essere detta "verità teorica" o
"verità possibile" che potrà diventare "verità-conoscitiva" a
condizione che venga applicata o agganciata appunto alla realtà.Siamo così entrati nella
seconda fase del processo conoscitivo.
2-Lo stadio della Ragione.
È quello indiretto o mediato o logico ed è la
comunicazione che la nostra mente tenta di stabilire con la realtà esterna
"ignota" per mezzo di un "ponte" diverso da quello costituito
dall'intuizione sensibile. La mente, cioè, esperimentata positivamente la comunicazione
con la realtà direttamente con i sensi, tenta di comunicare con la realtà
"saltando" il contatto diretto, abbreviando tempo e spazio. Perché uno dei
prodotti della conoscenza - come vedremo - è la tensione affettiva. Cioè la
"mente-vita" attraverso l'esperienza dei primissimi "valori
assiomi-principi" si struttura come in due "bande" di risonanza o di
reazione che possiamo chiamare positiva e negativa in riferimento alla sensazione di
"piacere" o "dispiacere" secondo le quali distingue, classifica e
organizza le sue "comunicazioni" o conoscenze. Sotto la spinta dunque della
tensione affettiva la mente tenta di raggiungere la realtà "per viam breviorem"
utilizzando gli assiomi acquisiti nel primo stadio: identità, diversità, contraddizione
ecc. Nasce così la seconda fase della comunicazione mentale e all'intuizione succede il
processo della "ragione", il quale è già presente in radice nell'intelligenza
degli animali e dei bambini col processo triadico.
In questo processo la mente mette a confronto
due o più dati "intuitivi" o "sensibili" preparati dal processo
triadico. Questo "confronto" è quello che propriamente si deve chiamare
"pensiero", facendo così coincidere parola e operazione: in latino
"pensiero" filologicamente indica l'azione di "pesare", misurare,
confrontare. Da tale confronto nasce il "giudizio" che è quello che
propriamente si deve chiamare "ragione" facendo coincidere la parola e
l'operazione: difatti il termine latino "ratione", da cui ragionare, venendo dal
verbo "reor, ratus sum, reri" indica proprio l'azione di "stabilire",
"concludere", "sancire", "legiferare", "calcolare"
(di qui "ragioniere": colui che fa i calcoli). La "ragione" insomma è
il risultato del "pensiero-confronto", a cui la mente aderisce perfettamente per
aver "visto" con "chiarezza" o "evidenza" le differenze e le
uguaglianze tra i concetti o i dati accumulati in un concatenamento più o meno complesso
con cui si perviene a una conoscenza "razionale": la "razionalità" è
appunto Il segno dell'Intelligenza nella sua giusta impostazione sia come pensiero che
come comportamento.
Questa operazione mentale non è qualcosa di
diverso dalla operazione mentale diretta di cui è la prosecuzione: abbiamo infatti notato
che anche in questa è presente il "confronto" o "pensiero" e il
"giudizio" o "ragione". La differenza sta solo nei "termini"
del "confronto": nel primo stadio, che per comodità di linguaggio possiamo
chiamare "processo triadico", si confrontano "dati immediati presenti"
all'esperienza intuitiva; nel secondo stadio, che per la stessa ragione preferiamo
chiamare "processo razionale", si confrontano "dati mediati" forniti
dall'esperienza intuitiva o dall'immaginazione creativa o dalla trasmissione culturale,
dei quali ci si serve per "indurre o dedurre" il resto della realtà "non
sperimentata" quindi non "presente".
Frutto di tale procedimento o passaggio o
"ragionamento" appunto è un nuovo concetto che dovrebbe
"corrispondere" a una "porzione" di realtà, che sarà più vasta se
il procedimento o ragionamento è "ascendente" o sintetico, più ristretto se il
procedimento o ragionamento è "discendente" o analitico. Tale operazione
interna viene successivamente espressa negli strumenti semantici del linguaggio che sono
le proposizioni, che verranno elaborate in modo quantitativo o formale nel discorso
logico-matematico.
Da qui appare chiaro il valore strumentale sia
del linguaggio sia delle operazioni matematiche sia della logica formale. La tecnica del
calcolo ha costruito ed elaborato questi strumenti indipendentemente dall'applicazione
operativa della mente alla realtà, partendo da assiomi ipotetici e sviluppando tutta una
tecnica in cui le varie operazioni o asserti o deduzioni hanno una loro validità come
"verità di coerenza" o logica nei relativi sistemi ma non è ancora la
"verità-realtà": essi potranno essere utili per raggiungere la
"verità-realtà" a patto che siano valide le due vie o direzioni fondamentali
del "ponte razionale" costituito dall'induzione e dalla deduzione: l'induzione
è la direzione ascendente che va dai particolari al generale e all'universale; la
deduzione è la direzione discendente che va dall'universale o generale al particolare. In
questo stadio la conoscenza diventa problematica, aperta al successo o al fallimento.
Intanto teniamo ferma la distinzione netta tra
Intelligenza e Ragione: l'Intelligenza è la comprensione della realtà che la mente fa
con la comunicazione della "intuizione sensibile" che è la via diretta e con la
via indiretta del ragionamento; la Ragione consiste nel ragionamento, che è un servizio
all'Intelligenza, e diventa Logica moltiplicando in maniera prodigiosa le sue produzioni
sia come strumenti che come prodotti nel tentativo di comunicare con la realtà. Il
prodotto più vistoso della Ragione è la Cultura, per cui l'uomo è stato qualificato
"animale culturale" per eccellenza. Questo fatto ha indotto l'uomo a valorizzare
la Ragione fino al punto di identificarla con la mente o addirittura di attribuirle il
potere speciale dell'"intuizione intellettiva" per raggiungere la verità. Di
qui ci sembra derivata la confusione anche in eccellenti filosofi che identificano
addirittura la Ragione con la mente o con l'intelligenza. Per esempio Spinosa da buon
cartesiano, così definisce la Ragione: "l'essenza della Ragione non è altro che la
nostra mente in quanto intende distintamente e chiaramente"8. No, la Ragione è la
via indiretta con la quale la mente tenta di stabilire un contatto con la realtà nella
sua parte irraggiungibile con l'intuizione sensibile cioè nella sua parte
"ignota" e lo tenta di fare col meccanismo detto appunto "razionale"
dell'induzione e della deduzione.
Da notare che nel nostro linguaggio i termini
pensiero, riflessione, deduzione, induzione, ragione, giudizio, valutazione, conclusione,
sono pressoché equivalenti e applicabili sia allo stadio diretto che a quello indiretto.
Tuttavia per meglio intenderci nel nostro discorso riserviamo i termini
"Ragione" e "Ragionamento" all'attività complessa con cui la mente
tenta di raggiungere la "realtà-ignota" confrontando dati provenienti dall'
intuizione sensibile, dall'immaginazione creativa e dalla trasmissione culturale. Il
linguaggio è quello che è: uno strumento creato dai gruppi umani che ci hanno preceduti.
In esso ogni termine ha una valenza molteplice: sta a chi lo usa determinare il
significato e questo avviene nella struttura o contesto concreto del discorso. Devono
interessare non tanto le parole quanto la realtà che esse designano e qui ci preme
sottolineare che noi ai termini intelligenza, pensiero e ragione abbiamo dato una
designazione ben precisa per il piano generale di tutto il nostro lavoro: con
"intelligenza" intendiamo la mente intera che stabilisce o cerca di stabilire un
rapporto adeguato (vero) con la realtà; con "pensiero" intendiamo il
"confronto" delle strutture della realtà o delle loro rappresentazioni
(immagini o idee) per decifrarle con distinzione e chiarezza; con "ragionamento"
o "ragione" intendiamo il "confronto" di dati reali, immaginari
(rappresentativi o ipotetici) e culturali per stabilire un rapporto adeguato con una
"realtà ignota".
Dobbiamo perciò occuparci della validità dei
due procedimenti del ragionamento, per vedere se sono essi la causa dell'accumulo di
deliri.
3 - La ricerca della giusta via per la Ragione.
Addentriamoci dunque più da vicino per cercare
di individuare il criterio di verità oggettiva che ci faccia da "ponte" verso
l'ignoto nello stadio del ragionamento.
Agli inizi del secolo XVII la "rivoluzione
copernicana" poteva affermarsi grazie a un'altra rivoluzione che la favoriva: la
rivoluzione metodologica. Proprio negli stessi primi decenni vivevano e operavano gli
iniziatori degli indirizzi che avrebbero segnato l'attività conoscitiva umana successiva:
Bacone di Verulamio (+1626), Galileo Galilei (+1642) e Renato Des Cartes o Cartesio
(+1650).
Bacone in Inghilterra elaborava il "Novum
Organum" (1620) secondo il quale doveva farsi la "Instauratio Magna" (la
grande ricostruzione) (1623) della conoscenza col metodo induttivo; Galileo in Italia non
solo teorizzava ma realizzava in pratica la rivoluzione scientifica col "Sidereus
Nuntius" (1610), col "Saggiatore" (1623), col "Dialogo sui massimi
sistemi" (1632) in cui maturava il suo metodo sperimentale; Cartesio in Francia
richiamava l'attenzione di tutti sul metodo col suo famoso "Discorso sul Metodo"
(1637) e le "Meditazioni filosofiche" (1642), dichiarando di voler rinnovare
tutta la conoscenza col suo "metodo del dubbio metodico" e "matematico
deduttivo".
Dall'analisi di queste tre proposte scaturirà
per noi l'individuazione del giusto uso del nostro strumento razionale o criterio della
"verità-oggettiva" ignota.
1 - Bacone col suo "Novum Organon" -
cosi denominato in riferimento al vecchio "Organon" di Aristotele - riteneva di
avere individuato una nuova logica da sostituire all'antica. Secondo lui l'antica era
aprioristica e deduttiva e occorreva sostituirla con una "induttiva ed
empirica". Ecco come egli si esprime:
"l'una, parte dalle sensazioni e dai fatti
particolari e prende il volo per le proposizioni più generali, e fondandosi su tali
principi e sulla loro verità ritenuta incrollabile, scopre e giudica le proposizioni
intermedie. Questa è la via che è stata abitualmente seguita. L'altra, partendo
analogamente dalle sensazioni e dai fatti particolari, di li le proposizioni ascendendo in
modo continuo e progressivo fino ad arrivare alle più generali. Questa è la vera via ma
nessuno l'ha ancora percorsa"9.
Questa seconda via costituirebbe una vera e
propria innovazione nella "instaurazione" della conoscenza. Essa consiste prima
di tutto nella sottomissione al fatto: "non si trionfa - egli dice -della natura se
non obbedendole". L'osservazione che fa l'uomo "interprete della natura",
deve essere paziente e circospetta, perché "non di ali ha bisogno il nostro spirito
ma di suole di piombo"10. Sacrosante parole, per cui Bacone con tali affermazioni
poderose è ritenuto "l'iniziatore" dell'empirismo inglese e del metodo
cooperativo pubblico del pensiero scientifico moderno." Suo merito fondamentale fu di
avere intuito, con una sensibilità per così dire divinatrice, le vaste possibilità di
una scienza della natura".11 Per questa concezione e per l'avvio di una prassi e
tradizione inglese Bacone divide con Galileo il merito di avere iniziato un movimento
della conoscenza che ha gli eccezionali risultati di cui noi siamo spettatori.
2 - Galileo tuttavia occupa una posizione
eccezionale per i risultati ottenuti. La sua importanza è dovuta soprattutto al
rinnovamento del metodo della ricerca. Egli discusse più volte nelle sue opere un modo di
procedere costituito di sintesi, di analisi sperimentale e di trattazione matematica,
divenuto il metodo della scienza moderna. Lo accomuna a Bacone la valorizzazione dei fatti
sensibili e della prova sperimentale: Bacone teorizzò <d'esperimentum crucis" e
Galileo il famoso "cimento", cioè il controllo concreto per rendersi conto se
una teoria è davvero azzeccata. Galileo diceva: "i nostri discorsi hanno da essere
intorno al mondo sensibile e non sopra un mondo di carta".12 Però lo distingue da
Bacone, oltre la pratica realizzazione scientifica, l'elemento matematico cioè la
"quantificazione" o la "misurazione" dei fatti e dei fenomeni da cui
si può trarre una giustificazione delle generalizzazioni. Bacone pure proponeva di
organizzare l'osservazione con particolari procedimenti e trovate, chiamate "tavole
di presenza", di assenza, di gradi ecc. con cui si poteva ottenere il risultato di
ordinare metodicamente la ricerca, superando la casualità e la farragginosità dei
naturalisti cinquecenteschi, tuttavia resta sempre legato a un metodo di tipo qualitativo.
Galileo usa invece lo strumento matematico, per cui la ricerca è più sistematica.
3 - Cartesio è la sintesi di Bacone e di
Galileo in quanto a metodo. Nel suo "Discorso sul metodo", e precisamente nella
quarta regola, valorizza "le enumerazioni così complete e così generali da essere
sicuro di nulla omettere". Anzi valorizza tanto l'elemento matematico da farlo
diventare predominante, assumendo addirittura, nel suo procedere, un esclusivo
"metodo deduttivo" proprio dei geometri e dei matematici fino a dare valore di
verità oggettiva a tutto ciò che è razionale - "tutto ciò che è razionale è
eale" - contrariamente a Bacone e a Galileo, i quali affermano che solo i fatti sono
quelli che decidono se un'idea o teoria corrisponde alla realtà o no.
In sostanza i procedimenti usati da questi
capiscuola si possono ridurre al metodo induttivo e al metodo deduttivo, con la novità
assoluta, di grandissima importanza, della sperimentazione, teorizzata da
Bacone,
teorizzata e praticata da Galileo.
Tranne quest'ultimo elemento, i due metodi non
sono due procedimenti nuovi, perché facendo parte della nostra mente sono già stati
usati prima di loro. A loro perciò va attribuito il merito di averli sistematizzati per
renderli veramente efficaci.
A noi ora il compito di analizzarli
criticamente, per sapere come mai l'umanità in genere e in particolare coloro che si
dedicano alla ricerca della verità, cioè i filosofi, hanno continuato ad accumulare
quella congerie di deliri dalla cui constatazione siamo partiti.
Galileo, indipendentemente dalla filosofia
tradizionale, col suo metodo sperimentale non solo ha fondata la vera scienza ma ha anche
indirettamente dato un contributo notevole a vedere chiaro in "quell'organo" su
cui Bacone stava appuntando la sua indagine, senza approdare a un risultato positivo. Anzi
- e anche qui si vede la validità del metodo Galileiano - Galileo ha contribuito, sempre
indirettamente, perfino alla revisione dei concetti della teologia sulla Bibbia, in nome
della quale venne processato, costringendola a una interpretazione non letterale del testo
Biblico quando parla dei fenomeni naturali. Il caso Galileo è stato uno di quei nodi in
cui il "laboratorio sperimentale" della storia ha falsificato ideologie che
erano molto ipotesi e poco verità e collaudato il metodo sperimentale su tre fronti:
teologico, metafisico e scientifico. Sul fronte metafisico ha costretto i filosofi a
tornare alle basi della filosofia. Come abbiamo già osservato, Aristotele era stato un
grandissimo filosofo, appunto perché aveva ben impostato la ricerca della conoscenza, e
se i suoi continuatori avessero seguito il suo esempio avrebbero fatto progredire la
scienza e non il "cumulo di deliri".
Invece i suoi seguaci - come del resto i
seguaci di tutte le altre scuole - non hanno fatto che ripetere l'ipse dixit (lo ha detto
il maestro) e hanno così congelato per quasi due millenni la conoscenza. Aristotele aveva
ben radicato i piedi della filosofia sulla terra: prima la fisica, cioè la scienza basata
sull'osservazione della natura, e poi la metafisica, cioè la speculazione come
continuazione dei risultati dello studio della fisica. Per Aristotele tutto era filosofia,
cioè amore e ricerca della verità. Ma dopo Galileo, Bacone e Cartesio, si iniziò il
dissidio, a torto,nonostante che per tutta l'epoca dell'illuminismo si mantenesse una
certa unità culturale tra scienza e filosofia, che d'allora cominciò a indicare il campo
ristretto della metafisica. Le due attività non solo si ignoravano ma si disprezzavano
cordialmente. "Un metafisico neokantiano, Kurt Leider dice K. Lorenz - definiva
categoricamente ogni scienza naturale "il culmine dell'ottusità dogmatica",
mentre il mio maestro Oskar Heinroth era solito definire la filosofia in genere come
"patologica corsa a vuoto" delle capacità date all'uomo al fine di indagare la
natura".1
Non avendo appurato la vera natura e l'uso
dello strumento o "organo" conoscitivo, nacque quella sorta di ibridismo che fu
il positivismo del secolo scorso, il quale ha avuto la sua ultima sopravvivenza nelle
posizioni del Neopositivismo del Circolo di Vienna della prima metà del secolo ventesimo,
che voleva ridurre la filosofia alla pura funzione dell'Analisi logica del linguaggio, e
così nel rifiuto di ogni metafisica approdò a un'altra metafisica. Fino a poco tempo fa
il filosofo pretendeva di imporre dei limiti allo scienziato e lo scienziato al filosofo:
lo scienziato non doveva dettare legge alla filosofia e la filosofia non doveva dettare
legge alla scienza, pur riservandosi di fornire dei "principi metafisici" senza
dei quali la scienza non avrebbe potuto fondare la sua attività. Fra una questione di
gelosia personale e di competenza. Ma oggi finalmente si nota che è rinata una certa
collaborazione tra le due attività e non vediamo come possa essere stato diversamente,
dato che una è la continuazione dell'altra: la filosofia deve prendere avvio dalla
scienza, la quale a mano a mano che alza lo sguardo dal particolare al generale, non può
non diventare metafisica.
_________________________
1-W.Goethe - Elegie Romane, V, IO
2- V.Hugo-L'uomo che ride - Ed. Sansoni - Firenze - pag. 167
3-Dizionano Filosofico - Ed. Rizzoli - "Linguaggio"
4-Dizionario di Filosofia - Rizzoli - "Linguaggio"
5-Cfr. R. e R. Biancbi - Lungo viaggio al Centro del Cervello - Ed. Laterza 1981 pag. 61
6-Cfr. J~ Piaget - Psicologia ed Epistemologia Ed. Subalpina 1974
7-Cfr. R. e R. Bianchi e O. Lelli - Dizionario Illustrato della hn~ua latina - Ed. Le
Monnier - Firenze 1972
8-B. Spinosa - Etica iv - prop, 26
9-Dizionario di Filosofia - Rizzoli 1976-"Bacone
10-Dizionario di Filosofia-Rizzoli 1976-Bacone
11-Ibidem
12-Dizionario Filosofico - Rizzoli "Galileo"
13-K.Lorenz-l.c. pag.42
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