L'intelligenza e la ragione

 

 

1 - La mente e la parola Proseguiamo la nostra indagine alla ricerca della natura dello strumento conoscitivo, cioè del "ponte" che ci permette di passare dal "nido" della nostra mente verso il mare della realtà esterna. Abbiamo stabilito che la conoscenza è "comunicazione" tra la mente e la realtà e che per tale comunicazione occorre appunto un "ponte" che unisce i due punti di comunicazione. Questo è stato individuato in un "meccanismo" di "azione e reazione" che funziona nel cervello come uno "specchio" o meglio come un "occhio" e perciò per descriverne l'operazione è stato usato lo stesso linguaggio che si usa per la vista, anche se la comunicazione con la realtà avviene attraverso terminazioni diverse dalla vista, perché l'effetto finale è sempre simile a una visione, come ha espresso con molta verità le sue sensazioni Goethe in una sua Elegia Romana:

"vedo con occhio che sente - sento con mano che vede"1 equivalente a quanto V. Hugo dice di Homo - il cane lupo di Ursus - il quale "vede bene col suo naso come Cristoforo Colombo con suo genio".2

L'immagine che la realtà proietta nello "specchio-mente" con termine greco è stata chiamata "idea", che ormai è un termine tecnico. Tale idea dunque può essere una proiezione della realtà in modo globale o sincretico senza nessuna pretesa; ma prende il nome di "concetto" quando - secondo come si esprimeva Socrate, a imitazione dell'arte maieutica della levatrice - la mente "concepisce e partorisce" una idea chiara e distinta, per usare la celebre frase di un altro addetto ai lavori, Cartesio: "distinta" da altre immagini di altri oggetti, "chiara" negli elementi che la compongono.

Questo "parto" avviene attraverso il "potere risolutivo" della mente di cogliere le differenze e le uguaglianze tra i vari strati o zone della realtà. L'operazione di distinzione delle differenze è chiamata "analisi".

La "classificazione" è la riunione o il raggruppamento dei concetti e dei relativi oggetti operata appunto col criterio di differenza e somiglianza. Per rendere più concreto il funzionamento dello strumento conoscitivo "mente-cervello" (accontentiamoci intanto di questa sommaria denominazione, perché dobbiamo ricordarci che andiamo alla ricerca della natura dell'intelligenza appunto) o "occhio-specchio", possiamo riferirci a una cinepresa fornita di "zoom": con una posizione media ritrae l'oggetto nella propria struttura; col grand'angolo lo coglie inserito in una struttura più vasta di cui è un elemento; col "tele" lo analizza negli elementi più piccoli che lo costituiscono. Unendo tutte e tre le operazioni ne può cogliere le proporzioni, le differenze e le uguaglianze con le altre "porzioni" della realtà.

Questo "strumento" primordiale, nel senso fondamentale nella linea evolutiva, lo abbiamo in comune con tutti gli altri animali: difatti tutti gli altri animali hanno un cervello almeno in embrione e canali di comunicazione periferici (anche se non tutti hanno proprio "cinque" sensi) con lo stesso potere risolutivo delle differenze e delle uguaglianze e quindi lo stesso comportamento elementare. Questa operazione primordiale è l'unica che si può denominare "intuizione" o "evidenza", in quanto effettivamente la mente "vede" per "contatto diretto" la "verità-realtà", cioè la "corrispondenza" tra l'immagine e l'oggetto con cui "comunica" cioè "conosce". Vedremo che a nessun altro momento conoscitivo può essere applicato tale criterio di verità.

Abbiamo toccato con mano la "radice" fondamentale del nostro strumento conoscitivo, cioè del "ponte" che ci mette in contatto con la "verità-realtà", senza avere la pretesa di esaurirne la natura costitutiva, che sarà oggetto della nostra indagine attraverso una sommaria interrogazione dei risultati della scienza a tempo suo. Intanto da questa descrizione schematica si comprende che ci può essere un numero infinito di concetti perché ci possono essere infiniti rapporti tra gli infiniti punti o strutture della realtà.

La bravura del conoscitore sta nel sapere usare bene il proprio strumento, cioè nel saperto appuntare sulla realtà e coglierne i rapporti segreti che ne costituiscono la "verità".
Abbiamo con molta semplificazione descritto l'origine delle idee e dei concetti e nello stesso tempo il loro contenuto nel primissimo stadio della conoscenza: è un contenuto concreto, particolare, che diventa universale solo per il potere sintetico o di accostamento delle uguaglianze o somiglianze, possibile per la persistenza delle idee-concetti che costituisce la memoria, che è la "biblioteca-classificatore" della mente.

In questo consiste appunto il "giudizio", cioè il riconoscimento per confronto delle uguaglianze e delle differenze, che viene espresso nella "proposizione" e nelle operazioni fondamentali aritmetiche della somma e della sottrazione.

La discussione se gli "universali" siano fuori della nostra mente o no, come è stata impostata dalla filosofia scolastica (S. Anselmo, Roscellino, Abelardo, Occam) denota che non si è ben riflettuto sul funzionamento dello strumento mentale. La difficoltà deve essere nata per causa del linguaggio, col quale in maniera ampollosa e retorica in uno stadio più fiorito della fantasia, si è voluto denominare con termini "astratti" cioè generali tutte le differenze e uguaglianze colte dal giudizio tra le varie strutture della realtà, ma di fatto inesistenti fuori delle strutture stesse.

E' stato Platone per primo a pensare che la bianchezza, la giustizia, la beatitudine... fossero una sussistenza nel "mondo delle idee". Pensate: se il nostro mondo, secondo Platone, è immagine dell'immagine (idea), il nostro conoscere sarebbe immagine dell'immagine dell'immagine!

Occorre pertanto vedere chiaro sulla funzione del linguaggio per circoscriverne la giusta valutazione nel processo conoscitivo e non lasciarci fuorviare.

Abbiamo detto che la conoscenza è comunicazione ed è possibile perché nella realtà c'è sensibilità, che si traduce nel meccanismo - quasi un moto perpetuo - "dell'azione-reazione", "attività-passività", "passività-attività" tra gli infiniti punti della realtà.

E' appunto tale interazione che crea le strutture attraverso le quali si stabilizza un dato tipo di comunicazione. Limitando la nostra considerazione a un campo ristretto, rileviamo che gli animali sono il prodotto dell'interazione dell'ambiente ecologico, il quale partendo da una primitivissima struttura ha selezionato le molteplici mutazioni genetiche (come vedremo) nelle varie forme acquatiche, terrestri e aeree. Tale interazione ha creato l'organo o strumento conoscitivo che abbiamo noi, il nostro cervello che contiene la nostra mente, e che è comune a tutte le strutture della realtà classificate come animali.

Il funzionamento di questo strumento avviene come una partita a "ping-pong" o "pattern-match": ogni stimolo produce una risposta.

La risposta può essere di natura emotiva, per la quale si produce una vibrazione di qualche parte della struttura animale con cui l'emozione si esprime: nasce così il sibilo, il fischio, il grido, la voce, il canto e... (scusate) la defecazione! Sono i progenitori del linguaggio. Con questo termine intendiamo una forma di comunicazione che avviene con la vibrazione della lingua e dell'apparato connesso come reazione o risposta dell'animale a uno stimolo dell'ambiente esterno o interno. Esso serve all'animale per comunicare specialmente con la porzione della realtà più vicina costituita dai suoi simili: oltre a esprimere le proprie emozioni serve a "rappresentare" come segno le sue conoscenze per trasmetterle.

A mano a mano la strutturazione si è evoluta fino a permettergli di comunicare attraverso una "attività simbolica", cioè il "richiamo" di un gesto, di un suono, di un atteggiamento, di un comportamento, insomma un "segno". "K. Von Friech ha dimostrato che le api sono in grado di comunicare - mediante il ritmo, l'orientamento e la natura dei loro spostamenti sul favo - la durata di un volo e il suo orientamento in relazione sulla posizione del sole".3

Riprenderemo questo argomento quando ci diffonderemo nel regno dei viventi per l'individuazione del secondo bandolo della matassa. Intanto basta avere accennato che tale linguaggio già fa parte di un apprendimento attuale, nel senso che avendo una predisposizione in un apparato ereditario o genetico si esercita con la realtà spazio-temporale.

Ma mentre negli animali semplici l'elemento "apprendimento" è piuttosto rudimentale, appena rilevabile, nell'uomo ha preso uno sviluppo eccezionale proprio in virtù del linguaggio, tanto da essere l'elemento predominante della sua vita specifica con la "cultura", da potersi dire che l'uomo è un "animale culturale". Con questo però non si deve esagerare col dire che l'uomo si distingue dagli altri animali per il linguaggio e quindi per il "pensiero", che è proprio quello che andiamo ricercando.

La cultura, nata dal segno, trasmessa dal linguaggio e dall'arte in genere, si nutre prima delle conoscenze prodotte dalla scienza empirica dell'intuizione sensibile, poi dei prodotti della fantasia che diventa "poesia" cioè "invenzione" della mente umana nel suo impatto con la realtà e poi "metafisica" nel tentativo di decifrarla, e infine scienza razionale o galileiana quando scoprirà il giusto uso dei suoi mezzi conoscitivi.
La maniera di comunicare col linguaggio ha fatto in modo che nella conoscenza umana ci siano tre linee di verità parallele connesse tra di loro trasversalmente, se così possiamo esprimerci: linea della "verità-espressiva" (linguaggio), linea della "verità-conoscitiva" (pensiero), linea della "verità-realtà". In questo sistema ternario la conoscenza si è strutturata in maniera molto complessa, che rende complicato il raggiungimento della verità oggettiva, tenendo conto che tale obiettivo è raggiungibile in misura molto limitata direttamente dal singolo, il quale si deve appunto servire del contributo comunicativo della comunità dei suoi simili.

Cioè il linguaggio da un lato facilita la conoscenza e dall'altro la complica: la facilita perché fa circolare l'acquisizione della "verità-conoscenza" nello spazio e nel tempo attraverso la memoria e la scrittura; la complica perché occorre il senso critico per sceverare ciò che "corrisponde" e ciò "che non corrisponde" alla verità-realtà.

C'è da riconoscere che gran parte della cultura, che si trasmette attraverso l'apprendimento, verte sulla prima linea, cioè sul linguaggio; in misura ridotta sulla seconda linea, cioè sulla verità conoscitiva costituita dai concetti, e pochissimo sulla verità oggettiva, che è la vera ricchezza. Quindi possiamo considerare il linguaggio e le sue derivazioni - scrittura, pittura, musica ecc. - come un "insieme" o "sistema di segni", nel quale si trova, in tutte le lingue, un primo substrato naturale costituito da un fatto emozionale o imitativo (onomatopeico) ovvero da un fatto relazionale (cioè di corrispondenza) alle strutture della realtà secondo la fondamentale operazione che è il giudizio che, abbiamo già detto, si esprime nella proposizione (es. la volpe è furba). Su tale substrato naturale successivamente si è sovrapposto un secondo strato tutto convenzionale di proporzioni colossali.

Così il linguaggio, soprattutto scritto, è diventato la prima "biblioteca" da conoscere, consultare e studiare, per apprendere quanto le generazioni precedenti e i popoli collaterali hanno scoperto e realizzato nella ricerca della verità oggettiva. Giustamente dice Cassirer (1874-1945) che esiste un condizionamento reciproco tra pensiero e linguaggio e B.L. Whorf precisa che "noi conosciamo il mondo secondo le linee tracciate dalle nostre lingue native" e Humboldt conclude che "l'uomo pensa e comprende il mondo per mezzo del linguaggio ma è a sua volta condizionato da questo a vedere in un certo modo il mondo" 4. Questa conclusione trova quasi un controllo sperimentale dal fatto che la nota Helen Keller, cieca e sorda dall'età di nove mesi, cominciò ad avere idee solo quando cominciò ad apprendere il linguaggio.5

Comunque resta fermo che prima del linguaggio c'è un fatto conoscitivo psicologico costituito dalla linea conoscitiva interna che sta in rapporto alla linea della realtà esterna: il linguaggio è solo un elemento strumentale, di espressione, di memorizzazione, di trasmissione e di ulteriore riflessione. Cioè è uno strumentodello strumento: come strumento espressivo è costituito prevalentemente dal suo fondamentale elemento naturale, e serve per l'arte, per la quale occorre un vocabolario vario, ricco, sfumato, pittoresco; come strumento di trasmissione e di ricerca conoscitiva è costituito prevalentemente dall'elemento relazionale e convenzionale, e serve per la logica, la socializzazione, la matematica, la scienza e la tecnica. Questo secondo tipo di linguaggio è diventato come una lingua a sé, ed è bene che sia così perché la conoscenza della verità ha bisogno di termini precisi, chiari e validi per quelli che operano nei vari campi della conoscenza del reale. Il linguaggio della logica, della matematica, della fisica ecc. è costituito da termini e formule inequivocabili e convenzionali creati apposta per evitare confusione, incomprensione e perdite di tempo: ogni concetto vi è espresso con simboli dal significato ben preciso, sottoposto a regole semplici ma chiare e di validità del tutto generale.

Tuttavia noi ci rifiutiamo di dare al linguaggio quell'importanza assoluta che gli è stata data da certe teorie letterarie e poetiche di cui è simbolico il verso dannunziano "divina è la parola e il verso è tutto", dalle metafisiche del "logo" che fanno un'equazione tra parola e pensiero e dal neopositivismo del Circolo di Vienna e della filosofia analitica inglese, che riduce tutto il compito della filosofia all'analisi linguistica. Il linguaggio è uno strumento e dobbiamo servircene per esprimere e confrontare l'acquisizione conoscitiva della "verità-realtà". Il linguaggio ha sì una sua verità ma solo se corrisponde al pensiero e attraverso il pensiero alla verità oggettiva. A parte il valore morale di questa corrispondenza ("la verità vi farà liberi" dice Gesù), la verità del linguaggio ha un valore epistemologico in quanto è collegato alla "logica", che contiene il regolamento interno del nostro strumento conoscitivo quando dal "primo stadio" o dall'"intuizione" passa al "secondo stadio" o al "ragionamento".

2 - I due Stadi della Conoscenza.

Riallacciandoci a quanto abbiamo detto sulla conoscenza, abbiamo individuato due stadi del processo di approccio della mente verso la realtà: uno diretto, che abbiamo chiamato "intuizione", e l'altro indiretto, che abbiamo chiamato ragionamento.

1-Lo stadio dell'Intelligenza. 

È quello dell'intuizione sensibile, diretto, immediato e avviene attraverso i sensi che sono la parte "tentacolare" della mente, la quale stabilisce così con la realtà esterna la comunicazione più vera. I cinque sensi non sono autonomi ma collegati l'uno con l'altro e sono un "controllo vicendevole" quasi a garanzia dalle illusioni possibili di un singolo senso. Tale comunicazione, che è appunto conoscenza, è basata sulla sensibilità, cioè sull'essere, ed è "visione", "intuizione", "evidenza", che diventa "certezza", "convinzione", "fede". In tale "confronto vitale" la mente prende coscienza di quei primissimi elementi che sono nello stesso tempo "assiomi", "valori", "principi", che scaturiscono dal primo accendersi della struttura nel primo nucleo cellulare del cervello. Tale "coscienza" diventerà in seguito "subcoscienza" e resterà lo "strato profondo" della "mente-vita" e su tale substrato "la coscienza" proseguirà a guidare lo sviluppo della struttura vitale nel suo alterno gioco con l'ambiente esterno o ecologico o culturale, attraverso gli automatismi, i meccanismi, i sistemi e gli organi di cui viene compaginata dal codice genetico. Come si vede per "intuizione sensibile" non intendiamo la semplice "sensazione" - che può essere oggetto di analisi per ogni aspetto della sensibilità costituito da ogni senso -ma intendiamo la "comprensione della realtà che la mente compie con la sensazione": essa contiene già un confronto, un pensiero, una ragione intesa come conclusione, da distinguersi dalla "Ragione" che sarà la protagonista del secondo stadio. Questo primo stadio è detto anche "esperienza", con la quale quindi la mente viene a contatto con la "superficie" della realtà, cioè col "fenomeno", il quale però è altrettanto "reale" quanto il "profondo" che lo produce e del quale è messaggero. In tale stadio la conoscenza è per sé infallibile.

I primordiali "valori-assiomi-principi" sono generati dai "fatti" e sono i reali rapporti tra la "mente-vita" e la realtà esterna, e perciò sono "concetti vitali", semplicissimi, tra di loro equivalenti, che la mente successivamente nel secondo stadio della conoscenza distinguerà per comodità di disimpegnarsi nei molteplici aspetti della realtà.

Di tali "valori-assiomi-principi" ne abbiamo già riconosciuto alcuni e su di essi abbiamo impostato tutto il nostro discorso: l'assioma della propria esistenza, l'assioma dell'inizio nel tempo di tale esistenza, l'assioma della validità dei mezzi di comunicazione della mente con la realtà infinita che le sta di fronte, l'assioma di avere derivata l'esistenza da un'altra porzione della realtà da cui si dipende in tanti modi.

Nell'esercizio del confronto con la realtà la "mente-vita" attraverso il contatto sperimentale condotto con i suoi mezzi che sono i sensi, rilevando "differenze" e "uguaglianze" tra sé e le altre porzioni della realtà e tra le porzioni della realtà tra di loro, elabora altri "valori-assiomi-principi": quello dell'identità, quello della diversità, quello della contraddizione, quello dell'essere-nulla, dello "spazio-tempo" ecc. Tutti questi "valori-assiomiprincipi" sono "sperimentali" o "esistenziali" o "intuitivi" o "immediati", quindi indimostrabili e si accettano come se fossero una "generazione" concepita dal connubio "mente-realtà esterna". Le ricerche di psicologia degli ultimi tempi, compiute da valenti cultori tra i quali emerge J. Piaget, hanno messo in evidenza che lo "schema mentale operativo" - costituito dall'insieme dei suddetti assiomi-principi-valori e da distinguersi dallo "schema mentale culturale" costituito da idee, concetti e nozioni, di cui parleremo più avanti - non è dato all'inizio ma è il risultato dell'esperienza, cioè della ripetizione di contatti sensibili con la realtà nei primissimi tempi dello sviluppo mentale del bambino.6

Questo è il primo stadio della conoscenza ed è propriamente già intelligenza, che non è altro che "comunicazione adeguata" tra la mente e la realtà esterna. Il termine "intelligenza" dal latino "inter-lego" vuole appunto indicare un valido legame tra la mente e la realtà con i suoi tentacoli esterni che sono i sensi. Tale rapporto assume nomi diversi ma equivalenti secondo il mezzo sensibile con cui viene stabilito: si dice "comprensione" da "con-prendere" e si riferisce al tatto; si dice "audizione" da "audire" e si riferisce all'udito; si dice "intuizione" da "intueri" (guardo verso...) e si riferisce alla vista ecc.

Questi atti non si fermano agli organi dei sensi ma terminano al centro mentale dove avviene l'operazione dell'intelligenza o della comprensione. In tale operazione avviene anche un primitivo confronto di dati sensibili che chiamiamo "pensiero" il quale non è altro che quell'intimo meccanismo che Hegel ha chiamato "processo triadico": con esso la mente, seguendo lo stesso processo della Natura e della Storia, di cui è una porzione, confronta strutture con strutture della realtà e attraverso le differenze e le uguaglianze "intuisce", "capisce", "comprende", cioè conosce e riconosce e ne forma le primissime immagini o concetti. Questo "processo triadico puro" funziona negli animali e nei bambini e costituisce la loro conoscenza intelligente, fatta di sensibilità e di affettuosità e sarà l'anima del "processo razionale" che il bambino svilupperà per opera dell'ambiente culturale fino al tempo del completo "uso della ragione". Il "processo razionale" si distingue dal "processo triadico" perché non confronta solo strutture con strutture della realtà ma confronta anche le immagini e i concetti prodotti dal "processo triadico" o forniti dalla "cultura" e così produce concetti all'infinito. Ma anche senza questo ulteriore SvilUppo, l'animale e il bambino conoscono, distinguono, discernono e riconoscono, e in questo consiste la loro intelligenza.

Chi ha seguito la trasmissione televisiva "Quark" di Piero Angela del 15 maggio 1984 ha potuto rendersi conto della presenza di questo "pensiero-confronto" negli animali in due esperimenti meravigliosi. Nel primo era protagonista un piccione chiuso in una stanza dal cui soffitto pendeva una banana che un filo tratteneva a una distanza dal pavimento troppo alta perché il piccione la potesse beccare. Il piccione l'ha ripetutamente adocchiata con evidente intenzione di beccarla e con evidente delusa impotenza; poi facendo un giro per la stanza ha adocchiato anche un cubo di cartone in un angolo, c'è montato sopra, ha "sentito" di poter diventare più alto, è sceso e ha cominciato a spingere il cubo con ripetute beccate fin sotto la banana, c'è montato sopra e finalmente l'ha potuta beccare. Nel secondo esperimento una scimmia, sempre in una stanza, desiderava impadronirsi di una banana che giaceva su un tavolo posto al di là di una grande rete metallica a larghe maglie: non riuscendo nel suo intento con le sole lunghe braccia, girando freneticamente per la stanza raccoglie una canna e con essa tenta di avvicinare a sé la banana ma la canna è troppo corta; si guarda in giro e vede un grosso bastone sul pavimento, lo raccoglie e tenta di infilarlo nella canna ma essendo troppo grosso lo affila con ripetute dentate, e lo infila nella canna e finalmente riesce a trascinare a sé l'agognata banana.

Questo comportamento lo osserviamo anche nei bambini e ci dice che la prima fase della conoscenza, costituita dalla intuizione sensibile, contiene già quel "confronto" dialettico tra le strutture della realtà che produce quella "sintesi" che fa risolvere i problemi. Compiendo un passo ulteriore scopriremo che ogni realtà agisce e reagisce su tale linea ma questo sarà oggetto di una nostra ulteriore indagine che abbiamo più volte menzionato.

Cartesio e compagni non hanno visto questa realtà e così hanno dovuto ridurre gli animali a puri automi meccanici come gli strumenti costruiti dall'uomo.

In generale tutti coloro che identificano Intelligenza e Ragione usano il termine di "istinto" facendo una grande confusione, perché tale termine derivando dal latino "instinguo, intinctum, instinguere" che vuol dire appunto "stimolare", dovrebbe essere riferito all'"impulso" positivo o negativo che ogni conoscenza produce necessariamente e dovrebbe essere usato per indicare il "non-controllo" di un comportamento e non la sua intelligenza: il controllo viene imposto dallo sviluppo del "processo razionale" per motivazioni culturali o morali. Continueremo questo discorso quando faremo la visita ai "tesori della Scienza", intanto ci basta di avere stabilito con sufficiente chiarezza che il processo razionale ha la sua radice nel processo triadico primordiale e naturale dell'Intelligenza mentre esso in qualche modo comincia a diventare "artificiale" nel senso che elabora puri prodotti umani. Così ci sembra di poterci liberare senza difficoltà dell'ipotesi dello innatismo di ogni tipo, Kant compreso, e dell'illusorio processo astrattivo di Aristotele e di S.Tommaso che attribuiscono al complicato meccanismo dell'intelletto "passivo", dell'intelletto "agente" e dell'intelletto "astrattivo" l'elaborazione delle idee.

Saremmo tentati di ricondurre al processo triadico anche il "processo astrattivo" aristotelico poiché anch'esso è costituito di tre elementi ma non è possibile. Perché i tre elementi aristotelici non sono proprio le tre fasi della tesi, della antitesi e della sintesi hegeliani che operano sulle differenze e sulle uguaglianze per pervenire al concetto ma sono tre fasi di quella particolare "induzione" che partendo dall'"immagine sensibile" terminerebbe nell'"immagine intellettiva" con la quale Aristotele, deviato dal "processo maieutico" di Socrate, si illuse di poter pervenire all'essenza delle cose, cioè a quell' "universale" che sarà la base della "deduzione" e della vuota scienza metafisica.

Questa impostazione aristotelica è la responsabile dello accecamento per oltre due millenni di tutti i filosofi successivi nei quali l'intelligenza degli animali è stata cancellata. Con la bella trovata metafisica che ogni cosa risulta di "materia e forma" Aristotele ha creduto di poter spiegare ogni forma di vita attribuendo agli esseri viventi una "specifica anima" che fa diverse tra loro la vita vegetativa, la vita animale e la vita intellettiva propria dell'uomo. Su tale strada - molto comoda per la teologia della Chiesa - lo stesso Cartesio è stato costretto a ridurre gli animali a puri automi, perché l'intelligenza è prerogativa solo umana e consisterebbe nell'operazione umana che "astrae" le idee come rappresentazione delle "essenze" delle cose. Ma l'esistenza dell'intelligenza degli animali dice un "no" molto secco a tale impostazione aristotelica, tomistica e cartesiana.

Possiamo osservare che questo primo stadio della conoscenza in cui la mente opera direttamente con i sensi, è l'unico momento che possiamo chiamare veramente "intuizione". Fuori di questo momento privilegiato non si potrà parlare d'intuizione, se vogliamo dare ai termini un significato preciso. Difatti il termine "intuizione" deriva dal verbo latino "intueor o intuor, intuitus, intueri" che vuol dire "vedere in" o "fissare con lo sguardo" e deriva a sua volta da "tueor", che ha anche la forma di "tuor" e vuol dire "mirare, guardare". Il latino ha anche la forma "tuor" come nome e indica "la vista" come senso.7Questa precisazione filologica deve servire a eliminare l'argomentazione di certi superficiali assertori dell'esistenza della via speciale della conoscenza che consisterebbe nell'"intuizione intellettiva" sganciata dall' "intuizione sensibile" facendo derivare tale termine da una sbagliata etimologia, cioè da "intus ire"="andare dentro", come se ci fosse un potere intellettivo che può penetrare per se stesso al di là di ciò che appare "all'intuizione sensibile". Non c'è nessuna intuizione all'infuori di quella sensibile, cioè ogni intuizione con valore certo di attingere la realtà risiede sì nella mente ma è legata indissolubilmente ai suoi tentacoli esterni che sono i sensi. "Intuizione" vuol dire "visione" e indica l'operazione della mente fatta con la "vista", equivalente all'operazione "comprensione" fatta col "tatto", che "prende" la realtà. Queste due operazioni danno alla mente la possibilità di "capire" la realtà, di stabilirci un "contatto", cioè una comunicazione, che è appunto la conoscenza, come abbiamo già stabilito.

Tuttavia mentre il termine "comprensione" è da tutti usato per indicare il risultato ultimo della mente, da qualunque via le pervenga la conoscenza, basta che le permetta di "capire", invece il termine di "intuizione" viene utilizzato per indicare un modo preciso con cui la mente arriva alla "comprensione". Questo modo preciso si risolve soltanto nell'intuizione sensibile e non può assolutamente essere attribuito a quella "luce interiore" con cui si "immagina" "di vedere" ciò che c'è "dietro" la pura intuizione o immagine sensibile: questa seconda "immagine" o "intuizione" non è altro che una "immagine creata" dalla nostra mente, e può nascere sia dall'intuizione sensibile sia dall'accostamento di più dati già immagazzinati per esperienze o per trasmissione culturale. Questa "seconda immagine" o "visione" o "intuizione puramente intellettiva" non deve e non può essere scambiata come senz'altro "corrispondente" alla realtà cioè "vera" ma deve essere presa come un'ipotesi essendo una pura elaborazione interiore Bisogna convincersi dunque che ciò che si suole con molta inesattezza chiamare intuizione non è altro che una "ipotesi", magari anche azzeccata, ma sempre ipotesi, indotta da osservazioni anche molto valide ma sempre da controllare. Al posto del termine "intuizione" suggerirei di usare "evidenza" per indicare quello che è l'effetto mentale sia dell'intuizione come l'abbiamo circoscritta sia del ragionamento.

Col termine "evidenza" dobbiamo intendere un contenuto mentale che può avere due esiti: "corrispondenza" alla realtà, cioè "verità conoscitiva", e "coerenza logica" in un sistema logico sia esso matematico, geometrico, o metafisico o teologico o scientifico-teorico, la quale può essere detta "verità teorica" o "verità possibile" che potrà diventare "verità-conoscitiva" a condizione che venga applicata o agganciata appunto alla realtà.Siamo così entrati nella seconda fase del processo conoscitivo.

2-Lo stadio della Ragione.

È quello indiretto o mediato o logico ed è la comunicazione che la nostra mente tenta di stabilire con la realtà esterna "ignota" per mezzo di un "ponte" diverso da quello costituito dall'intuizione sensibile. La mente, cioè, esperimentata positivamente la comunicazione con la realtà direttamente con i sensi, tenta di comunicare con la realtà "saltando" il contatto diretto, abbreviando tempo e spazio. Perché uno dei prodotti della conoscenza - come vedremo - è la tensione affettiva. Cioè la "mente-vita" attraverso l'esperienza dei primissimi "valori assiomi-principi" si struttura come in due "bande" di risonanza o di reazione che possiamo chiamare positiva e negativa in riferimento alla sensazione di "piacere" o "dispiacere" secondo le quali distingue, classifica e organizza le sue "comunicazioni" o conoscenze. Sotto la spinta dunque della tensione affettiva la mente tenta di raggiungere la realtà "per viam breviorem" utilizzando gli assiomi acquisiti nel primo stadio: identità, diversità, contraddizione ecc. Nasce così la seconda fase della comunicazione mentale e all'intuizione succede il processo della "ragione", il quale è già presente in radice nell'intelligenza degli animali e dei bambini col processo triadico.

In questo processo la mente mette a confronto due o più dati "intuitivi" o "sensibili" preparati dal processo triadico. Questo "confronto" è quello che propriamente si deve chiamare "pensiero", facendo così coincidere parola e operazione: in latino "pensiero" filologicamente indica l'azione di "pesare", misurare, confrontare. Da tale confronto nasce il "giudizio" che è quello che propriamente si deve chiamare "ragione" facendo coincidere la parola e l'operazione: difatti il termine latino "ratione", da cui ragionare, venendo dal verbo "reor, ratus sum, reri" indica proprio l'azione di "stabilire", "concludere", "sancire", "legiferare", "calcolare" (di qui "ragioniere": colui che fa i calcoli). La "ragione" insomma è il risultato del "pensiero-confronto", a cui la mente aderisce perfettamente per aver "visto" con "chiarezza" o "evidenza" le differenze e le uguaglianze tra i concetti o i dati accumulati in un concatenamento più o meno complesso con cui si perviene a una conoscenza "razionale": la "razionalità" è appunto Il segno dell'Intelligenza nella sua giusta impostazione sia come pensiero che come comportamento.

Questa operazione mentale non è qualcosa di diverso dalla operazione mentale diretta di cui è la prosecuzione: abbiamo infatti notato che anche in questa è presente il "confronto" o "pensiero" e il "giudizio" o "ragione". La differenza sta solo nei "termini" del "confronto": nel primo stadio, che per comodità di linguaggio possiamo chiamare "processo triadico", si confrontano "dati immediati presenti" all'esperienza intuitiva; nel secondo stadio, che per la stessa ragione preferiamo chiamare "processo razionale", si confrontano "dati mediati" forniti dall'esperienza intuitiva o dall'immaginazione creativa o dalla trasmissione culturale, dei quali ci si serve per "indurre o dedurre" il resto della realtà "non sperimentata" quindi non "presente".

Frutto di tale procedimento o passaggio o "ragionamento" appunto è un nuovo concetto che dovrebbe "corrispondere" a una "porzione" di realtà, che sarà più vasta se il procedimento o ragionamento è "ascendente" o sintetico, più ristretto se il procedimento o ragionamento è "discendente" o analitico. Tale operazione interna viene successivamente espressa negli strumenti semantici del linguaggio che sono le proposizioni, che verranno elaborate in modo quantitativo o formale nel discorso logico-matematico.

Da qui appare chiaro il valore strumentale sia del linguaggio sia delle operazioni matematiche sia della logica formale. La tecnica del calcolo ha costruito ed elaborato questi strumenti indipendentemente dall'applicazione operativa della mente alla realtà, partendo da assiomi ipotetici e sviluppando tutta una tecnica in cui le varie operazioni o asserti o deduzioni hanno una loro validità come "verità di coerenza" o logica nei relativi sistemi ma non è ancora la "verità-realtà": essi potranno essere utili per raggiungere la "verità-realtà" a patto che siano valide le due vie o direzioni fondamentali del "ponte razionale" costituito dall'induzione e dalla deduzione: l'induzione è la direzione ascendente che va dai particolari al generale e all'universale; la deduzione è la direzione discendente che va dall'universale o generale al particolare. In questo stadio la conoscenza diventa problematica, aperta al successo o al fallimento.

Intanto teniamo ferma la distinzione netta tra Intelligenza e Ragione: l'Intelligenza è la comprensione della realtà che la mente fa con la comunicazione della "intuizione sensibile" che è la via diretta e con la via indiretta del ragionamento; la Ragione consiste nel ragionamento, che è un servizio all'Intelligenza, e diventa Logica moltiplicando in maniera prodigiosa le sue produzioni sia come strumenti che come prodotti nel tentativo di comunicare con la realtà. Il prodotto più vistoso della Ragione è la Cultura, per cui l'uomo è stato qualificato "animale culturale" per eccellenza. Questo fatto ha indotto l'uomo a valorizzare la Ragione fino al punto di identificarla con la mente o addirittura di attribuirle il potere speciale dell'"intuizione intellettiva" per raggiungere la verità. Di qui ci sembra derivata la confusione anche in eccellenti filosofi che identificano addirittura la Ragione con la mente o con l'intelligenza. Per esempio Spinosa da buon cartesiano, così definisce la Ragione: "l'essenza della Ragione non è altro che la nostra mente in quanto intende distintamente e chiaramente"8. No, la Ragione è la via indiretta con la quale la mente tenta di stabilire un contatto con la realtà nella sua parte irraggiungibile con l'intuizione sensibile cioè nella sua parte "ignota" e lo tenta di fare col meccanismo detto appunto "razionale" dell'induzione e della deduzione.

Da notare che nel nostro linguaggio i termini pensiero, riflessione, deduzione, induzione, ragione, giudizio, valutazione, conclusione, sono pressoché equivalenti e applicabili sia allo stadio diretto che a quello indiretto. Tuttavia per meglio intenderci nel nostro discorso riserviamo i termini "Ragione" e "Ragionamento" all'attività complessa con cui la mente tenta di raggiungere la "realtà-ignota" confrontando dati provenienti dall' intuizione sensibile, dall'immaginazione creativa e dalla trasmissione culturale. Il linguaggio è quello che è: uno strumento creato dai gruppi umani che ci hanno preceduti. In esso ogni termine ha una valenza molteplice: sta a chi lo usa determinare il significato e questo avviene nella struttura o contesto concreto del discorso. Devono interessare non tanto le parole quanto la realtà che esse designano e qui ci preme sottolineare che noi ai termini intelligenza, pensiero e ragione abbiamo dato una designazione ben precisa per il piano generale di tutto il nostro lavoro: con "intelligenza" intendiamo la mente intera che stabilisce o cerca di stabilire un rapporto adeguato (vero) con la realtà; con "pensiero" intendiamo il "confronto" delle strutture della realtà o delle loro rappresentazioni (immagini o idee) per decifrarle con distinzione e chiarezza; con "ragionamento" o "ragione" intendiamo il "confronto" di dati reali, immaginari (rappresentativi o ipotetici) e culturali per stabilire un rapporto adeguato con una "realtà ignota".

Dobbiamo perciò occuparci della validità dei due procedimenti del ragionamento, per vedere se sono essi la causa dell'accumulo di deliri.

3 - La ricerca della giusta via per la Ragione.

Addentriamoci dunque più da vicino per cercare di individuare il criterio di verità oggettiva che ci faccia da "ponte" verso l'ignoto nello stadio del ragionamento.

Agli inizi del secolo XVII la "rivoluzione copernicana" poteva affermarsi grazie a un'altra rivoluzione che la favoriva: la rivoluzione metodologica. Proprio negli stessi primi decenni vivevano e operavano gli iniziatori degli indirizzi che avrebbero segnato l'attività conoscitiva umana successiva: Bacone di Verulamio (+1626), Galileo Galilei (+1642) e Renato Des Cartes o Cartesio (+1650).

Bacone in Inghilterra elaborava il "Novum Organum" (1620) secondo il quale doveva farsi la "Instauratio Magna" (la grande ricostruzione) (1623) della conoscenza col metodo induttivo; Galileo in Italia non solo teorizzava ma realizzava in pratica la rivoluzione scientifica col "Sidereus Nuntius" (1610), col "Saggiatore" (1623), col "Dialogo sui massimi sistemi" (1632) in cui maturava il suo metodo sperimentale; Cartesio in Francia richiamava l'attenzione di tutti sul metodo col suo famoso "Discorso sul Metodo" (1637) e le "Meditazioni filosofiche" (1642), dichiarando di voler rinnovare tutta la conoscenza col suo "metodo del dubbio metodico" e "matematico deduttivo".

Dall'analisi di queste tre proposte scaturirà per noi l'individuazione del giusto uso del nostro strumento razionale o criterio della "verità-oggettiva" ignota.

1 - Bacone col suo "Novum Organon" - cosi denominato in riferimento al vecchio "Organon" di Aristotele - riteneva di avere individuato una nuova logica da sostituire all'antica. Secondo lui l'antica era aprioristica e deduttiva e occorreva sostituirla con una "induttiva ed empirica". Ecco come egli si esprime:

"l'una, parte dalle sensazioni e dai fatti particolari e prende il volo per le proposizioni più generali, e fondandosi su tali principi e sulla loro verità ritenuta incrollabile, scopre e giudica le proposizioni intermedie. Questa è la via che è stata abitualmente seguita. L'altra, partendo analogamente dalle sensazioni e dai fatti particolari, di li le proposizioni ascendendo in modo continuo e progressivo fino ad arrivare alle più generali. Questa è la vera via ma nessuno l'ha ancora percorsa"9.

Questa seconda via costituirebbe una vera e propria innovazione nella "instaurazione" della conoscenza. Essa consiste prima di tutto nella sottomissione al fatto: "non si trionfa - egli dice -della natura se non obbedendole". L'osservazione che fa l'uomo "interprete della natura", deve essere paziente e circospetta, perché "non di ali ha bisogno il nostro spirito ma di suole di piombo"10. Sacrosante parole, per cui Bacone con tali affermazioni poderose è ritenuto "l'iniziatore" dell'empirismo inglese e del metodo cooperativo pubblico del pensiero scientifico moderno." Suo merito fondamentale fu di avere intuito, con una sensibilità per così dire divinatrice, le vaste possibilità di una scienza della natura".11 Per questa concezione e per l'avvio di una prassi e tradizione inglese Bacone divide con Galileo il merito di avere iniziato un movimento della conoscenza che ha gli eccezionali risultati di cui noi siamo spettatori.

2 - Galileo tuttavia occupa una posizione eccezionale per i risultati ottenuti. La sua importanza è dovuta soprattutto al rinnovamento del metodo della ricerca. Egli discusse più volte nelle sue opere un modo di procedere costituito di sintesi, di analisi sperimentale e di trattazione matematica, divenuto il metodo della scienza moderna. Lo accomuna a Bacone la valorizzazione dei fatti sensibili e della prova sperimentale: Bacone teorizzò <d'esperimentum crucis" e Galileo il famoso "cimento", cioè il controllo concreto per rendersi conto se una teoria è davvero azzeccata. Galileo diceva: "i nostri discorsi hanno da essere intorno al mondo sensibile e non sopra un mondo di carta".12 Però lo distingue da Bacone, oltre la pratica realizzazione scientifica, l'elemento matematico cioè la "quantificazione" o la "misurazione" dei fatti e dei fenomeni da cui si può trarre una giustificazione delle generalizzazioni. Bacone pure proponeva di organizzare l'osservazione con particolari procedimenti e trovate, chiamate "tavole di presenza", di assenza, di gradi ecc. con cui si poteva ottenere il risultato di ordinare metodicamente la ricerca, superando la casualità e la farragginosità dei naturalisti cinquecenteschi, tuttavia resta sempre legato a un metodo di tipo qualitativo. Galileo usa invece lo strumento matematico, per cui la ricerca è più sistematica.

3 - Cartesio è la sintesi di Bacone e di Galileo in quanto a metodo. Nel suo "Discorso sul metodo", e precisamente nella quarta regola, valorizza "le enumerazioni così complete e così generali da essere sicuro di nulla omettere". Anzi valorizza tanto l'elemento matematico da farlo diventare predominante, assumendo addirittura, nel suo procedere, un esclusivo "metodo deduttivo" proprio dei geometri e dei matematici fino a dare valore di verità oggettiva a tutto ciò che è razionale - "tutto ciò che è razionale è eale" - contrariamente a Bacone e a Galileo, i quali affermano che solo i fatti sono quelli che decidono se un'idea o teoria corrisponde alla realtà o no.

In sostanza i procedimenti usati da questi capiscuola si possono ridurre al metodo induttivo e al metodo deduttivo, con la novità assoluta, di grandissima importanza, della sperimentazione, teorizzata da Bacone, teorizzata e praticata da Galileo.

Tranne quest'ultimo elemento, i due metodi non sono due procedimenti nuovi, perché facendo parte della nostra mente sono già stati usati prima di loro. A loro perciò va attribuito il merito di averli sistematizzati per renderli veramente efficaci.

A noi ora il compito di analizzarli criticamente, per sapere come mai l'umanità in genere e in particolare coloro che si dedicano alla ricerca della verità, cioè i filosofi, hanno continuato ad accumulare quella congerie di deliri dalla cui constatazione siamo partiti.

Galileo, indipendentemente dalla filosofia tradizionale, col suo metodo sperimentale non solo ha fondata la vera scienza ma ha anche indirettamente dato un contributo notevole a vedere chiaro in "quell'organo" su cui Bacone stava appuntando la sua indagine, senza approdare a un risultato positivo. Anzi - e anche qui si vede la validità del metodo Galileiano - Galileo ha contribuito, sempre indirettamente, perfino alla revisione dei concetti della teologia sulla Bibbia, in nome della quale venne processato, costringendola a una interpretazione non letterale del testo Biblico quando parla dei fenomeni naturali. Il caso Galileo è stato uno di quei nodi in cui il "laboratorio sperimentale" della storia ha falsificato ideologie che erano molto ipotesi e poco verità e collaudato il metodo sperimentale su tre fronti: teologico, metafisico e scientifico. Sul fronte metafisico ha costretto i filosofi a tornare alle basi della filosofia. Come abbiamo già osservato, Aristotele era stato un grandissimo filosofo, appunto perché aveva ben impostato la ricerca della conoscenza, e se i suoi continuatori avessero seguito il suo esempio avrebbero fatto progredire la scienza e non il "cumulo di deliri".

Invece i suoi seguaci - come del resto i seguaci di tutte le altre scuole - non hanno fatto che ripetere l'ipse dixit (lo ha detto il maestro) e hanno così congelato per quasi due millenni la conoscenza. Aristotele aveva ben radicato i piedi della filosofia sulla terra: prima la fisica, cioè la scienza basata sull'osservazione della natura, e poi la metafisica, cioè la speculazione come continuazione dei risultati dello studio della fisica. Per Aristotele tutto era filosofia, cioè amore e ricerca della verità. Ma dopo Galileo, Bacone e Cartesio, si iniziò il dissidio, a torto,nonostante che per tutta l'epoca dell'illuminismo si mantenesse una certa unità culturale tra scienza e filosofia, che d'allora cominciò a indicare il campo ristretto della metafisica. Le due attività non solo si ignoravano ma si disprezzavano cordialmente. "Un metafisico neokantiano, Kurt Leider dice K. Lorenz - definiva categoricamente ogni scienza naturale "il culmine dell'ottusità dogmatica", mentre il mio maestro Oskar Heinroth era solito definire la filosofia in genere come "patologica corsa a vuoto" delle capacità date all'uomo al fine di indagare la natura".1

Non avendo appurato la vera natura e l'uso dello strumento o "organo" conoscitivo, nacque quella sorta di ibridismo che fu il positivismo del secolo scorso, il quale ha avuto la sua ultima sopravvivenza nelle posizioni del Neopositivismo del Circolo di Vienna della prima metà del secolo ventesimo, che voleva ridurre la filosofia alla pura funzione dell'Analisi logica del linguaggio, e così nel rifiuto di ogni metafisica approdò a un'altra metafisica. Fino a poco tempo fa il filosofo pretendeva di imporre dei limiti allo scienziato e lo scienziato al filosofo: lo scienziato non doveva dettare legge alla filosofia e la filosofia non doveva dettare legge alla scienza, pur riservandosi di fornire dei "principi metafisici" senza dei quali la scienza non avrebbe potuto fondare la sua attività. Fra una questione di gelosia personale e di competenza. Ma oggi finalmente si nota che è rinata una certa collaborazione tra le due attività e non vediamo come possa essere stato diversamente, dato che una è la continuazione dell'altra: la filosofia deve prendere avvio dalla scienza, la quale a mano a mano che alza lo sguardo dal particolare al generale, non può non diventare metafisica.


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1-W.Goethe - Elegie Romane, V, IO
2- V.Hugo-L'uomo che ride - Ed. Sansoni - Firenze - pag. 167
3-Dizionano Filosofico - Ed. Rizzoli - "Linguaggio"
4-Dizionario di Filosofia - Rizzoli - "Linguaggio"
5-Cfr. R. e R. Biancbi - Lungo viaggio al Centro del Cervello - Ed. Laterza 1981 pag. 61
6-Cfr. J~ Piaget - Psicologia ed Epistemologia Ed. Subalpina 1974
7-Cfr. R. e R. Bianchi e O. Lelli - Dizionario Illustrato della hn~ua latina - Ed. Le Monnier - Firenze 1972
8-B. Spinosa - Etica iv - prop, 26
9-Dizionario di Filosofia - Rizzoli 1976-"Bacone
10-Dizionario di Filosofia-Rizzoli 1976-Bacone
11-Ibidem
12-Dizionario Filosofico - Rizzoli "Galileo"
13-K.Lorenz-l.c. pag.42

 

 

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