Il Primo bandolo
LA NOSTRA ESISTENZA
È ora
di concludere questa panoramica sulla condizione e sulla vicenda umana avvolta nell'enigma
del mistero, per sapere se c'è una possibilità di risolvere un problema così
formidabile.
Per tentare
di vederci più chiaro, riprendiamo il filo del discorso. Siamo partiti dall'esigenza che
è dentro ciascuno di noi di voler conoscere l'enigma di noi stessi e del mondo. Abbiamo
proseguito raccogliendo la convinzione comune che la risposta la dobbiamo ricercare dentro
noi stessi. Abbiamo convenuto di chiamare "verità" la risposta eventuale e
abbiamo convenuto pure i vari significati che diamo a tale termine: "corrispondenza
della parola al pensiero della mente", "corrispondenza del pensiero a una
realtà fuori del pensiero", "corrispondenza necessaria delle conclusioni alle
premesse nella logica", "corrispondenza del nostro comportamento alla verità
logica e alla verità-conoscitiva", e infine termine ultimo di paragone, "la
realtà". Abbiamo visto nella storia del pensiero la difficoltà di raggiungere da
parte della nostra mente la "verità-realtà". A questo punto, se vogliamo
continuare la nostra ricerca, dobbiamo stabilire un'altra volta un punto fermo sul quale
soltanto possiamo costruire un discorso valido.
Cartesio
aveva capito bene che l'enigma poteva essere affrontato solo dentro di noi, innestandosi
nella corrente di pensiero che indicava nel "conosci te stesso" la soluzione dei
nostri problemi. Tale motto, come abbiamo visto, lanciato da Talete e proclamato dal
frontone del tempio di Delfo, era stato ripreso da Socrate, da Aristotele, da
Plotino, da
S. Agostino, da Severino Boezio, da Scoto Eriugena, da Ugo da S.Vittore, da Abelardo, da
Duns Scoto, da Occam, da Pietro d'Ally, da Pico della Mirandola, da Nic-colò Cusano e da
Campanella.1
Cartesio
dunque rivolgendo dentro se stesso la riflessione ha fatto la scoperta più semplice di
questo mondo, che è la prima realtà indiscutibile, la terra ferma'anzi la
"roccia") su cui costruirà l'edificio della conoscenza: "cogito ergo
sum": so di esistere! Pur-troppo però Cartesio non ha saputo sviluppare sullo stesso
piano il contenuto di questa "verità-realtà", dalla quale invece decolla per
un volo metafisico alla ricerca di "idee chiare e distinte", e arbitrariamente
comincia a inferire col suo metodo deduttivo matematico che siccome noi
"pensiamo" dobbiamo essere anime spirituali e siccome sentiamo di essere
imperfetti perché "dubitiamo" deve esserci un "Essere Perfetto" la
cui perfezione stessa implica necessariamente la sua esistenza, e poiché l'idea di tale
essere la troviamo in noi stessi non avendola potuta sperimentare, deve essere
"innata" anzi "immessa" in noi da tale essere perfetto (Dio) ecc.
Noi lasciamo
andare Cartesio nei suoi "sentieri metafisici ", come egli li chiama, e
cerchiamo invece di ricavare dall'"assioma fondamentale esistenziale" cioè
reale, gli elementi necessari con cui partire "alla scoperta di te stesso"
secondo il titolo del libro educativo2 del salesiano A. Coiazzi che attirò la mia
attenzione nella mia adolescienza.
Con la
nostra autocoscienza noi possiamo stabilire un "credo epistemologico"
esistenziale senza del quale non è possibile nessun genere di discorso filosofico
conoscitivo. Questo è il punto fermo senza del quale non si può cominciare a comunicare,
cioè a conoscere.
E' come il
punto di riferimento nel movimento: senza di esso non si può dire che qualche cosa si
muova. O è come il punto indefinibile della geometria: è assiomatico e da esso si parte
per ogni ulteriore discorso. Così da un atto di fede in me stesso posso muovermi verso la
conoscenza di quello che c'è di fronte a me. Mentre il credo cristiano parte dal
"credo di Dio", il nostro credo filosofico deve partire dal "credo in me
stesso".
E' un credo
che si fonda sull'autocoscienza, che non è altro che un "sentire se stesso".
Questo "sentire" ha come due facce costituite da un "senso interno" e
un "senso esterno". Col "senso interno" avverto "il primo
fatto" in assoluto che è la mia esistenza. Qui si comprende in tutta la sua verità
la celebre espressione di Berkeley: "esse est percipi": essere è sentirsi. È
un'intuizione, è una constatazione, è una esperienza la quale perciò è una conoscenza
diretta senza intermediari. Viene detta anche percezione immediata o "intuizione
sensibile" ed è una "verità-realtà" ineluttabile, che
"convince" o "incatena", per cui la verità non ci fa liberi ma ci fa
suoi schiavi.
Tuttavia la
coscienza non è chiusa in se stessa perché nella sua struttura ha una
"frontiera" costituita da un "senso esterno" che è un molteplice
prolungamento di quello interno e col quale avverte la presenza di un'altra realtà
distinta dalla sua, penetrabile soltanto alla superficie, e con la quale è in continua
interazione:questa interazione è comunicazione, conoscenza e vita. Per essa la coscienza,
pur in una identità esistenziale, è in continua evoluzione e si trova a percorrere un
cammino in una specie di labirinto, presentato dalla realtà esterna da cui è emersa,
seguendo un filo di cui ha in mano solo il primo bandolo, la propria esistenza, su cui si
radica un credo i cui articoli sono ben più concreti di quelli enucleati da Cartesio.
Ecco i cinque articoli costitutivi del "credo epistemologico":
1) Sento, so, conosco, sono convinto di sentire, di sapere, di conoscere e in questo
consiste la mia esistenza.
2) Sento,
so, conosco, sono convinto di poter distinguere quando posso contare e quando no sui miei
mezzi conoscitivi.
3) Sento, so, conosco, sono convinto di essere una porzione o un angolo della realtà in
cui sono immerso.
4) Sento,
so, conosco, sono convinto di aver cominciato a esistere e per questo mio
"inizio" so che la realtà, di cui sono una porzione, deve contenere
"qualcosa di eterno" da cui io (e tutto ciò che ha inizio come me) sono emerso.
Conveniamo di denominare questo "qualcosa di eterno", di cui non conosco la
natura come non conosco la mia, col nome di "Madre Natura" o "Sostanza
Universale" o "Dio" o "Padre Eterno", riservandoci di andarne
alla scoperta, se è possibile.
5) Sento,
so, conosco, sono convinto di far parte di un gruppo di esseri simili a me, entro il quale
si è accesa la luce del mio esistere e col quale partecipo di un patrimonio culturale,
anche se discutibile.
Possiamo
chiamare tali articoli del credo epistemologico "il paradigma supremo assiomatico
esistenziale", perché, come ha messo bene in evidenza Dilthey, la vita è il punto
di partenza di ogni filosofia. Pur ammettendo che è un paradigma assiomatico esso è
fuori di ogni tiro della critica che giustamente Popper fa alla "teoria del
paradigma-tipo" secondo la quale solo partendo da un comune insieme di presupposti
ammessi appunto come assiomi si può iniziare a sviluppare un discorso razionale tra un
gruppo di persone e siccome si danno diversi paradigmi assiomatici non è possibile una
discussione o un dialogo tra chi sceglie paradigmi diversi, se non abbandonando la propria
posizione di partenza.3
A parte che
un discorso razionale può stabilirsi ugualmente dall'esterno dei paradigmi confrontandoli
e controllandoli nelle loro conseguenze e applicazioni pratiche, che ci permettono - come
vedremo in seguito - di comprenderne la falsità, tale critica non può appuntarsi al
nostro paradigma, perché mentre il paradigma di cui si occupa la "teoria del
paradigma-mito" è una "premessa logica" da cui poi si enuclea per
deduzione tutta una serie di "verità intermedie di coerenza", il nostro
paradigma non è una "premessa logica" da cui svilupperemo un sistema
"logico" sulla verità-realtà come ha fatto appunto Cartesio e tanti altri, ma
è semplicemente una constatazione che resta ancora all'interno della nostra coscienza per
cui non è ancora una gratuita ammissione su una "presunta verità-realtà" di
cui andiamo alla ricerca.
Questi sono
gli unici "giudizi a priori" ammissibili: occorre rifiutare tutti gli altri,
perché pretendono di contenere una conoscenza della realtà che è fuori della nostra
coscienza e che non possiamo acquisire se non attraverso "un ponte" ancora da
stabilire. Non è ammissibile un "immanentismo epistemologico", che consiste nel
riconoscere come criterio di "verità-realtà" non la corrispondenza di un
elemento della nostra mente a ciò che è fuori della nostra mente ma nella corrispondenza
di un'"ipotesi" della mente alle "esigenze" della nostra vita: questa
corrispondenza sarebbe sufficiente per ritenere che l'ipotesi corrisponde anche alla
realtà.
Comunque a
questo punto per chi non fosse d'accordo riporto ciò che tanto sensatamente dice il belga
F. Van Steembergen all'inizio della sua "Epistemologia":
"Se qualcuno dei miei lettori non ritrovasse, nell'analisi della propria coscienza,
gli elementi caratteristici che io descrivo appoggiandomi alla mia esperienza personale,
non avrebbe altra via d'uscita che elaborare per suo conto una epistemologia rispondente
alla sua particolare condizione"4
Solo accettando tali assiomi, impliciti nel "cogito ergo sum", anzi sua sostanza
ed essenza, possiamo uscire dal "nido" della nostra coscienza per correre
l'avventura nel mare della realtà. La ricerca della "verità-realtà" la
facciamo sì attraverso la sua rappresentazione in noi che è la
"verità-conoscitiva", ma se vogliamo che sia "valida" cioè
"corrisponda" a quella, deve sempre svilupparsi in una "catena di
anelli" che ha il punto di partenza dalla realtà. I cinque assiomi fondamentali
essenziali sono appunto la piattaforma reale a cui dobbiamo sempre essere agganciati se
non vogliamo smarrirci nel vuoto che è il nulla.
Prima dunque
di correre tale avventura occorre esaminare a quali condizioni i nostri mezzi conoscitivi
ci permettono di correrla, cioè quale è il ponte che ci permetterà di comunicare
effettivamente con la restante realtà, per non correre il rischio di scambiare per la
realtà un sogno o qualche cosa di simile a un sogno, cioè un'illusione, una chimera, un
miraggio. Perché ciascuno di noi sa, fin dalla sua prima esperienza vitale, che in noi ci
sono conoscenze vere e conoscenze false: le conoscenze vere sono frutto del nostro
rapporto corretto con la realtà; le conoscenze false sono un prodotto di scarto o di una
disfunzione accidentale dei nostri mezzi conoscitivi o di una combinazione caotica o
illogica di conoscenze vere precedentemente acquisite (sogno o allucinazione) o di un uso
inadeguato dei nostri mezzi conoscitivi (come nella speculazione in genere) o un prodotto
alterato dall'informazione culturale dovendo in grandissima parte dipendere dal gruppo
umano in cui siamo emersi e viviamo. Sarebbe giusto chiamare "conoscenze" solo
quelle vere ma il linguaggio è quello che è e dobbiamo usarlo così se vogliamo
intenderci.
Solo
stabilito tale ponte in maniera valida possiamo azzardarci ad andare alla ricerca del
secondo "bandolo della matassa" in cui siamo avviluppati per comprendere noi
stessi e il mondo. Si impone perciò una visita accurata alle sorgenti di quel
"patrimonio culturale" dell'umanità dal quale viene plasmata la coscienza di
ogni nuovo individuo che viene all'esistenza. Lo scopo di tale visita ha una importanza
decisiva perché si tratta di sapere se l'umanità ha decifrato il modo con cui la nostra
mente deve comportarsi per stabilire un approccio valido con la restante realtà.
___________________________________
1-Cfr. A. Lantrua - Traduzione e commento al "Discorso sul Metodo" Ed.
SEI 1943 pag. 173 nota 436
2-D~A. Cojazzi - Alla scoperta dite stesso - SEI 1936
3-Cfr. D. Antiseri "11 mestiere del filosofo" Ed, A. Armando 1977 pag. 72 e K.
Popper "Elogio del disaccordo" Corriere della Sera 15/6/85
4-F. Vari Steembergen - Epistemologia - ed, SEI 19i0 - pag.
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