PARTE QUARTA

 

ALLA RICERCA DI UNA SPIEGAZIONE

CAPITOLO PRIMO

VALORE EPISTEMOLOGICO DELLA BIBBIA

 

Se è vero, come la storia ci ha dimostrato che Gesù non può essere "Figlio di Dio" nel senso della teologia dogmatica, come si spiega il fatto che già gli immediati discepoli hanno creduto e propagato tale fede, per la quale si sono sacrificate tante persone e sono morti tanti uomini? Gesù sta ancora dopo 20 secoli sui cieli dell'umanità a inquietarne la coscienza e a stimolarne l'azione: come mai?

 

E’una domanda che potremmo farci anche a riguardo di altri fenomeni religiosi - come l'ebraico, il maomettano, il buddista, ecc. - che propongono in sostanza la stessa impostazione: Dio ha parlato all'umanità o a una sua porzione "illuminando" un personaggio da lui scelto, incaricandolo di portare un messaggio di vita. Quanto pertanto concluderemo per il fenomeno cristiano varrà anche per gli altri fenomeni equivalenti.

 

Cominciamo dal fatto che i Vangeli sono documenti prodotti dalla fede religiosa della comunità cristiana del I°secolo e testimoniano l'esistenza nei primi decenni di un personaggio eccezionale al quale si deve indiscutibilmente la forza suscitatrice di tale fede. Ma appunto perché sono un prodotto di una "fede teologica" che non è altro che una "interpretazione" di tale personaggio, dobbiamo fare attenzione a non lasciarci sedurre dal colore degli occhiali con cui ci viene descritta una realtà vista con le categorie del misticismo.

 

La falsificazione compiuta dalla Storia della interpretazione in chiave teologica ci fa apparire tutto in una nuova luce. Gli Apologeti cristiani, per giustificare la credibilità dei fondamenti storici della "fede", sono soliti mettere in risalto l'osservazione che nessun fatto della Storia comune è confortato da tali e tante testimonianze quante la storia di Gesù, però non mettono altrettanto in evidenza che dai fatti comuni della Storia non deriva nessun impegno di impostare la vita in una data maniera mentre dai fatti religiosi, se veri, scaturisce un obbligo preciso di pensare e di agire con le relative responsabilità:

 

"chi crede sarà salvo e chi non crede sarà condannato".

 

Gli Apologeti tendono a creare un fondamento "razionale" della fede, ma ora che è stata "falsificata" la loro conclusione metafisica, tale "razionalità" è scomparsa, e ci resta solo la curiosità di sapere come sia avvenuto un processo storico così colossale come quello rappresentato dal Cristianesimo teologico.

 

È chiaro che i documenti evangelici portano i segni della valutazione retrospettiva teologica per cui si nota facilmente che i narratori rivestono della mentalità della comunità di appartenenza i fatti da loro presentati. Questo è abbastanza evidente nei tre sinottici (Marco, Matteo e Luca) ed è evidentissimo nel IV Vangelo (Giovanni). Tuttavia questi quattro documenti sono apparsi accettabili alla comunità cristiana generale di fronte alle inaccettabili smaccate esagerazioni fantasiose delle narrazioni di "molti altri"1 che, secondo Luca, si sono assunti il compito di raccontare la storia di Gesù. Nella formula "molti altri" usata da Luca vengono indicati senz’altro, oltre gli altri due sinottici, anche gli innumerevoli "Vangeli" detti "apocrifi", perché attribuiti a personaggi che potevano dar credito alla narrazione senza esserne gli autori:"Vangelo degli Ebrei", "Vangelo degli Egiziani", "Vangelo degli Ebioniti", "Vangelo di Pietro" "Vangelo di Giacomo", "Vangelo di Filippo", "Vangelo di Nicodemo". Tutti questi Vangeli, insieme ai tanti "Atti" dei vari Apostoli e le tante "Lettere" e alle tante "Apocalissi", deliziavano la devozione e la curiosità di tanti cristiani di allora e dei secoli successivi: Teodoreto, (393-458), Vescovo di Ciro, nel V secolo si lamenta che nella sua Diocesi circolassero 200 vangeli non canonici cioè non riconosciuti dall'autorità della Chiesa, perché scritti da chi ha raccolto chiacchiere e fantasie. Ma il fatto stesso della presenza di tale letteratura leggendaria indica che si deve dare la giusta valutazione al cosidetto fenomeno della "fabulazione cioè a quel processo inevitabile con cui la ripetizione continua di una narrazione ingrandisce, aggiunge, immagina, ambienta, adatta detti memorabili" (in greco "logia") di un personaggio che è stato all'origine di un movimento straordinario.

 

I quattro Vangeli ufficiali, selezionati e custoditi dalla comunità sotto la vigilanza responsabile dei Capi, non possono essere sfuggiti all’influenza di tale processo. A parte il ridotto valore testimoniale dei tre sinottici, in quanto dipendono l'uno dall'altro e quindi ne formano come uno solo, le loro chiare discordanze in molti particolari indicano non solo che non esiste la vecchia "Divina ispirazione letterale" ma che la loro composizione dipende appunto dal processo fabulatorio. Oggi è stato accertato che il Vangelo di Matteo, che è stato redatto per primo tra gli anni 50 e 60 mentre Pietro e Paolo "fondavano la Chiesa a Roma" - come scrive Papia nel 130 circa - ebbe due redazioni: la prima in aramaico secondo la mentalità della comunità ebraica; la seconda in greco qualche tempo topo secondo la mentalità della comunità in cui avvenne e vi apportò in tale occasione qualche aggiunta e variazione:un esempio è la formula trinitaria del battesimo del capo 16, la confessione di Pietro a Cesarea di Filippo e qualche parte del discorso sulla distruzione di Gerusalemme2.

 

Il Vangelo di Giovanni poi appare chiaramente una specie di "romanzo teologico"inteso come forma letteraria in cui è difficile distinguere l’immaginario dal reale e di cui l'autore si serve come linguaggio per esprimere la sua tesi teologica interpretativa del personaggio Gesù. Autorizza tale giudizio la differenza enorme degli atteggiamenti fondamentali del personaggio descritto in confronto a quello degli altri vangeli sinottici. Sull'orditura di concreti elementi geografici e cronologici viene intessuta la figura di un personaggio che è il frutto di cultura ebraica ed ellenistica. Nessuno può negare l'osservazione già fatta da E. Renan: "il problema di sapere se ci siano contraddizioni fra il quarto vangelo e i sinottici è un probiema di fatto. Ora io vedo queste contraddizioni con una evidenza così assoluta che ci scommetterei sopra la mia vita e anche la mia eterna salvezza".3 Mentre infatti il personaggio che si muove nei tre sinottici chiede continuamente di non dire a nessuno il segreto della sua personalità messianica, 4quello che si muove invece nel Vangelo di Giovanni non fa che proclamare continuamente ai quattro venti la sua missione divina.

 

E non poteva essere diversamente se si pensa che tutti i Vangeli sia canonici che apocrifi erano non solo il frutto di una "catechesi" ma anche uno "strumento" o un "sussidio" di catechesi. Non erano una storia come la intendiamo oggi, cioè il risultato di un confronto critico di varie versioni o fonti, ma il racconto di fatti e insegnamenti di Gesù come risultavano attraverso un solo canale ("secondo il tale") coll' intento dichiarato di volere convincere di una tesi ben precisa: o che Gesù è il Messia (Cristo) biblico o che Gesù è il Logos (Verbo) della cultura greca o che Gesù è stato generato verginalmente ecc. Questo vuoi dire che sono stati redatti seguendo la "traccia" della predicazione dei personaggi a cui si intestavano ("secondo Marco"):l’iniziativa della redazione poteva essere dei loro discepoli, con o senza l'approvazione dei titolari. Le dispute teologiche da cui erano animate già le primitive comunità cristiane spingevano i redattori a compiere vere e proprie falsità, come sono chiare negli apocrifi, tanto che S. Paolo si sente di autenticare qualche sua lettera con espressioni come "i saluti di mano mia".

 

Insomma i Vangeli sono opuscoli redatti per dimostrare una tesi ben precisa e nessuno ci garantisce che i redattori non siano caduti nella smania di inventare addirittura fatti per dimostrarla: sappiamo che l'ideologia è una cattiva consigliera anche tra i più seri scienziati, e anche i cristiani impegnati nella redazione dei propri testi o nella ricopiatura di quelli pagani siano caduti in tale tentazione: ce lo attestano in maniera macroscopica tutti i cosiddetti Apocrifi e in maniera più sottile la manipolazione del testo in cui si parla di Gesù nelle "Antichità Giudaiche" di Giuseppe Flavio edite l'anno 95 al tempo della redazione del Vangelo di Giovanni.5

 

Questo Vangelo è tutto teso a dimostrare la tesi "la salvezza viene dai Giudei"6. È troppo evidente in questo testo la sovrapposizione dell'interpretazione teologica retrospettiva di una fede elaborata successivamente: si sente lo sforzo vissuto dai banditori della nuova fede nel proporre Gesù come il "messia" secondo la concezione ebraica e come il "logos" della cultura greca, concetto che da Eraclito e da Parnenide attraversa tutta la speculazione ellenica ed ellenistica fino a Filone. Ma tale sforzo accusa i suoi momenti deboli e quasi ingenui, come nel passo del Vangelo di Giovanni, quando Filippo durante il lungo colloquio dopo l'ultima cena interrompe Gesù con una richiesta molto comprensibile: "mostraci il Padre e ci basta" e ne riceve una risposta elusiva: "Filippo, chi vede, me, vede anche il Padre… "7. Il personaggio di Giovanni con un giochetto di parole elude una terribile esigenza che non è solo di Filippo ma di tutta l'umanità; l'esigenza di "vedere" ciò che c'è dietro la facciata esteriore della personalità di Gesù, cioè dietro la realtà fenomenica. È lo stesso fraseggiare di "chi crede in me non crede in me ma in colui che mi ha mandato". Il lettore che conosce l'ambiente culturale in cui operano gli "inviati-apostoli" cristiani intravede quali accese conversazioni e discussioni appassionate si siano svolte durante le riunioni con i loro interlocutori. Tale sforzo ha certamente influito in maniera determinante nella loro "fabulazione" cercando di "corroborare" con fatti la presentazione della storia che avevano vissuto in prima persona. C'era stata insomma una "manipolazione", anche se inconscia o con buona intenzione, dei fatti originari.

 

Tale influenza fabulatoria emerge dai particolari contraddittori che si possono rilevare qui e là da una lettura molto attenta. Certamente sono frutto delle fabulazioni le due affermazioni contradditorie messe in bocca a Gesù in circostanze diverse: "chi non è con me è contro di me"8 e "chi non è contro di me è con me".9Nel racconto di Luca relativo allo smarrimento di Gesù ragazzo nel tempio, viene spontaneo domandarsi se dipende dalla svista del redattore o è indizio dell'invenzione del fatto da parte della fabulazione delle tradizioni orali, l'assurdità che due persone tanto sagge come Maria e Giuseppe si accorgano dell'assenza di Gesù solo "dopo un giorno di cammino" e non abbiano predisposto gli opportuni controlli prima di iniziare il viaggio di ritorno.10 Un esempio chiaro si trova nel capo 8 di Giovanni. Al versetto 31 Gesù fa un discorsetto a un gruppo di "Giudei che avevano creduto in lui" (si noti bene): questi di fronte alle sue affermazioni "da verità vi farà liberi" gli osservano che essi sono figli di Abramo e come tali non sono stati mai schiavi di nessuno. L'autore non si ricorda con chi il suo personaggio sta parlando e gli fa dire: "So che siete stirpe di Abramo, ma voi cercate di uccidermi... Voi avete per padre il Diavolo e volete compiere il desiderio del padre vostro". Un altro esempio lo troviamo nelle due versioni che Paolo fa della sua visione sulla via di Damasco: al capo 9, 7 degli Atti degli Apostoli i suoi compagni sentono una voce senza vedere nulla; invece al capo 22, 9 i suoi compagni vedono una luce senza sentire nulla. Nell'episodio dei porci presso Gerasa, Matteo parla di due indemoniati, mentre Marco e Luca parlano di un solo indemoniato.11Lo stesso evangelista Luca, che dichiara di scrivere dopo aver compiuto accurate ricerche, cade in contraddizione con la Storia quando dice che il censimento che dette occasione a Gesù di nascere a Betlemme fu il primo che fece Quirino dopo che divenne governatore della Siria: Gesù deve essere nato sì in occasione di un censimento, ma questo fu quello ordinato da Augusto nell'anno 8 a.C. secondo il celebre monumento Ancirano nel quale Augusto afferma di avere compiuto tre censimenti universali, il 28, l'8 a.C., e il 14 d.C., mentre quello ordinato da Quirino era solo per la Giudea e fu fatto nel 6 d.C. quando Roma, cacciato Archelao figlio di Frode, passò sotto la diretta amministrazione imperiale compiuta da un procuratore. Al tempo di Frode era governatore di Siria Varo e non Quirino: il censimento ordinato da Quirino il 6 d.C. dette l'inizio con Giuda il Galileo a quella serie di rivolte che sfociò finalmente nella guerra giudaica del 66 e si concluse con la distruzione di Gerusalemme.12Anche le due genealogie di Gesù riportate da Matteo e Luca, ritenute inconciliabili dagli specialisti, 13fanno parte delle tante divergenze anzi addirittura contraddizioni evangeliche. Tutto ci dice che i redattori non avevano affatto la coscienza di essere "ispirati" e organi della "Parola di Dio" come poi furono qualificati da quei "prodigiosi animali"-secondo l'efficace espressione di Nietzsche - che sono i teologi, ma composero il loro lavoro con semplicità senza preoccuparsi di quelle inesattezze cui avrebbero dato tanta importanza i posteri.

 

Ma addirittura fatti tanto centrali come la morte e la resurrezione di Gesù cadono nell'inesattezza della fabulazione. Secondo Giovanni, Gesù è stato crocifisso la vigilia di Pasqua; secondo i sinottici il giorno di Pasqua. Secondo Marco è stato crocifisso circa l'ora terza (le nove circa del nostro sistema); secondo Giovanni Gesù stava ancora nel pretorio di Pilato all'ora nona (le dodici circa del nostro sistema). Anche tenendo conto di qualche necessaria elasticità, la discordanza è forte: a tutt'oggi, specialmente per quello che riguarda il giorno, secondo gli specialisti la discordanza è inconciliabile, se non ricorrendo a due diversi calendari, uno ufficiale dei Sadducei e l'altro non ufficiale dei Farisei14. Comunque sia, qualunque calendario per la cena pasquale Gesù abbia seguito, resta la contraddizione delle testimonianze, perché deve averne seguito uno solo! Anche i racconti della resurrezione sono pieni di contraddizioni: Matteo parla dell'apparizione di un solo angelo, mentre Luca di due; Matteo nomina solo l'apparizione in Galilea per i discepoli, mentre Luca parla almeno di tre apparizioni in Giudea. Queste diversità indicano e riflettono l'esistenza dell'influenza fabulatoria. Stabilito il principio la sua applicazione è più o meno varia secondo le esigenze della concordanza e coerenza necessaria dell'interpretazione.Molto istruttiva a tale proposito è la lettura dei cosiddetti Vangeli Apocrifi, perché comparativamente mostrano "il potere creativo" della fabulazione sostenuta da uno scopo dimostrativo di una tesi teologica. Per esempio, nel "Protoevangelo" di Giacomo - un documento ritenuto molto vicino per tempo di redazione al Vangelo di Giovanni - per far credere alla verginità di Maria anche dopo il parto, si fa compiere da Salome, una compagna della levatrice cercata da Giuseppe per assistere la partoriente, il gesto di "mettere il dito" nella sua vagina per controllarne la verginità. È lo stesso gesto che nel Vangelo di Giovanni compie Tommaso per controllare le piaghe e l'identità di Gesù risorto. Una cosa è certa, che il propagandista cristiano con la sua fantasia ha escogitato una pittoresca scena per convincere il suo interlocutore.15

 

Questo processo fabulatorio, iniziato nella primitiva comunità cristiana, si trasforma in un vero metodo di creazioni letterarie nelle quali i fatti narrati non sono che espediente per sostenere la propria fede teologica. Molto spesso tale metodo è riconoscibile dalla frase con cui si accompagna un fatto "affinché si adempisse quanto aveva detto il profeta...". Già molto marcato nel Vangelo di Matteo, diventa il filo conduttore dei Vangeli Apocrifi.

 

Questa situazione insieme alla falsificazione storica del dogma fondamentale della teologia, qui ci spingerebbe senz'altro a prendere la decisione di concludere che, facendo d'ogni erba un fascio, tutta la fede teologica ha un fondamento leggendario. Anche il teologo H. Kùng non ha nessuna difficoltà a qualificare gran parte delle narrazioni evangeliche pura leggenda, come la resurrezione della figlia di Giairo, del figlio della vedova di Naim e di Lazzaro stesso, essendo "sorprendente che Marco e gli altri evangelisti non sappiano nulla" di questa ressurezione raccontata solo da Giovanni, pur non rinunciando alla "realtà" della resurrezione di Gesù perché di tutt'altra natura e unica spiegazione dell'enigma della ripresa vigorosa del movimento cristiano che sembrava stroncato una volta per sempre col dramma del Golgota.16 Ma proprio per questa ragione noi vogliamo continuare nella nostra indagine perché vogliamo renderci conto come un fatto storico così paradossale abbia potuto nascere e sopravvivere.

 

Certamente i discepoli di Gesù erano convinti che Gesù era il messia promesso. Anzi non solo loro ma anche il personaggio da loro descritto era convinto di essere il "prescelto" dal Padre. Spiegare tale convinzione è un compito arduo: è una grossa questione psicologica, perché un fatto di natura psicologica difficilmente può essere compreso e interpretato senza un colloquio diretto con gli interessati. Tuttavia qualche traccia ce la forniscono gli autori degli scritti neotestamentari, da cui traspare come tale convinzione fosse di natura molto ingenua e quasi manichea, da produrre in Gesù e quindi nei suoi "inviati" un atteggiamento di giudizio intransigente, intollerante, discriminatorio nei confronti di chi non accettasse tale convinzione.

 

Un "test" psicologico lo possiamo desumere dal colloquio di Gesù con Nicodemo, alla fine del quale si legge:

 

"Dio ha tanto amato il mondo che ha dato il suo figlio unigenito affinché chi crede in lui non perisca ma abbia la vita eterna. Poiché Dio non ha mandato il figlio nel mondo per condannare il mondo ma affinché il mondo sia salvato per opera di lui. Chi in lui crede, non va condannato ma chi non crede è già condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito figlio di Dio. Ed è questa la ragione della condanna: che la luce è venuta nel mondo, e gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce."17

 

Da questo passo, e da tanti altri, si desume che la "fede" in Gesù è il "segno" discriminatorio quasi manicheo fra buoni e cattivi: uno crede perché è buono (predestinato, dirà Paolo) e un altro non crede perché è malvagio. Affiora qui il criterio epistemologico tra la verità e l'errore, secondo il quale la "verità-luce" si manifesta per se stessa e se qualcuno non la riconosce è per suo accecarnento volontario. I teologi in seguito dovranno faticare non poco per comprendere e far comprendere come anche uno che non crede in Gesù può salvarsi... basta che sia onesto!

 

Però è significativo notare che lo stesso atteggiamento discriminatorio sia un comune compagno dell'"annunzio" - traduzione corrente del termine "vangelo" - di chiunque pretende credibilità a nome di Dio: un castigo più o meno imminente attenderebbe chi si rifiuta di credere al messaggio: la sciagura è il deterrente con cui si vuole piegare la resistenza non solo dei peccatori ma anche di chi in nome dell'intelligenza non riesce ad accettare "annunzi" più o meno incredibili. Così Luca18 riferisce la mutezza con cui fu colpito il sacerdote ebreo Zaccaria per avere tentennato all'annunzio dell'angelo che nonostante la tarda età di sua moglie Elisabetta avrebbe avuto un figlio, che avrebbe chiamato Giovanni; Maria è "fortunata" per aver creduto all'"annunzio" dell'angelo che avrebbe avuto un figlio eccezionale, il Messia, nonostante la sua verginità19; chi si rifiuterà di credere all'annunzio dell'imminente Messia, grida Giovanni Battista sulle rive del Giordano, sarà divorato da "fuoco inestinguibile"20; Gesù chiama "razza di vipere" i responsabili della nazione che si rifiutano di credere al suo "annunzio" di essere il Messia e minaccia che su di essi ricadrà "tutto il sangue innocente sparso sulla terra dal tempo di Abele" e vuole che anche i discepoli maledicano i paesi e le città che non accogliessero il loro annunzio, garantendo che il giorno del giudizio avranno una sorte peggiore di quella di Sodoma e Gomorra21 ; Pietro evoca lo "sterminio" che colpirà quella "generazione perversa" se non crederà nella venuta del "profeta" già annunziato da Dio a Mosè22; anche Maometto per fare accettare il suo "annunzio" minaccia "il fuoco preparato per i miscredenti"23 e indice la guerra santa; chi ha avuto qualche lettera della catena di S. Antonio sa quali disgrazie vengono minacciate a chi non crede al suo contenuto; oggi tutti sappiamo che l'arma persuasiva dei Testimoni di Geova è la minaccia di un'imminente fine del mondo.

 

Come si vede il misticismo si rifugia volentieri nel terrorismo e qui noi troviamo la chiave per comprendere i suoi misteri e anche le "pie menzogne" con le quali "a scopo di bene" si inventano episodi e miracoli per indurre alla fede e al bene. Anche le atrocità della "Santa Inquisizione" sono state compiute a "scopo di bene" ma questo non toglie che siano state un colossale errore. Non si vede insomma perché la pia invenzione del "mettere il dito" sia stata possibile nel cosiddetto "apocrifo" Protoevangelo di Giacomo e non nel cosiddetto "canonico" Vangelo di Giovanni nell'episodio di S. Tommaso. Noi non facciamo d'ogni erba un fascio ma dopo la "falsificazione" del dogma fondamentale molte cose possono e devono essere ridimensionate. Qualche fatto è stato ingigantito dalla lente di ingrandimento dello schema mentale di fede degli ammiratori di Gesù e qualcun altro è stato inventato per desiderio di proselitismo del loro misticismo.

 

La radice terroristica del misticismo, che insieme all'amore ne costituisce una delle due facce, è stata la molla che ha stimolato alla "perseveranza" nella "fede" credenti e dubitanti. Essa è stata espressa in slogan di molta efficacia: "chi crede si salva, chi non crede si danna"; "chi non mi riconosce davanti agli uomini, non sarà riconosciuto da me davanti al Padre mio"; "chi prega si salva, chi non prega si danna". Questa radice è stata l'arma del cristianesimo teologico che l' ha sviluppata per difendere e sostenere una fede che già si raccomandava da sé per il suo volto fatto dei valori più umani che siano stati predicati. Ma è stata un'arma a doppio taglio, anzi come un boomerang, che si è risolto a suo danno e rovina perché ha trascinato la teologia a calpestare il volto umano del Vangelo con le atrocità più inumane. Certamente "santo timore di Dio" è un elemento di saggezza ma per il cristianesimo teologico è stato la sorgente della sua insipienza. L'equazione: "salvezza = fede" è stata la sua rovina. Questo volevano dire i contestatori durante la visita di Giovanni Paolo Il in Olanda con la frase scritta in un cartello: "Scansati Papa, la tua presenza oscura Gesù"24

 

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1-Luca 1, 1

2 – D.Rops l.c.pag. 247 segg

3-E. Renan - "Vita di Gesù" - Ed. Feltrinefli 1978 PreL pag. 8

4-. Luca 4, 4; 5, 20-24; 7, 19-28; 9, 18-21; Matteo 12.38-40; 13, 1016 14, 13-17;

5-Cir. R. Fabris "Gesù di Nazareth" Ed. Cittadella di Assisi 1983 - pag. 45

6-Giovanni 4, 22

7-1iavanrn' 14, 8

8-uca 11, 23 e 9, 50

9-Mattco 12, 30

10-Luca 2, 41

11-Matteo 8, 26 Marco 5, 1-20; Luca 8, 26-39

12-. Sacra Bibbia - Ed. Salani 1961 a cura lst. Biblico - nota 1-2 capo 2 di Luca;Dizioonario biliblico - SEI 1963 - "censimento"; R. Fabis - Gesù di Nazareth – Assisi 1983 pag. 91-92

13-Cfr. R. Fabris - l.c. pag. 91

14-Ibidem pag. 400

15-Cfr A.M. Di Noia - "I veri Apocrifi" - Ed. Guanda 1977 pag. 46

16-Cfr. H. KUng - "Vita Eterna?" - Ed. Club del Libro 1983 pag. 149

17-Giovanni 3, 15-19

18-Luca 1, 20

19-Luca 1, 42

20-Luca 3, 8

21-Matteo 10, 1~1S

22-Atti 3, 22

23-Corano 22, 22

24-Corriere della Sera del l4.5.85

 

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