CAPITOLO II
LA STORIA DICE:
QUELLA GENERAZIONE È PASSATA
MA GESÙ NON E TORNATO
Dopo aver letto
i testi riportati non so se ci può esser qualcuno che ancora possa in buona fede dire che
il Cristianesimo Teologico sia ancora sostenibile: dopo duemila anni si può giustamente
affermare che gli autori del Nuovo Testamento siano state vittime di una
colossale illusione e che sia onesto riconoscere che lautore del Quarto Vangelo
e dell'Apocalisse, che diceva di avere ricevuto da Gesù la promessa che sarebbe
sopravvissuto finché lui sarebbe tornato, è stato terribilmente deluso: il ritorno di
Gesù, che secondo le sue affermazioni stava per avvenire subito, non c'è stato.
Con lui sono restati delusi
anche gli altri capi cristiani che hanno continuato a esortare alla costanza dicendo che
"chi aveva promesso è fedele": è restato deluso S. Paolo che aveva detto che
"noi lasciati in vita voleremo insieme ai risorti incontro al Signore che scende
dalle nubi"; è restato deluso S. Pietro che prima aveva detto che "vicina è la
fine di ogni cosa" e poi ha cercato di frenare l' emorragia dell'allontanamento con
l'abile argomentazione "mille anni per Dio sono come un giorno",
incontrovertibile nei confronti dì Dio ma non ammissibile nei confronti di chi è stato
ripetutamente assicurato che "presto" il Signore sarebbe ritornato, affermando
che i discepoli nel loro giro per recare la "bella notizia" alla gente non
avrebbero finito di passare le città di Israele prima che il Regno di Dio sarebbe
arrivato, che alcuni di quelli che lo ascoltavano non sarebbero morti prima del suo
ritorno e che "non passerà questa generazione che tutto si sarà avverato: il cielo
e la terra passeranno ma le mie parole non passeranno."
E con loro sono restati delusi
tutti quelli che 'hanno creduto senza vedere" e sono morti per questa loro fede.
Avevano dunque ragione i
cosiddetti "apostati" cioè coloro che si allontanavano perché avevano capito
che il "ritardo" indicava che erano caduti in una illusione.
Eppure i Cristiani hanno
continuato a sperare e a invocare "venga il tuo Regno" con la bella preghiera
del Pater Noster del Maestro, intendendo però per "Regno di Dio" non
più "cieli nuovi e terra nuova" come intendeva Isaia e Pietro che lo citava nei
suoi primi discorsi e Giovanni che ha scritto di avere sentito dire nella sua visione da
chi stava seduto sul trono "ecco faccio cieli nuovi e terra nuova", ma una
società umana in cui si viva secondo la "Legge di Dio" o il vago
"paradiso" promesso da Gesù al buon ladrone sulla croce e ripetuto dalla Chiesa
a generazioni di venti secoli. Come mai?
La risposta è molto semplice:
perché gli uomini non hanno coraggio di riconoscere di essersi illusi e vogliono
continuare a sperare che le proprie illusioni abbiano a realizzarsi. I cristiani poi si
sono trovati e si trovano ingabbiati nel filone culturale ebraico fondato sul valore
soggettivo della fede nella "Parola di Dio" che ha per bandiera il motto spes
contra spem (spero nonostante la delusione) certamente valido di fronte a una reale
Parola di Dio, perché nessuno può essere così temerario da negare fiducia a quell'
Essere che viene concepito come Colui che sa tutto ed è verace e fedele, ma quando una
cosiddetta "parola di Dio" contiene tante belle promesse che non vengono
mantenute si può ritenere "vera parola di Dio" senza essere balordi?
Coloro che avevano senso
critico di fronte al "ritardo" se ne andavano e venivano considerati
"traditori" ed "empi" e se facevano qualche attività per contrastare
tale illusione pericolosa erano ritenuti emanazione di Satana: così il termine
"anticristo", che avrebbe dovuto significare semplicemente contrario
allopinione che crede Gesù è Messia, venne a indicare il personaggio che sarebbe
apparso per sterminare la chiesa di Cristo prima del suo ritorno alla fine del mondo.
Già viventi ancora gli
Apostoli si cercò di trovare una scappatoia di fronte al "ritardo": la espresse
molto bene S. Pietro con la bella frase "per Dio mille anni sono come un giorno e un
giorno come mille anni". Tuttavia si continuò a invocare appassionatamente il
ritorno di Gesù come è documentato negli scritti dei Padri Apostolici del II secolo: lo
fa la Didachè o Dottrina degli Apostoli libretto molto in voga al principio del II
secolo il cui finale è un'acclamazione fervente al prossimo ritorno del Signore; lo fa
Papìa che scrive verso l'anno 125; lo fa Erma che scrive il Pastore verso il 140;
lo fa il frigio Montano, il quale ritenendosi un ispirato dello Spirito Santo, riprende la
certezza dell'Apocalisse dell'imminente apparizione del Messia e verso il 150 ha già
creato un movimento notevole di comunità di carismatici in Oriente e in Occidente, che
aspettavano la fine del mondo con conseguente deciso atteggiamento di rinuncia a tutto
imitando la primitiva comunità di Gerusalemme, con la pretesa di sovrapporsi ai Capi
costituiti della Chiesa con una intransigenza morale che faceva un obbligo del martirio,
al quale bisognava correre incontro come a una sfida: sognatori fanatici della
"parusia"( intervento) di Gesù, si auguravano grandi cataclismi che avrebbero
inghiottito l'iniqua potenza dell' lmpero. Di tale movimento si fecero sostenitori
personaggi di rilievo nella Chiesa Africana come Tertulliano e Nepote Vescovo di Arsinoe
che scrisse il libro Confutazione degli Allegoristi che prendevano la Parola di Dio
non alla lettera ma in senso allegorico: Tertulliano nell'Apologetico scrive lanno
191 che se avessero voluto insorgere i Cristiani erano sufficientemente numerosi ma non lo
facevano perché ci sarebbe stato chi presto avrebbe fatto giustizia e nel 212 col De
fuga in persecutione impone ai Cristiani di non fuggire se ricercati, mentre
nel De idolatria li sprona a non prestare il servizio militare.
Tuttavia i Capi delle Chiese
proseguirono nella linea interpretativa iniziata dalla II lettera di Pietro, non
tenendo in nessun conto delle precedenti molteplici solenni ripetute promesse, che hanno
indotto molti fedeli alla perseveranza e al sacrificio della vita. Li riassume tutti S.
Agostino, che al principio del V secolo al capo V del libro XX della Città di Dio parlando
delle profezie del Salvatore sul giorno dei giudizio, omette non si sa perché tutte
quelle espressioni sopra trascritte e nel capo IX afferma che "anche ora la Chiesa è
il Regno di Cristo e il Regno dei Cieli", basandosi sul particolare della parabola
della zizzania dove si dice che quando Gesù verrà "toglierà dal suo regno tutti
gli scandali" non potendo esserci scandali nel regno finale. E insegna che nell'
Apocalisse i "mille anni, durante i quali il diavolo è legato e i santi
regneranno con Cristo, si devono senza dubbio riferire al tempo attuale, quello cioè
della sua prima venuta". Che i "mille anni" siano diventati duemila, che
certamente non sono stati il "regno di Cristo e dei suoi santi", non conta per i
successivi Capi della Chiesa ai quali preme solo la stabilità della loro istituzione.
Ci sono stati personaggi di
alto senso critico che tentarono di fare opera di intelligenza e di illuminazione. Ne è
un rappresentante il filosofo platonico Celso, vissuto nel Il secolo, non molto tempo dopo
la scomparsa di S. Giovanni: nel suo libro Discorso Vero ha cercato di far capire
ai cristiani l'assurdità di pretendere di essere obbligati a credere a quanto essi
annunciavano senza prove, ma per la sola minaccia dei castighi e delle pene
incombenti su chi non crede. Ma da persone come Tertulliano, che verso la fine del II
secolo dichiaravano di credere al messaggio cristiano proprio perché assurdo ma
attestato dalla Parola di Dio, e come il suo quasi contemporaneo Origene che scriveva
una confutazione al libro di Celso con lo stesso metodo filosofico dei Sofisti Greci, il
popolo cristiano veniva sempre più radicato nella sua fede, anche se ancora circa nel 280
Porfirio, il grande discepolo neoplatonico di Plotino, insorse con i suoi Quindici
Libri contro i Cristiani mettendo in evidenza la loro illusione col richiamare
l'attenzione alle promesse riferite dal Vangelo di Matteo e dalle Lettere
di Paolo, secondo le quali il loro maestro sarebbe disceso sulle nubi dopo che il suo
"bando" sarebbe stato annunziato in tutto il mondo. Abbiamo visto che già
S.Paolo nella Lettera ai Colossesi diceva che lannunzio era stato portato
a tutte le creature; molto più a ragione lo poteva dire dopo 250 anni Porfrio,
il quale però aggiungeva criticamente che non si era veduto ancora nessuno scendere o
salire sulle nubi e non era saggio incitare i propri discepoli a morire per la
intransigenza provocatoria contro ogni altra forma di religione: difatti i cristiani pur
non avendo un programma violento nella loro attività però dovevano essere molto
insistenti e veementi e polemici nel loro proselitismo, e nonostante i Capi
raccomandassero l'imitazione di Gesù che si era comportato come un agnello mansueto
sacrificato innocentemente, la propaganda sfuggiva al loro controllo e la pretesa di
possedere il dono dell'ispirazione divina o profezia, come riconosceva S. Paolo nella
Chiesa primitiva, poteva tuttavia spingere qualcuno a gesti fanatici inconsulti.
Dall'epoca di Tertuilliano comincia l'obbiezione di coscienza cristiana al servizio
militare: Daniel Rops riferisce che un giovane soldato grida "non mi è permesso
portare al collo il signum (la placca d'identità dei soldati romani) perché io
sono stato mutato dal signum di Cristo"; un altro soldato rifiuta di mettersi
sulla testa la corona di rito nei sacrifici in onore dell'imperatore; un giovane cristiano
di nome Poliuto nell'anno 250, quando l'imperatore Decio Traiano, per restaurare
l'ordine nell'impero dopo circa mezzo secolo di anarchia, emise un editto che vietava
tutte le associazioni di ogni colore pericolose alla morale e all'ordine pubblico, tra cui
venivano annoverati i cristiani, stracciò l'editto imperiale in pieno giorno nella
pubblica piazza di Mitilene in Armenia, andando incontro all'immediato arresto e al
supplizio; prima della persecuzione di Diocleziano del 295, un altro giovane di
nome Massimiliano, a Tevesta in Nurnidia, s'era proclamato renitente alla leva, e
un centurione di nome Marcello, durante un solenne banchetto in occasione
dell'anniversario dell'Imperatore, gettava a terra il suo cinturone e ad alta voce
insultava gli Dèi; infine un altro a Nicomedia (dicono S Sebastiano) lacerava il
manifesto del 24 Febbraio del 302 affisso in una pubblica piazza col quale si ordinava la
cessazione delle assemblee cristiane, la demolizione delle chiese, la distruzione dei
libri sacri e l'abiura di tutti i pubblici funzionari cristiani. Gli autori di tali
episodi finirono tutti subito giustiziati e gli episodi fanno pensare che l'accusa che
additava i cristiani, non come comunità, ma come individui, autori dell'incendio di Roma
del 19 luglio dell'anno 64 al tempo di Nerone, risultasse fondata all'inchiesta fatta
quando Nerone arrivò da Anzio dove si trovava: poiché l'incendio scoppiò
contemporaneamente in più punti della città; alcuni giovani cristiani potevano aver
commesso il folle gesto influenzati dalla dottrina contenuta nelle lettere di S.Pietro,
che verrà ripresa più tardi nell' Apocalisse di S. Giovanni, e cioè che Roma, la
grande Babilonia, doveva perire in una conflagrazione generale. Perciò i Giureconsulti
Romani emisero l'Editto che "non è lecito essere cristiani. "e sapendo che i
Cristiani erano d'origine ebraica, dopo avere inferocito contro i Cristiani a Roma,
decisero di andare a sradicare il pericolo nella loro terra in Palestina: nell'anno 66
comincia la Guerra Giudaica che finisce con la distruzione della stessa nazione. Ci si
accorge però che la setta cristiana, pur essendo di origine ebraica, era ben distinta
dagli Ebrei, e perciò l' Editto Neroniano fu confermato dagli imperatori
successivi: tuttavia, poiché con Domiziano si allargano tali misure anche contro gli
Ebrei e contro i Filosofi (che dal tempo di Socrate andavano insegnando che la credenza
negli Dèi era una superstizione) e con Diocleziano anche contro i Manichei, sembra che i
Giureconsulti qualificassero pericolose le sette in genere che nella loro tenace
propaganda tendevano a volersi imporre producendo contrasti e tumulti. E i Cristiani di
contrasti e di tumulti dovevano suscitarne parecchi con la loro ostinata polemica.
Abbiamo visto che anche tra di
loro era nato il grave contrasto sull'attesa del ritorno del Messia. La corrente che
attendeva il ritorno di Gesù sempre da un momento all'altro, era rigorosamente allineata
agli insegnamenti di Gesù nella rinuncia a tutto anche alla vita e pretendeva che chi
durante le persecuzioni negava o dissimulava di essere cristiano per salvare la pelle non
poteva far parte della Chiesa (scisma di Novaziano dopo la persecuzione di Decio del 250)
o almeno doveva essere di nuovo battezzato (scisma di Donato dopo la persecuzione di
Diocleziano del 295-312). Anche il largo scisma creato dal monaco bretone Pelagio alla
fine del secolo IV si rifaceva a tale corrente come reazione al lassismo dilagante nel
Cristianesimo con le conversioni in massa dopo avere conquistato il potere per mezzo di
Costantino: il Pelagianesimo voleva richiamare il Cristianesimo al primitivo rigore del
Vangelo abbandonando tante discussioni teologiche che ne erano la rovina: per entrare nel
Regno di Dio occorreva solo osservare i Comandamenti e dipendeva dalla propria buona
volontà senza altra grazia di Dio e ricevere il battesimo per la remissione dei peccati,
e non bisognava battezzare i bambini perché il cosiddetto "peccato originale"
apparteneva solo ad Adamo e ad Eva: Gesù e gli Apostoli non se ne erano affatto
preoccupati.
La corrente invece che
rimandava il ritorno di Gesù a tempo indeterminato, fatta propria dai Capi sulla scia di
S. Pietro, si autodichiarò ortodossia per principio di Autorità incamminandosi
sulla via della ragione teologica, che diventava un escamotage che eludeva la
smentita, e ondannò come eresia la corrente che annunziava imminente il ritorno di
Gesù e si perse dietro discussioni interminabili sul rebus della natura di
Gesù e di Dio dietro lesempio e le espressioni degli scritti della prima
generazione di Cristiani ritenuti Parola di Dio e denominato Nuovo Testamento,
producendo lacerazioni e devastazioni nel Cristianesimo del Il secolo. Questa corrente si
faceva forte perché si rifaceva alla Tradizione. Il filosofo cristiano Giustino
scriveva già nella prima metà del II secolo un Trattato su tutte le eresie, S.
lreneo nella seconda metà un Trattato contro le eresie e S.Ippolito verso la fine
il trattato Il Labirinto fatto di dieci volumi su trentadue eresie tra cui il
millenarismo, il docetismo, lo gnosticismo, il montanismo, il marcionismo, il
subordinazionsmo, il monarchismo, l'adozionismo.
Nel III secolo l'influenza
della filosofia platonica nella Scuola di Alessandria di Clemente Alessandrino e
soprattutto di Origene fa nascere una nuova serie di discussioni teologiche che sfoceranno
nel IV e nel V secolo in terribili lotte e scismi: l'Arianesimo, che affermando che Gesù
non era consustanziale a Dio Padre, in pratica negava che fosse Dio e quindi anche la
Trinità; il Nestorianesimo, che negava di poter dare a Maria l'equivoco titolo di Madre
di Dio; il Monofisismo, che affermava in Gesù lunica natura divina e quindi negava
lIncarnazione del Figlio. Era sempre in discussione chi avesse lautorità a
stabilire chi era ortodosso e chi eretico.
Certamente la fede cristiana
vissuta con bontà eroica fu la vera vincitrice delle persecuzioni, ma non è sufficiente
la bontà anche eroica a dimostrare vera una fede quando la premessa fondamentale è
smentita dai fatti. Anzi vedremo che la Storia mostra che tale fede contiene un elemento
nocivo che induce i suoi seguaci a calpestare l'elemento etico della bontà che l' ha
fatta trionfare e che tuttora la tiene in auge nonostante sia ignorata la falsità della
sua premessa.
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