CAPITOLO III

DAL "REGNO DI DIO" ALLA "CITTÀ’ DI DIO"

 

 

1-Costantino inizia il Cesaropapismo laico e perseguita l’Arianesimo

 

Abbiamo già visto che i Capi Cristiani, avuta con l'Editto di Milano del 313 la libertà religiosa dopo la vittoria di Costantino, aiutato dal valore eroico dei cristiani esacerbati dalla persecuzione ancora in atto, per opera di Massimiano tornato al potere col figlio Massenzio dopo l'abdicazione e di Massimino Daia succeduto a Galerio in Oriente, adottarono lo stesso metodo persecutorio dopo il Primo Concilio Ecumetico di Nicea del 325, convocato e presieduto dallo stesso Costantino, contro chi non accettava la loro dottrina che Gesù è vero Dio uguale al Padre. Eccone il testo riportato dagli Storici del tempo, Gelasio e Socrate Scolastico, nelle loro Storie Ecclesiastiche:

 

"Costantino Vittorioso e Augusto ai Vescovi e ai Popoli

 

 

Poiché Ario ha imitato uomini malvagi ed empi, merita di subire con loro la stessa pena di infamia. Come Porfirio, nemico della vera pietà, avendo composto libri scellerati contro la religione cristiana, riportò una degna mercede affinché lui sia infame presso i posteri e ricoperto di molti obbrobri e i suoi libri fossero del tutto distrutti, cosi ora ci è piaciuto far chiamare porfiriani i seguaci i Ario affinché vengano chiamati col nome di colui di cui hanno imitato l'atteggiamento. Inoltre comandiamo che venga distrutto con le fiamme qualsiasi scritto di Ario, affinchè non solo venga abolita la sua prava dottrina, ma non venga lasciato neppure un ricordo di lui alla posterità. Comunico anche che, se qualcuno tosse trovato di avere nascosto un libro composto da Ario e non lo distrugga subito nel fuoco, deve subire la pena di morte. Subito all'istante subisca la pena capitale appena sia scoperto in questo delitto. Dio vi assista."

 

Così i Capi Cristiani sostituivano nelle loro attività al precedente metodo dello bontà e del martirio il metodo della repressione attiva e violenta, aggiungendo agli anatemi la pena di morte affidandone l'esecuzione all'autorità civile con cui facevano combutta e cominciavano la distruzione dei templi e dei simulacri espressione di fedi diverse e dei libri contrari alla propria fede che scomparvero dalle biblioteche privando la cultura di opere che oggi conosciamo solo nei titoli e nelle citazioni dei propri apologeti, anticipando le distruzioni che in seguito faranno i barbari. Rinnegando e calpestando la direttiva di grande saggezza proclamata con la "conferenza" di Milano del 313 tra Costantino e Licinio con queste porole riportate dagli storici contemporanei Lattanzio ed Eusebio e da Daniel Rops a pag. 413 della Storia della Chiesa degli Apostoli e dei Martiri:

 

"Cercando con sollecitudine quanto interessa il bene pubblico, tra molte cose utili o per meglio dire, prima di ogni altra cosa, era necessario fissare le regole riguardanti il culto e il rispetto dello Divinità... La libertà di religione non può subire costrizione e per quanto riguarda le cose divine bisogna permettere ad ognuno di obbedire alla propria coscienza. Noi vogliamo che chiunque desidera seguire la religione cristiana lo possa fare senza timore alcuno di essere tormentato. I cristiani hanno piena libertà di seguire la loro religione. Quello che accordiamo ai Cristiani lo accordiamo anche agli altri. Ognuno ha il diritto di seguire il culto che preferisce senza essere leso nel suo onore e nelle sue convinzioni.."

 

Una dichiarazione migliore di questa non poteva essere concepita ed espressa: era quanto avevano rivendicato con fermezza davanti al Sinedrio Ebraico gli Apostoli Pietro e Giovanni e per questo furono bastonati e ammoniti a non continuare nella loro attività come leggiamo in Atti 4, 5 ed era quello per cui i cristiani avevano sofferto per due secoli e mezzo sotto l'Impero Romano. La dichiarazione di Costantino e di Licinio era accompagnata dalla decisione di restituire tutti i beni confiscati e di concedere finanziamenti per la ricostruzione degli edifici di culto distrutti e di risarcire chi in buona fede aveva acquistati i beni confiscati.

 

Purtroppo Costantino guidato dai Capi Cristiani non si fermò su questa giusta impostazione. Egli proveniva da genitori cristiani o simpatizzanti con i Cristiani: sua madre era Elena, co lei che sembra che per liberarsi la coscienza di avere indotto Costantino ad assassinare, dopo tutti i parenti degli Imperatori precedenti, anche la moglie Fausta e il figlio Crispo per ragioni di moralità, fece un pellegrinaggio espiatorio a Gerusalemme dove fece la ricerca della croce di Gesù, i cui chiodi furono inseriti uno nel diadema Imperiale del figlio e uno nel morso del suo cavallo. Cominciava l'era dell'uso delle reliquie come talismano.

 

Nel 312 Costantino era sceso in Italia dalle Gallie a 32 anni attorniato da un gruppo di Vescovi, tra cui Osio di Cordova, che lo incoraggiarono a marciare su Roma, occupata da Massenzio, per far trionfare la concezione cristiana di Dio, figlia di quella ebraica, che escludeva ogni altro tipo di religione e che era stata la causa della persecuzione sancita dai Giureconsulti Romani al tempo di Nerone per i tumulti suscitati dalle aspre dispute teologiche tra Ebrei ortodossi ed Ebrei cristiani, tra cittadini seguaci della religione tradizionale e seguaci della religione cristiana: si disputava accanitamente sull’uguaglianza tra gli uomini secondo l’espressione di S. Paolo 'non c’ è né ebreo né greco ne' libero né schiavo", sulla pratica del matrimonio tra schiavi e liberi favorita dai Cristiani e vietata dalla Legge Romana e infine sul sospetto terribile dell'incendio di Roma.

 

In un primo tempo, esercitando la sua funzione di Pontefice Massimo, Costantino inglobò coll'Editto di Milano anche il Cristianesimo nella vecchia concezione teocratica politeista dello Stato ma successivamente sotto l'influenza dei vescovi del Concilio di Nicea cominciò a favorire la religione cristiana dando inizio all'abbinamento dei ruoli di "Cesare' e di "Papa" che poi sarà denominato "cesaropapismo': il clero cristiano era suo dipendente e ne sollecitava protezione e aiuti.

 

Lo Storico tedesco Andreas Alfödi nel suo Costantino tra Cristianesimo e Paganesimo(1976) distingue tre periodi nella sua attività rivoluzionaria: 312-320, equidistanza tra Cristianesimo e Paganesimo; 320-330, manifesta preferenza verso il Cristianesimo; 330-337, persecuzione dichiarata verso i culti diversi. Questa graduale evoluzione che voleva arrivare alla eliminazione del politeismo per l'instaurazione del monoteismo cristiano era il risultato della azione pastorale del gruppo dirigente cristiano di cui ormai Costantino era l'esponente. Da qualche secolo si era cercato di far rientrare tutti i culti nel più generale culto del "Sole Invitto", di cui tutti venivano considerati espressione, soprattutto attraverso l'azione degli Imperatori Eliogabalo, Alessandro Severo e soprattutto Aureliano e perciò non era difficile sostituirlo col culto di Gesù "luce del mondo" secondo il Vangelo di S. Giovanni: con questa operazione la nascita del Sole Invitto fu sostituita dal Natale di Gesù, il 25 Dicembre. Il culto del sole aveva le sue radici molto lantane, forse più lontane della metà del secolo XIV a.C. quando il faraone Amenofi IV fece la rivoluzione religiosa sostituendo il culto del "Disco Solare" al culto di tutte le altre divinità egiziane come unico Dio sorgente della vita del mondo, in onore del quale si volle chiamare "Akhenaton"( devoto ad Aton, disco del sole) fondando alle foci del Nilo anche una nuova capitale al posto di Tebe chiamandola Akhetaton ma la sua concezione, osteggiata dal clero dei vecchi Dei, venne abolita alla sua morte. L'idea però era rimasta e si era diffusa fuori dell'Egitto verso l'Oriente dove tra i Medi sorse la concezione dualistica del Dio della luce contrapposto a quello delle tenebre; successivamente in Iran dopo Zoroastro il Dio sole ebbe il nome di Mitra ed era il vincitore delle tenebre nel mito del lottatore col toro.Dalla stessa idea solare forse proveniva la concezione monoteistica che Mosè attribuiva ai propri padri Abramo Isacco e Giacobbe in nome della quale attuò l'epica secessione dall'Egitto del popolo Ebreo circa ottant’anni dopo il Faraone Akhenaton e narrata nell' Esodo.

 

Anche Costantino col clero cristiano volle rinnovare tale rivoluzione religiosa nel nome di Gesù, luce del mondo, il cui segno XP con la scritta greca " Touto nika" ( in latino "in hoc signo vinces";in italiano "con questo segno vincerai") disse di aver visto in sogno sul Disco Solare nei giorni precedenti la battaglia del 28 Ottobre 312 a Ponte Milvio contro Massenzio. Pare però che fosse un vezzo tra i generali, per incoraggiare i propri eserciti, il ricorso all'espediente del sogno divinatorio come manifestazione della volontà divina, nonostante Cicerone tre secoli e mezzo prima ne avesse mostrata tutta la superstizione nel libro De Divinatione.

 

Già tre anni prima Costantino aveva detto di avere avuto in sogno l'apparizione di Apollo, Dio del Sole Invitto, e anche Licinio aveva diffusa la notizia che un angelo gli aveva dettato la preghiera da far recitare ai suoi soldati prima della battaglia di Adrianopoli del 13 Giugno 313 che gli dette la vittoria contro l' Augusto Massimino Daia e l'ingresso trionfale nella capitale orientale Nicomedia. E Costantino nel 324, dopo aver vinto ancora ad Adrianopoli suo cognato Licinio, Augusto di Oriente, al quale si appoggiava la resistenza di Roma attaccata alla religione tradizionale, e dopo averlo esiliato a Salonicco e averlo fatto strangolare sei mesi dopo, disse di avere avuto ordine da Dio di fondare una "Nuova Roma" sul Bosforo: in sogno aveva visto un'aquila fermarsi in volo su Bisanzio e lasciarvi cadere un sasso. Tracciando poi il solco per la sua cinta, ai cortigiani che gli facevano osservare la sua eccessiva dimensione, rispose:"continuerò fino a quando si fermerà quello che mi precede". Ma il vero motivo di tale decisione era il fatto che a Roma dove, specialmente nel Senato, v'era un forte attaccamento alla religione dei padri, si era creata una tenace avversione contro di lui per tutti quei simboli cristiani nelle monete e negli edifici:c'è da dire che i cristiani erano sì e no un terzo della popolazione. E i Vescovi incoraggiarono tale grandiosa impresa.

 

Ormai Costantino era diventato strumento dei Vescovi e le sue iniziative sono le loro iniziative, anche militari, per diffondere la loro fede.Nel 314 il Concilio di Arles decise che era non solo lecito ai Cristiani di fare i funzionari dell'esercito ma scomunicò quelli che si sottraessero agli obblighi militari. Nel 316 venne invitato Costantino a stroncare la setta degli oltranzisti Donatisti che dichiaravano che doveva essere ribattezzato chi aveva simulato di non essere cristiano durante la persecuzione.Nel 317 viene reso obbligatorio il Labarum col monogramma di Cristo per tutti gli eserciti.Nel 319 gli viene chiesto il divieto della consultazione degli aruspici in case private e la chiusura del Santuario di Apollo a Mileto che con il suo oracolo

"alcuni uomini sparsi nella terra impediscono di predire il futuro"

 

aveva determinato i Consigli riuniti da Diocleziano e da Galerio per la soluzione violenta della polemica coi Cristiani. Nel 323 fu ottenuto il Decreto che ordinava al rogo l'opera del filosofo platonico Porfirio Discorso in quindici libri contro i Cristiani e la soppressione delle varie religioni esoteriche o dei "misteri". Nel 324 viene invitato il suo intervento contro la dottrina di Ario che negava la parità tra Dio Padre e Dio Figlio incarnatosi in Gesù: Costantino la risolve con la convocazione di tutti i vescovi per il 20 Maggio 325 a Nicea. Se ne presentarono solo 318, nostante avessero pagato dall'Imperatore il viaggio e l’alloggio nei palazzi imperiali e gli onori delle guardie. I vescovi non erano la maggioranza perché solo in Africa Settentrionale ce n’erano all'ora circa 500. Il Concilio viene presieduto dallo stesso Imperatore in qualità di Vescovo esterno ( il Vescovo di Roma Silvestro aveva mandato solo due rappresentanti) il quale dopo avere baciato le orbite vuote del teschio del Vescovo martire Pafnuzio, volle un esplicito invito per sedersi al trono della presidenza, e si concluse nel giorno del ventesimo anniversario dell'avvento all'impero di Costantino, col trionfo della tesi intransigente del trentenne diacono di Alessandria Atanasio il quale riteneva che il Cristianesimo fosse distrutto nella sua essenza redentrice se il Figlio non fosse consostanziale al Padre e la condanna solenne di Ario:di cinque Vescovi che non avevano accettata la decisione, avendo Costantino annuciato che avrebbe adoperata la forza per imporla, tre si piegarono e due partivano per l'esilio con Ario nelle montagne dell' Illirio. Le decisioni del Concilio furono redatte dalla Cancelleria Imperiale e la loro esecuzione fu affidata al controllo degli organi imperiali. Costantino dette un banchetto "gigantesco" ai vescovi durante il quale tenne un lungo discorso affermando il principio "Impero unito, Chiesa unita": l'universo, cioè l’ecumene, aveva un solo capo, lui, e perciò il Concilio che riuniva tutta la Chiesa venne detto "ecumenico". Al banchetto aggiunse tanti regali per ciascuno e al momento del congedo consegnò a tutti una copia di quella lettera "ecumenica" che abbiamo trascritta, concordata certamente col Concilio, da inviare anche a tutti gli altri vescovi che non vi avevano partecipato, incamminando la Chiesa sulla via dell'Inquisizione e della violenza per difendere l'ortodossia che veniva identificata nel consenso della maggioranza, come una faccenda politica, e non nelle prove, unico criterio per l'uomo, della verità, anche di quella "rivelata" perché ci vogliono le prove che Dio abbia rivelato qualche cosa.

 

Col Concilio Costantino fu indotto dai Vescovi a prosegure la persecuzione dei culti diversi dal Cristianesimo, intensificata dopo la vittoria su Licinio nella battaglia di Crisopoli del 19 Setteubre 324. Tale persecuzione fu ripresa in grande stile per la costruzione forzata a Bisanzio della nuova sede imperiale iniziata subito nel 324. Da circa un secolo, cioè dal 230, gli Imperatori erano costretti a porre la loro residenza vicino alle frontiere per far fronte alla continua pressione dei "barbari": Colonia, Treviri, Lione, Milano, Sirmio, Serdica, Salonicco, Antiochia, Nicomedia erano state a tale scopo le varie Sedi Imperiali. Ora si aggiungeva la necessità di creare un centro amministrativo secondo la nuova concezione della "teocrazia cristiana" con personale che l'assecondasse, lasciando Roma che era un centro di conservazione della vecchia "teocrazia romana". L'impresa fu condotta con continuo indefesso lavoro di sei anni senza perdere un giorno:vi furono occupati migliaia e migliaia di schiavi, tra cui quarantamila Goti prigionieri impiegati in lavori forzati. I Prefetti delle Province ebbero l'ordine di scegliere i migliori giovani architetti per i cantieri.Sì dette ordine di abbattere i templi più celebri degli altri culti da cui si depredarono i grandiosi tesori.E' una campagna di annientamento analoga a quella che Diocleziano aveva condotta contro le chiese cristiane. Mentre Diocleziano aveva cominciato all'improvviso e ovunque, Costantino cominciò in modo sporadico, perché veniva discusso e deciso caso per caso:venivano asportati i tesori d'oro e d'argento dalle immagini, le colonne di marmo più belle, le statue di bronzo venivano fuse, le porte bronzee e tutti i rivestimenti metallici venivano asportati. Tale saccheggio fruttò un enorme bottino di cui si servì per abbellire la nuova sede, per premiare funzionari e soldati e accrescere il tesoro della Corte. La campagna colpì santuari particolarmente popolari in Grecia, in Asia Minore, in Africa, nelle Isole Egee, che la teologia cristiana additava covi di demoni, come quello di Asclepio in Cilicia e quello di Apollo a Delfo.

 

Queste misure furono eseguite soprattutto in Oriente, mentre a Roma i templi restarono intatti, perché il Senato era ostile e anche perché la maggioranza della popolazione seguiva la religione tradizionale. Perciò Costantino usò una politica di considerazione verso l'Aristocrazia Romana. Celebrando a Roma i "decennali" dei figli nel 326 con una liturgia tradizionale di splendidi giochi e con una immissione monetaria apposita, servendosi del poeta imperiale Optaziano Porfirio, che cantava le glorie dei Quiriti:restaurò anche l’Ordine Equestre limitato solo a Roma, secondo solo al Senato.In tale occasione Costantino si scontrò con i ceti tradizionalisti che osteggiavano l'erezione di una chiesa ai "martiri cristiani" delle persecuzioni, arricchita di ori e argenti e di generose entrate.

Il 1° Marzo 326 fu invitato a partecipare a una processione in Campidoglio con parata militare: egli marciava con la guardia del corpo e le insegne sormontate dall'emblema cristiano e quando i soldati lo salutarono col solito grido

"Costantino Augusto, nostro riverito Signore, che gli Dèi ti conservino: la tua salvezza è anche la nostra salvezza!",

 

egli esplose furente imprecando e maledicendo. Dopo questa scenata a Roma tutti lo maledirono.A questo episodio viene attribuita la decisione di realizzare a Bisanzio non una semplice residenza imperiale come tante altre ma una vera e propria "Nuova Roma" con significato di "Anti-Roma".

Il 326 fu pure l'anno in cui Costantino si macchiò di due delitti orribili che lo accomunano a Nerone: la condanna a morte di sua moglie Fausta e di suo figlio Prisco, rivestito del ruolo di Cesare, er ragioni di tresche amorose e in questo intrigo pare non fosse estranea sua madre Elena, la quale, poi pare per espiazione, fece il pellegrinaggio ai Luoghi Santi, dove ritrovò la Croce di Gesù.

Seppellita sua madre Elena morta nel 330, l’11 Maggio comincia la festa dell'inaugurazione della "Nuova Roma" durata quaranta giorni di ininterrotti spettacoli. Gli spettatori non finivano di esprimere il loro sbalordimento che uno splendore tanto gigantesco fosse stato realizzato in così poco tempo:una città nuova, smagliante di marni e di ori, piena di palazzi, popolata di mille statue e cinta dalle mura più poderose del mondo. Nella processione serale, iniziata col Canto del Kyrie eleison al luccichio di migliaia di ceri, i vide avanzare una statua dorata, vestita di un impareggiabile lusso: era quella di Apollo Musageta (che vuol dire guida delle Muse nei canti e nelle danze), diventata simbolo di Gesù nuovo Sole, difatti nella sua corona emanante raggi solari erano stati inseriti i chiodi della sua croce.Era il simbolo della Nuova Roma che si intendeva opporre alla prima per la dura resistenza alla cristianizzazione del mondo.

Gli abitanti erano stati reclutati con affrancazione di schiavi, liberazione di prigionieri, promesse di ogni genere alle persone libere:abbondanza di cibo gratuito, spettacoli e molti altri privilegi come esenzione dalle tasse.Si racconta di dodici diplomatici romani, che erano di passaggio a Costantinopoli di ritorno da un'ambasciata in Persia durata sedici mesi, che si sentirono fare da Costantino questa domanda: "Quando rientrerete a Roma ?". "Fra due mesi" risposero. "No"-replicò Costantino-"ci sarete questa stessa sera!" e li fece accompagnare alle loro abitazioni costruite esattamente nei minuti particolari sul modello di quelle che avevano lasciate a Roma.

 

La nuova città ufficialmente negli atti veniva chiamata la Nuova Roma ma presto si cominciò a chiamarla Costantinopoli.Due edifici in particolare indicavano il suo nuovo carattere cristiano: Santa Sofia che richiamava Gesù Verbo di Dio e Sapienza incarnata, il vero Dio diverso dagli Dèi delle vecchie religioni..e la Chiesa dei Santi Apostoli dove aveva fatto costruire tredici mausolei, dodici per gli Apostoli e uno per sé, perché o si considerava il tredicesimo apostolo o si gloriava di avere realizzata l'opera da loro iniziata.

 

Forse a causa delle sue proteste per le distruzioni di tanti santuari e di tante opere d’arte, ci rimise la testa, insieme ad altri personaggi, Satrapo, celebre filosofo neoplatotico, ritenuto il più sapiente greco di allora:era discepolo di Giamblico e di Porfirio. Costantino si era servito di lui per quanto concerneva la cultura.

Conoscendo tanti delitti di Costantino anche tra i suoi famigliari possiamo pensare non temerariamente che nel 336 abbia fatto sopprimere anche Ario poiché fu trovato immerso nel suo sangue in un luogo appartato dopo averlo invitato a Corte per cercare di ricomporre l'unità dei Cristiani secondo l'ortodossia nicena: eliminando lui si pensava di eliminare l'Arianesimo che si stava diffondendo sempre più; si diffuse poi la voce che era morto per un’ernia strozzata.

 

Tale via, intrapresa dal Cristianesimo dopo la conquista della libertà e dell’autorità civile, politica e militare e sarà percorsa per quindici secoli senza interruzione, ha fatto dire a Rénan:

 

"Il cristianesimo s'inabissò nella sua vittoria".

 

E tutto questo proprio nel momento più importante della sua storia, quando occorreva dare prova di quelle parole "io sarò sempre con voi"e di quell'altre in cui sta tutto il suo metodo 'imparate de me che sono mite e umile di cuore" seguendo il quale aveva cominciato a trasformare il mondo.

I Vescovi hanno permesso a Costantino di agire da vero Capo del Cristianesimo, mentre Silvestro, Vescovo di Roma dal 314 al 336, appare come un ombra: il vero promotore e campione della cosiddetta ortodossia fu Atanasio, giovane diacono di Alessandria al tempo del Concilio di Nicea e poi suo Vescovo. Costantino è l'iniziatore del "cesaropapismo bizantino", cioè di quel connubio tra potere civile e potere religioso per il quale l'Imperatore fa da Papa, l'inverso di quanto avverrà in Occidente dopo la disintegrazione della compagine imperiale per la ribellione dei Barbari, per cui cominciando da S.Leone Magno (440-461) piano piano s'instaura il "cesaropapismo romano" nel quale il Papa fa da Imperatore, contraddicendo a quanto afferma Gesù:

 

"Date a Cerare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio"(Luca 20, 25).

 

Costantino aveva in animo di emanare un editto per proibire tutti i sacrifici ai vecchi Dèi ma la morte glielo impedì e tale editto fu emanato poi dal figlio Costante nel 341. Quando morì nel 337 il Senato Romano ne fece l'apoteosi secondo la tradizione decretandogli il titolo di Divus ancbe se fu una divinizzazione attenuata. La zecca di Roma continuò a coniare monete sempre senza l 'emblema cristiano e a rappresentare il "mos maiorum" cioè la tradizione dei padri.

 

2-I figli di Costantino iniziano le guerre teologiche

 

 

Dopo Costantino ha inizio una vera e propria guerra civile a causa del "Cristianesimo Teologico", diviso tra cattolici e ariani, capeggiati da relativi Imperatori e Vescovi. Gli Imperatori si mostrano dei veri fanatici e maniaci di teologia e si servono del loro potere politico e militare per imporre le opinioni teologiche sostenute dal gruppo col quale si schierano. Per testamento del padre i tre figli di Costantino si dividono l’Impero e Costanzo II, ariano, restato unico successore di Costantino dopo la morte dei suoi fratelli - Costantino II, vinto e ucciso nel 340 a ventiquattro anni da sua fratello Costante ventenne, a sua volta ucciso nel 350 a trent' anni da Magnezio, ufficiale del suo esercito - nel più vivo delle lotte dice: "In materia di religione la mia volontà è legge!" e a un vescovo cattolico grida:"firma!firma! o tu parti per l'esilio!".

 

Il connubio tra Cristianesimo e Impero genera una situazione analoga a quella dell ' Antico Testamento quando re e sacerdoti erano un tutt’uno di fronte alla "Parola di Jahvè" e ogni tanto sorgeva un Profeta a richiamare tutti alla sua osservanza: si instaura una situazione identica in una mescolanza di ruoli. L’imperatore continua a fungere da Pontefice Massimo e nel 343 e nel 356 chiude i templi degli altri culti minacciando la pena di morte se si osa offrirvi sacrifici; la Chiesa reclama il privilegium fori per il suo personale e il popolo vessato chiedeva e nominava il suo Defensor Civitatis e nella confusione ogni tanto si alza la voce di una grande coscienza a richiamare la "Parola di Gesù". Il Vescovo Osio di Cordova, esiliato a Sirmio, scrive a Costanzo II: "Tu non hai diritto a immischiarti negli affari religiosi, è da noi che in materia di fede devi ascoltare le lezioni!"; Atanasio dall’Egitto grida: "Immischiare la potenza romana al governo della Chiesa significa violare i canoni di Dio"; Ilario nella Gallia chiama l'Imperatore anticristo e più tardi Ambrogio da Milano ricorda: "L’Imperatore è nella Chiesa, non ne è al di sopra!"

 

Non c'è da meravigliarsi se da tale situazione tanto lontana dal "Regno di Dio" annunziato da Gesù si sia rinfocolata la reazione dei seguaci della vecchia concezione religiosa liberale e pluralistica, annidata nel Senato, nonostante Costantino avesse cercato di introdurvi elementi che avevano accolta la nuova fede.Era infatti ancora viva la concezione di un panteismo storico neoplatonico espressa in queste parole, ciitate dallo storico Alfödi, del panegirista che fece il discorso sei mesi dopo la vittoria di Ponte Milvio:

 

"Creatore supremo di tutte le cose, che hai scelto di avere tanti nomi quante lingue hai voluto ci fossero sulla terra, quale nome tu stesso preferisca noi non possiamo sapere, sia che in te ci sia una qualche forza divina e un qualche divino spirito di cui tu riempi il mondo e permei tutti gli elementi e ti muovi da te stesso senza subire l'influsso di alcuna forza esterna, sia che sopra tutti i cieli esista una qualche potenza da cui come da un'alta fortezza della natura, tu guardi l'opera delle tue mani".

 

Per questa concezione prevalente nel Senato Romano, nel 313 sull'Arco di Trionfo che ricorda la vittoria di Costantino fu posta la scritta che egli marciò su Roma "instinctu Divinitatis" (per impulso della Divinità) ma col solo simbolo del "Sole Invitto" senza l'aggiunta del monogramma cristiano. Per molto tempo ancora la gran parte della popolazione resterà attaccata alle sue antiche credenze e nel Senato Romano si continueranno a fare prima di ogni seduta le libazioni davanti alla statua della Vittoria. Negli ambienti aristocratici il Cristianesimo veniva ancora trattato con sprezzante commiserazione e Costantino stesso aveva dovuto affidare l'insegnamento superiore a filosofi neoplatonici anticristiani. Fino alla metà del secolo IV la lotta tra Cristianesimo e Religione tradizionale si mantenne più o meno in equilibrio per cui bastava un cambiamento imperiale per capovolgere la situazione.

 

3-Giuliano tenta di riportare la tolleranza religiosa

 

 

L'occasione si presentò quando il nipote di Costantino, Giuliano, diventò capo dell' lmpero. Era stato allevato nel Cristianesimo fin da bambino dal Vescovo ariano Eusebio di Nicomedia nel suo esilio a Macellum in Cappadocia, dove era stato trafugato all'età di sei anni insieme a suo fratello maggiore Gallo, nel momento in cui, subito dopo la morte di Costantino, furono massacrati tutti gli eventuali pretendenti al potere all'infuori dei suoi tre figli, calpestando la volontà di Costantino che nel 335 aveva disposto di ripartire il governo dell’ Impero tra i tre figli e i due nipoti. Da adolescente seguì di nascosto a Nicomedia le lezioni del grande retore Lìbanio, poi quelle dei filosofi neoplatonici Sallustio e Massimo di Efeso discepolo di Giamblico: la sua ricca personalità fece addirittura pensare a Massimo di Efeso che Giuliano possedesse l'anima trasmigrata di Alessandro Magno! E ad Alessandro Magno pare che Giuliano si sia ispirato nel suo proposito di rinverdire il mondo con la gloriosa cultura greca eliminando la nuova cultura cristiana ritenuta bastarda alla vista dell'inferno causato dagli esclusivismi teologici da quando i Cristiani si erano diffusi nell' Impero. Tale proposito dovette maturare nel 354 quando a 23 anni scampò a un secondo pericolo di essere soppresso con suo fratello Gallo per ordine dell'Imperatore Costanzo II. Aveva visto che la Religione Cristiana si serviva del potere civile e militare per imporre la sua fede e cercava di realizzare proprio quell'esclusivismo per il quale era stata perseguitata. Nell’approfondimento dei testi della fede, nella quale era stato battezzato da bambino, gli era apparsa una illusione fanatica e a venti anni nel 351 l'aveva già ripudiata dicendo:"Ho letto, ho capito, ho rifiutato" e per questo cambiamento più tardi nel secolo IX lo storico bizantino Fozio coninciò spregiativamente a denominarlo "Giuliano l'Apostata", soprannome che gli è restato sui testi di Storia e che denota in chi lo ha formulato la negazione della giusta filosofia che consiste nel cambiare un modo di pensare ritenuto errato con uno ritenuto vero: Gesù e gli Apostoli furono perseguitati come apostati dall’ortodossia ebraica e anche S. Paolo quando si convertì al Cristianesimo fu ricercato a morte per apostasia dalla sua religione nazionale ; anche il Cristianesimo fu perseguitato per apostasia dalle tradizioni dei padri - come scriveva Ce1so~dalle quali teneva appartati i suoi fedeli per il disprezzo per ogni altra forma di religione, mentre la tradizione romana ammetteva la libertà di seguire ogni culto che non fosse nocivo.

 

Nel 351 Costanzo, restato unico erede di Costantino a trentacinque anni (Costantino II a ventiquattro anni era stato ucciso in battaglia dal fratello Costante di vent'anni nel 340 e Costante era stato eliminato a trent'anni dall'Ufficiale del suo esercito Magnezio), si era associato nell'Impero il cugino Gello, facendolo Cesare in Oriente ma per le sue dissolutezze lo condannò a morte nel 354. Sembrava che anche Giuliano dovesse fare le stessa fine ma ebbe l'inattesa fortuna di essere esiliato a Milano. Richiamato ad Atene, per il suo comportmento equilibrato, ebbe in sposa la sorella di Costanzo, Elena, e nel 355 a ventiquattro anni fu fatto Cesare col compito di andare a difendere le Gallie minacciate continuamente dai Germani. Là poté imitare Alessandro Magno nelle imprese militari sbaragliando Franchi e Alamanni nella celebre battaglia di Strasburgo del 357, che gli meritò l'ammirazione del suo esercito dal quale fu proclamato Augusto a Parigi, dove dette grande prova di saggio amministratore. Quando Costanzo gli chiese parte delle sue truppe per far fronte al pericolo persiano, Giuliano approfittando del momento favorevole che godeva, si rifiutò, per realizzare il progetto che aveva concepito:cominciò a marciare contro di lui, ma non ebbe la soddisfazione di batterlo in battaglia perché Costanzo moriva nel Novembre del 361 lasciandolo padrone del campo.

 

Giuliano oltre che un uomo d'azione era soprattutto un uomo di pensiero, anzi la sua azione era in funzione del suo pensiero. Nei suoi rigorosi studi e dalla sua personale esperienza aveva capito che il Cristianesimo aveva un contenuto di umanità e di bontà in una dottrina teologica che conduceva alle morte anziché alla vita e questo dipendeva dalla concezione balorda proveniente dall'Antico Testamento dove Jahvé ordinava di sterminare chi adorava altri Dèi e dal Nuovo Testamento dove si presenta Gesù che minacciava di escludere dal Regno di Dio chi non avesse creduto in lui senza prove. Leggendo tali testi aveva capito che contenevano favole non meno incredibili di quelle inventate dagli altri popoli. Aveva capito che è una favola che Dio si curi di un popolo rivelandogli la verità su di lui e sul mondo e lasci nell’ ignoranza tutti gli altri, e che per la colpa di uno o di alcune persone castighi tutti gli altri innocenti, e che crea l'uomo e gli dà un aiuto che non solo non l'aiuta ma lo inganna ed è causa della sua rovina. I filosofi e anche Gesù insegnano di imitare le perfezioni di Dio ma può essere imitato un Dio che è geloso, furioso e feroce e che fa sterminare nazioni intere perché non conoscendolo adorano altri Dèi? Mosè dice dì avere ricevuto dal suo Dio i dieci Comandamenti, ma all'infuori del primo, in cui il suo Dio geloso comanda di non adorare nessun altro Dio all'infuori di lui e di far fuori tutti quelli che lo fanno, gli altri Comandamenti fanno parte delle leggi di tutti i popoli, i quali perciò hanno una legislazione migliore di quella ebraica. Ecco le sue parole:

 

"Oggi i Cristiani attuano la gelosia e il furore del loro Dio rovesciando templi e altari degli altri popoli e trucidando non solo quelli di noi che rimangono fedeli alle tradizioni avite ma anche coloro che sono nell’errore al pari di loro, gli eretici, perché non piangono il morto ( Gesù) allo stesso modo nonostante né Gesù né Paolo abbiano dati questi ordini"

 

Il brano citato contiene il pensiero centrale di Giuliano, che ha motivato il suo cambiamento e la sua azione rivoluzionaria e si riallaccia al pensiero critico degli apostati, la cui serie comincia dall'anno 49, quando l’Imperatore Claudio caccia da Roma Ebrei ortodossi e cristiani per la loro litigiosità per il Messia, e a quello dei Giurecosulti Romani che nell'anno 64 avevano emesso l'editto "non è lecito essere Cristiani" in occasione dell'incendio di Roma, a quello del filosofo stoico Epitteto che al principio del secondo secolo chiamava i Cristiani Galilei, a quello del Discorso Vero del filosofo platonico Celso della prima metà del secondo secolo, a quello dei Quindici libri contro i Cristiani di Porfirio della fine del terzo secolo e a quello del l'Amante della Verità di Jerocle del primo decennio del quarto secolo. L'espressione è presa dai Discorsi Contro i Galilei in tre libri di Giuliano, l’ultimo suo lavoro scritto nel 362-363: questo scritto è stato ricostruito dalle citazioni di un'opera in venti libri con la quale S.Cirillo Vescovo di Alessandria nel 440 circa lo confutava passo per passo. S. Cirillo nella dedica all’Imperatore Teodosio II lo spronava a distruggere insieme a tutti gli altri scritti anticristiani anche tutti gli scritti di Giuliano che erano Discorsi, Epistolario, Poesie, Satire, tra le quali I Cesari, in cui prendeva in giro tutti gli Imperatori Romani meno Marc'Aurelio, e Misopogone (odiatore della barba) in cui si prendeva gioco degli abitanti di Antiochia che lo criticavano per la sua vita austera e per la sua lunga barba. Teodosio II fece il falò nell’anno 448. Poiché dei venti libri di S.Cirillo sono andati perduti gli ultimi dieci non si conosce la parte più interessante del lavoro di Giuliano nella quale doveva "esaminare minuziosamente le ciarlatanerie e le furberie dei Vangeli", tra cui forse l'illusoria promessa del prossimo futuro ritorno di Gesù per realizzare il Regno di Dio che aveva affascinato tanta gente assetata di giustizia. Il fatto cui allude Giuliano, che riguarda la violenza dei Cristiani non solo contro i templi ma anche contro le persone fedeli alle tradizioni antiche e addirittura contro gli Ariani, appartiene alla vera lotta civile-religiosa che divampò durante il governo dei figli di Costantino: il notevole scrittore latino Firmico Materno, che prima di convertirsi al Cristianesimo aveva scritto Matheseos Libri VIII, un capolavoro della scienza di allora dove prospetta un panteismo in cui il Dio supremo è il mondo animato di vita universale, dopo la conversione scrisse L’errore delle religioni profane col quale si rivolgeva agli Imperatori Costante e Costanzo (quindi prima del 350 anno della morte di Costante) invocando con toni intolleranti e violenti l'intervento dello Stato per lo sterminio totale delle religioni diverse dal Cristianesimo, primo esempio di letteratura cristiana di tale tipo. L'intervento del Potere Cristiano non tardò a venire:nel 343 Costante e nel 356 Costanzo con due decreti imperiali mettono fuori legge i "riti diversi"ordinando le chiusura dei templi e la pena di morte contro chi vi osasse offrire i sacrifici.

 

Giuliano, diventato unico Imperatore Augusto nel Novembre 361, insediatosi a Costantinopoli, chiamò i suoi maestri e amici filosofi e costituì un gruppo di collaboratori tra cui Libanio, Sallustio, Massimo, Prisco, Imerio, Oribasio, Ammiano Marcellino, con i quali formulò un progetto da realizzare insieme. Cominciò con l’emare editti per ridare libertà a tutte le forme religiose, ostacolando quelle intolleranti e violente, secondo una concezione liberale e pluralista esposta da Sallustio nello scritto Sugli Dèi e il Mondo e da Giuliano nei Discorsi contro i Galilei , rifacendosi alla filosofia platonica di un Dio Supremo che affida le varie nazioni alla cura di Esseri Superiori (Dèi) , da lui creati come suoi collaboratori (dottrina accettata anche de S. Agostino nella Città di Dio): secondo questa concezione tutte le religioni avevano uguale diritto di cittadinanza, anche quella dei Cristiani purché si fossero liberati dalla pretesa di avere l'unica religione giusta e di usare la violenza contro le altre. Giuliano scrive espressamente che Gesù e Paolo non avevano insegnato il metodo della violenza usato da Costantino in poi. Della religione ebraica dice:

 

"Per gli Déi, io sono uno di quelli che evitano di unirsi alle feste dei Giudei, ma sempre rispetto il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe".

 

E' chiaro che voleva riprendere la via aperta con l'editto di Milano del 313. Dette ordine perciò di restituire i templi confiscati dai Cristiani; abolì il decreto degli Imperatori precedenti che vietavano i sacrifici agli Dèi nei templi; escluse i Cristiani dalle cariche dello Stato e dall'insegnamento, per la loro intransigenza teologica. Mise a fondamento di questa concezione religiosa la morale universale comune a tutte le filosofie e a tutte le religioni, espressa molto bene dai Comandamenti Mosaici escluso il primo "non avrai altro Dio fuori di me", sorgente di persecuzioni.

 

Per queste sue disposizioni avvenivano nelle popolazioni incidenti, specialmente per la restituzione dei templi trasformati in chiese cristiane: in Siria ne furono saccheggiate alcune e il Vescovo di Aretusa, quello stesso che aveva salvato dal massacro Giuliano bambino, fu torturato a morte perché aveva predicato violentemente contro gli Dèi come facevano altri capi cristiani. A Giuliano questi episodi dispiacevano molto perché desiderava che tutte le religioni convivessero in pace. Cominciò lui stesso a dare l'esempio con una vita pia, austera e caritatevole. Si propose di realizzare questo programma di pace universale rintuzzando 1’aggressività dell'Impero Persiano che da lungo tempo dava fastidio all'Impero Ramano e nel 363 intraprese la guerra contro Sapore II; il successo gli arrideva avendo vinte varie battaglie. Discendendo con una flotta lungo il Tigri giunse fino sotto le mura di Ctesifonte, la fortificatissima capitale. Verso la fine di Giugno del 363 durante una marcia via terra per ricongiungersi col resto del suo esercito ci fu un agguato improvviso presso Maranga e Giuliano in uno slancio generoso per difendere i suoi soldati dimenticò di indossare la corazza e venne colpito a morte: spirò la notte seguente sotto una tenda con serenità filosofica a 32 anni dopo essersi intrattenuto con i suoi amici filosofi.

Nella polemica arroventata gli storici contemporanei di una parte supposero che a scagliare il giavellotto sia stato un cristiano e quelli dell'altra che Giuliano morendo abbia detto le famose parole "Hai vinto o Gallileo". Alla sua morte assistette lo storico Ammiano Marcellino che lo aveva seguito insieme a Sallustio nell’impresa e la descrisse verso la fine dei suoi 31 libri di Storia Romana (Rerum Gestarum libri XXXI), che riprendono la narrazione interrotta de Tacito al teppo di Nerva (anno 96) e la continuano fino alla morte dell’Imperatore Valente in battaglia presso Adrianopoli contro i Visigoti (anno 378). Ammiano è considerato per importanza il terzo storico romano insieme a Tito Livio e a Tacito: non riferisce che Giuliano abbia proferito morendo quella frase che fu inventata dagli autori cristiani come esempio dell’intervento di Gesù in difesa della sua Chiesa secondo l'affermazione della II Lettera di S.Giovanni "Non temete, io ho vinto il mondo". L’elogio di Giuliano fu tenuto a Costantinopoli dal suo maestro Libanio ed è contenuto nella raccolta dei suoi 65 Discorsi.

 

Dopo la morte di Giuliano, il Cristianesimo riprese a imporre la sua fede con modi persecutori e per oltre un millennio non fece che maledire e denigrare la sua memoria, fino al Rinascimento e all'Illuminismo quando fu riconosciuto come un giovane di genio antesignano della civiltà liberale pluralista e tollerante moderna. Se avesse potuto continuare sulla via dell'Editto del 313 certamente sarebbero state evitate tutte quelle lotte religiose sanguinose di cui è pieno il primo e il secondo millennio cristiano. A giustificazione di questo comportamento del Cristianesimo Daniel Rops scrive:

 

"Poiché questa era la realtà storica: la situazione s'era capovolta e bisognava trarne le conseguenze. In un periodo in cui il governo degli uomini non si concepiva che collegato con gli elementi religosi, un Impero cristiano non poteva tollerare nel suo seno un paganesimo potente, più di quanto un Impero pagano avrebbe potuto sopportare un Cristianesimo in pieno sviluppo. Era fatale che l'Impero rinnovato perseguitasse il paganesimo, come era stato fatale che finisse far corpo col Cristianesimo stesso. Del resto l'opinione pubblica spingeva l'autorità a distruggere gli idoli, a confiscare i templi. Appena convertito, Firmico Materno, che aveva qualcosa da farsi perdonare, supplicava gli Imperatori di "estirpare, annientare, colpire" con le proscrizioni più severe, quelle abominazioni che aveva tanto lodate. L'opinione del bollente polemista sarà nella seconda metà del secolo sempre più diffusa. Se i grandi capi della Chiesa, un S. Giovanni Crisostomo, un S.Ambrogio, hanno parole eloquenti per consigliare la dolcezza più che la violenza, la folla cristiana comprenderà sempre meno che il trionfo della Croce non si manifesti a spese dei suoi nemici."

 

Mi sembra che Daniel Rops consideri il comportamento del Cristianesimo come uno storico e un sociologo: se tenesse presenti anche gli elementi teologici e logici vedrebbe anche lui che qualche cosa non quadra: il teologo e il filosofo devono tener conto delle premesse contenute nei testi biblici che abbiamo riportato, che presentano Gesù come colui che si è assunta la direzione dei discepoli fino alla fine del tempo e che inculca in modo categorico il metodo di sacrificare la propria vita e non quella degli altri anche se dice di essere venuto ad appiccare il fuoco e di non desiderare altro che arda. Il modo di comportarsi dei suoi discepoli, come un'unità diretta da Vescovi e Imperatori, da Costantino in poi è in perfetta contraddizione con tali premesse e pertanto la logica esige la conclusione che la direzione di Gesù è inesistente e quindi che la premessa è falsa e per conseguenza la fede predicata dai discepoli immediati di Gesù nella sua personalità divina è sbagliata e i fatti dai quali è stata indotta o sono stati male osservati o male capiti o male riferiti. Insomma il Cristianesimo Teologico ha origini puramente mitologiche come tutte le altre religioni antiche ed è vano portare come prova la testimonianza fino alla morte dei suoi banditori: il loro eroico sacrificio e la loro vittoria con Costantino non è prova che dimostri la divinità di Gesù: sono semplicemente la prova della loro incrollabile fede e della loro coerenza. La spinta delle folle battezzate a perseguitare il Paganesimo equivale alla spinta precedente delle folle a perseguitare il Cristianesimo: è lo stesso fenomeno di psicologia sociale. I teologi cristiani vedono la direzione di Gesù nel fatto che il Cristianesimo ha vinto i persecutori:la vedono nella conversione di Paolo, nella distruzione di Gerusalemme, nella vittoria di Costantino e nella morte di Giuliano, per la quale hanno coniato il noto motto "Hai vinto, o Galileo". Certamente il Cristianesimo ha compiuta la rivoluzione più sorprendente della Storia ma la rivoluzione è avvenuta anche nel suo metodo: da perseguitato è diventato persecutore e questa è una rivoluzione ancor più sorprendente perché è stato rivoluzionato l’Umanesimo del Vangelo e la Storia correrà come prima, come vedremo seguendo gli sviluppi della tragica vicenda cristiana..

 

4-Gioviano, ValentinianoI, Valente e Graziano tornano ai privilegi per la Religione Cattolica e Teodosio la dichiara Religione di Stato

 

 

Dopo Giuliano le legioni dell'Illiria proclamarono Imperatore il trentaduenne Gioviano, cristiano convinto. Nei suoi pochi mesi di potere Gioviano restituì ai Cristiani i loro privilegi, ordinò di richiudere i templi degli Dèi, di spogliarli dei patrimoni terrieri donati dai loro fedeli e ne interdisse i sacrifici, imprigionò il Maestro di Giuliano, Massimo di Efeso, che sarà ucciso nel 372 dall’Imperatore Valente.Gioviano morì nel 364 e gli succedette Valente insieme al fratello Valentiniano I ambedue trentenni. Caduto Valentiniano I in battaglia contro i Quadi in Pannonìa nel 375, gli succedono i figli: Graziano sedicenne e Valentiniano Il seienne, sotto la tutela della madre Giustina, già moglie dell'usurpatore Magnezio e poi dal 370 moglie di Valentiniano I.

A Milano Graziano sotto l'influenza della madre nel suo giovanile fervore mistico, taglia ogni residuo legame giuridico tra l'Impero e la vecchia religione: rifiuta di ricevere le insegne di Pontefice Massimo che fino allora i suoi predecessori avevano ricevuto e che verranno assunte d’ora in poi dal Vescovo di Roma; decreta che lo Stato non conceda fondi per le spese del culto antico;abroga le esenzioni e le dotazioni dei suoi sacerdoti, i cui stipendi insieme a quelli delle vestali, dopo la conversione al Cristianesimo della Vestale capo, vengono devoluti alle guardie imperiali;fa rimuovere dall'aula del Senato la celebre statua della Vittoria, già rimossa da Costanzo Il e poi ricollocata sotto Giuliano; chiama nel 376 a coprire la carica di Prefetto del Pretorio, su suggerimento dello spagnolo Papa Damaso, lo spagnolo Teodosio, trentenne Maestro della Cavalleria, e nel 378 lo fa Augusto d'Oriente dopo la disastrosa disfatta di Adrianopoli nella battaglia contro i Visigoti nella quale perì l'Imperatore Valente.

 

Teodosio, di famiglia cattolica dal tempo precedente Costantino, collabora con Papa Damaso e i Vescovi Ambrogio di Milano e Pietro d'Alessandria per far trionfare la dottrina di Nicea e il 26 Febbraio del 380 a Tessalonica promulga l'Editto con cui dichiarava la religione Cattolica, basata sulla definizione del Concilio di Nicea, religione di Stato con queste parole:

 

"Tutti i nostri popoli devono riunirsi nella fede trasmessa ai Romani dall'Apostolo Pietro, quella che professano il pontefice Damaso e il Vescovo Pietro d'Alessandria, riconoscere cioè la Santa Trinità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo".

 

L'Editto continuava definendo delitto di sacrilegio pensare diversamente e bollando d'infamia chi avrebbe disobbedito, aggiungendo che avrebbe eseguita la vendetta di Dio.Con esso Teodosio intendeva realizzare con la forza quello che Costantino aveva solo enunciato dopo il concilio di Nicea, cioè "un solo Impero e una sola Chiesa". Al Vescovo Eunomio, capo degli Ariani, venne tolta con la forza la Chiesa dei Santi Apostoli e lo stesso Teodosio vi insediò il Vescovo cattolico Gregorio Nazianzeno prima osteggiato dall'ariano Imperatore Valente.Nel 381 convocò un nuovo Concilio Ecumenico a Costantinopoli per confermare la dottrina definita a Nicea e in seguito a tale decisione spossessò dei luoghi di culto tutti i dissenzienti o eretici di ogni tipo, in particolare gli Ariani, ai quali restò solo spazio tra i Barbari che convertirono al Cristianesimo secondo la loro concezione.Nel 395 gli eretici venivano privati addirittura dei diritti civili. Fu realizzata così la totale fusione tra lo Stato Romano e il Cattolicesimo: era la teocrazia cattolica e il perfetto Cesaropapismo, in cui il potere del Papa era nelle mani del Capo dello Stato, che successivamente i Cattolici con pietoso eufemismo chiameranno "braccio secolare".Questo concilio sancì anche per Costantinopoli, come capitale dell'Impero, il diritto di possedere il primato d'onore dopo Roma e con quest'atto riconobbe implicitamente che il primato di un Vescovo nella Chiesa proveniva dalla presenza dell' Imperatore nella sua città e così gettò un altro seme di discordia tra i cristiani.

 

Essendo Va1entiniano Il e Graziano gionani inesperti, Teodosio era in pratica l'unico Imiperatore. Quando seppe che i generali Massimo, Fugenio e Arbogaste, esponenti degli Ariani o dei Vecchi Romani, avevano sequestrato Va1entiniano Il elininandolo a Vienne in Gallia nel 392, intervenne in Occidente e nel 394 li liquidò. Anche Graziano era perito nel 383 in Gallia in una ribellione delle Legioni. Di fronte a tante sciagure il partito dei Vecchi Romani, che con a capo il celebre Simmaco, Prefetto di Roma, si erano addossate le spese del culto cui erano affezionati, aveva gridato alla vendetta degli Dèi, come i Cristiani avevano visto l'intervento del "Galileo" nella morte di Giuliano, e ottenne di collocare di nuovo la Vittoria al suo posto in Senato.

Allora sorse il grande Vescovo di Milano S.Amrogio che con fiamme e fuoco grida che i Senatori cristiani hanno tutto il diritto di non macchiarsi gli occhi guardando un idolo e gli orecchi sentendo i canti al suo indirizzo. Teodosio sotto la spinta di Ambrogio riprese a emanare decreti ancora più restrittivi verso gli altri culti interdicendo una dopo l'altra tutte le manifestazioni anche private delle loro convinzioni e poi proibendo queste stesse convinzioni. Il Prefetto di Roma, Simmaco, in difesa della libertà di pensiero e di coscienza a cui alcuni Vecchi Romani si appellavano, come il retore Temistio, si recò a Milano per protestare presso Teodosio, ma fu allontanato dalla sua presenza come "servo infedele".

Fu in questa atmosfera che nel 384 arrivò a Milano per prendere possesso di una cattedra di Retorica il futuro S.Agostino trentenne, raccomandato dai suoi amici manichei e soprattutto dal Prefetto di Roma Simmaco stesso che era felice di porre in un posto influente una persona che favorisse la causa dei Vecchi Romani: ma S.Agostino, che proveniva da una situazione di miseria vissuta per un anno a Roma, alloggiato ora in una bella casa con un grazioso giardino, crede opportuno di adeguarsi alla situazione iscrivendosi come catecumeno nella Chìesa Milanese e dopo avere seguito i discorsi infuocati in cattedrale di Ambrogio e l'esempio del suo amico retore Vittorino, leggendo la Lettera ai Romani di S.Paolo identifica la "Sapienza" o "Logos"(Verbo) della filosofia greca con la "Sapienza di Dio" biblica incarnatasi in Gesù e nella primavera del 387 si fa battezzare.

Ambrogio aveva acquistato tale ascendente che nel 391 ottenne che la statua della Vittoria venisse definitivamente rimossa dall'aula del Senato e venisse gettata nei magazzini e che la vecchia religione venisse strozzata con la Legge del 392 che scendeva ai più minuti particolari: stabiliva delitto la venerazione di ogni statua, di ogni rappresentazione degli Dèi, accendere lampade, bruciare incenso, appendere corone alla porta di casa in loro onore, alzare rialzi di terriccio e di erba per un altare o intrecciare striscioline ai rami degli alberi, parlare di Lari o di Penati, bruciare un boccone di pane o versare una libazione di vino:ogni casa in cui verrà bruciato incenso diventerà proprietà del fisco. Invece la Chiesa Cattolica fu posta al disopra del diritto comune per i molti privilegi fiscali e giudiziari : il suo personale poteva essere giudicato solo da tribunali ecclesiastici, era dispensato dalle imposte e chi si faceva sacerdote riceveva compensi prelevati dalla incetta del fisco. La chiese cristiane sostituirono i vecchi templi come luoghi di asilo per i perseguiti dalla legge, meno per i debitori del fisco. La raccolta di tutte queste leggi, fatta da Teodosio Il mezzo secolo più tardi, fu denominata Codice Teodosiano ed è un documento che attesta fino a che punto nel V secolo il Cristianesimo abbia capovolto il metodo iniziale inculcato dai suoi fondatori e praticato per circa tre secoli.

 

Teodosio dopo la lotta con Arbogaste nell'autunno del 394 si sentiva spossato e nel Gennaio del 395 presentendo la fine chiamò il Vescovo Ambrogio e gli raccomandò i suoi due giovani figli che erano già stati nominati suoi successori: il diciottenne mezzo tonto Arcadio, fatto Augusto per l'Oriente, e il novenne un po’ zotico Onorio, fatto Augusto per l'Occidente. Morì il 17 Gennaio del 395 a 48 anni: Ambrogio lo seguirà nel 397 a 60 anni circa.

 

5-S.Agostino introduce l’impostazione di "città di Dio e di "città di Satana"

 

 

Le numerose leggi persecutorie contro l'Arianesimo resero più accaniti i Goti di Alarico che erano ariani e nel 410 fecero il sacco di Roma come una vendetta. E le leggi non meno numerose contro il politeismo avevano rese aggressive le plebi delle due religioni, che all'inizio del V secolo si controbilanciavano nel numero dei seguaci, circa cinquanta milioni ciascuna. Perciò durante l'assedio di Roma compiuto dall’ariano Alarico il console Tertullo , "vecchio ramano", potette, nonostante tutto, consultare il volo delle cornacchie, osservare i polli sacri e tracciare cerchi in cielo col bastone dell'augure.

Le plebi della vecchia religione nel vedere distrutti i propri templi e le statue dei propri Dèi facevano grosse sommosse ad Alessandria, , a Gaza, in Siria, in Libano: in Africa S.Agostino fu testimone delle aggressioni organizzate contro chiese e comunità cristiane a Cartagine, a Suffetula, a Guelma. Anche le plebi cristiane facevano altrettanto: l'epiosodio del martirio nel 415 della filosofa Ipazia di Alessandria, "luminare del pensiero neoplatooico", le riassume tutte. Ipazia, figlia del matematico Teone di Alessandria, era nata nel 370; fu mandata a studiare ad Atene e tornò nella sua città dove acquistò grande fama, sia per la sua sapienza che dispensava a un gran pubblico nella scuola de lei aperta, sia per la sua bellezza; insegnava matematica e filosofia platonica, in particolare che gli Dei vanno onorati come ministri del Sommo Dio, dottrina che proprio allora S.Agostino nella Città di Dio legittimava dicendo che ci sono Dèi buoni o Angeli e Dèi cattivi o Demoni e citando spesso Porfirio che qualificava "insigne", "grande", "famosissimo filosofo". Ma non tutti erano filosofi e della levatura di S.Agostino: i cristiani comuni erano irritati a sentire parlare Ipazia del culto de dare agli Dei tanto proscritti dalle leggi. Un giorno del 415, quando Ipazia aveva 45 anni, mentre si recava a scuola in carrozza, veniva aggredita da una folla di cristiani eccitati da un monaco lettore della chiesa vicina, veniva trascinata fuori dalla carrozza con violenza fin dentro la chiesa e veniva spogliata e massacrata. Sembra che il Patriarca S.Cirillo non fosse estraneo all'atmosfera persecutoria da cui nacque l'eccitazione della folla.

 

Di fronte allo straripamento dei Barbari mentre i Cristiani pensavano che la fine del mondo fosse vicina i "Vecchi Rornani" invece mostravano ancora fede nel destino dato dagli Dèi a Roma preconizzato dai celebri versi dell'Eneide di Virgilio:

 

Tu regere imperio populos, Romane , momento:

Haec tibi erunt artes: pacique imponere mores,

parcere subjectos et debellare superbos.

(Romano, ricordati di governare i popoli

con imperio-questo è il tuo compito-

e di imporre le condizioni di pace

perdonando a chi si assoggetta e sconfiggere i ribelli)

 

Difatti il poeta ufficiale della Corte di Onorio, Claudio Claudiano, irriducibile neoplatonico in una Corte ormai cristiana, componeva poemi sulle gesta del Generale Stilicone contro i Barabari e sulla missione civilizzatrice di Roma per la cui opera"cuncti gens unica sumus"(tutti siamo un’unica nazione). E qalche anno dopo, il poeta Rutilìo Namaziano, funzionario della stessa Corte e prefetto di Roma, raccontava il suo viaggio per una missione in Gallia nel suo gustoso poemetto "De reditu suo " (l suo ritorno) ed esaltava Roma con questi celebri versi:

fecisti patriam ex omnibus gentibus unam,

urbem feristi quod prius orbis erat

(hai fatto una sola patria da tutte le genti

e hai fatto città ciò che prima era l’orbe).

 

I Cristiani poi, ancora una volta visto che il mondo non era proprio alla fine, ripresero fiato e pensando ai mille anni di cui parla l’Apocalisse si rimisero con lena all’opera di annunciare a tutte le genti il Regno di Dio. I "Vecchi Romani" accusavano i cristiani di avere attirato su Roma il castigo degli Dèi con la loro empietà e proprio l'anno successivo al sacco di Roma cioè nel 411 S.Agostino era stato pregato da Marcellino, inviato dell'Imperatore Onorio, oltre a presiedere il Concilio dei Vescovi dell’Africa per comporre lo scisma donatista, anche a scrivere qualche cosa contro l’accusa.

Nel 412 cominciò a chiarire le idee un po' a tutti col colossale lavoro La città di Dio, in cui svolge il tema fondamentale che ci sono due Città, quella di Dio che aduna gli uomini che amano Dio fino al sacrificio di sé, e quella di Satana che aduna gli uomini che amano sé fino al sacrificio degli altri. La prima città è la Chiesa, il cui capo è Cristo, che cerca di realizzare qui in terra una Repubblica Cristiana che avrà la sua perfezione in cielo nella vita eterna;la seconda città è l’insieme degli uomini il cui capo è Satana, che cerca di demolire la città di Dio e avrà come epilogo la morte eterna nell'inferno. Intorno a tale concetto fondamentale fa la sintesi di tutto lo scibile umano di allora. Finisce il lavoro nel 426, quattro anni prima di morire, che avvenne nel 430. Da notare che la Città di Dio non è in antitesi alla città terrena, anzi la politica, cioè l’attività di governare la vita dell’umanità, è parte integrante della città di Dio, per cui Papa, Vescovi, Re e Imperatori fanno parte della Città di Dio e sotto la guida di Cristo devono costruire tutti la Repubblica Cristiana. Tale opera ispirò l'attività della Chiesa nei secoli successivi.

S. Agostino ancora vivo aveva nella Chiesa già un credito universale e alcuni mesi dopo la sua morte, nel 430 Papa Celestino I, colui che inviò in Irlanda i primi missionari, tra cui il Vescovo Pallasio, seguito poi dal grande S.Patrizio, lo proponeva come maestro ai vescovi della Gallia e nel 534 Giovanni Il (il primo Papa che comincia a cambiare il nome nell'assumere la sua funzione) dichiarava:

 

"La Chiesa di Roma segue e conserva le dottrine di Agostino".

 

"La Città di Dio" è un unico corpo di cui è capo Cristo e qui in terra forma la Repubblica Cristiana, di cui sono guide Papi, Vescovi, Re e Imperatori che tutti devono lavorare per la diffusione della Fede Cristiana e combattere i suoi nemici. L'eresia, cioè il dissenso nelle verità della fede professata dalla maggioranza unita al successore di Pietro, é un attentato alla base e alla vita della Repubblica Cristiana, e quando non si riesce a eliminarla con la persuasione e la correzione, deve essere punita con tutti i mezzi anche con la pena di morte (S.Giovanni Criosstomo invece aveva detto che era un delitto enespiabile condannre a morte un eretico). S.Agostino esprime in filosofia un' ammirazione straordinaria per Platone tanto che ritiene che derivava la sua saggezza dalle Sacre Scritture Ebraiche e fosse addirittura illuminato da Dio. Esprime anche grande apprezzamento per Porfirio pur rimproverandogli di non avere saputo riconoscere Gesù come Figlio di Dio: non avvertiva che tutti i platonici, cominciando da Celso del secondo secolo, non comprendevano la dottrina cristiana del Verbo Incarnato, inconcepibile per chi segue Platone che ritiene il corpo una "prigione" da cui l'anima del saggio aspira a liberarsi. S.Agostino costruisce la cattedrale del suo sistema su due principi epistemologici molto labili:l’illuminazione divina per l'uomo retto e l'ispirazione divina delle Sacre Scritture ammessa sulla tradizione del corpo sacerdotale sia ebraico che cristiano.

L’impostazione di S.Agostino non era che la conferma di quello che si era già cominciato a fare da circa un secolo con Costantino: l'eresia, cioè una dottrina non conforme all'opinione della maggioranza dei Vescovi raccolti in concilio o alla sentenza del Vescovo di Roma (celebre la sua frase "Roma ha parlato, la questione è finita"), già era stata combattuta con la forza dello Stato contro il Donatismo e l’Arianesimo e l'anno 385 era stata colpita per la prima volta con la pena di morte nella persona di un Vescovo spagnolo, Priscilliano, un patrizio di Treviri, che, datosi a vita ascetica, predicava un rigorismo di tipo montanista: riteneva che il corpo l'avesse formato il demonio, condannava i matrimonio, negava la resurrezione della carne, la Trinità e la Divinità di Gesù. Non doveva essere uno sciocco se veniva seguito da una comunità di persone di una certa levatura, corne i Vescovi Instanzio e Salviano che lo consacrarono vescovo destinandolo alla sede di Avila in Spagna. Le discussioni create dal suo movimento fecero riunire un concilio a Saragozza nel 380, che lo condannò e nonostante si appellasse a Papa Damaso e a S.Ambrogio, fu chiamato in giudizio a Treviri dall'Imperatore Massimo e fu condannato alla decapitazione. Il suo martirio accrebbe sempre più il suo movimento che finirà solo qualche secolo più tardi.

 

Nei miei studi giovanili ero venuto a conoscenza dell’accusa che qualche storico ha fatto al Cristianesimo di essere stato il responsabile del disfacimento dell'Impero Romano per averne indebolito il potere di difesa contro i Barbari, specialmente dopo la presa di posizione di Tertulliano che con i suoi scritti incitava i cristiani all’obiezione di coscienza contro il servizio militare sotto uno Stato persecutore.

Ma era una sciocchezza perché abbiamo visto che il Concilio di Arles del 314 dichiarava obbligatorio il servizio militare sotto uno Stato ormai non più persecutore. Oggi che ho approfondito lo studio di quel periodo storico devo dire che quel giudizio era vero ma per un'altra ragione: fu la mania teologica di indagare il mistero della persona di Gesù che fin dal principio divise i cristiani in infinite discussioni e coinvolse poi l'Impero quando il Cristianesimo trionfò con Costantino. Indotti dai Vescovi gli Imperatori perseguitarono prima i Donatisti, poi gli Ariani, poi i Cattolici, poi i "Pagani". Specialmente le leggi persecutorie sotto Valentiniano I, Valente, Graziano e Teodosio, che fini col dichiarare il Cristianesimo Niceno, cioè il Cattolicesimo, Religione di Stato, resero più ostili e aggressivi i Barbari, convertiti al Cristianesimo ariano, contro Roma cattolica.

 

Difatti alla metà del IV secolo il giovane goto Ulfila, che frequentava Costantinopoli, s'era convertito al Cristianesimo ed era stato fatto Vescovo dal Vescovo ariano Eusebio di Nicomedia. Tornato tra i suoi Goti aveva compiuta una meravigliosa opera di apostolato e di cultura:aveva inventato un nuovo sistema di scrittura per loro, aveva tradotta la Bibbia nella loro lingua e aveva trasmesso loro un Cristianesimo libero da tutte le astruserie teologiche ma ricco dei va1ori dell’umanesimo evangelico. Questo libero Cristianesimo evangelico si era diffuso con prodigiosa rapidità. Il capo ariano dei Visigoti, Alarico, frequentatore degli ambienti di Costantinopoli, da federato dell’Impero era diventato suo avversario e quando nel 399 occupò l'Illiria portava con sé come cappellani tutto un gruppo di preti ariani. Per opera evangelizzatrice di questi missionari il Cristianesimo ariano fu trasmesso ai vicini Ostrogoti, Burgundi, Eruli, Sciri e Rugi, che sotto la spinta degli Unni stavano emigrando verso i Carpazi. Insomma quasi tutti i Germani, al di fuori degli Angli, Sassoni e Franchi, erano cristiani ariani proscritti dall’ lmpero.

Questa situazione conflittuale religiosa stimolò l'ardore missionario dei preti ariani a spingere questi "Barbari critiani"a vendicarsi contro l’ Impero che aveva emesso leggi persecutorie contro di loro.

Dopo la morte di Teodosio, i figli Arcadio diciottenne e Onorio undicenne, il 5 Agosto 395 avevano dichiarato che le leggi del loro "divino" padre sarebbero state applicate con raddoppiato rigore: i ministri dei culti differenti dal cattolico furono nel 396 spogliati degli ultimi antichi diritti e le statue degli antichi Dèi furono distrutte o conservate come opere d'arte. Nel 408 Onorio, che dopo le scorribande di Alarico aveva trasferita la capitale da Milano a Ravenna, per trattative sospette con Alarico sull'Illiria fece uccidere il grande Generale Stilicone che aveva combattuto i Barbari in tante battaglie dal Peloponneso all'Italia, dall'Africa all'Illiria e alla Gallia, e vietò l'ingresso nell'amministrazione pubblica a ogni ariano.

Questo fatto determinò Alarico a marciare su Roma e a farne il sacco il 24 Agosto del 410. Tuttavia Alarico e i suoi soldati, pur facendo man bassa di quanto gli occorreva, ebbero sufficiente riguardo, perché cristiani, per i luoghi sacri e le persone, specialmente per la sorella dell'Imperatore fatta prigioniera, Galla Placidia, che fu portata con loro proseguendo la scorribanda fino a Reggio Calabria con l’intenzione di andare in Sicilia e in Africa. Ma Alarico dovette desistere e morì nello stesso anno 420 presso Cosenza lasciando il comando delle truppe a suo fratello Ataulfo.

 

Ataulfo risalendo la penisola ottenne da Onosio in sposa nel 414 Galla Placidia ma fu cacciato dall’Italia dal Generale Costanzo proveniente dall’Illiria e fu costretto a stanziarsi in Gallia, dove morì assassinato nel 415.

La vedova Galla Placidia nel 416 venne sposata da Costanzo, diventato Generale di Onorio. Costanzo era un vero soldato e fu acclamato Imperatore dall'esercito nel 421 (Costanzo III) al posto dell'imbelle Onorio, ma come usurpatore non venne riconosciuto dall'Imperatore d'Oriente Teodosio II, succeduto già nel 408 all'altro imbelle Arcadio, suo padre.

Per fortuna di Teodosio II, detto il calligrafò perché invece delle armi gli piaceva dilettarsi con la penna e studiare teologia, Costanzo III morì prima dello scontro militare e alla morte di Onorio nel 423 l'intrigante Galla Placidia riuscì a far riconoscere Imperatore il figlio ancora bambino Valentiniano III, avuto da Costanzo, contro le pretese di un altro Generale usurpatore, Giovanni, sostenuto per la necessità della situazione dal grande Generale Ezio. Così dal 425 Galla Placidia in pratica governò l'Occidente con l'aiuto del Generale Ezio che nominò Comandante dell'esercito nel 432. Nel 428 l'esercito romano aveva abbandonato le Isole Britanniche.

 

Tuttavia il programma della Città Dio di S. Agostino come Repubblica Cristiana fu il paradigma col quale operò accanitamente il Cattolicesimo nei secoli successivi: Funzionari, Monaci, Re, Imperatori, Vescovi e Papi combatterono per la sua realizzazione. Infatti sia in Occidente che in Oriente si fece ogni sforzo per difendere l'unità dell'Impero Cristiano.

 

In Occidente l'ondata di Alarico fu seguita da quella di Genserico, Capo dei Vandali che dalla Germania fece una scorreria attraverso la Gallia e la Spagna e arriivò nel 429 in Africa da dove consolidò un vero Impero che arrivava fino alla Sicilia, all'Italia Meridiornle, alla Sardegna e alla Cosrsica.Era ariano come Alarico e aveva sentitenti di odio contro Roma molto più forti di lui e a un funzionario che gli era andato a chiedergli qualche riguardo per una città, rispose: "Ho giurato di annientare il vostro nome e la vostra razza , e osate venire a chiedermi ancora qualche cosa?".

Per questo scopo si pensa che avesse un' intesa col terribile Attila, che, diventato Capo degli Unni nel 435, aveva fatto crocifiggere tutti i capi unni che avevano servito nell'esercito romano. Attila aveva prima dirette le sue mire verso 1'Impero d'Oriente prendendosi gioco degli eserciti dell’imbelle Teodosio Il, poi improvvisamente nel 450 le dirottò verso Occidente, non si sa se per qualche tributo offertogli dal Comondante bizantino Marciano o per una lettera con cui la principessa Onoria, sorella di Va1entiniano III, gli faceva una proposta di matrimonio alla quale lui faceva sapere che avrebbe accettato se avesse portato come dote metà dell'Impero d'Occidente, oppure per un piano concertato con Genserico per raggiungerlo attraverso la Spagna in Africa e assalire l'Italia dal sud. Il fatto sta che nella primavera del 451 con un enorme esercito associato di Unni, Gepidi, Rugi, Eruli, Turingi, Burgundi, si dirige verso la Gallia e il giorno di Pasqua saccheggia Metz, circonda Parigi e assedia Orléans dove viene raggiunto dall’esercito del grande Generale Ezio, detto "l’ultimo dei Romani".

Ezio, che per aver passato la gioventù come ostaggio prima presso Alarico e poi presso gli Unni stessi, sapeva trattare le varie genti tra cui aveva raccolto il suo esercito, fatto di Romani, Greci, Galli, Arverni, Breoni, Armoricani, Franchi di Meroveo, Burgundi di Guntero, Sassoni, Svevi e Sarmati, arrivò dall’Italia ad Orléans il 23 Giugno proprio mentre la città stava per aprire le porte agli assedianti:avviene una furibonda battaglia che dura parecchie settimane e alla fine di Agosto del 451 ai Campi Catalaunici presso Troyes Attila viene sconfitto e deve ritirarsi nei suoi accampamenti da dove il mattino dopo si dà alla fuga. Si rifarà vivo un anno dopo quando scende in Italia per marciare verso Roma, ma, dopo aver saccheggiato Aquileia, viene vinto dalla maestà inerme del cinquantenne Papa Leone Magno che gli va incontro su incarico dell’Imperatore Valeniniano III che di fronte al pericolo aveva trasferito la sede da Ravenna a Roma: riceve da Leone la promessa di un tributo e ritorna da dove era venuto per andare a morire poco dopo per eccessi commessi durante la festa delle sue nozze a settant’anni con una splendida fanciulla germana.

 

La rivoluzione dell'intelligenza

 

..............Tutti i diritti sono riservati.............

E' vietata la riproduzione

© 2000 Akkuaria - info@akkuaria.com