CAPITOLO SECONDO

LA FEDE CHE LA BIBBIA SIA "PAROLA DI DIO"

 

È STATA LA ROVINA DEL POPOLO EBREO

E LA FEDE CHE IL CORANO NE SIA LA CONTINUAZIONE

PUÒ  DIVENTARE LA ROVINA DELL’UMANITÀ

Nonostante le sue belle parole però anche il profeta Ezechiele doveva essere smentito dai fatti ed essere annoverato, come tutti gli altri, tra coloro che lui stesso rimproverava perché

 

"profetano di loro cervello"1 "che brancolano dietro al loro spirito e nulla hanno veduto!... Videro il falso e pronosticarono la menzogna, essi che vanno dicendo ‘Sentenza del Signore!’ mentre il Signore non li ha inviati"2

 

Perciò qualche saggio pensatore, stimolato dalle delusioni della storia, dovette cominciare a riflettere sul serio sull'enigmatica condizione umana per cercare una risposta al bruciante problema già impostato drammaticamente dal Libro di Giobbe, dandosi a quelle riflessioni filosofiche di cui troviamo saggi immortali nei "Libri Sapienzali" raggiungendo nell'"Ecclesiaste" quella visione leopardiana della vita e del mondo che è il pane dell'esistenzialismo contemporaneo.

Ma purtroppo la ragione metafisica sa sempre trovare una soluzione a tutti i problemi in cui trova il suo alimento, tanto non c'è l'impegno della sperimentazione di laboratorio o quello della sperimentazione storica, la quale sarà controllata, se si avrà l'avvertenza di farlo, dopo secoli e forse millenni! Perciò gli israeliti "più devoti", non disperarono mai che Jahvè si sarebbe "ricordato" finalmente delle sue promesse: per essi, Gesù avrebbe dovuto essere la realizzazione delle promesse di Jahvè, facendosi accettare in maniera corretta dai capi del suo popolo, e non gli sarebbero mancate le possibilità se fosse stato effettivamente il Figlio di Dio nel senso teologico definito dal Concilio di Nicea che vede nell'episodio di Saulo il suo intervento drastico negli avvenimenti umani. Ma tale interpretazione cozza contro il fallimento delle promesse fatte ad Abramo e a Davide, contro il fallimento di un tentativo di riconoscimento cercato da Gesù presso la classe dirigente del popolo d'Israele, contro il fallimento della sua previsione della fine imminente dei tempi, contro il fallimento ancor più colossale della sua "promessa presenza" nella vita della "sua" Chiesa. E non poteva essere diversamente, dato che tutto derivava da un premessa irreale: quella dell'alleanza del popolo di Israele col Dio "vivente".

La Bibbia è un grande libro che ha nutrito e nutre tuttora l'umanità con la sua "verità-saggezza", ma è venuta l'ora di dire che da quando questa "verità-saggezza" è stata scambiata per "verità-conoscenza" corrispondente a una "verità-realtà" ha causato le più grandi tragedie per l'umanità. La "verità-saggezza" ha giustificato il salto metafisico gratuito di considerarla nientemeno che proferita dalla bocca dell'Eterno, cioè di essere "la parola di Dio" con tutto il peso che la rendono assoluta, dogmatica, irremovibile, che contiene i segreti del mondo e dell'uomo e norme inderogabili di comportamento, la cui chiave è nelle mani dei suoi "rappresentanti".

 

Questa illusione metafisica perdura tuttora oltre che nel Cristianesimo teologico anche nell'Ebraismo telogico e nell’Islamismo teologico. Difatti la Bibbia come "parola di Dio" alimenta il razzismo ebraico che tiene da millenni questo piccolo popolo "separato" dalle altre razze umane e ultimamente nel secolo scorso, ha dato origine all'ideologia del Sionismo da cui trae radice il dissidio, pericolosissimo per tutta l'umanità, tra Ebraismo e Islamismo.

 

"Eppure attraverso i secoli - scrive giustamente Vittoria Alliata - era stato l'Islam a offrire agli Ebrei un rifugio, quando l'Occidente li perseguitava. Ministri, medici, scienziati e commercianti di religione ebraica avevano conquistato posizioni di grande prestigio in tutto il mondo mussulmano, mentre, come scrive Goitein, uno dei massimi studiosi ebrei contemporanei, "pochissime attività erano loro consentite nell'Europa medievale. Allora il "Resh Galutha", rappresentante delle comunità ebraiche presso il califfo, aveva precedenza anche sui dignitari cristiani e viveva con tale fasto che il viaggiatore ebreo-spagnolo Beniamino di Tudela dedica numerose pagine del suo diario al ricevimento settimanale che offriva in suo onore il Califfo di Bagdad. Mentre in Europa l'antisemitismo produceva lager e massacri, gli Ebrei di Palestina e di tutto il mondo arabo vivevano da normali cittadini, e i testi più seri e obiettivi scritti in Occidente sull'Islam e sugli Arabi erano firmati da autori di origine ebraica: Goldziher, Rosenthal, Wellhausen, Rodinson e Daniel. Poi un giorno quattro nazioni imperialistiche decisero di placare la propria cattiva coscienza sostituendo un razzismo con un altro.In Palestina – aveva detto Alfred Balfour – non intendiamo nemmeno consultare i desideri dei settecentomila arabi che ci abitano. Nell'era della democrazia e in nome della giustizia, si gettavano le basi di una Terza Guerra Mondiale"3

 

Bisogna proprio dire che la Bibbia insieme a tanta saggezza contiene anche la sorgente di divisioni millenarie che si sono rivelate e continuano a rivelarsi fatali per tutta l'umanità.

 

La falsificazione compiuta dal laboratorio della Storia sul contenuto teologico del Vecchio e del Nuovo Testamento, pone il problema di come nei libri storici molto antichi della Bibbia del Vecchio Testamento - per esempio in Samuele e nell'Esodo -possono apparire discorsi e promesse messianiche.

 

Alla luce dei fatti non è difficile dare conferma alla teoria della Scuola Critica sorta nel secolo XVIII sulle osservazioni di Jan Astruc (1756) e costruita scientificamente da K.R. Graf (1866) e J. Wellhausen (1876-1878). Tutta la storia narrata dai libri storici biblici è "tessitura teologica" degli autori mistici e patriottici del tempo delle grandi invasioni assire, babilonesi e macedoni. Furono essi i creatori dei "miti" antichi: ai dati di loro diretta conoscenza estratti da documenti anteriori sempre esatti perché redazioni e memorie fatte ai tempi degli avvenimenti, hanno dato un’anima teologica secondo la loro filosofia della storia, inserendo le proprie aspirazioni, mettendo in bocca ad un personaggio o a un aJtro e addirittura al "Dio nazionale" profezie e promesse, che sostanzialmente non si sono avverate.

 

 

Werner Keller oltre trent’anni fa ha potuto scrivere il celebre libro "La Bibbia aveva ragione" nel quale dimostra che i fatti storici narrati sono ben documentati dai risultati delle ricerche scientifiche. Però questa credibilità che la Bibbia indiscutibimente possiede quando ci parla di avvenimenti collocandoli nel loro contesto geopolitico, non deve essere trasmessa acriticamente alle interpretazioni metafisiche e ideologiche che gli autori hanno escogitato per darne spiegazione e soprattutto per dare conforto e una speranza di liberazione da una catena senza fine di sofferenze ai loro compatrioti oppressi, creando finzioni letterarie per trasmettere al loro popolo il frutto delle loro meditazioni e delle loro riflessioni appassionate, come del resto hanno fatto gli scrittori cristiani dei primi secoli.

 

Tipico il libro di Daniele. Fino al secolo scorso ne è stato ritenuto autore il personaggio stesso di cui si narra la storia, vissuto al tempo di Nabucodonosor, deportatore degli Ebrei in Babilonia; oggi è accertato che è stato scritto da ignoto nel periodo che va dallo smembramento dell'impero di Alessandro Magno (+323 a.C.) alle lotte per l'indipendenza ebraica combattute dai fratelli Maccabei (165-135 a.C.)4 La "profezia", forma letteraria del libro, non è che una finzione con cui si mette in bocca a Daniele la previsione di fatti molto ben conosciuti dall'autore a posteriori. L'espediente non è molto diverso da quello usato da Virgilio nell'Eneide quando ad Enea sceso all'averno il padre Anchise predice gli avvenimenti futuri della Storia Romana molto ben conosciuti da Virgilio, o da quello usato da Dante nella Divina Commedia facendo predire a vari personaggi fatti accaduti dopo di loro ma ben conosciuti da Dante. E’ da ingenui perciò cercare l'avveramento di tali "pseudo-profezie" nei secoli posteriori agli autori o ai loro personaggi come è solita fare tutta la pseudo-scienza dommatica e mistica.

La "schiavitù babilonese", seguita alle deportazioni assire del secolo precedente, fu il "crogiuolo" il cui fuoco è sempre presente negli scrittori del Vecchio Testamento e richiama continuamente al loro pensiero l'antico "crogiuolo", quello egiziano: l'attuale situazione ispira addirittura la bellissima preghiera messa in bocca a Re Salomone nella cerimonia della dedicazione del tempio nel I Libro dei Re. La dura realtà della schiavitù babilonese stimolò i migliori e più appassionati cervelli ebrei a ripensare tutta la storia del loro popolo e a cercare la spiegazione di tante disgrazie: la trovarono come potevano fare loro "filosofi-teologi", il cui "schema mentale" conteneva un elemento culturale indiscutibile ed era che il popolo ebreo era "proprietà" del suo Dio Jahvè (come gli altri popoli lo erano dei loro dèi): la causa di tante disgrazie è la vendetta di Jahvè per le infedeltà al suo culto, a Lui, che aveva liberato Israele dalla schiavitù di Egitto! Il rimedio bisognava cercarlo riportando il popolo di Israele al Dio dei Padri e alle proprie tradizioni. Il più bel servizio che essi avrebbero potuto fare era quello di riaccendere tale fedeltà attraverso la ricostruzione delle coscienze per mezzo della conoscenza della propria storia, riscrivendola come dimostrazione della tesi che solo nella fedeltà al proprio Dio Israele avrebbe ritrovato la sua prosperità. Così si formò quel "club" di redattori che attorno al profeti Geremia ed Ezechiele creò la prima parte della Bibbia del Vecchio Testamento costituita di libri che furono compilati rifondendo testi precedenti ritrovati negli archivi conservati dagli "scribi": Genesi, Esodo, Numeri, Levitico, Deuteronomio, Giosuè, Ruth, I e Il Samuele, I e Il dei Re, Tobia, Giobbe, Isala Il e III. Tutti questi libri sono stati "rimpastati e ritessuti" secondo la concezione che l'"iniquità" del popolo ebreo è consistita nell'avere contaminato o "inquinato" il culto di Jahvè lasciandosi influenzare dai culti dei popoli vicini e che tutte le sue sventure e oppressioni sono volute dalla vendetta di Jahvè: la "Grande Promessa" che in un primo tempo era "incondizionata", secondo Genesi 14 e Il Samuele 7, ora appare "condizionata" alla fedeltà a Jahvè. E quando le oppressioni ricominciano con l'epopea macedone, un nuovo "Club" di cervelli e di redattori si mise all'opera, questa volta non più a Babilonia ma ad Alessandria d'Egitto, per sostenere i compatrioti a resistere alla prepotenza della cultura straniera, e così nacque la seconda parte del Vecchio Testamento, costituita da libri che intendono sviluppare la tesi già così martellantemente presentata dai libri del primo ciclo: Jahvè è fedele se Israele è fedele. I libri di questo secondo ciclo sono anch'essi in parte rifacimenti dei vecchi documenti, come I e Il Cronache, Esdra e Neemia, Maccabei, i Libri Sapienziali mentre altri sono creazioni "ex novo"5 Dunque, l'elemento fondamentale di tale prospettiva teologica è che la calamità e le oppressioni dei vari invasori erano interpretate come causate dalle infedeltà dei re, dei sacerdoti e dello stesso popolo alle leggi e al culto del Dio d'Israele.

 

Ma si deve osservare che sono troppo evidenti le contraddizioni di una simile interpretazione teologica. E troppo contraddittoria e comoda la concezione di un Dio che continuamente si rimangia le sue promesse giustificandosi con l'inadempienza del suo popolo. Proprio mentre la promessa fondamentale, cioè l'eternità del regno di Davide, avrebbe dovuto essere l'idea forza per sostenere lo sforzo di ricostruzione di un popolo oppresso che stava riconquistando la libertà, proprio allora veniva meno rendendo abortiva l'azione restauratrice postesilica, di Zorobabele, di Neemia, di Esdra. Questo fu il colpo di grazia all'ispirazione profetica, a cui succedette, come abbiamo detto, la "mania" apocalittica.

 

La concezione metafisica del connubio tra il popolo ebreo e il suo Dio, inventata dal misticismo dei profeti antichi, è la vera responsabile della interpretazione come "castighi di Dio" di tutte le oppressioni subite da tale popolo. La conoscenza scientifica ha da porre una sola domanda per demolire tale misticismo: quali azioni delittuose ha compiuto il disgraziato popolo ebreo per castigarlo con tante oppressioni? Più sopra abbiamo letto la promessa solenne di Jahvè a Davide che alla sua discendenza non avrebbe tolta la sua "benevolenza" nonostante avesse a commettere "iniquità": eppure la teologia cristiana, espressa anche nelle parabole evangeliche, sostiene che al popolo ebreo sarebbe stato tolto il "Regno di Dio" a causa della sua "infedeltà". Tale mito continua ancora a incatenare il popolo ebreo, tenendolo "separato" da tutti gli altri popoli anche se disseminato entro le loro patrie, ed è la causa di tutte le sue "diversità" e di tutte le sue sciagure. Se il popolo ebreo vuole veramente essere libero, deve liberarsi da tale concezione metafisica e fondersi etnicamente con le altre razze umane, ripudiando la pretesa nostalgica di avere diritto alla Palestina per promessa divina.

 

Date le vicende storiche giustamente il sionismo ha tentato di dare una soluzione alle oppressioni in cui si trovavano avviluppati di Ebrei. Ma la vera soluzione del problema ebraico si trova nella liberazione delle coscienze di tale popolo dalle catene con le quali i teologi lo hanno reso prigioniero con le loro concezioni metafisiche falsificate dalla storia. La storia del popolo ebreo è la prova vivente della falsità del messianismo biblico.

 

E’ ormai acquisita l’interpretazione errata contenuta in Genesi 17 che vorrebbe la circoncisione istituita da Dio come "segno" del patto stabilito tra lui e la stirpe di Abramo: tale rito era già vigente, molto prima di Abramo, in Egitto e in molte altre popolazioni africane e asiatiche e addirittura australiane.6 Sappiamo che Nietzsche ha abusato anche lui del metodo metafisico ma non possiamo che sottoscrivere quanto dice quando mette in evidenza la contraddizione della concezione biblica di Dio:

 

"Ogni speranza restò inadempiuta. Il vecchio Dio non poteva più nulla di ciò che poteva una volta. Lo si sarebbe dovuto abbandonare. Che cosa accadde? Si trasformò il suo concetto. Jahvè restò soltanto un Dio sottoposto a condizioni. Il suo concetto diventa uno strumento nelle mani di agitatori sacerdotali, che ormai interpretano ogni buona ventura come premio, ogni calamità come castigo per una disobbedienza a Dio, per il peccato:quella mendacissima maniera di interpretare un presunto "ordinamento etico del mondo" col quale una volta per tutte è capovolto il concetto naturale di "causa" ed "effetto".7

 

Chi volesse farsi un'idea dell'orrenda mentalità teologica con cui vengono narrati e interpretati gli avvenimenti, basta che legga i primi capi del libro biblico intitolato "Giosuè" nei quali viene ricordata l'occupazione della Palestina sotto la guida di Giosuè, successore di Mosè, e si renderà conto con quali metodi "nazisti" e "totalitari" è stata condotta attribuendo a Dio l'ordine dello sterminio di oltre 31 città, veri "olocausti" nei quali, votati all'"anatema" cioè alla distruzione, vennero bruciati e trucidati non solo i re e gli uomini idonei alla guerra ma anche i vecchi, le donne, i bambini e perfino gli animali domestici. E proprio il caso di ripetere l'accorato lamento espresso da Lucrezio nel "De Rerum Natura" in occasione del sacrificio di Ifigenia:

 

"tantum religio potuit suadere malorum"

(tanto delitto potè suggerire la religione).

 

Se il popolo ebreo ha avuto una colpa essa sta proprio nello sterminio ideologico realizzato all'inizio del suo insediamento nella cosiddetta "terra promessa": tale efferatezza deve essere stata la causa che ha impresso nei popoli vicini la convinzione di avere a che fare con un popolo abbominevole con una religione feroce, che doveva essere eliminato dalla faccia della terra.

 

Ma i suoi teologi non hanno trovato niente di meglio per spiegare le invasioni e i disastri ricorrenti che attribuirle all'infedeltà del popolo alla purezza del culto di Jahvè, il quale le avrebbe scatenate per gelosia e vendetta! Come al solito, i popoli sono vittime delle ideologie dei loro capi, e il popolo ebraico è stato vittima della efferata ideologia teologica dei suoi teologi.

Il libro di Giosuè sembra scritto apposta col preciso intento di inculcare la tesi, del resto ripetuta come un ritornello negli altri libri biblici, che Israele deve essere fedele al culto del suo Dio Jahvè se non vuole essere molestato dai popoli vicini col pericolo di essere anche spossessato di quella terra che lui, Jahvè, gh ha assegnata restando fedele alle promesse fatte ad Abramo e a Mosè. Così conclude il capo 21 in cui riferisce la distribuzione delle terre conquistate:

 

"Così il Signore diede ai figli di Israele tutto il paese che aveva giurato di dare ai loro padri; ed essi ne presero possesso e l'abitarono. Poi il Signore fece per essi quiete d'ogni intorno, tutto come aveva giurato ai loro padri; e nessuno dei loro nemici tenne fermo dinanzi ad essi; tutti il Signore mise nelle loro mani. E di tutte le buone promesse che aveva fatte il Signore alla casa di Israele, nessuna cadde a vuoto; tutte ebbero compimento".

 

Al capo 23 fa dire a Giosuè prima di morire all'età di 110 anni:

 

"Ecco che io oggi me ne vado là dove sono tutti incamminati; riconoscete dunque con tutto il cuore e con tutta l'anima che neppure una di tante buone promesse, che il Signore Dio vostro vi ha fatte, è caduta invano. Tutte per voi ebbero compimento; nessuna cadde a vuoto! Ma come si è compiuta ogni buona promessa che il Signore Dio vostro vi aveva fatto, così il Signore manderà sopra di voi quanto vi ha minacciato, fino a distruggervi dalla faccia di questo buon paese, che il Signore Dio vostro vi ha dato. Se trasgredirete il patto che il Signore Dio vostro vi ha imposto e andrete a servire gli altri dèi e li adorerete, l'ira del Signore si infiammerà contro di voi e ben presto scomparirete dal buon paese che egli vi ha dato".

 

L'attuale redazione del libro di Giosuè dagli specialisti viene posta nel periodo delle grandi invasioni assiro-babilonesi, cioè nel secolo VII a.C. mentre gli avvenimenti di cui parla sono della seconda metà del secolo XII: questo spiega le continue raccomandazioni alla fedeltà al patto di Jahvè per meritarsi la sua protezione in situazioni tanto dolorose. Nessuno può negare che nel complesso il popolo Ebreo sia stato fedele al culto del suo Dio ma la mentalità teologica molto primitiva, anzi superstiziosa, che ha paura della vendetta divina, propria non solo del popolo ebreo ma di tutti gli altri popoli, faceva riconoscere il castigo divino nelle invasioni dello straniero per le trasgressioni di pochi individui o alcuni gruppi.

Un esempio di tale mentalità la offre lo stesso libro di Giosuè al capo 7, dove viene attribuita alla trasgressione di un solo individuo, Acan, che a Gerico si era appropriato di alcuni oggetti che dovevano essere consegnati al "tesoro di Jahvè", la strage di 3000 israeliti periti in un fallito tentativo di occupare la città di Ai. Ma essa affiora spesso in tutta la Bibbia, la quale fa aleggiare su Israele e sul mondo, nonostante le tenerissime e umanissime espressioni per i poveri e i sofferenti contenute nelle pagine dei grandi profeti, un Dio "nazista" che fa pagare a tutta l'umanità il peccato dei suoi progenitori, a tutto Israele il peccato di qualche israelita e alla sesta o alla settima generazione il peccato dei padri. Da qui nasce la saggezza del "timore di Dio" della Bibbia!

Lasciamo all'intelligenza dei lettori il giudizio critico circa la mancata realizzazione della "grande promessa" contenuta nei passi biblici rriportati - se è dovuta al "castigo" di Jahvè o all'inesistenza del "patto" secondo il principio epistemologico enunciato al capo 18 del Deuteronomio: "Come potremo distinguere la parola che il Signore non ha detto? - Se un profeta parla a nome di Jahvè e la sua parola non si avvera, vuol dire che quella parola non è stata detta da Jahvè". E anche la valutazione sulla "superiore giustizia di Dio" a cui S.Agostino ricorre nel capo 7 del libro Il delle Confessioni per giustificare i costumi e le efferatezze degli "antichi padri" "lodati dalla bocca di Dio".

 

Il modo di ragionare biblico è stato adottato anche dalla teologia cristiana, la quale vorrebbe farci accettare un concetto di Dio contraddittorio: il Dio biblico promette un regno eterno a Davide e tale regno viene presto schiacciato dagli imperi circostanti; si presenta al suo popolo sotto forma di Messia o Cristo ed è incapace di farsi riconoscere dai suoi dirigenti mentre a Saulo si imporrebbe con la celebre frase "ti è duro resistere al pungolo...";promette alla sua Chiesa "un'assistenza eterna" e l'abbandona poi a un comportamento opposto a quello programmatole; si identifica con i suoi "rappresentanti" ("chi ascolta voi ascolta me") e per rimetterli sulla diritta via non agisce direttamente su di loro ma sempre per via opposta: con i profeti nell'antico Israele, con Gesù e gli Apostoli nei tempi cristiani, con i Santi nel Medioevo. I teologi ci dicono che non è permesso "criticare" i disegni di Dio:giusto, ma noi non critichiamo i disegni di Dio ma il concetto che di Dio si sono fatto i teologi! Tutti questi fatti sono contro il concetto biblico di Dio.

 

Abbiamo visto che il "segno" è il criterio con cui possiamo riconoscere la "verità-realtà" a patto che sia "univoco". Il Dio biblico viene definito il "Dio-realtà" (Jahvè) ma si manifesta nella storia umana in una maniera così "equivoca" che difficilmente può essere decifrata la verità nei suoi "segni". I "segni equivoci" sono la sorgente di ogni religione storica: le apparizioni e le rivelazioni sono interpretazioni di segni equivoci diversamente interpretati da altri perché tutto è appreso col metodo metafisico e finisce per creare colossali illusioni. Il misticismo, animato dall'amore, crea la realtà che desidera e con essa anche catene per l'umanità.

 

Concludendo, pur riconoscendo alla Bibbia un valore storico fondamentale, dobbiamo caratterizzare la sua filosofia religiosa, cioè la sua teologia, come uno sviluppo dell'animo religioso generale comune a tutti i popoli, che cercava di interpretare gli avvenimenti umani con l'intervento di un Essere che vanta i suoi diritti sul mondo e sull'umanità e punisce gli errori, le deviazioni e le infedeltà umane al suo culto con disastri naturali, guerre, malattie e disgrazie di ogni genere. Tale pregiudizio teologico, frutto dell'illusorio metodo della ragione metafisica, è una delle sorgenti dei deliri che hanno aggiunto la crudeltà umana alle calamità e alle pestilenze in ogni tempo e in ogni popolo: essa ancora seguita a colpire se è vera la reazione di una popolazione australiana alla diffusione del morbo dell'AIDS (deficienza immunitaria acquisita): ritenuto un castigo di Dio per i peccati contro natura degli omosessuali, ha chiesto per loro l'ostracismo per placare l'ira divina, relegandoli in isola deserta.8

 

L'immagine che la Bibbia ci dà di Dio è quella di un Dio razzista e fondamento della coesione razziale del suo popolo: a lui interessa Israele come razza, come popolo, poco o niente degli altri popoli, e quasi nulla degli "individui".9 Si attribuisce il potere di cambiare le menti e i cuori ma per farlo maneggia gli avvenimenti del mondo in maniera così brutale, che noi non possiamo fare a meno di pensare e di dire che, anche se in qualche modo più elevato, non si comporta diversamente da quello che fanno gli altri dèi nei poemi omerici e in genere nelle religioni animistiche dei popoli circostanti.

 

La speculazione teologica cristiana, invece di trarre le conclusioni logiche come abbiamo fatto noi - dalla mancata realizzazione della solenne previsione e promessa di Gesù della venuta del regno di Dio entro la sua generazione, ha ritenuto legittimo far leva sulla parte positiva del suo messaggio, cioè sul suo purissimo umanesimo, per trasferire l'attesa del suo ritorno messianico a un tempo indeterminato e la salvezza di ciascun uomo da una "condizione disperata terrena"a una "redenzione" da una "dannazione eterna", e ha individuato nel trono di Pietro, di natura spirituale, la prosecuzione del trono di Davide. Tutta questa facile speculazione metafisica trae le sue radici dalla vecchia concezione di Dio, che il popolo ebreo aveva in comune con tutti gli altri popoli circostanti, secondo la quale la Divinità aveva bisogno di un "capro espiatorio" per riparare la violazione dei suoi diritti compiuta dai peccati del genere umano iniziata col mitologico peccato originale di Adamo ed Eva.

 

La Bibbia è tutta impostata su questa concezione che a sua volta è frutto della ingenua fiducia che l'umanità ripone nell'ambiguo metodo metafisico della ragione pura. Di tale mentalità se ne trova un esempio nella celebre lettera di Mara bar Serapion a suo figlio studente a Edessa in Mesopotamia nel I secolo d.C.: gli Ebrei sono stati cacciati dalla loro terra perché hanno ucciso un grande saggio e si sono resi colpevoli come gli Ateniesi della morte di Socrate e gli abitanti di Samo della morte di Pitagora.10 Questa argomentazione, che ritroviamo insinuata nel Vangelo di Matteo con le parole "il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli" gridate dagli Ebrei a Pilato che diceva "io sono innocente del sangue di questo giusto: voi ve la vedrete", 11 è stata la radice del secolare antisemitismo cristiano durato fino al Concilio Vaticano II. Tale premessa è la più grande incongruenza gratuita della teologia cristiana, la quale si ostina a sostenere, per giustificare il sacrificio di Gesù "Figlio di Dio" e quello di tutta l'umanità travolta da millenni nelle più terribili sciagure, la più assurda concezione della Divinità, che per placare la sua giustizia incollerita fa strage delle sue creature ignoranti!

 

Solo chi era irretito in una cultura logica di un vicolo cieco come era quella di Pascal, ancora avvolto dalla misera concezione di un mondo creato "seimila anni prima", poteva trovare nel "mistero" del peccato originale la soluzione dell'enigma dell'uomo e del mondo. Sentitelo:

 

Quale chimera è dunque l'uomo? Quale novità, quale mondo, quale caos, quale soggetto di contraddizione, quale prodigio? Giudice di tutte le cose, stupido verme di terra, depositario della verità, cloaca di incertezze e di errore, gloria e rifiuto dell'universo.

Chi sbroglierà questo garbuglio?... Conosci quale paradosso sei a te stesso. Umiliati, ragione impotente; taci, natura imbecille; imparate che l'uomo eccede infinitamente l'uomo e apprendete dal vostro Signore la vostra effettiva condizione, che ignorate. Ascoltate Iddio.

Perché insomma se l'uomo non fosse mai stato corrotto, godrebbe, sicuro, nella propria innocenza, della verità e della felicità. E se fosse sempre stato corrotto, non avrebbe nessuna idea né della verità né della beatitudine. Ma sventurati che siamo (e molto più che se nel nostro essere non ci fosse nessun vestigio di grandezza), noi abbiamo un'idea della felicità e non possiamo conseguirla; sentiamo che c'è in noi un'immagine della verità e possediamo soltanto la menzogna; egualmente incapaci di ignorare in modo assoluto e di conoscere con assoluta certezza, tanto è manifesto che siamo vissuti in un grado di perfezione, dal quale siamo sventuratamente caduti.

Fatto stupefacente, tuttavia, che il mistero più lontano della nostra conoscenza, quello della trasmissione del peccato, sia una cosa senza la quale non possiamo avere nessuna conoscenza di noi stessi. È indubbio, che nulla offende maggiormente la nostra ragione come il dire che il peccato del primo uomo ha reso colpevoli coloro che, essendo lontanissimi da tale origine, sembrano incapaci di avervi parte. Una tale trasmissione ci sembra non solo impossibile, ma anche sommamente ingiusta: perché non c'è nulla di più contrario alla nostra miserabile giustizia come il condannare per l'eternità un bambino, ancora incapace di volontà, per un peccato al quale sembrerebbe non aver avuto parte, essendo stato commesso seimila anni prima che egli nascesse. Certo nulla ci urta più di questa dottrina; eppure senza questo mistero, il più incomprensibile di tutti, noi siamo incomprensibili a noi stessi. Il nodo della nostra condizione si avvolge e si attorce in questo abisso:sicché l'uomo è più inconcepibile senza questo mistero di quanto questo mistero non sia inconcepibile per l'uomo. Di qui appare che Dio, volendo renderci intelligibile l'enigma del nostro essere, ne ha nascosto il nodo così in alto o, meglio, così in basso che eravamo affatto incapaci di arrivarci. Perciò non con le orgogliose agitazioni della nostra ragione ma soltanto con la sincera sottomissione possiamo veramente conoscere noi stessi".11

 

Caro Pascal, siamo d'accordo che la nostra condizione è un "enigma" ma dichiararsi appagati di "comprenderlo" accettando la vile assurdità del peccato originale, è - lasciamelo dire - proprio da sciocchi. Io e molti altri preferiamo lasciare la Divinità avvolta nel suo "mistero" inconosciuto e forse inconoscibile, piuttosto che ridurla alla bassezza di questa stupida concezione! Se proprio si vuole cercare un "peccato origianale", caso mai occorrerebbe porlo non in una "colpa" di qualcuno - come ha ipotizzato il moralismo animistico - ma nella necessaria e insuperabile "limitatezza" di ogni porzione della realtà di fronte al tutto: da questa limitatezza nasce il "peccato" che prima di tutto è un errore conoscitivo e conseguentemente un errore di comportamento. In questo senso e solo in questo senso possiamo dire che ogni uomo nasce nel peccato originale e chi crede di essere esente da tale limitatezza è quello che più degli altri ne è infetto.

Ma la tua alta intelligenza sarebbe soddisfatta dalla "falsificazione" della radice da cui era obbligata ad accettare tale assurdità: la "parola di Dio", che per bocca dell'apostolo Paolo, "ispirato dallo Spirito di Gesù", avrebbe proclamato il peccato dei progenitori causa di tutti i nostri malanni. Ogni persona un po' intelligente, colta e accorta può comprendere la trappola dell'illusione costruita dal misticismo ebraico e poi da quello cristiano, perché secondo tali misticismi Dio sarebbe intervenuto nella storia dell'umanità per aiutare la sua ignoranza e la sua debolezza, mentre è sotto gli occhi di tutti che la storia umana corre come prima e peggio di prima.

Il misticismo dice che la colpa è sempre dell'uomo, di "dura cervice" e non ama la luce perché "malvagio": ma la persona intelligente invece conclude che deve essere falsa la premessa, cioè la concezione stessa di Dio, perché se Dio fosse davvero intervenuto le cose sarebbero cambiate, e perciò occorre ricercare la comprensione del mondo in un'altra prospettiva o addirittura concludere che è meglio restare senza nessuna spiegazione piuttosto che accettare una spiegazione simile.

Per il tuo fideismo, al Congresso Internazionale Tomistico 1981, hanno cercato di recuperarti a quel miscuglio della "filosofia cristiana", la quale, "perché abbia un avvenire" deve avere "come condizione prima, assolutamente necessaria, la conservazione incondizionata del primato della parola di Dio, anche nella filosofia".12 Per noi ormai tale primato, che ci aveva costretti alla "sincera sottomissione" dell'intelligenza alla "fede", è crollato e penso nessuno sia capace di reintegrarlo sul suo trono. E il caso di dire "laqueus contritus est et nos liberati sumus" (il laccio s'è rotto e noi siamo stati liberati).13

La tua grossa lacuna consiste nel non avere riflettuto sul comportamento violento della Chiesa nei secoli vicini a te per imporre la sua fede. Hai sfiorato il problema quando hai riflettuto sul potere assoluto del Papa e hai concluso "come era facile far degenerare ciò in tirannide" (n. 877), e che "la molteplicità che non venga ricondotta a unità è confusione e l'unità che non dipenda dalla molteplicità è tirannide" (n. 878) e che infine addirittura il Papa "odia e teme i dotti che non gli siano soggetti per voto" (n. 883). Ma non hai saputo rivolgere la tua attenzione all'acre odore di roghi accesi dalla Chiesa contro i dissenzienti e i dissidenti per coglierne il suo valore filosofico, perché nel pensiero successivo (n. 884) affermi "non avviene il medesimo nella Chiesa, perché in essa c'è vera giustizia e nessuna violenza". Forse anche tu la pensavi come i violenti dogmatici totalitari del tuo tempo, difatti così chiudi i tuoi "Pensieri" (n.948): "... nella Chiesa quando la verità viene offesa dai suoi nemici, e si vuole strappare dal cuore dei fedeli per farvi regnare l'errore, rimanere in pace sarebbe servire la Chiesa o tradirla? Non è forse evidente che, come è un delitto turbare la pace dove regna la verità sarebbe ugualmente un delitto rimanere in pace quando si distrugge la verità?". Questa è la premessa che ha spinto la Chiesa alla persecuzione degli "erranti", annullando la "verità-saggezza" del Vangelo!

 

E’ la premessa da cui è partito Pio IX per emanare il celebre "Sillabo" dell'8 dicembre 1864 col quale condannava in 80 proposizioni i principali filoni di pensiero del tempo moderno tra cui il razionalismo, il naturalismo, il socialismo, il comunismo, l'antitemporalismo, il separatismo tra Chiesa e Stato, il liberalismo cioè la libertà di pensiero, di coscienza, di religione e di stampa.Tale documento è stato capovolto dalla "Dichiarazione sulla libertà religiosa" del Concilio Vaticano I! tanto che vi è stata vista addirittura una contraddizione formale dallo stesso Card. Ratzinger che l'ha chiamata "l'Antisillabo": il Sinodo straordinario del novembre 1985 è stato indetto anche per chiarire tale contrasto, ma non ne conosciamo le conclusioni.14

Ci sembra di avere demolito con le sue contraddizioni la concezione del messianismo, cioè quella concezione che presume che la Realtà Eterna - Dio - abbia affidato o affidi a un personaggio o a un popolo o a una razza o a una classe la sua "parola" in virtù della quale si possa esigere dagli altri obbedienza e sottomissione alla propria guida.

E’una concezione proteiforme dura a morire come l'araba fenice: morta in un luogo risuscita in un'altro. Oggi è rinato come reazione al sionismo israeliano con nuova grinta di pericolosità come anima o pretesto della "rivoluzione dei mullah" mussulmani in Iran con la guida "infallibile" dell'Imam Khomeini, il quale non contento di avere liberato l'Iran dal regime corrotto dello Scià, tende a liberare l'Iraq dal regime altrettanto corrotto di Saddam Hussein e Gerusalemme con la Palestina dagli Israeliani, in attesa della comparsa finale del Messia (Mahadi) che redimerà definitivamente l'umanità peccatrice. Khomeini col messianismo vuole rimettere in marcia l'Islam dopo qualche secolo di eclissi, e così il messianismo per la lotta del possesso del paese di origine, la Palestina, sarà di nuovo invece della salvezza la sua rovina.

 

Tale concezione nata dalla cultura ebraica come speranza disperata di una riscossa dalle oppressioni secolari ricorrenti, madre della chiesa cristiana la quale l' ha trasformata nella speranza di una salvezza ultraterrena, ha visto reclamato il suo possesso autentico prima dalla Chiesa Romana come Cattolica, poi dalla Chiesa Greca come Ortodossa, poi dalla Chiesa Russa come legittima erede di quella Greca, infine attraverso i segreti alchemici della metafisica, si è travestita di politica, sicché possiamo osservare nella storia la rivendicazione messianica di essere guida del mondo ora nel popolo spagnolo con l'ideologia missionaria e componente dell'imperialismo colonialista dal secolo XV al secolo XVIII, ora nel popolo francese con l'ideologia napoleonica, ora nel popolo russo con l'ideologia leninista, ora nel popolo italiano con l'ideologia mussoliniana, ora nel popolo tedesco con l'ideologia hitleriana. Ma tale concezione è stata falsificata dal laboratorio della storia e oggi appare evidente che comune denominatore ad ogni messianismo è quello di far leva sulla sete di liberazione dei popoli e poi di trasformarsi in strumento di oppressione uguale o peggiore di quello che additavano di eliminare. L'ultimo esempio lo abbiamo avuto sotto i nostri sguardi nel soffocamento di ogni libertà, da parte del leninismo, dei popoli che hanno tentato di sbarazzarsi del suo giogo.

 

Il messianismo come una fiaccola ideologica capace di dar fuoco al mondo occorre spegnerlo perché non ha nessun fondamento filosofico nel senso di possedere una "verità-realtà".E’ una pura metafisica perché nessun uomo ha avuto l'incarico di parlare a nome di Dio e pertanto la parola di ogni uomo anche il più saggio e il più potente va vagliata col setaccio critico dei criteri della "Lanterna di Diogene" o "Setaccio Critico".

 

Tale conclusione è senz'altro estendibile al messianismo delle religioni orientali, che hanno come comune sorgente anch'esse una "parola di Dio" che scaturisce da una "illuminazione" divina di antichi saggi personaggi, il cui insegnamento si pretende tramandato esotericamente da una catena "autentica" di maestri15. La demolizione del dogmatismo religioso deve servire non al rifiuto della saggezza contenuta nelle culture orientali ma alla liberazione da antiche impostazioni oppressive accettate per sottomissione a una presunta "volontà" di Dio.

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1-Ezechieke I 3, 2

2-Ezechicle 13.3 e 6

3- Vittoria Alliara. "Harem" Ed. Garzanti 1980 pag. 50

4- Introduzione ai vari Libri della "Sacra Bibbia" - Ed. Marietti 1961 - a cura di Mons. Garofalo

5-Sacra Bibbia a cuar di Mons.Garofalo-Ed.Marietti-1961-Introduzione Libro di Samuele e Daniele

6Cir. "Enciclopedia delle Religioni" - Ed. vallecchi 1972 "Circoncisione"

7-F. Nietzsche - L'Anticristo - Ed. Adelphi 1984 - pag. 31

8- Cfr. - "ll Tempo" del 2/12/84 art. "Tutti i gay in un'isola deserta per placare i castighi di Dio"

9- Deuteronomio 6, 10 seg£.

10-Cfr. R. Fabris - Gesi di Nazareth - Ed Cittadella Assisi 1983 pag. 49

11-Matteo 27, ~25

12-B. Pascal - "Pensieri" - Ed. Mondadori 1976 vni pag. 160 segg.

13-Il "Tempo" del t5/9/81

14- Salmo 124, 7

15-Cfr, N. Barbara - "Fortes in fide" - giugno 1985

16-.Cfr. A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupada "SRI" Isopanisad" suppl. Rivista "Ritorno a Krsna" - Ed. Book a Krisna-Trtsst –Ed.Book Trust-Firenze

 

 

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