L'AIUTO DELL'EPISTEMOLOGIA

 

Trovai aiuto nella Scuola Educatori dell'Istituto di Pedagogia dell'Università di Roma diretto da Luigi Volpicelli, i cui corsi frequentai agli inizi degli anni '70, e nella lettura di alcuni libri che proprio allora venivano pubblicati, tra cui Infallibile? del teologo Hans Küng, La logica del vivente di François Jacob, Il caso e la necessità di Jacques Monod e L'altra faccia dello specchio di Konrad Lorenz, questi ultimi tre premi Nobel per la biologia. Fu così che scopersi orizzonti preclusi agli occhi di chi si trova formato in filoni culturali contenuti da steccati difficilmente valicabili di strutture basate sul fondamento degli ipse dixit delle Confessioni religiose. Più tardi il Dizionario Filosofico di Voltaire e poi Congetture e Confutazioni di Karl Popper mi ispirarono a formulare i criteri con cui districare la matassa in cui mi sentivo avviluppato.

Cominciai a chiarirmi alcuni termini fondamentali del nostro linguaggio, tra cui verità, conoscenza e scienza. Non mi fu difficile stabilire che col termine verità vogliamo intendere la "corrispondenza della nostra parola al nostro pensiero, poi la corrispondenza del nostro pensiero a qualche cosa che è fuori della nostra mente che chiamiamo "realtà", poi la corrispondenza di un elemento che è complementare a un altro come la chiave alla sua serratura, poi la coerenza o concordanza delle conclusioni alle premesse nei nostri ragionamenti che può essere detta in certo senso corrispondenza tra conclusioni e premesse secondo la regola della Logica "latius hos (= termini) quam praemissae conclusio non vult" cioè "la conclusione non vuole questi essere più ampi delle premesse", poi la "corrispondenza del nostro atteggiamento e del nostro comportamento al rapporto positivo o negativo che la realtà presenta con la nostra vita. Cinque tipi di "corrispondenza", cinque tipi di "verità": verità espressiva, verità conoscitiva, verità complementare, verità logica e verità saggezza. Di fronte a questi cinque tipi di verità che possiamo denominare "verità relative" , sta la "verità assoluta" che è la "verità realtà" termine di confronto di tutte le altre. Cioè la "Verità" è la "Realtà" o l "Essere".

Mi chiarii poi il termine "conoscenza" e stabilii che con esso intendiamo l'attività con cui la nostra mente produce immagini di vario tipo, di cui per alcune diciamo che sono "vere" se sono frutto di una comunicazione ben condotta con la realtà alla quale devono corrispondere, e per altre diciamo che sono "false" o "illusorie", come avviene nei sogni o nelle creazioni fantastiche o negli abbagli dei sensi o della logica. Insomma la conoscenza è "rappresentazione mentale" e se vuole essere vera deve avere un "rapporto di identità rappresentativa biunivoca con la realtà" e allora le diamo il nome di "scienza". Restava così chiarito anche questo termine, per cui "la scienza è la rappresentazione mentale che corrisponde alla realtà" cioè è sinonimo di "verità conoscitiva".

L'attività della nostra mente perciò nasconde delle trappole che producono le immagini illusorie: queste le riconosciamo facilmente quando sono prodotte dai sogni o dalla fantasia ma difficilmente quando sono frutto di funzionamento alterato di qualche senso e soprattutto nell'uso logico della nostra mente che funziona per induzione e per deduzione e che ci fa ritenere "vera" una conclusione che è "coerente" alle premesse con le quali basta che abbia un rapporto 'univoco'. Ma gli studiosi hanno scoperto trucchi della Logica, che si nascondono nella stessa natura della 'verità di coerenza' che trova la sua debolezza nelle premesse a cui le conclusioni sono legate, nello 'schema mentale culturale' detto anche 'paradigma o modulo mentale' che ordinariamente si eredita acriticamente dall'ambiente educativo, e soprattutto nello stesso 'strumento razionale' detto anche semplicemente 'Ragione' o 'arco o metodo induttivo-deduttivo' che trova soprattutto nell'induzione la sua fallacia. Anche la 'verità saggezza' o 'verità morale' che scaturisce dal rapporto positivo tra la nostra vita e la verità conoscitiva trova la sua 'universalità' nei 'diritti umani fondamentali' ma trova infinite discussioni e contrasti negli interessi individuali.

La lettura di Popper mi fece capire perché già Cicerone e Varrone nel 50 circa a. C. avevano scritto che non c'è nessun delirio che possa essere fatto da un ammalato grave che non sia stato detto da qualche filosofo1. La causa sta nell'errore fondamentale commesso nell'impostazione data alla conoscenza dall'umanità primitiva e continuata dalla filosofia greca anche con i grandi filosofi come Parmenide, Socrate, Platone e Aristotele, cioè nell'ammettere il 'dualismo' nei nostri mezzi conoscitivi introdotto dall'animismo religioso che aveva concepito l'essere vivente costituito di due elementi denominati 'anima' e 'corpo': i 'sensi' apparterrebbero al corpo, la 'ragione-intelligenza' all'anima. I sensi ci ingannerebbero perché si fermano solo all'apparenza delle cose, mentre la ragione ci darebbe la verità perché non si fermerebbe all'apparenza ma penetrerebbe nella realtà nascosta.E’ l'epistemologia della 'duplice facoltà, la quale, presumendo che a forza di 'ragionare' con le dovute regole tanto minuziosamente analizzate dalla 'Logica' si potesse raggiungere la "verità nascosta", non fece che affastellare un cumulo di deliri. Fu Galileo che cominciò a voler "controllare" con i dati forniti dai sensi i prodotti della Ragione e i dati forniti dalla Bibbia considerata "Parola di Dio", e così si scoperse che i "sensi" e la "ragione" costituiscono un "unità" e soltanto funzionando unitamente possono comunicare validamente con la "realtà", e che la Bibbia parla dei fatti della natura e della storia umana come li hanno osservati gli uomini non come li vede Dio. Emanuele Kant con la sua analisi della "Ragione Pura" non fece che confermare questa impostazione, anche se commetteva un altro errore più sofisticato con le sue "categorie a priori" che si sono rivelate pure ipotesi.

Dopo lungo studio sono potuto pervenuto alle seguenti conclusioni.

Nell'uso della nostra mente bisogna distingue re due stadi.

Primo: stadio dell'intelligenza Pura, con la quale comprendiamo la realtà attraverso i nostri sensi. Essa funziona in ogni essere vivente, sia animale, sia bambino appena nato, sia persona umana adulta. Anche al livello più rudimentale contiene il processo del pensiero razionale, che consiste nel "confronto" di strutture o situazioni della realtà con distinzione di identità e di differenze e con conclusioni (ragioni, da reor, ratus, reri = stabilire) anche inespresse.

Ho detto che questo tipo di Intelligenza Pura è presente anche negli animali e data l'importanza dell'acquisizione e le conseguenze che ne derivano, ritengo necessario richiamare l'attenzione su tale argomento.

Oggi tutti possono vedere senza grande emozione le trasmissioni televisive di Piero Angela, di David Attemborough e di Giorgio Celli sugli animali e possono rendersi conto della loro intelligenza e della loro saggezza in tutte le loro svariate forme, anche senza leggere i testi dei premi Nobel K. Lorenz, N. Timbergen e di k. Frish, fondatori dell'attuale Etologia. Ma a me 28 anni fa produsse grande meraviglia l'osservazione degli animali fatta a lungo mentre andavo a caccia: la meraviglia proveniva dal fatto che la mia mente era ancora fasciata dallo schema mentale ricevuto nella mia formazione filosofica e teologica aristotelica e tomistica. Tale schema mentale con la dottrina di materia e forma, dl anima forma del corpo, di triplice tipo di anima vegetativa, sensitiva e spirituale - e delle due facoltà conoscitive - Sensi e Ragione - di cui i sensi appartenevano all'anima sensitiva e la Ragione all'anima spirituale, cancellava l'intelligenza degli animali, per cui, per il dualismo epistemologico e ontologico, il comportamento degli animali, che sembra intelligente, è dovuto al puro istinto inteso non come impulso da controllare per motivi morali e sociali ma come predisposizione genetica ereditaria dello organismo senza l'intervento di nessuna conoscenza acquisita sperimentale. Cartesio, il grande campione del meccanicismo, l'ha paragonato all'orologio, e ha ridotto gli animali a puri automi. Questa impostazione è il risultato dell'immobilismo dualistico imposto dal dogmatismo teologico, che resta fisso alla valutazione di oltre mezzo millennio prima di Cristo, al tempo cioè delle Favole di Esopo, nelle quali si trova la seguente composizione dal titolo "Gli uomini e Zeus" in cui viene stabilita nel "Logos" o 'Parola", tradotta per lo più con Ragione, la grande differenza tra l'uomo e gli animali:

"Dicono che al principio i "viventi vennero plasmati e dotati da Dio ciascuno con un dono proprio per difesa, chi con la forza, chi con la velocità, chi con le penne e che l'uomo lasciato nudo si lamentasse: ’a me solo hai lasciato privo di doni’ e che Giove rispondesse: ’Non avverti il tuo dono, eppure sei in possesso di quello più grande; possie di infatti la parola, potente davanti agli Dèi e davanti agli uomini, più forte delle cose più forti e più veloce delle cose più veloci". E allora conosciuto l'uomo il suo dona si comprò devoto e grato. Tuttavia essendo tutti beneficati da Dio con la parola, alcuni si comportano insensibili a tale beneficio e invidiano gli animali ebeti e senza parola "22

 

Lungo la storia il testo di Esopo ha subito varie interpolazioni e può darsi che questa composizione sia stata introdotta posteriormente dai Cristiani: vi si trova spiegata l'origine della Religione che viene posta nella gratitudine e nella devozione a Dio per il dono della parola, che ci fa simili a Lui nell'intelligenza. Tuttavia resta la testimonianza di tutto il pensiero dell'antichità che nella parola vedeva il segno esclusivo dell'Intelligenza dell'uomo per cui il semplice animale era ritenuto un povero "ebete".

 

A me invece il confronto tra il mio schema mentale e la realtà osservata stimolò la domanda impellente: "che cosa è l’Intelligenza"?. E per dare risposta a tale domanda cominciai la ricerca che ho pubblicato col titolo La Rivoluzione dell'Intelligenza per sottolineare la illusorietà dell'impostazione aristotelico-tomistica. Alessandro Fabiani, che nel numero di Settembre 1991 di Contributo la recensì - e gliene sono grato - mi deve consentire di osservargli che non si è espresso con precisione dicendo che "questa ricerca muove dal presupposto che nell'uomo non ci sono -due facoltà- ma -una sola unica sensibilità-. No, ciò che viene detto presupposto è invece l'approdo a cui sono pervenuto: quest'approdo poi sarà certo il presupposto o premessa per legittimare prima la critica dei sistemi filosofici e teologici precedenti che hanno influito e tuttora influiscono sulla vita di individui e di popoli, e poi per legittimare le proposte avanzate per risolvere i problemi in cui è avvolto l'uomo e la sua conoscenza del mondo.

Dunque con in testa lo schema mentale aristotelico-tomistico avevo motivo di stupirmi delle meraviglie che vedevo nel comportamento degli animali, soli o organizzati, nella comunicazione con la realtà ambientale e perciò avevo motivo di domandarmi anche cosa è l'Intelligenza?, perché trovavo in entità puramente sensibili quello che la dottrina antica riservava solo a chi aveva un'anima spirituale, cioè non solo la comprensione dei vari rapporti tra le cose ma anche un comportamento adeguato con esse, cioè l'Intelligenza.

 

Chi osserva gli animali senza pregiudizi non può chiudere gli occhi al fatto che in essi esiste la stessa funzione che opera nella mente umana anche se ci sono differenze macroscopiche quantitative. L'uguaglianza della funzione sta nell'avvertire e nel distinguere le differenze e le uguaglianze qualitative, quantitative, spaziali e temporali nell'ambiente circostante; la differenza sta nel prodigioso fenomeno umano dell'accumulo delle acquisizioni conoscitive. La comprensione di questo prodigio culturale umano si trova nell'acuta intuizione che Jacques Monod ci presenta nel Caso e la Necessità dove dice che quando un gruppo di animali superiori ha inventato un segno convenzionale o un gergo per trasmettersi tra di loro qualche informazione, allora è nata l'umanità, che poi ha trovato prima nella memorizzazione orale e poi nella memorizzazione scritta i mezzi per accumulare e dilatare le espressioni delle proprie esperienze e scoperte di ogni tipo. La parola umana non è che la continuazione del segno vocale osservabile in tutti i viventi.3

Se nell'uomo dobbiamo riconoscere il meraviglioso accumulo di informazioni culturali, nel semplice animale dobbiamo riconoscere la meraviglia della celerità nella attività della funzione fondamentale dell'Intelligenza, cioè l'avvertire e il distinguere le differenze e le uguaglianze e nel dedurne un comportamento adeguato: nessuno di noi può superare qualunque animale nell'acutezza spaziale della sua sensibilità, nella rapidità induttiva e deduttiva del suo centro coordinatore e nella velocità esecutiva dell'azione di aggressione o di fuga. In questa sveltezza gli animali trovano competitori soltanto negli strumenti dell'Intelligenza Artificiale che opera solo per logica deduttiva. Le loro operazioni contengono e manifestano il loro pensiero fatto di coscienza e di rapidissimo confronto intuitivo con sagge deduzioni nelle più svariate situazioni in cui vengono a trovarsi. Quando il cane annusa uno sconosciuto non fa che confrontare la situazione attuale con le situazioni precedenti memorizzate e questo comportamento gli permette di riconoscere l'amico dall'estraneo.

 

La cosiddetta fissità senza progresso degli animali è una pura superficialità perché tutti possiamo vedere come non solo i cuccioli apprendono dai genitori ma anche gli individui grandi apprendono tanti comportamenti dai compagni e dall'uomo nei circhi con l'addestramento: sembra che non progrediscano perché si fa paragone con lo sconfinato progresso umano dovuto ad alcune invenzioni fortunate che hanno incanalata l'evoluzione umana nei millenni. Gli studiosi hanno notato nell'acquisizione di nuove conoscenze e di nuovi comportamenti degli animali proprio l'inizio delta cultura intesa come trasmissione di cognizioni e di comportamenti.

È una stortura mentale anche la falsa concezione che l'uomo è colto perché è libero: la libertà sta nell'agire con amore e nessuno è più libero di un animale. L'uomo sembra più libero perché ha maggiori possibilità di scelta ma questo avviene perché è più colto ma sembra che la maggiore cultura lo renda anche più schiavo. La maggiore quantità di cultura e di libertà non deve essere il letto di Procuste per mutilare gli animali della loro meravigliosa intelligenza per incasellarli in uno schema mentale errato.

La conseguenza più immediata del riconoscimento dell'Intelligenza Animale è che si deve eliminare quanto è stato ipotizzato per spiegare l'Intelligenza umana, cioè lo spirito, che non è più necessario perché l'Intelligenza esista. L'animale e l'uomo si trovano nella stessa linea evolutiva e l'uomo si distingue dall'animale non per un'anima diversa ma per avere inventato i mezzi con cui accumulare la sua cultura. E chiaro che la Realtà è costituita tutta della stessa stoffa:è una Realtà Sensibile e nella sua sensibilità contiene la radice del pensiero, per cui ogni porzione della Realtà avverte se stessa ed entra in comunicazione (conoscenza) con quanto la circonda. Senza sensibilità non c'è coscienza. Il prodigio dell'accumulo della conoscenza, in cui consiste la cultura e il progresso umano, è spiegato benissimo con i mezzi di comunicazione (le varie forme di linguaggio e di scrittura) di cui già negli animali si trovano le prime invenzioni.

L'intelligenza di qualunque livello vive e opera con proporzioni, simmetrie e armonie geometriche e matematiche, che ritroviamo in ogni manifestazione della vita e dell'attività della Realtà, che - come ha scritto Galileo opera con linguaggio matematico: questa maniera di esprimersi e di comportarsi o di creare in sé le altre forme, deriva dalla sua forma sferica infinita, per cui il vero nome che le possiamo dare è quello di Noosfera: Sfera che pensa. La sua armonia geometrica impone a ogni sua porzione di comportarsi in modo da riprodurre la stessa proporzione, simmetria e coerenza. Perciò anche l'uomo sente la legge morale di ricercare la verità, la libertà, la bellezza, la solidarietà e la giustizia nell'armonia che è proporzione e simmetria: chi trasgredisce tale legge vive nell'inquietudine e nel tormento.

Dopo lo stadio dell’intelligenza pura, viene il

Secondo: stadio dell'Intelligenza Razionale, con la quale ci sforziamo di comprendere una realtà che non possiamo raggiungere con i sensi. In questo stadio sta la sorgente di grandi illusioni perché in esso si confrontano non elementi reali percepiti dai sensi o le loro immagini dirette come nel primo stadio, ma immagini reali e immagini ipotetiche prodotte dalla nostra fantasia creativa che lavora per "induzione" o "inferenza" con ipotesi, tesi e teorie alle quali la nostra mente facilmente presta "fede". Per eliminare il grosso pericolo di scambiare per vere tali ipotesi, tesi e teor4e costruite con fatti osservati, occorre praticare le tre fasi del "metodo scientifico".

Prima: induzione di una tesi, che non è altro che un'ipotesi sostenuta da qualche fatto osservato.

Seconda: deduzione, dalla tesi, di qualche fatto non osservato ma che deve osservarsi se la tesi è vera: solo la tesi da cui si deduce un fatto osservabile si può chiamare "teoria scientifica" intendendo con questa espressione non una proposizione o un principio generale che spieghi molti fatti come intendono alcuni4, ma semplicemente una 'proposizione che pretende di corrispondere alla realtà e indica qualche fatto da scoprire". Da tenere presente che in questa fase non è più pertinente la cosiddetta "legge di Hume" che vieta di dire "è cosi perciò deve essere così" perché tale legge contiene l'invalidità dell'induzione con la quale dai fatti osservati si pretende di arguire la realtà nascosta mentre qui usiamo la deduzione per controllare appunto l'induzione.

 

Terza: sperimentazione o ritrovamento dei fatti previsti con la deduzione da ricercarsi nella natura, nella storia o nel laboratorio scientifico: l'esito positivo di questa fase trasformerà la "teoria scientifica" in"verità scientifica" mentre l'esito negativo può avere due sbocchi: se non si trovano i fatti previsti la "teoria scientifica" resta sempre un'ipotesi; se invece si trovano fatti contrari la falsificano" cioè la "smentiscono" e bisogna costruire un'altra teoria.

Nell'uso della nostra mente non teniamo sufficientemente conto della distinzione dei due stadi della conoscenza, che dovrebbe permetterci una diversa valutazione delle affermazioni e delle negazioni a conclusione dell'osservazione dei fatti. Tale distinzione è di fondamentale importanza perché c’è di mezzo il metodo con cui si perviene alle conclusioni che devono corrispondere alla realtà: mentre nel primo stadio si confrontano direttamente i dati o i fatti osservati dai quali si deducono immediatamente delle conclusioni di "corrispondenza" o di "differenza" tra di loro, nel secondo stadio invece appare "l'induzione o inferenza" con cui tentiamo di acquisire l'immagine di una realtà nascosta ai sensi e che diventerà "vera" solo quando sarà controllata attraverso la scoperta dei fatti ipotizzati con la "deduzione" e da ricercarsi ulteriormente o nel laboratorio sperimentale o nel laboratorio della natura o nel laboratorio della storia.

Insomma è sempre valida la regola che chi afferma deve provare la sua affermazione: se è un'affermazione di competenza del primo stadio i fatti osservabili e controllabili saranno essi stessi la prova; se è di competenza del secondo stadio, la prova sarà costituita non dai fatti osservati da cui si è partiti per fare l'induzione della realtà nascosta ma dai fatti dedotti dall'immagine supposta e trovati nella ricerca successiva.

Con la distinzione dei due stadi della conoscenza e con la distinzione delle tre fasi che costituiscono il complesso metodo scientifico ci sembra di poter dire di avere fatto chiarezza anche nella questione del metodo che da parecchi decenni divide gli studiosi di Filosofia della Scienza. Ha cominciato Popper col dire che solo con la falsificazione si raggiunge la verità. Ha continuato Feyerabend col suo Contro il Metodo (1970) negando che ci sia un metodo scientifico e che tutte le scoperte avvengono solo per caso o per fortuna. Anche Francesco Barone nel suo Immagini Filosofiche della Scienza (1983) sulla scia della disputa dell'autonomia della Filosofia dalla Scienza ritiene che la riflessione sulla scienza non fa parte della scienza, cioè la epistemologia, che è lo studio dei mezzi validi con cui la nostra mente può raggiungere la realtà cioè la verità, non sarebbe scienza. Ultimamente Marcello Pera col suo Scienza e Retorica (1991), riprendendo un discorso iniziato nel 1910 da Carlo Michelstaedter col suo La persuasione e la retorica, pur difendendo contro Feyerabend l'esistenza del Metodo Scientifico, mi pare che finisca nelle stesse posizioni esposte da Francois Lyotard nella Condizione Postmoderna (1969> riprendendo la concezione della "scienza come conoscenza razionale" e approdando a un metodo di tipo sociologico fatto di dialogo tra ricercatore, natura e comunità scientifica, finendo ancora nel "consenso".

L'impostazione a cui sono pervenuto mi pare sia legittimata dalle distinzioni che ho potuto fare e che mi pare contengano in se stesse le prove controllabili che danno all’epistemologia cosi concepita lo status di scienza dei mezzi con cui la nostra mente può comunicare validamente con la realtà. La definizione di "scienza" come "conoscenza corrispondente alla realtà" ci costringe a tale conclusione: difatti anche il rapporto valido che la nostra mente può stabilire con la realtà esterna è realtà esso stesso e la nostra mente è essa stessa una realtà. Perciò l'Epistemologia, che studia tale rapporto, è una vera scienza in quanto il suo contenuto, se l'operazione è bene condotta, dovrebbe corrispondere alla realtà e non può essere piegato alle scelte dei gusti soggettivi come nell'arte o delle esigenze individuali come nella saggezza al di là dei diritti fondamentali. Pertanto si può anche affermare che la Filosofia è la ricerca della scienza e della saggezza; la prima scienza è l'Epistemologia, da cui ogni conoscenza riceve il suo status scientifico; l'epistemotogia e le altre scienze sono il punto di partenza per raggiungere la saggezza, che consiste in una operazione favole per la vita umana; la nostra mente ha solo due mezzi che le consentono di raggiungere la realtà, l'intuizione sensibile del primo stadio della conoscenza e il metodo scientifico del secondo; il "consenso" della comunità, anche scientifica, non costituisce un elemento del metodo scientifico ma solo il "riconoscimento" di quanto uno o più ricercatori hanno saputo fare con la propria attività attraverso 'prove controllabili.

Fuori dei due mezzi dell'intuizione sensibile e del metodo scientifico, la comunicazione con la realtà diventa un esercizio vuoto o ambiguo della nostra mente, che non fa che produrre la cosiddetta metafisica pura, di cui non possiamo dire né che sia vera né-che sia falsa: per poterlo dire dobbiamo trasformare le sue proposizioni in 'teorie scientifiche quando è possibile e cosi forse potremo scoprire il loro rapporto con la realtà.

Galileo giustamente è stato chiamato "padre della nuova scienza" perché ha cominciato a usare sistematicamente il metodo scientifico, col quale è stata iniziata la produzione della vera "metafisica scientifica", cioè di una conoscenza della realtà che non cade sotto la diretta osservazione dei sensi ma che tuttavia è vera perché controllata, nei suoi effetti previsti, col laboratorio sperimentale, col laboratorio della natura e col laboratorio della storia. Anche dopo Galileo continua la produzione della metafisica pura abbandonandosi ai "giuochi linguistici"e ai 'giuochi dei punti di vista"della "ragione pura": tutta questa cultura aggiunta a quella prodotta prima di Galileo occorre sottoporla a controllo per accertarci se corrisponde alla realtà. Per farlo abbiamo solo due mezzi: uno è quello suggerito da Popper e consiste nel trasformare le "proposizioni metafisiche" in "teorie scientifiche", quando si può perché non sempre da una affermazione metafisica si può "dedurre" qualche fatto che deve realizzarsi posto che sia vera; l'altro mi è stato ispirato da Voltaire ma l'ho trovato formulato già da Protagora nel V secolo a. C. Può essere espresso così: "l'uomo è la misura di tutto"; Gesù l'ha espresso così: "il sabato è fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato". Cioè la vita dell'uomo come è il criterio discriminatorio dei frutti buoni o cattivi di una pianta, secondo l'altro detto di Gesù "dai frutti si conosce la pianta", così diventa il criterio discriminatorio delle affermazioni metafisiche, delle teorie e delle ideologie: se un'affermazione metafisica, una teoria o una ideologia per essere realizzata contenesse un elemento di oppressione o di soppressione della vita anche di un solo essere umano non per eliminarne la sua nocività per gli altri ma per raggiungere le proprie mete, bisogna ritenerla folle.

In quest'ultimo criterio, denominato "criterio assiologico", entra in funzione la "verità saggezza" o "verità etica".

Naturalmente fanno parte della "ragione pura" e quindi producono "metafisica pura" le seguenti vie o metodi tanto valorizzati da certi settori culturali: il semplice metodo "induttivo-deduttivo" denominato anche "inferenza fisica e metafisica"; la semplice "evidenza logica"; la semplice "intuizione intellettiva"; la semplice "fede" senza controlli; il "segno ambiguo" della analogia di tanto simbolismo. Tali metodi sono gli strumenti del vero razionalismo cioè della sopravvalutazione della vecchia "facoltà" denominata "Ragione": i loro prodotti devono essere sottoposti al controllo dell'intelligenza Razionale se vogliamo farli diventare "verità scientifiche". Per non averlo saputo o potuto fare le epistemologie parmenidea, platonica, aristotelica, agostiniana, tomistica, cartesiana, kantiana, hegeliana hanno prodotto tutte quelle 'antinomie della Ragione' che a loro volta hanno generato lo scetticismo e il pessimismo che dai Sofisti, da Pirrone, da Argesilao e da Sesto Empirico vanno a Montaigne, a Pascal, a Leopardi, a Schopenauer e a Feyerabend, i quali a torto dubitano del valore di tutto il processo razionale,

 

Anche la fede intesa come conoscenza accettata sull'autorità di altri, solo a una condizione potrebbe essere criterio di 'verità conoscitiva o, come dice l'autore. della 'Lettera agli Ebrei, "fondamento di ciò che si spera e dimostrazione di ciò che non si vede"'5, cioè quando si appoggiasse davvero alla "Parola di Dio", di quell'Essere che viene concepito come incapace di ingannarsi e di ingannare. Ma che ci sia questa "Parola di Dio" nella Storia umana lo possiamo sapere solo attraverso la via dell' 'Intelligenza Pura' o la via dell' 'Intelligenza Razionale', se tale 'Parola' rientra nel patrimonio culturale dell'umanità e non è indirizzata direttamente a ciascun uomo in particolare. Ora il patrimonio culturale umano è un mare magnum in cui sono mescolate conoscenze prodotte dall'Intelligenza Pura, conoscenze prodotte dall'Intelligenza Razionale e conoscenze prodotte dalla Ragione Pura, la quale insieme a molta metafisica pura ambivalente ha prodotto anche molti deliri. Perciò se ci sono tradizioni culturali che si presentano come 'Parola di Dio' noi dobbiamo controllare se effettivamente provengono da tale Essere, e, poiché tale Essere è concepito come incapace di 'contraddirsi', qualora trovassimo in tali 'Parole di Dio’ contraddizioni e fallacie dovremmo concludere che sono povere parole umane fatte passare per 'Parola di Dio'. Naturalmente quest'operazione di controllo possiamo farla riconoscendo nella Storia, intesa come successione difatti, un laboratorio in cui vengono sperimentate nel tempo tutte le affermazioni contenute nel patrimonio culturale dell'umanità, per cui giustamente già Menandro Ateniese nell'undicesima delle sue Sentenze Monostiche ha potuto enunciare il principio ben noto "la verità è figlia del tempo". Anche in quest'operazione non è pertinente la ricordata "Legge di Hume" che è una condanna dello Storicismo, che contiene un'operazione induttiva con la quale si pretende di "inferire" dai fatti storici "leggi" e "ideologie", mentre qui noi ci proponiamo di trovare quei fatti che sono "smentite" alle affermazioni di qualunque tipo precedentemente fatte.

 

Tutto questo lavoro di controllo è il compito delta "filosofia critica" che sottoporrà a esame critico tutto ciò che viene presentato come conoscenza corrispondente alla realtà, usando i criteri indicati dall'Epistemologia o Filosofia della Scienza. Questo libro è un esempio di Filosofia Critica perché è un esame critico delle fedi religiose che pretendono di darci una conoscenza corrispondente alla realtà, cioè vera, fondandosi sulla "Parola di Dio". Abbiamo già detto che per noi la Filosofia non è qualcosa di diverso dalla Scienza perché per Filosofia intendiamo soltanto "la ricerca della Scienza e della Saggezza" e che per "Filosofia della Scienza" o "Epistemologia" intendiamo "la scienza dei mezzi con cui la nostra mente può acquisire le altre scienze" e che per "scienza" intendiamo "la conoscenza o rappresentazione mentale o immagine corrispondente alla realtà presente passata o futura". Nella ricerca contenuta nel mio libro citato ho potuto mettere insieme per l’operazione dl critica filosofica o epistemologica uno strumento che ho chiamato "setaccio critico" o "Lanterna di Diogene": è costituito dai tre elementi che sono alla base dell'intelligenza Pura e dell'intelligenza Razionale arricchiti del criterio assiologico. Il setaccio critico e composto di questi quattro criteri:

 

primo: Intuizione sensibile, che non è la semplice sensazione ma è il confronto delle strutture o situazioni sensibili fatto dalla mente con i sensi.

secondo: Metodo scientifico che è l’arco "induttivo-deduttivo-sperimentale" ed è valido per raggiungere qualche elemento della zona della realtà nascosta ai sensi.

terzo: Smentita o falsificazione, che viene fornita dalla contraddizione logica e dalla contraddizione dei fatti alle ipotesi o tesi o teorie.

quarto: criterio assiologico, che esige il rifiuto di una affermazione, di una teoria, di una ideologia o di una fede che programmino il sacrificio dei diritti fondamentali della vita umana per essere realizzate.

L'applicazione del criterio epistemologico di Popper cioè del "criterio della falsificazione o smentita delle teorie compiuta dai fatti", alle proposizioni fondamentali teologiche da cui derivano come da sorgente tutte le verità dommatiche e morali delle Religioni fondate sulla "Parola di Dio", viene legittimata dalla possibilità di trasformare tali proposizioni in vere "teorie scientifiche", cioè in tesi con deduzione difatti che devono realizzarsi se le proposizioni fossero vere, considerando la Storia un vero laboratorio sperimentale e i fatti contrari alle affermazioni teologiche come loro smentite.

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1 - Cicerone - De divinatione II, 48

2 - Esopo. Favola 57. Ed. Rizzoli 1984

3 - cfr. Bruno Lauretano – La sfida della zoosemiotica in Filosofia ed Etologia – Atti del Convegno della Filosofia Italiana-

Editoriale B.M.Italiana 1993

4 - cfr. Paul Davies – Il cosmo intelligente-Ed.C.D.E. - 1991 pag. 182

5 - Ebrei 11,1

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