IL SETACCIO CRITICO
ARBITROTRA ORTODOSSIA ED ERESIA
Con l'aiuto dell'epistemologia abbiamo potuto demolire quel criterio che è servito per tre millenni a discriminare chi è ortodosso - cioè chi possiede la vera conoscenza o la verità o la "vera fede", che sarebbe quella posseduta dalla comunità" da chi è eretico, cioè da chi vivrebbe secondo una conoscenza diversa da quella della "comunità" di appartenenza e quindi passibile di scomunica o di ostracismo e, nei casi più gravi, di pena di morte. Le fedi religiose ebraica, cristiana ed islamica sono state le maggiori assertrici di tale criterio.
Per fortuna anche senza l'aiuto dell'epistemologia chi seguiva il buon senso del "criterio assiologico", cioè i "liberi pensatori' dei secoli passati, dei quali Voltaire è stata la voce più rappresentativa, hanno fatto cessare per l'umanità tale flagello. Tuttavia non bisogna pensare che all infuori di tali filoni culturali non vigesse il criterio per discriminare "ortodossia" ed "eresia".
Anche i greci nella fase teologica del loro pensiero avevano individuato un criterio di "ortodossia" nella "sentenza della maggioranza" che veniva presa nella riunione pubblica che chiamavano "agorà" da cui ebbe il nome anche il posto dove si riunivano (agorà-piazza). I termine "categoria" deriva da "katà agorà" e vuol dire "secondo l'assemblea" e indica la sentenza o il pensiero espresso dall'assemblea. Poi è passato a indicare le note o gli aspetti generali delle cose comunemente riconosciuti nelle discussioni e nelle ricerche filosofiche: le 10 "categorie" di Pitagora e di Aristotele (sostanza, quantità, qualità, luogo, tempo, relazione, stato, posizione, azione e passione) sono gli aspetti generali che riguardano l'essere accettati dalla maggioranza. Sicché possiamo dire che anche per i Greci era "'ortodosso", cioè pensava giusto, chi seguiva il pensiero espresso dalla maggioranza. Cicerone tradusse nella lingua latina il concetto di ortodossìa con retta ragione ma bisogna fare attenzione a quel retta ragione perché Cicerone sapeva bene che la ragione, dopo i Sofisti, Pirrone, Argesilao e Carneade, in ogni questione trovava motivi di uguale peso sia a favore sia contro (1). E allora dovremmo domandare a Cicerone come dobbiamo fare per venire a conoscere quando la ragione è retta e quando è sbagliata.
Gli scettici accademici avevano già data una risposta a tale fondamentale questione e l'avevano trovata nell' "eulogon" cioè nel "buon senso" che misura sulla vita umana il 'buono' e il 'cattivo', come già aveva sentenziato incisivamente prima di loro nel V secolo a C. il sofista Protagora col suo"l'uomo è la misura di tutto" e che Platone col suo idealismo dogmatico aveva rifiutato. Ma anche col criterio del buon senso si ricadeva nella sentenza o decisione della maggioranza della comunità: era giudicato ortodosso chi seguiva il pensiero espresso dalla maggioranza della comunità, eretico chi se ne divideva. Come si vede in origine 'eresia' e 'scisma' significavano la stessa situazione ma poi sono state ben definite.
Abbiamo trovato che il criterio che stabilisce la ortodossia nella dottrina seguita dalla 'comunità' espressa dalla maggioranza era comune sia al filone culturale ebraico che al filone culturale greco, ma penso che sia seguito da tutti i filoni culturali da sempre. Soltanto una persona sostenuta dalla autorità di una "Parola di Dio" poteva permettersi di avanzare una dottrina diversa: così fecero i Profeti Biblici e i Poeti Filosofi presocratici. Per questo il Movimento Cristiano fu ritenuto eretico dalla Nazione Ebraica non avendo saputo o potuto persuadere i Capi che venisse da Dio. Tuttavia, dopo che riuscì a costituirsi in "comunità", anche in esso viene a emergere e a fissarsi il criterio della dottrina della maggioranza e S. Paolo lo proclama nella Prima Lettera a Timoteo dove addita "l'assemblea" - in greco e in latino 'Ecclesia", in italiano "Chiesa" - "colonna e fondamento della verità" (2), in quanto là si mantiene l'identità di dottrina tra la comunità presente e la comunità del passato.
Così il criterio dell'ortodossia è identificato con la "tradizione" cioè nell'insegnamento costante della comunità. Ma non bisogna pensare che sia S. Paolo il primo a stabilire tale criterio e solo per il Cristianesimo; è un criterio che vigeva in ogni filone culturale. In nome della "tradizione" gli Ateniesi hanno condannato Socrate alla cicuta come avevano condannato all'esilio altri filosofi che sulla natura illusoria degli dèi della religione popolare avevano osato parlare chiaro, come Anassagora, Protagora, Aristotele. In nome della tradizione gli Ebrei avevano condannato Gesù, come, in nome della tradizione, i Romani avevano condannato i Cristiani, che Celso nel suo libro "Discorso Vero" rimproverava di non appartenere a nessuna tradizione né a quella ebrea né a quella di altro popolo, e in nome della tradizione i Cristiani hanno condannato l'innumerevole schiera degli "eretici" e gl'Islamici già nel 757 condannano lbn al Mugaffa.
L'impressionante fenomeno storico del rogo degli eretici deve avere stimolato la mente sagace di alcuni pensatori della cultura scozzese nel secolo XVII alla riflessione sul "buon senso" o "senso morale". Il loro più noto esponente, Lord Shatesbury, lo dice una manifestazione del senso estetico o armonico della natura che fa ricercare la bellezza, la bontà e la verità e guida infallibilmente ogni uomo secondo la "retta ragione o regola universale" insegnata da tutte le religioni e filosofie e che alla fine si esprime nel "senso comune". L'identificazione della "retta ragione" col "buon senso" o "senso comune" ha certamente una sua validità perché non è che la "verità saggezza" cioè l'adeguamento del nostro comportamento alla realtà conosciuta a beneficio della nostra vita nel primo stadio della conoscenza, che è l'esperienza, patrimonio comune a tutti i popoli. In questo stadio il senso comune è veramente criterio di ortodossia, anzi diventa l'ultimo appello in ogni questione.Tuttavia non bisogna fare del "senso comune" un criterio assoluto di "ortodossia" perché l'esperienza che esso racchiude è limitata a quella comunità e a quel tempo. Esso può e deve essere arricchito dall'esperienza delle altre comunità umane e delle generazioni successive e soprattutto delle "sperimentazioni" delle persone dedite alla ricerca della conoscenza, che sono gli "scienziati", che sono spesso oltre l'esperienza comune e che molte volte fanno piazza pulita anche del senso comune tradizionale. Se non si riconosce questo continuo arricchimento, il 'senso comune' diventa sorgente di dogmatismo e di immobilismo anche nel primo stadio della conoscenza.
Per quel che riguarda poi il secondo stadio della conoscenza Il 'senso comune" non può avere nessun valore in quanto non è sostenuto da nessuna esperienza e da nessun controllo, mentre nel primo stadio un certo controllo è possibile ed esiste. Nel secondo stadio la "sentenza della maggioranza" può essere strumento solo di 'democrazia politica" cioè per decidere quello che si può e si vuole fare ma non può essere criterio di "verità razionale", per la quale unico strumento è il "metodo scientifico" con le sue tre frasi di cui la più importante è la "sperimentazione", la quale può essere fatta col tempo ("la verità è figlia del tempo" aveva sentenziato Menandro Ateniese) e molte volte solo da pochi, almeno all'inizio, mentre nel frattempo "la maggioranza" può soltanto "esercitarsi" col metodo metafisico induttivo-deduttivo seguendo una semplice "ipotesi" o "teoria".
Riassumendo il criterio di ortodossia del buon senso è valido fino a un certo punto, e cioè soltanto nell'ambito del primo stadio della conoscenza: anche allora però può essere smentito dalla sperimentazione scientifica che supera la semplice esperienza empirica, contenuta nella "limitatezza" delle prestazioni immediate degli organi di senso e superata dalle prestazioni della strumentazione scientifica. Quando si entra nell'area propria del secondo stadio della conoscenza, cioè nella zona della realtà che non è raggiungibile direttamente dalle prestazioni dei sensi, la sentenza della maggioranza non ha nessun valore come 'criterio di ortodossia" tranne nel caso che sia quella controllata attraverso il metodo scientifico: questo controllo scientifico può essere fatto solo per poche teorie. VuoI dire che la maggior parte della realtà resta come zona da esplorate e perciò fa parte del regno del dubbio e della libera opinione, mentre il regno della scienza è il "regno della verità che incatena".
Ecco perché il vecchio criterio di "ortodossia" basato sulla dottrina della maggioranza si deve ormai considerare sorpassato e non può più servire a discriminare "ortodossi" ed "eretici". Questa è conseguenza della decifrazione epistemologica tra Intelligenza e Ragione operata a seguito della valorizzazione dell'intelligenza animale e dell'applicazione del "setaccio critico", che contiene tra i criteri per decifrare metafisiche e ideologie anche quello "assiologico", che pone la vita umana sopra tutti i valori, per cui la maggioranza che calpestasse la vita o i diritti fondamentali dell'individuo sarebbe essa eretica.
Questa impostazione, per cui è da considerarsi eretico non tanto chi pensa contro la maggioranza ma la maggioranza che per ragioni ideologiche calpestasse chi pensa diversamente, ormai sta entrando nella coscienza universale in questo scorcio del secondo millennio dopo la triste esperienza dl quanto hanno compiuto "le maggioranze oceaniche o totalitarie" leniniste, fasciste e naziste di questo secolo XX, le quali per retrospezione ci hanno costretto a riflettere anche sulla triste esperienza di "altre maggioranze" che nei tempi passati hanno usato gli stessi metodi. Perciò è gradito assistere alle riabilitazioni di quanti un tempo nellUnione Sovietica e nelle nazioni satelliti erano stati "eliminati" come "eretici", dei quali Andrei Sacharov era come il simbolo, e alle molteplici richieste di scusa compiute dall'attuale Papa Giovanni Paolo II durante le sue visite alle varie parti del mondo, prima agli Scienziati per Galileo, poi agli Ortodossi, poi ai Protestanti, poi agli indiani d'America, poi ai Negri per la vergognosa tratta, poi agli Ebrei.Occorre però far notare che Giovanni Paolo II presenta gli errori del passato non come autentici errori cioè come valutazioni errate compiute dalla "maggioranza" attraverso i suoi rappresentanti secondo il criterio di ortodossia religiosa allora vigente, ma "come colpe". La natura epistemologica di questo lavoro ci costringe a rifiutare tale valutazione che è o una ingenuità o una mistificazione: le cosiddette colpe delle nazioni cristiane sono state causate dallo "sbandamento" di chi era capo ideologico di quelle nazioni e non tanto per omissione nell'insegnare quanto per positivo intervento con direttive e autorizzazioni, generando un comportamento contrario a quelli che oggi chiamiamo i "diritti fondamentali dell'uomo" già contenuti e proclamati dall'insegnamento di Gesù, per i quali aveva "annunziato" l'intervento di Dio vendicatore per mezzo suo. E stata una vera e propria "eresia" del Cristianesimo Teologico "diventato perfetto strumento di oppressione e di annullamento delle altre culture", come ebbe il coraggio di dire il gesuita Engelbert Mrem a Giovanni Paolo Il nella sua visita a Yacundé in Africa il 14 maggio 1985. Shakespeare, esponente del movimento di protesta, aveva espresso tale verità con questa frase scultorea: "eretico è colui che accende il rogo non chi vi brucia dentro" (3).
-------------------------------------------------------------1-Cicerone-Varro 12, 452-I Timoteo 3,151) Shakespeare - "Giardino d'inverno scena I, atto 3 |
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