LA CHIAVE DI OGNI RELIGIONE
CHE SI PRESENTA COME "PAROLA DI DIO"
Il criterio che abbiamo usato per l'analisi della premessa del filone culturale del Cristianesimo dobbiamo ora usarlo anche per le altre Religioni che vantano di derivare dalla stessa sorgente che è l'illuminazione di Dio: Ebraismo, Islamismo, Induismo, Mitracismo, Buddismo e Shintoismo.
E noto che la Rivelazione fatta ad Abramo è la radice da cui hanno derivato alimento culturale Ebraismo, Cristianesimo e Islamismo e perciò Abramo è stato detto il Padre dei Credenti.
Successivamente la Rivelazione di Abramo venne sviluppata da Mosè e dagli altri Profeti e venne fissata nella Bibbia o Sacra Scrittura del Vecchio Testamento; Gesù disse di essere venuto a realizzare le promesse di Abramo, di Mosè e dei Profeti e i suoi discepoli fissarono il suo messaggio negli scritti chiamati Nuovo Testamento; Maometto disse di avere portata l'ultima "Parola di Dio", che dai suoi immediati seguaci venne fissata nel Corano. Tali libri così importanti sarebbero stati scritti sotto l'"ispirazione" o l'assistenza particolare di Dio stesso e costituirebbero perciò la stessa "Parola di Dio", denominato nel Vecchio Testamento "Jahvè" o "Dio vivente", nel Nuovo Testamento "Padre" di cui Gesù sarebbe la "Parola incarnata",e nel Corano "Allah", il "Dio unico".
Certamente la "Parola di Dio" non può essere "smentita", perché Dio viene concepito come un Essere che non può sbagliarsi né può ingannare: tuttavia bisogna tenere sempre conto che tale "parola" si è rivestita di un linguaggio umano storicamente concreto e bisogna intenderla secondo il modo di esprimersi dell'umanità del tempo in cui essa viene redatta. L'unica cosa che non può essere ammessa in tale "parola di Dio" è la contraddizione e la smentita dei fatti alle sue promesse. Se trovassimo che la parola attribuita a Dio è stata smentita dai fatti della Storia vuol dire che è stata attribuita a Dio una parola umana, anche se piena di sublimi composizioni letterarie e di narrazioni miracolose.
Abbiamo già fatto l'esame critico della "Parola di Dio" del Nuovo Testamento e le smentite che abbiamo accertate ci hanno costretti a stabilire che è stata attribuita a Dio una illusione e pertanto tutto il filone culturale basato sul Nuovo Testamento, pur nella sua grande ricchezza umanistica, contiene un elemento oppressivo nella pretesa di parlare a nome di Dio.
Ora dobbiamo esaminare criticamente le altre radici da cui emanano i filoni culturali che tanta importanza hanno avuto e hanno tuttora nella storia umana Cominciamo con la Bibbia del Vecchio Testamento.
Fin dal suo primo libro, il Genesi (1), il Vecchio Testamento ci riferisce che Jahvè appare ad Abramo, il capostipite del popolo ebreo e di tutti i credenti, vissuto circa nel 1800 a. C., e gli fa la "Grande Promessa", che sta alla radice di tutta la storia della sua discendenza. E questa: "Alza gli occhi e guarda intorno al luogo dove stai, a settentrione, a mezzodì, a levante e a ponente: tutto il paese che tu vedi io lo darò a te e alla tua progenie per sempre".
Questa "Grande Promessa" sarebbe stata realizzata dalle grandi imprese epiche compiute da Mosè e da Giosuè 500 anni dopo e concretizzata altri 200 anni più tardi col Regno di Davide verso l'anno Mille a. C. (2). Nel li Libro di Samuele (3) viene riferito che Jahvè invia al re Davide il profeta Nathan per fargli questa altra grande e impegnativa promessa: "Così dice Jahvè degli eserciti: Io ti ho preso dai pascoli, dalla custodia del bestiame minuto perché tu fossi principe sul mio popolo Israele; sono stato con te in ogni cosa che tu hai intrapreso; anche in futuro intendo eliminare tutti i tuoi nemici innanzi a te e ti farò una fama simile a quella dei principi più grandi della terra; fisserò un posto ai mio popolo, a Israele, e ve lo stabilirà così che egli vi abiti senza timori perché mai più iniqui lo opprimeranno come all'inizio, cioè da quando io misi i Giudici sopra Israele, ma gli concederò riposo da tutti i suoi nemici. Te poi Jahvè farà grande, poiché Jahvè ti farà un casato. Avverrà che quando saranno giunti al colmo i tuoi giorni e tu sarai riposato con i tuoi padri, io farò sussistere il seme che uscirà dalle tue viscere e ne renderò stabile il regno. Esso costruirà una casa al mio nome e io renderò stabile il trono del suo regno per sempre. lo gli sarò padre ed egli mi sarà figlio: se commetterà iniquità lo percuoterò con la stessa verga con cui percuoto gli altri popoli, con colpi simili a quelli dei figli degli uomini; ma non gli toglierò la mia benevolenza come l' ho tolta a Saul che ho allontanato dal mio cospetto. Perciò stabile sarà la tua casa e il tuo regno per sempre al mio cospetto: il tuo trono resterà saldo per sempre!"
Le persone serie avranno fatto attenzione alle espressioni "per sempre" e "in eterno" contenute in tali solenni promesse. Esse sono assolute cioè non sono condizionate a eventuali "iniquità" cioè "infedeltà" al culto di Jahvè che potranno commettere i discendenti di Abramo o di Davide. Anzi viene espressamente detto che in tale eventualità verranno usati tutti gli altri castighi meno quello del rifiuto usato con Saul. Sono ignorate quindi tutte le contrarie minacce contenute nel Libro di Giosuè che sembra scritto apposta col preciso scopo di inculcare la tesi che se il popolo di Israele non si mantiene fedele al culto di Jahvè non solo sarà molestato dagli altri popoli ma sarà addirittura spossessato della terra promessa ai padri (4). Tale contraddizione evidente giustifica il giudizio degli specialisti che pongono la redazione del libro di Giosuè nel periodo delle grandi invasioni assire e babilonesi, per scongiurare le quali gli scrittori di quel tempo continuarono ad inculcare il timore di Jahvè per non provocarne i castighi.
Le solenni promesse senza condizioni susciteranno grande sorpresa quando si rifletterà sui fatti che ci presenta la Storia: la Palestina viene invasa al Nord nel 721 a. C. dagli Assiri, che ne deportano la popolazione sostituendola con popolazioni provenienti dall'Est; nel 598 viene invasa di nuovo dai Babilonesi guidati da Nabucodonosor, che sradicano addirittura il Regno di Davide, che non sarà mai più ricostituito anche quando i Persiani con Ciro nel 538 sconfiggeranno i Babilonesi e permetteranno agli Ebrei di tornare in Palestina: difatti Zorobabel, discendente dalla stirpe di Davide, che sembrava dovesse diventare, come Luogotenente persiano, l'erede di Davide, fu fatto sparire nel 520 e della stirpe di Davide non se ne parlò più. Le oppressioni si susseguirono con i Macedoni guidati da Alessandro Magno che conquistarono Gerusalemme nel 333 a. C. e poi con i Romani guidati da Pompeo Magno, i quali assoggettarono la Palestina nel 63 a. C. I Romani vi insediarono come Re vassallo Frode il Grande, non certo della dinastia di Davide, e quando, morto Frode il Grande il 4 a. C., destituirono perindegnità suo figlio Archelao il 6 d. C. istituendo in Giudea un diretto Procuratore Romano, si stancarono delle continue rivolte aizzate dai movimenti libertari capeggiati dai sedicenti messia, intervennero al tempo di Nerone nel 66 d. C. in modo radicale distruggendo, per opera di Vespasiano e di Tito, Gerusalemme nel 70 e dispersero definitivamente la nazione nel 134 con Adriano, lasciando la zona in preda ai nomadi e agli Arabi che la islamizzarono nel 637 d. C.
Ma le persone intelligenti non avevano bisogno di tutta questa enorme smentita della Storia per capire che quelle non erano promesse del "vero Dio" o "Jahvè", difatti già al tempo della cosiddetta "schiavitù babilonese" avevano compreso il grande contrasto tra le promesse di Jahvè e la distruzione del Regno di Davide e facevano circolare apertamente la loro "filosofia critica" alla "fede dei Padri" con frasi che dovevano suonare presso a poco cosi: "Jahvè, il Dio d'israele, non è il vero Dio". Contro tale valutazione i tradizionalisti e i mistici ad oltranza prendevano posizione e scrivevano: "Lo stolto ha detto che Jahvè non è Dio" come si legge nei Salmi (5). I mistici di tutti i tempi non fanno caso ai fatti e alle loro terribili smentite ma sospinti dalla loro "fede" che è piuttosto una speranza fanno come gli struzzi, come fanno in genere tutti gli ideologi: chiudono gli occhi per non vedere la triste realtà, sperando anche nella disperazione. Con tali sentimenti i mistici ebrei intervengono con scritti appassionati per risollevare la fede e la speranza dei propri compatrioti. Ecco come il Profeta Ezechiele affronta la "filosofia critica" del "laicismo ebraico" che vedeva le promesse smentite dai fatti: "La parola del Signore mi fu rivolta ancora in questi termini: -Figlio dell'uomo, cos'è questo frizzo che voi ripetete sulla terra d'Israele? passano i giorni e ogni visione è svanita? Dì pertanto ad essi: Così parla il Signore Jahvè: farò cessare questo frizzo né più oltre lo ripeteranno in Israele. Anzi dì loro: si approssimeranno i giorni e ogni visione diventa realtà, perché non vi saranno più visioni mendaci d'ora innanzi e indovinamenti carezzevoli in seno alla casa d'Israele, ma io Jahvè, quello che dico lo dico e lo faccio. Non si tarderà più, anzi ai dì vostri, o casa ribelle, dirò una parola e la affetterò. Sentenza del Signore Jahvè. Ancora la parola del Signore mi fu rivolta così: "Figlio duomo, ecco che la casa d'Israele va dicendo: la visione che costui vede è per tempi lontani, costui predica per tempi remoti! Di pertanto ad essi: così parla il Signore Jahvè: non si tarderà più, ma quello che dico sarà detto e fatto"(6)
Anche Geremia rincuora i suoi compatrioti deportati in Babilonia con la sua profezia che entro settant'anni sarà rotto il giogo dal loro collo e gli stranieri non li faranno più schiavi ma serviranno in pace Jahvè loro Dio e il loro Re Davide, che sarà di nuovo suscitato per loro. Ma questo nuovo Davide non è mai apparso come non è stato mai realizzato il progetto di restaurazione del Principato descritto da Ezechiele nei capi 43 e 45. E la delusione per questa mancata realizzazione delle promesse dei due grandi Profeti cerò di consolarla l'autore del Libro di Daniele, il quale scrisse un'apposita 'rivelazione' per far sapere che Geremia per "settant'anni' intendeva 'settanta settimane di anni', al termine dei quali verrà il 'Santo dei Sanb' (7). E su queste nebbiose visioni e promesse gli Israeliti più pii e più timorati di Jahvè non disperarono mai che il loro Dio si sarebbe finalmente 'ricordato' delle sue promesse e all'apparizione dì Gesù di Nazareth credettero fermamente che fosse il Messia promesso e così per la povera umanità cominciò un'altra serie di tragedie.
La Bibbia è certamente un'affascinante raccolta di scritti che ha influito e tuttora influisce nella storia del popolo Ebreo e di tanti altri popoli ma è venuta l'ora di proclamare che il più grande errore che sia stato commesso è quello di averla fatta passare per "Parola di Dio" con tutto il peso che la rendono assoluta, dogmatica e irremovibile nelle sue richieste di fede e di morale, la cui chiave è nelle mani dei rappresentanti di Jahvè. Werner Keller 25 anni fa ha potuto scrivere il celebre libro La Bibbia aveva ragione nel quale dimostra facilmente che i fatti storici narrati sono ben documentati dai risultati delle ricerche archeologiche o storiche. Però questa credibilità che la Bibbia indiscutibilmente possiede per gli avvenimenti geopolitici non può essere acriticamente trasmessa alle interpretazioni metafisiche e teologiche che gli autori hanno escogitato per darne spiegazione allo scopo di infondere conforto e speranza nei loro compatrioti oppressi, creando finzioni letterarie per trasmettere il frutto delle loro riflessioni appassionate, come del resto hanno fatto gli scrittori dei primi secoli cristiani.
Da una lettura attenta, colta e libera da schemi culturali precostituiti a cui si è legati per ragioni di natura affettiva o educativa o professionale o morale o economica, balza chiaro che tutta la storia narrata dai libri storici non è che la "tessitura" teologica degli autori e patrioti del tempo delle grandi invasioni assiro-babilonesi e macedoni. Furono essi gli artisti che crearono i miti antichi, cioè i racconti in cui con un linguaggio fantastico hanno cercato di far comprendere il frutto delle loro riflessioni e hanno dato un'anima teologica ai fatti da loro conosciuti direttamente o indirettamente attraverso i documenti conservati negli archivi ufficiali degli "scribi" della nazione, rivestendoli di una loro "filosofia della storia", mettendo in bocca a un personaggio o a un altro e addirittura al Dio nazionale profezie e promesse che sostanzialmente sono state smentite dagli avvenimenti successivi in maniera solenne. E ridicola la tesi dei teologi cristiani che il Regno di Davide sarebbe stato continuato dal "regno di Dio" di Gesù e quindi dal Cristianesimo: a parte i sei secoli di scomparsa carsica del Regno di Davide, nei quali le delusioni e le sofferenze delle generazioni umane sembra che non contino un bel nulla, la smentita dei secoli successivi alla divinizzazione di Gesù ha smascherato anche tale sofistica e tragica illusione.
Al criterio della "smentita" o falsificazione compiuta dai fatti alle previsioni e alle promesse dà man forte il criterio "assiologico". Che la fede ebraica non provenga dal "vero Dio" si comprende anche dal fatto che nel raggiungere le proprie mete religiose, cioè l'occupazione della Terra Promessa, suggerisce lo sterminio delle popolazioni cananee per ragioni teologiche, come risulta dal Libro di Giosuè. L' "anatema" è l'arma ideologica e teologica con cui si opera lo sterminio di uomini atti a combattere, di vecchi, di donne, di bambini e perfino di animali domestici appartenenti al "maledetto idolatra". E un'argomentazione in più.
Il criterio assiologico, cioè del valore assoluto dell'individuo umano, diventa invece l'argomentazione principale per fare un giudizio sommario di tutto l'islamismo senza condurre un'analisi particolare sul Corano: anche il Corano infatti, come il Vecchio Testamento, contiene la legittimazione della "guerra santa" (8) contro gli infedeli e i miscredenti e l' ha ispirata per oltre un millennio e la ispira tuttora.
Esso vale anche per dare la stessa valutazione alle altre religioni orientali, Induismo, Mitracismo, Buddismo e Shintoismo, alle quali pur riconoscendone aspetti umani di profonda saggezza, che sono espressione di millenaria esperienza, tuttavia dobbiamo rimproverare le qualifiche divine attribuite ai capi di quelle popolazioni, sulle quali si è abbattuta la soggezione assoluta della loro condizione immutabile.
La Storia sta lì a smentire l'affermazione fatta da Giovanni Paolo II il 4 Giugno 1988 durante la sua visita a Carpi, e cioè che non ci può essere umanesimo senza la fede in Dio:è stata proprio la fede in Dio concepito secondo la Bibbia o secondo il Corano o altre concezioni che ha messo sullo stesso piano nell'inumanità le società religiose antiche e medievali e le società atee naziste e comuniste del XX secolo. L'umanesimo si giustifica da se stesso ed è sostenuto solo da una concezione di Dio come Mistero, di fronte al quale non sappiamo che cosa pensare se non che esiste una Realtà Eterna, Intelligente, da cui emergono strutture intelligenti, come siamo noi e gli animali, ma della quale l'umanità finora non è riuscita a cogliere l'intima natura, e tutte le ipotesi che sono state avanzate si sono rivelate sorgenti di oppressioni e di delusioni.
--------------------------------------------------------1 - Genesi 13, 14e 152 - cfr. Esodo. Levitino, Numeri, Deuteronomio, Giosuè, I - II Samuele3 - II Samuele 7,4-174 - Giosuè 21 e 235 - Sahao14, 16 - Ezechiele 12, 2 3- 287 - Daniele 98 - Corano sura Il,214,215; IV, 71-74,84, 94-95;V 35, 51; IX, 29-38,52;XXII,78-cfr.Aless.Nangeroni, cosa dice il Corano - Xenia Edizioni 1990 |
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