4 - LA FILOSOFIA È SAGGEZZA

 

 

 

Abbiamo già detto che la saggezza consiste nello stabilire un rapporto adeguato tra la realtà, conosciuta con la scienza, e la vita, cioè e "ars vitae" come diceva Cicerone. L'uomo è la misura di tutto e la verità conosciuta gli indica quale rapporto deve stabilire con la realtà per la conservazione e il miglioramento della sua vita. Una visione del mondo che conducesse o abbia condotto alla soppressione della vita umana o a conculcarne i diritti fondamentali è da ritenere falsa.

Il nome stesso di "filosofia" vuol dire ricerca della "sofia" che -come diceva Pitagora - è la sapienza con cui opera la natura e che l'uomo cerca di comprendere per sua soddisfazione e utilità. Qui la filosofia diventa sinonimo di "cultura" intesa come un insieme di dottrine, apprendimenti, impostazioni e comportamenti. La cultura quindi è sempre un prodotto della conoscenza che si ritiene corrispondente alla realtà ma solo la scienza, che è conoscenza che davvero corrisponde alla realtà, produce saggezza. Dove si vede che due sono gli elementi della saggezza: la vita umana e la scienza. La possiamo concepire come un ponte tra le due sponde della conoscenza: uomo e realtà esterna. La validità della vita di un individuo e di tutta la storia umana dipende dalla validità del risultato della conoscenza della verità-realtà e del posto che l'uomo pensa di avere in tale realtà. Si comprende allora l'immenso valore che acquista la scienza in quanto possesso della verità conoscitiva in ogni campo dell'attività umana ma soprattutto nella politica intesa come impostazione e realizzazione delle due esigenze fondamentali della vita umana, libertà e giustizia: purtroppo ancora oggi è valida l'ammonizione di Luigi XIII re di Francia a suo figlio:

"Quando sarai grande, figlio mio, vedrai con quanta poca saggezza viene governato il mondo".

La verità-saggezza è relativa e varia secondo che nel tempo la conoscenza si va adeguando alla verità-realtà. La verità saggezza si traduce nelle leggi umane, che sono più o meno durature secondo che la conoscenza è più o meno adeguata alla realtà. Non c'è legge più eterna di quella che impone di amare se stessi e il prossimo come se stessi, perché non c'è nessuna verità-realtà più immediata della propria esistenza e di quella del proprio prossimo.

Possiamo dire che la saggezza espressa in linguaggio costituisce un quinto tipo di verità che possiamo denominare appunto "verità-saggezza" per distinguerla dagli altri tipi di verità da noi posti a fondamento convenzionale del nostro discorso: verità-realtà, verità-conoscitiva, verità-espressiva, verità-logica o di coerenza, verità complementare, verità-saggezza. La verità saggezza si riferisce in modo specifico al valore supremo della vita ed esprime la "corrispondenza" del nostro "comportamento" alla verità conoscitiva e quindi alla verità realtà, sempre tenendo di vista il valore supremo della vita. Insomma è una morale che ripone il bene e il male solo nel confronto o positivo o negativo con la vita dell'uomo.

Gli antichi facevano consistere la saggezza nella corrispondenza dei mezzi al fine: è celebre il detto attribuito a Diogene:

"quidquid agis age prudenter et respice finem" (qualunque cosa fai falla con prudenza guardando al fine).

Ma tale concetto, in cui non si tiene conto né di scienza né di vita umana, ha generato con facilità l'altro "il fine giustifica i mezzi" conosciuto come "machiavellismo".

Anche l'altro concetto che fa consistere la saggezza nell'equilibrio-"in medio stat virtus"- ha generato la spregiata anche se aurea "mediocrità". La cultura religiosa ebraica e cristiana ripone il principio, la pienezza e la corona della saggezza nel "timore di Dio".83oi dopo la riscoperta del vero concetto di "scienza" e del vero concetto di "bontà" riteniamo che non c'è saggezza senza "scienza" cioè senza la conoscenza della realtà né senza "bontà" cioè senza un rapporto positivo della realtà con la vita umana. La saggezza antica molte volte è illusoria appunto perché manca l'elemento "scienza"; mantiene la sua validità quando è basata sulla "scienza empirica" e soprattutto se mette in primo piano l'elemento "bontà".

La saggezza trova la propria realizzazione prima nel confronto tra il dato conoscitivo costituito dalla "verità-realtà" e il dato valutativo della vita umana. Stabilito questo punto fondamentale, che è il perno della saggezza, trova il suo più grosso problema nell'individuare e cogliere la "scala dei valori" in armonia al valore assoluto della vita per stabilirne la precedenza. La scala dei valori consiste in un ordine di priorità o precedenza da stabilire prima nella valutazione e poi nell'impostazione della realizzazione con l'attività umana. Stabilito come valore assoluto e sacro la vita dell'individuo, i valori sacri e inviolabili che ne derivano, per cui corrispondono ad altrettanti doveri pure sacrosanti negli altri di rispettarli, sono i "diritti individuali fondamentali":diritto alla conservazione della vita dopo la nascita, diritto all'alimentazione, diritto alla protezione della vita col vestiario e con l'abitazione, diritto al lavoro per procurarsi tali beni, diritto alla ricerca della verità, diritto alla propria convinzione e alla sua espressione senza danno per gli altri, diritto all'esercizio della propria sessualità secondo la sua natura che sta nell'amore. Questo nucleo di valori costituisce la sostanza della libertà intesa come slancio irrefrenabile a realizzarli e della giustizia intesa come "a ciascuno il suo". I valori che le comunità, di cui l'individuo necessariamente è partecipe, stabiliranno con le loro leggi assumono naturalmente un posto di secondo ordine e verranno valutati buoni o cattivi secondo il loro contenuto di positività o negatività utile al raggiungimento dei valori fondamentali. Come si vede la saggezza è la linfa che rende più o meno vitale il "Corpo del Diritto" e la "Giurisprudenza" dei popoli.

La saggezza ha per contrapposizione la "stoltezza" o "stupidità", che denota un comportamento "non giusto", cioè non adeguato con la realtà e col valore della vita, e deriva da due cause: o dall'ignoranza della verità-realtà o da certe "affezioni" a modi di vivere che fanno calpestare la verità-conoscitiva e la verità-saggezza. Occorre quindi tenere presente che cambiata la realtà o la conoscenza di tale realtà cioè la verità conoscitiva, deve, se vogliamo essere saggi, cambiare il nostro comportamento e le impostazioni di vita che richiedono un certo comportamento se non vogliamo aumentare il numero dei deliri secondo la constatazione di Varrone e di Cicerone dalla quale siamo partiti. Di qui si può giudicare della scarsità di saggezza contenuta nella seguente espressione di un certo mons. Celada il quale, in occasione dell’inchiesta sul celibato ecclesiastico promossa dall'"Europeo" agli inizi degli anni settanta, così si espresse di fronte all'emersione di una realtà piuttosto imbarazzante: "La Chiesa non si lascia ricattare dalla realtà!". Questa reazione distorta indica che è l'ideologia a dettare legge e non la scienza che è conoscenza appunto della realtà, la quale sola deve indicare quel giusto comportamento che chiamiamo saggezza di cui è tanto ricca la natura in modo così vistoso negli animali.

In questo senso filosofo e saggio sono sinonimi. Il saggio possiede la "scienza o episteme conoscitiva e operativa: un "tesoro di conoscenze" o informazioni vere e un "tesoro di acquisizioni di abiti operativi" per svolgere le attività umane. Il saggio non solo possiede la scienza ma la sa anche usare. É filosofo quindi chi ha studiato il più possibile le esperienze che l'umanità ha accumulato nei secoli nella ricerca della conoscenza e nell'esercizio delle varie attività e che sono contenute nella grande produzione di memorie orali e scritte, cioè la tradizione dei vari popoli, e le sa confrontare criticamente traendone non solo utili ammaestramenti e addestramenti ma anche nuovi orientamenti e nuovi sviluppi.

La saggezza dell'umanità è stata espressa in leggi, regole, detti, sentenze, aforismi, proverbi, favole, parabole, apologhi, poesie, rappresentazioni drammatiche ecc. L'eccelso posto che occupa la Bibbia nella storia della cultura umana è giustificato dal fatto che in essa si persegue in maniera appassionata senza nessun riscontro in alcun altro popolo la "verità -saggezza" identificata con la "parola di Dio", con la cui autorità i profeti e gli scrittori biblici intendono comunicare i loro messaggi e loro insegnamenti. L'incontro di questo filone culturale con quello greco ha prodotto i meravigliosi "Libri Sapenziali" ebraici e l'interpretazione in chiave di "sapienza" o di "logos" o di "verbo" della personalità di Gesù da parte del Cristianesimo teologico iniziato dai suoi discepoli, in particolare da S. Paolo e da S. Giovanni.

Ci piacerebbe fare una collezione dei "detti saggi" prodotti dall'umanità per contribuire a diffonderli sempre più in modo che sia sempre meno vero il lamento del Petrarca "povera e nuda vai filosofia"84 e sempre più vero il detto di Cicerone "la filosofia ci fa buoni e forti"85 per cui Trilussa poteva far dire a un animale delle sue favole "bisogna essere filosofi bisogna".

"La filosofia - scrive Piaget, il grande psicologo svizzero, nel suo libro "Saggezza e illusione della filosofia" - in conformità all'importanza del nome che ha ricevuto, costituisce una saggezza indispensabile agli esseri razionali, al fine di coordinare le diverse attività, senza però raggiungere un sapere propriamente detto e munito di quelle garanzie e di quelle modalità di controllo che caratterizzano ciò che si suole chiamare conoscenza"86

In tali parole si nota ancora la concezione riduttiva della filosofia, quella appunto che noi tentiamo di sostituire con la concezione originaria che aveva una volta. In tutto il suo libro Piaget si sforza di dimostrare che la filosofia non ha una sua "specifica verità" come non ha un suo "specifico metodo di ricerca", e le attribuisce appunto solo una funzione di "saggezza" della vita che scaturisce da un certo coordinamento generale di tutta la conoscenza. E ci riesce molto bene proprio perché ha in mente della filosofia il concetto limitativo che da tre secoli circa la identifica con la metafisica. E certamente ha in mente le nuove metafisiche di Bergson, Whitehead, Husserl, del quale è del 1910 l'opera "La filosofia come scienza rigorosa". Noi abbiamo trovato che i criteri epistemologici sonò unici per la conoscenza umana comunque si chiami, e allo scopo di togliere confusione e ambiguità proponiamo di ritornare all'antica e più giusta concezione della filosofia che comprende anche la scienza come base di partenza. Fatta questa puntualizzazione sulla posizione di un grande psicologo come Piaget, ci piace trascrivere questa sua conclusione circa il ruolo della filosofia:

La filosofia ha la sua ragione di essere e bisogna anzi riconoscere che chi non è passato nella sua strada rimane incompleto per sempre... anzi per molti il pensiero filosofico è diventato sia un surrogato sia un supporto necessario della religione".

Che la filosofia fosse saggezza fu sottolineato già dai primi tempi della sua origine tra i greci, e quando ci furono dei suoi cultori che la "riducevano" a pura e inutile conoscenza (sofisti), insorse Socrate, il grande saggio, a richiamarla al suo compito umanistico identificando addirittura "conoscenza" e "virtù" intesa come fattrice di giustizia che implica necessariamente la conoscenza. La sua impostazione fu seguita dalle varie scuole che si diramarono da lui, per cui la conoscenza non fu più distaccata dalla pratica direzione della vita, anzi i Cinici, gli Stoici, gli Epicurei, i Pitagorici accentuarono il valore morale della filosofia nell'essere una norma di vita.

In questa visuale emerge dal fondo dei secoli Diogene (413-327 a.C.) il quale richiama alla saggezza con la sua lanterna accesa a mezzogiorno e con la sua botte fatta "spaccio della saggezza". Per Platone e Aristotele i filosofi dovrebbero essere preposti alla guida dello Stato o della Repubblica. Il tipo del filosofo, secondo Platone, impersonato nell'aneddoto di Talete non dovrebbe esistere.

"Il grande - parla Socrate - meditava sui misteri del firmamento. In su erano rivolte le sue pupille. Ebbene il sapiente cadde in un pozzo. E c'era una donna Tracia: era serva ed era arguta e graziosa. Si dice che la servetta canzonasse il filosofo che agognava tanto conoscere le meraviglie dei cieli e intanto gli sfuggivano interamente le semplici cose giornaliere della vita che gli stava vicino. E questa canzonatura è opportuna, tale e quale, per quanti trascorrono la vita nella filosofia. È un fatto, quest'uomo non si occupa del prossimo, dei suoi vicini. E non solo per lui è indifferente ciò che essi fanno ma, quasi quasi, non sa se questo suo vicino sia un uomo o qualsiasi altro degno animale. Soltanto egli profondamente medita; soltanto egli si preoccupa di scoprire che cosa sia la natura dell'uomo, scruta quali doveri incombano a questa natura nell'azione e nella sopportazione... Perciò mio caro, quando questo filosofo si trova a contatto, nelle sue private o pubbliche relazioni, con qualcuno, come dissi alle prime parole, quando si trovi costretto in tribunale o in altro luogo a discutere su argomenti della vita giornaliera, di cose che gli stanno vicino; non solo muove l'ilarità di donne tace, ma d'ogni turba di gente. Oh, certo egli cadrà in un pozzo, certo verrà a trovarsi in ogni difficoltà! E sarà la sua inesperienza a portarlo a contatto di queste situazioni: uomo incredibilmente goffo, sciocco di fronte agli occhi di tutti".87

Tuttavia non si deve pretendere troppo da chi si dedica con tutte le sue energie alla conoscenza, specialmente oggi, altrimenti il filosofo dovrebbe essere un superuomo. Ma quella saggezza di saper cogliere l'equilibrio, la giusta misura, il punto d'incontro delle varie esigenze e delle varie forze in una situazione, è questo ciò che si ricerca con la filosofia. La saggezza della filosofia è stata convalidata soprattutto nel far fronte a tutti quegli inconvenienti che la vita comporta, che si dimostra nel saper "prendere le cose con filosofia" appunto. Quando si dice di uno che è "filosofo" si suol intender che ha saggezza in tale senso. Per questo la filosofia è diventata "consolazione" non solo per Severino Boezio, il grande martire della stoltezza umana che armò la mano di re Teodorico: proprio in carcere scrisse il celebre "De consolatione filosophiae ", al cui inizio commuove il tragico colloquio di un uomo che ha sospesa la spada di Damocle sulla testa, con la personificazione della filosofia. Vogliamo arricchirne questo nostro lavoro perché non è retorica.

 

"Mentre io in silenzio andavo rimuginando tra me e me e scrivendo il mio lacrimevole lamento, mi sembrò che sopra il mio capo fosse apparsa una donna di aspetto venerando, dagli occhi sfolgoranti e penetranti, oltre la comune capacità degli uomini. Il suo colorito era vivo e integro il suo vigore, benché ella fosse tanto carica di anni da non potersi credere in nessun modo appartenesse al nostro tempo. La sua statura era di ambigua valutazione, ora infatti si manteneva nei limiti della normale statura degli uomini, ora invece sembrava toccare il cielo con la sommità del capo: e quando levava la testa ancora più in alto penetrava nel cielo stesso, rendendo vano lo sguardo di chi tentava di seguirla con gli occhi. Le sue vesti erano intessute con fine senso artistico, di fili sottilissimi di una materia incorruttibile, come venni poi a sapere dalle sue parole, le aveva confezionate con le sue mani; la loro bellezza, come accade per le pitture offuscate dal tempo, era velata da quella indefinibile patina che è propria delle cose antiche e trascurate. Nel lembo inferiore del vestito si poteva leggere ricamata una P e in quello superiore una T e tra le due lettere apparivano disegnate in figura di scala alcuni gradini per mezzo dei quali era possibile risalire dalla lettera inferiore a quella superiore.61 La stessa veste appariva tutta lacerata da mani violente, che ne avevano portato via quanti brandelli avevano potuto.62 La donna reggeva nella mano destra dei libri, nella sinistra uno scettro. Come vide intorno al mio letto le Muse della poesia che suggerivano parole al mio pianto, si turbò lievemente e con una luce negli occhi esclamò: - Chi ha permesso che si accostassero al malato queste sgualdrinelle da teatro che non solo non possono offrire alcun rimedio ma anzi con i loro dolci veleni li alimentano? Sono proprio costoro che soffocano tra le spine del sentimento la messe della ragione rigogliosa di frutti, e anziché liberare la mente umana dalla malattia ne provocano l'assuefazione. Se le vostre lusinghe mi sottrassero qualche profano, come è vostro costume, riterrei meno grave l’affronto; ma sottrarmi proprio quest’uomo ricresciuto negli studi eleatici e accademici? Andatevene, sirene rovinosamente incantevoli e lasciate che siano le mie arti a prenderlo in cura e a guarirlo.

A questi rimproveri il gruppo delle Muse, mortificato, abbassò il capo verso terra e, dimostrando con il rossore la propria vergogna, abbandonò onestamente la casa. Allora io, che avevo annebbiata la vista dalle lacrime, e non potevo discernere chi mai fosse quella donna dotata d'una autorità così imperiosa, rimasi attonito, e, fissò lo sguardo a terra, me ne stetti silenzioso in attesa di vedere che altro avesse intenzione di fare. Allora, quella accostatasi più da presso, si pose a sedere sulla sponda del mio lettuccio e fissando il mio volto amareggiato dal dolore e piegato per la sofferenza verso terra con questi versi si dolse del turbamento del mio spirito:

 

ahimè, in quale profondo abisso sommerso

lo spirito langue e, dispersa la propria luce

si avvia incontro alle tenebre che lo circondano,

mentre da terrene aure ingigantito

s’accresce a dismisura il doloroso affanno!

Costui, solito un tempo a percorrere libero

l'eterne vie del cielo aperto

poteva fissare lo splendore del roseo sole

e osservare l'astro della gelida luna,

e ogni stella che piegandosi su orbite diverse

tracci incerti ritorni,

egli, vincitore la fissava nei suoi calcoli.51

Che anzi, si fermava a scrutare le cause

onde le sussurranti brezze increspano la distesa del mare,

quale sia la potenza che fa ruotare il mondo fisso nel suo asse

e perché dall'oriente infiammato sorga l'astro solare,

per poi affondare nelle onde dell'occidente,

quale forza mitighi in primavera i placidi giorni,

sì che la terra s'ammanti dei fiori di rosa,

che faccia che ad un anno avanzato il fecondo autunno

largheggi di rigonfie uve mature;

ed anche gli altri svariati misteri della natura svelava:

ora egli giace svuotato di luce interiore

e con le spalle gravate da pesanti catene

mentre, tenendo chino per il peso il volto,

deve, ahimè, fissare la solida terra.

 

 

Ma non è più tempo di sospiri - soggiunse è tempo di porgere rimedi.

Quindi fissando su di me i suoi occhi penetranti: -Non sei proprio tu - disse colui che, nutrito un tempo col mio latte, allevato con i miei cibi, avevi raggiunto il vigore di un animo virile? E io, d'altra parte ti avevo dato in consegna armi tali, che se tu per primo non l'avessi gettate, ti avrebbero protetto con invincibile fermezza. Mi riconosci? Perché taci? Sei rimasto in silenzio per la vergogna o per lo stordimento? Preferirei per la vergogna ma, come vedo, è per lo sbalordimento che ti ha sopraffatto.

E poiché si era resa conto che io non solo tacevo ma addirittura ero come un muto privo dell'uso della lingua, accostò con delicatezza una mano al mio petto e aggiunse: - Non c'è alcun pericolo, soffre di letargia, malattia comune alle menti illuse. Ha perso per qualche tempo la coscienza di sé, ma si riavrà facilmente appena mi avrà riconosciuta; e perché possa far questo, gli tergerò un poco gli occhi offuscati dalla nebbia delle passioni terrene.

Questo disse e con un lembo della veste ripiegata asciugò i miei occhi traboccanti di lacrime...

Dissoltesi le nebbie dell'angoscia, mi sentii immerso nel sereno e recuperai le mie facoltà in modo da riconoscere l'identità di colei che mi curava. E così, appena ebbi rivolto gli occhi a lei e fissato in lei lo sguardo, riconobbi la mia nutrice, nella cui casa mi ero intrattenuta fin dalla giovinezza: la Filosofia.

Come mai - dissi - tu, o maestra di tutte le virtù, sei discesa dalla tua alta dimora celeste per venire nella solitudine del mio esilio? Forse per essere anche tu perseguitata come me, sotto i colpi di false accuse?

E quella: - come potevo - rispose - abbandonarti, o mio discepolo, e non dividere con te, partecipando al tuo travaglio, il fardello che sei stato costretto ad addossarti per il risentimento suscitato dall'essere tu mio discepolo? E d'altronde non era ammissibile che la Filosofia lasciasse senza compagnia un innocente nel suo doloroso cammino. Avrei dunque dovuto spaventarmi di essere oggetto di accuse o inorridirne, come se si trattasse di cosa che mi capita solo ora? Pensi che questa sia la prima volta che la sapienza corre gravi pericoli a opera di una società corrotta? E non è vero che anche presso gli antichi, prima ancora che vivesse il mio Platone, io ho dovuto ripetutamente sostenere grandi battaglie contro le iniziative sconsiderate degli stolti, e che proprio durante la sua esistenza, il suo maestro Socrate meritò di riportare con la mia assistenza la vittoria su una ingiusta morte? Purtroppo dell'eredità socratica tentarono di impossessarsi gli epicurei e gli stoici e tutti gli altri, arraffandola ciascuno per proprio conto; e benché io protestassi e resistessi, trascinarono via anche me, quasi fossi una loro preda, mi lacerarono la veste che avevo tessuta con le mie mani, staccatine dei brandelli, se ne andarono, convinti, ciascuno, d'avermi portato via con sé. E poiché in costoro si scorgeva una qualche impronta del mio vestito, l'umana leggerezza scambiandoli per miei discepoli, spinse sulla strada sbagliata parecchi di loro, con grave pregiudizio della moltitudine ignara. E se non sai dell'esilio di Anassagora [500-428 a.C.], poiché sono cose straniere, per lo meno sei conoscente della sorte toccata a Canio [messo a morte da Caligola], a Seneca [4 a.C. - 65 d.C. costretto a suicidarsi da Nerone], a Sorano [altra vittima del terrore di Nerone], la cui storia è tutt'altro che remota e sconosciuta. Per trascinarli a morte non esisteva alcun altro motivo se non che, formati come erano secondo i miei dettami, apparivano del tutto dissimili dal comportamento degli scellerati. Perciò non c'è motivo che tu ti meravigli se in questo mare della vita siamo sballottati in balia delle tempeste, dal momento che la nostra massima aspirazione è quella di dispiacere ai perversi. E benché l'esercito di costoro sia in realtà numeroso, non è tuttavia degno di attenzione, poiché non è guidato da un condottiero, ma si trascina vagando qua e là secondo gli umori e le smanie del momento. Che se poi costoro, schierandosi contro di noi, ci volessero attaccare con maggior forza, la nostra guida da parte sua è in grado di raccogliere le sue truppe nella roccaforte e quelli possono solo darsi da fare a saccheggiare inutili cianfrusaglie. Noi intanto dall'alto ci facciamo beffe dei loro intenti ad arraffare le cose più insignificanti e non ci preoccupiamo di tutto quel furioso trambusto riparati come siamo da una tal trincea verso la quale a questi stolti assalitori non è permesso neppure avvicinarsi".88

Penso che nessuno abbia scritto pagine così espressive sulla funzione consolatoria della filosofia come saggezza. Dalle parole di Boezio si desume chiara una concezione di una filosofia universale, senza sistemi con pretesa di verità esclusiva ma come conoscenza saggia della realtà che rende migliore l'uomo. Alle esemplificazioni di personaggi consolati dalla filosofia fatta da Boezio potremmo aggiungere un elenco molto più lungo di personaggi vissuti prima e dopo di lui ma basti solo accennare ai martiri cristiani, ai monaci e ai dissenzienti medievali e moderni.

Dopo di lui Cartesio ha espresso bene il ruolo della filosofia quando l'ha definita "la più alta e la più perfetta morale che presupponendo l'intera conoscenza delle altre scienze, è l'ultima vetta della saggezza".89 essere saggezza la filosofia - secondo Marx -non deve solo contemplare il mondo ma lo deve trasformare: è la sua famosa XI tesi su Feurbach. Questo principio marxiano è stato sviluppato bene da Gramsci, secondo il quale la filosofia si deve depurare dagli elementi intellettualistici e deve diventare "vita". É la cosiddetta filosofia della "praxis": la filosofia è la vita stessa o meglio il significato o il senso della vita che può trasformare dialetticamente la storia. La filosofia della "praxis" è considerata come coronamento di tutta la filosofia precedene perché tende all'umanesimo assoluto.90 Naturalmente per noi questa trasformazione deve trovare la misura o la regola o il termine di riferimento non nella volontà del Principe più o meno "nuovo" ma nell'uomo.

Che la filosofia debba trasformarsi in saggezza della vita è affermato pure dall'esistenzialismo moderno.

 

"La filosofia - dice Abbagnano - deve avere il compito di considerare le situazioni umane, cioè comunque capaci di influire sul modo d'essere e di comportarsi dell'uomo al fine di costituire progetti di previsione e di operazioni trasformatrici di tali situazioni... La realtà umana, nelle sue connessioni col mondo naturale come quello storico-sociale, è ciò che interessa principalmente il filosofo, il tema su cui da ultimo verte la filosofia. Perciò la filosofia è stata sempre considerata la ricerca di una saggezza: la saggezza è umana e concerne l'uomo".91

E un protagonista del ventesimo secolo, Bertrand RusseI, così conclude la sua "Sintesi Filosofica":

"La filosofia dovrebbe farci conoscere gli scopi della vita e gli elementi della vita che hanno valore per se stessi. Amore, bellezza, conoscenza e gioia di vivere: queste cose hanno il loro luminoso fascino per quanto si allarghi il nostro orizzonte. E se la filosofia può aiutarci a sentire il valore di queste cose, essa avrà rappresentato la sua parte nel compito dell'uomo di portare luce in un mondo di oscurità".92

Siamo così tornati all'inizio del nostro discorso, cioè al tema conduttore di questo lavoro: il senso della vita e del mondo o il "bandolo" che deve aiutarci a decifrare il mistero dell'uomo nel mondo. Intanto ci siamo costruiti una "lanterna" per cercarlo: è il principio assiologico " l’uomo è la misura di tutte le cose" che contiene la norma suprema della saggezza e quindi anche della "moralità", cioè il criterio supremo che ci fa discernere o discriminare il bene dal male. Tale criterio è il perno del Codice Morale. Il celebre "giuramento di Ippocrate" per i medici è la testimonianza più antica e sicura che l'umanità aveva individuato presto quale fosse il metro ultimo e universale per qualificare il comportamento giusto o ingiusto, sotto qualunque cielo. Più in generale in tale criterio trova la soluzione decisiva il rapporto tra vita e scienza, vita e morale, vita e religione, vita e politica. Come in un componimento musicale, noi abbiamo svolto tutto il discorso della nostra indagine sul "tema" fondamentale della "verità", le cui note sono costituite dai cinque tipi di verità: verità espressiva, verità conoscitiva, verità realtà, verità logica o coerenza o complementare, verità saggezza. Tutte queste verità hanno in comune un elemento, "la corrispondenza", la quale però è per ogni tipo diversa per i "termini" che unisce. La corrispondenza dice solo che occorrono due "termini" per fare la "verità" e se ne manca anche uno solo la verità non esiste più. Nella verità espressiva devono corrispondere il significante (linguaggio) e il significato (pensiero); nella verità conoscitiva devono corrispondere il "contenuto della mente" (pensiero) e la realtà esterna alla mente (strutture, fatti); nella verità logica o coerenza o complementare devono corrispondere in un legame necessario le conclusioni e le premesse; nella verità saggezza devono corrispondere in un legame positivo la vita umana e la realtà conosciuta dalla scienza. In definitiva non esiste verità-saggezza se il comportamento calpesta il valore-realtà della vita e il valore conoscitivo della scienza. Il comportamento umano diventa sempre più saggio quanto più la "conoscenza", che di fatto contiene molte illusioni, diventa "scienza" cioè "verità-conoscitiva" e si serve di questa per conservare, migliorare e sviluppare la vita di ogni individuo.

Vogliamo dare un esempio di come il rapporto tra il momento conoscitivo scientifico e il momento valutativo esistenziale si fa saggezza cioè filosofia dell'atteggiamento e del comportamento. È il problema dell'aborto.

Il problema dell'aborto emerge da un conflitto di valori, facce diverse dello stesso valore supremo che è la vita. Per poterlo risolvere con saggezza occorre distinguere due dati di scienza e tre dati di valore.

I dati di scienza sono:

1) La sessualità umana è diversa da quella di altre specie animali in questo, che la spinta erotica è pressoché sempre in atto ed è dovuta all'evoluzione culturale che da una parte la tiene libera da ritmi stagionali a lungo metraggio e dall'altra la spinge alla ripetizione dell'accoppiamento con esigenza pressoché insopprimibile.

2) Il concepimento ci pone di fronte a una realtà biologica che possiede tutti gli elementi per "costruirsi in vita umana" ma che tuttavia non è una personalità umana in atto, stato che viene raggiunto solo con la nascita.

I valori in gioco sono tre:

1)La vita della donna, che è personalità umana in atto con tutta la sua ricchezza di valori che formano la persona;

2)La vita in costruzione del concepimento che ancora non ha raggiunto la complessità della persona;

3)Il principio ormai entrato nel corredo dei valori acquisiti, costituito dalla "generazione-procreazione responsabile" che esige di partecipare la vita soltanto quando si realizzano fattori positivi favorevoli alla vita dei generanti e del generato.

Il confronto e la riflessione su tali dati scientifici e di valore ci porta all'abbandono delle valutazioni tradizionali della sessualità secondo le quali questa è vista solo nella prospettiva del termine finale della procreazione e non come processo costitutivo e felicitante della persona. Questo cambiamento di valutazione implica il riconoscimento che non ogni godimento della sessualità deve essere aperto all'esito finale ma anzi deve essere "chiuso" quasi sempre e perciò occorre utilizzare i mezzi idonei per chiudere la via a concepimenti indesiderati. È proprio il caso di dire "benedetti i metodi anticoncezionali" che aiutano a liberarsi dalle situazioni conflittuali e prevengono la terribile sciagura del dilemma abortivo.

Se nonostante l'uso dei metodi anticoncezionali ci si trovasse di fronte al conflitto dei tre valori in gioco, occorre considerare il fatto come una difficoltà di cui la donna interessata è il giudice principale e qualche volta unico. Bisogna considerare la donna come un essere umano nel pericolo di essere schiacciato dalle terribili forze rappresentate dai tre valori in gioco e che si manifestano con la terribile morsa dell'ansia, e in tale situazione esistenziale ansiosa la sola che può decidere in coscienza è la donna interessata. Le strutture esterne hanno solo l'obbligo di mettere in atto aiuti verso chi si trova in difficoltà così grave.

La Chiesa fa bene ad additare la vita come valore supremo e l'aborto come un male da evitare ma deve completare la sua azione con l'incoraggiare l'uso degli anticoncezionali contrariamente a quanto ha fatto finora; lo Stato deve guardare in faccia la dura realtà e deve predisporre gli opportuni aiuti perché ogni donna possa risolvere il suo conflitto con meno danno possibile e con serenità.

La linea discriminatoria in questa e in altre questioni, come il divorzio, l'eutanasia, la sterilizzazione, l'uso della violenza nella legittima difesa, la liberalizzazione della droga e l'attività dell'ingegneria genetica, è il grande principio che sta al fondamento della saggezza dei popoli ma che è regolarmente ignorato in occasione degli accaniti dibattiti nel tentativo di regolare con legge politica il comportamento umano negli stati di necessità: esso è stato espresso in maniera lapidaria nella frase "necessitas non habet legem" (la necessità non conosce nessuna legge). La necessità scaturisce dal valore supremo che è la vita. Il torto di chi è contro tali soluzioni è quello di volere imporre una legge... alla necessità – e il torto di chi è favorevole sta nell'aprire la porta anche a chi non è in stato di necessità.

In questa prospettiva anche l'arte diventa un problema di saggezza. Quando il comportamento, che è un elemento essenziale della saggezza, assurge ad attività che "produce" mezzi per soddisfare esigenze umane di ogni tipo, diventa arte, come sinonimo di lavoro, mestiere o professione. L'esercizio di ogni arte contiene "l'abilità", che in definitiva si risolve nei due elementi della saggezza: elemento conoscitivo della realtà e rapporto positivo con la vita umana. Quando però da questo primo gradino, questo tipo di attività umana si eleva e si serve del suo "prodotto" come "linguaggio" cioè come mezzo fatto di figure e di immagini per esprimere sentimenti e idee, allora si pone su un gradino superiore prendendo il nome di Arte con la maiuscola. Qui la realtà a cui il comportamento si deve adeguare non è solo quella esteriore ma anche quella interiore dell'artista. L'artista è un saggio che sa esprimere in modo efficace la sua realtà interiore come risonanza della realtà esteriore.

 

..............Tutti i diritti sono riservati.............

E' vietata la riproduzione

© 2000 Akkuaria - info@akkuaria.com