4 - LA
FILOSOFIA È SAGGEZZA
Abbiamo già
detto che la saggezza consiste nello stabilire un rapporto adeguato tra la realtà,
conosciuta con la scienza, e la vita, cioè e "ars vitae" come diceva Cicerone.
L'uomo è la misura di tutto e la verità conosciuta gli indica quale rapporto deve
stabilire con la realtà per la conservazione e il miglioramento della sua vita. Una
visione del mondo che conducesse o abbia condotto alla soppressione della vita umana o a
conculcarne i diritti fondamentali è da ritenere falsa.
Il nome
stesso di "filosofia" vuol dire ricerca della "sofia"
che -come diceva
Pitagora - è la sapienza con cui opera la natura e che l'uomo cerca di comprendere per
sua soddisfazione e utilità. Qui la filosofia diventa sinonimo di "cultura"
intesa come un insieme di dottrine, apprendimenti, impostazioni e comportamenti. La
cultura quindi è sempre un prodotto della conoscenza che si ritiene corrispondente alla
realtà ma solo la scienza, che è conoscenza che davvero corrisponde alla realtà,
produce saggezza. Dove si vede che due sono gli elementi della saggezza: la vita umana e
la scienza. La possiamo concepire come un ponte tra le due sponde della conoscenza: uomo e
realtà esterna. La validità della vita di un individuo e di tutta la storia umana
dipende dalla validità del risultato della conoscenza della verità-realtà e del posto
che l'uomo pensa di avere in tale realtà. Si comprende allora l'immenso valore che
acquista la scienza in quanto possesso della verità conoscitiva in ogni campo
dell'attività umana ma soprattutto nella politica intesa come impostazione e
realizzazione delle due esigenze fondamentali della vita umana, libertà e giustizia:
purtroppo ancora oggi è valida l'ammonizione di Luigi XIII re di Francia a suo figlio:
"Quando
sarai grande, figlio mio, vedrai con quanta poca saggezza viene governato il mondo".
La
verità-saggezza è relativa e varia secondo che nel tempo la conoscenza si va adeguando
alla verità-realtà. La verità saggezza si traduce nelle leggi umane, che sono più o
meno durature secondo che la conoscenza è più o meno adeguata alla realtà. Non c'è
legge più eterna di quella che impone di amare se stessi e il prossimo come se stessi,
perché non c'è nessuna verità-realtà più immediata della propria esistenza e di
quella del proprio prossimo.
Possiamo dire
che la saggezza espressa in linguaggio costituisce un quinto tipo di verità che possiamo
denominare appunto "verità-saggezza" per distinguerla dagli altri tipi di
verità da noi posti a fondamento convenzionale del nostro discorso: verità-realtà,
verità-conoscitiva, verità-espressiva, verità-logica o di coerenza, verità
complementare, verità-saggezza. La verità saggezza si riferisce in modo specifico al
valore supremo della vita ed esprime la "corrispondenza" del nostro
"comportamento" alla verità conoscitiva e quindi alla verità realtà, sempre
tenendo di vista il valore supremo della vita. Insomma è una morale che ripone il bene e
il male solo nel confronto o positivo o negativo con la vita dell'uomo.
Gli antichi
facevano consistere la saggezza nella corrispondenza dei mezzi al fine: è celebre il
detto attribuito a Diogene:
"quidquid
agis age prudenter et respice finem" (qualunque cosa fai falla con prudenza guardando
al fine).
Ma tale
concetto, in cui non si tiene conto né di scienza né di vita umana, ha generato con
facilità l'altro "il fine giustifica i mezzi" conosciuto come
"machiavellismo".
Anche l'altro
concetto che fa consistere la saggezza nell'equilibrio-"in medio stat virtus"-
ha generato la spregiata anche se aurea "mediocrità". La cultura religiosa
ebraica e cristiana ripone il principio, la pienezza e la corona della saggezza nel
"timore di Dio".83oi dopo la riscoperta del vero concetto di "scienza"
e del vero concetto di "bontà" riteniamo che non c'è saggezza senza
"scienza" cioè senza la conoscenza della realtà né senza "bontà"
cioè senza un rapporto positivo della realtà con la vita umana. La saggezza antica molte
volte è illusoria appunto perché manca l'elemento "scienza"; mantiene la sua
validità quando è basata sulla "scienza empirica" e soprattutto se mette in
primo piano l'elemento "bontà".
La saggezza
trova la propria realizzazione prima nel confronto tra il dato conoscitivo costituito
dalla "verità-realtà" e il dato valutativo della vita umana. Stabilito questo
punto fondamentale, che è il perno della saggezza, trova il suo più grosso problema
nell'individuare e cogliere la "scala dei valori" in armonia al valore assoluto
della vita per stabilirne la precedenza. La scala dei valori consiste in un ordine di
priorità o precedenza da stabilire prima nella valutazione e poi nell'impostazione della
realizzazione con l'attività umana. Stabilito come valore assoluto e sacro la vita
dell'individuo, i valori sacri e inviolabili che ne derivano, per cui corrispondono ad
altrettanti doveri pure sacrosanti negli altri di rispettarli, sono i "diritti
individuali fondamentali":diritto alla conservazione della vita dopo la nascita,
diritto all'alimentazione, diritto alla protezione della vita col vestiario e con
l'abitazione, diritto al lavoro per procurarsi tali beni, diritto alla ricerca della
verità, diritto alla propria convinzione e alla sua espressione senza danno per gli
altri, diritto all'esercizio della propria sessualità secondo la sua natura che sta
nell'amore. Questo nucleo di valori costituisce la sostanza della libertà intesa come
slancio irrefrenabile a realizzarli e della giustizia intesa come "a ciascuno il
suo". I valori che le comunità, di cui l'individuo necessariamente è partecipe,
stabiliranno con le loro leggi assumono naturalmente un posto di secondo ordine e verranno
valutati buoni o cattivi secondo il loro contenuto di positività o negatività utile al
raggiungimento dei valori fondamentali. Come si vede la saggezza è la linfa che rende
più o meno vitale il "Corpo del Diritto" e la "Giurisprudenza" dei
popoli.
La saggezza
ha per contrapposizione la "stoltezza" o "stupidità", che denota un
comportamento "non giusto", cioè non adeguato con la realtà e col valore della
vita, e deriva da due cause: o dall'ignoranza della verità-realtà o da certe
"affezioni" a modi di vivere che fanno calpestare la verità-conoscitiva e la
verità-saggezza. Occorre quindi tenere presente che cambiata la realtà o la conoscenza
di tale realtà cioè la verità conoscitiva, deve, se vogliamo essere saggi, cambiare il
nostro comportamento e le impostazioni di vita che richiedono un certo comportamento se
non vogliamo aumentare il numero dei deliri secondo la constatazione di Varrone e di
Cicerone dalla quale siamo partiti. Di qui si può giudicare della scarsità di saggezza
contenuta nella seguente espressione di un certo mons. Celada il quale, in occasione
dellinchiesta sul celibato ecclesiastico promossa dall'"Europeo" agli
inizi degli anni settanta, così si espresse di fronte all'emersione di una realtà
piuttosto imbarazzante: "La Chiesa non si lascia ricattare dalla realtà!".
Questa reazione distorta indica che è l'ideologia a dettare legge e non la scienza che è
conoscenza appunto della realtà, la quale sola deve indicare quel giusto comportamento
che chiamiamo saggezza di cui è tanto ricca la natura in modo così vistoso negli
animali.
In questo
senso filosofo e saggio sono sinonimi. Il saggio possiede la "scienza o episteme
conoscitiva e operativa: un "tesoro di conoscenze" o informazioni vere e un
"tesoro di acquisizioni di abiti operativi" per svolgere le attività umane. Il
saggio non solo possiede la scienza ma la sa anche usare. É filosofo quindi chi ha
studiato il più possibile le esperienze che l'umanità ha accumulato nei secoli nella
ricerca della conoscenza e nell'esercizio delle varie attività e che sono contenute nella
grande produzione di memorie orali e scritte, cioè la tradizione dei vari popoli, e le sa
confrontare criticamente traendone non solo utili ammaestramenti e addestramenti ma anche
nuovi orientamenti e nuovi sviluppi.
La saggezza
dell'umanità è stata espressa in leggi, regole, detti, sentenze, aforismi, proverbi,
favole, parabole, apologhi, poesie, rappresentazioni drammatiche ecc. L'eccelso posto che
occupa la Bibbia nella storia della cultura umana è giustificato dal fatto che in essa si
persegue in maniera appassionata senza nessun riscontro in alcun altro popolo la
"verità -saggezza" identificata con la "parola di Dio", con la cui
autorità i profeti e gli scrittori biblici intendono comunicare i loro messaggi e loro
insegnamenti. L'incontro di questo filone culturale con quello greco ha prodotto i
meravigliosi "Libri Sapenziali" ebraici e l'interpretazione in chiave di
"sapienza" o di "logos" o di "verbo" della personalità di
Gesù da parte del Cristianesimo teologico iniziato dai suoi discepoli, in particolare da
S. Paolo e da S. Giovanni.
Ci piacerebbe
fare una collezione dei "detti saggi" prodotti dall'umanità per contribuire a
diffonderli sempre più in modo che sia sempre meno vero il lamento del Petrarca
"povera e nuda vai filosofia"84 e sempre più vero il detto di Cicerone "la
filosofia ci fa buoni e forti"85 per cui Trilussa poteva far dire a un animale delle
sue favole "bisogna essere filosofi bisogna".
"La
filosofia - scrive Piaget, il grande psicologo svizzero, nel suo libro "Saggezza e
illusione della filosofia" - in conformità all'importanza del nome che ha ricevuto,
costituisce una saggezza indispensabile agli esseri razionali, al fine di coordinare le
diverse attività, senza però raggiungere un sapere propriamente detto e munito di quelle
garanzie e di quelle modalità di controllo che caratterizzano ciò che si suole chiamare
conoscenza"86
In tali
parole si nota ancora la concezione riduttiva della filosofia, quella appunto che noi
tentiamo di sostituire con la concezione originaria che aveva una volta. In tutto il suo
libro Piaget si sforza di dimostrare che la filosofia non ha una sua "specifica
verità" come non ha un suo "specifico metodo di ricerca", e le attribuisce
appunto solo una funzione di "saggezza" della vita che scaturisce da un certo
coordinamento generale di tutta la conoscenza. E ci riesce molto bene proprio perché ha
in mente della filosofia il concetto limitativo che da tre secoli circa la identifica con
la metafisica. E certamente ha in mente le nuove metafisiche di Bergson, Whitehead,
Husserl, del quale è del 1910 l'opera "La filosofia come scienza rigorosa". Noi
abbiamo trovato che i criteri epistemologici sonò unici per la conoscenza umana comunque
si chiami, e allo scopo di togliere confusione e ambiguità proponiamo di ritornare
all'antica e più giusta concezione della filosofia che comprende anche la scienza come
base di partenza. Fatta questa puntualizzazione sulla posizione di un grande psicologo
come Piaget, ci piace trascrivere questa sua conclusione circa il ruolo della filosofia:
La filosofia
ha la sua ragione di essere e bisogna anzi riconoscere che chi non è passato nella sua
strada rimane incompleto per sempre... anzi per molti il pensiero filosofico è diventato
sia un surrogato sia un supporto necessario della religione".
Che la
filosofia fosse saggezza fu sottolineato già dai primi tempi della sua origine tra i
greci, e quando ci furono dei suoi cultori che la "riducevano" a pura e inutile
conoscenza (sofisti), insorse Socrate, il grande saggio, a richiamarla al suo compito
umanistico identificando addirittura "conoscenza" e "virtù" intesa
come fattrice di giustizia che implica necessariamente la conoscenza. La sua impostazione
fu seguita dalle varie scuole che si diramarono da lui, per cui la conoscenza non fu più
distaccata dalla pratica direzione della vita, anzi i Cinici, gli Stoici, gli Epicurei, i
Pitagorici accentuarono il valore morale della filosofia nell'essere una norma di vita.
In questa
visuale emerge dal fondo dei secoli Diogene (413-327 a.C.) il quale richiama alla saggezza
con la sua lanterna accesa a mezzogiorno e con la sua botte fatta "spaccio della
saggezza". Per Platone e Aristotele i filosofi dovrebbero essere preposti alla guida
dello Stato o della Repubblica. Il tipo del filosofo, secondo Platone, impersonato
nell'aneddoto di Talete non dovrebbe esistere.
"Il
grande - parla Socrate - meditava sui misteri del firmamento. In su erano rivolte le sue
pupille. Ebbene il sapiente cadde in un pozzo. E c'era una donna Tracia: era serva ed era
arguta e graziosa. Si dice che la servetta canzonasse il filosofo che agognava tanto
conoscere le meraviglie dei cieli e intanto gli sfuggivano interamente le semplici cose
giornaliere della vita che gli stava vicino. E questa canzonatura è opportuna, tale e
quale, per quanti trascorrono la vita nella filosofia. È un fatto, quest'uomo non si
occupa del prossimo, dei suoi vicini. E non solo per lui è indifferente ciò che essi
fanno ma, quasi quasi, non sa se questo suo vicino sia un uomo o qualsiasi altro degno
animale. Soltanto egli profondamente medita; soltanto egli si preoccupa di scoprire che
cosa sia la natura dell'uomo, scruta quali doveri incombano a questa natura nell'azione e
nella sopportazione... Perciò mio caro, quando questo filosofo si trova a contatto, nelle
sue private o pubbliche relazioni, con qualcuno, come dissi alle prime parole, quando si
trovi costretto in tribunale o in altro luogo a discutere su argomenti della vita
giornaliera, di cose che gli stanno vicino; non solo muove l'ilarità di donne tace, ma
d'ogni turba di gente. Oh, certo egli cadrà in un pozzo, certo verrà a trovarsi in ogni
difficoltà! E sarà la sua inesperienza a portarlo a contatto di queste situazioni: uomo
incredibilmente goffo, sciocco di fronte agli occhi di tutti".87
Tuttavia non
si deve pretendere troppo da chi si dedica con tutte le sue energie alla conoscenza,
specialmente oggi, altrimenti il filosofo dovrebbe essere un superuomo. Ma quella saggezza
di saper cogliere l'equilibrio, la giusta misura, il punto d'incontro delle varie esigenze
e delle varie forze in una situazione, è questo ciò che si ricerca con la filosofia. La
saggezza della filosofia è stata convalidata soprattutto nel far fronte a tutti quegli
inconvenienti che la vita comporta, che si dimostra nel saper "prendere le cose con
filosofia" appunto. Quando si dice di uno che è "filosofo" si suol
intender che ha saggezza in tale senso. Per questo la filosofia è diventata
"consolazione" non solo per Severino Boezio, il grande martire della stoltezza
umana che armò la mano di re Teodorico: proprio in carcere scrisse il celebre "De
consolatione filosophiae ", al cui inizio commuove il tragico colloquio di un
uomo che ha sospesa la spada di Damocle sulla testa, con la personificazione della
filosofia. Vogliamo arricchirne questo nostro lavoro perché non è retorica.
"Mentre io in silenzio andavo rimuginando tra me e me e scrivendo il mio
lacrimevole lamento, mi sembrò che sopra il mio capo fosse apparsa una donna di aspetto
venerando, dagli occhi sfolgoranti e penetranti, oltre la comune capacità degli uomini.
Il suo colorito era vivo e integro il suo vigore, benché ella fosse tanto carica di anni
da non potersi credere in nessun modo appartenesse al nostro tempo. La sua statura era di
ambigua valutazione, ora infatti si manteneva nei limiti della normale statura degli
uomini, ora invece sembrava toccare il cielo con la sommità del capo: e quando levava la
testa ancora più in alto penetrava nel cielo stesso, rendendo vano lo sguardo di chi
tentava di seguirla con gli occhi. Le sue vesti erano intessute con fine senso artistico,
di fili sottilissimi di una materia incorruttibile, come venni poi a sapere dalle sue
parole, le aveva confezionate con le sue mani; la loro bellezza, come accade per le
pitture offuscate dal tempo, era velata da quella indefinibile patina che è propria delle
cose antiche e trascurate. Nel lembo inferiore del vestito si poteva leggere ricamata una
P e in quello superiore una T e tra le due lettere apparivano disegnate in figura di scala
alcuni gradini per mezzo dei quali era possibile risalire dalla lettera inferiore a quella
superiore.61 La stessa veste appariva tutta lacerata da mani violente, che ne
avevano portato via quanti brandelli avevano potuto.62 La donna reggeva nella
mano destra dei libri, nella sinistra uno scettro. Come vide intorno al mio letto le Muse
della poesia che suggerivano parole al mio pianto, si turbò lievemente e con una luce
negli occhi esclamò: - Chi ha permesso che si accostassero al malato queste sgualdrinelle
da teatro che non solo non possono offrire alcun rimedio ma anzi con i loro dolci veleni
li alimentano? Sono proprio costoro che soffocano tra le spine del sentimento la messe
della ragione rigogliosa di frutti, e anziché liberare la mente umana dalla malattia ne
provocano l'assuefazione. Se le vostre lusinghe mi sottrassero qualche profano, come è
vostro costume, riterrei meno grave laffronto; ma sottrarmi proprio questuomo
ricresciuto negli studi eleatici e accademici? Andatevene, sirene rovinosamente
incantevoli e lasciate che siano le mie arti a prenderlo in cura e a guarirlo.
A questi rimproveri il gruppo delle Muse, mortificato, abbassò il capo verso
terra e, dimostrando con il rossore la propria vergogna, abbandonò onestamente la casa.
Allora io, che avevo annebbiata la vista dalle lacrime, e non potevo discernere chi mai
fosse quella donna dotata d'una autorità così imperiosa, rimasi attonito, e, fissò lo
sguardo a terra, me ne stetti silenzioso in attesa di vedere che altro avesse intenzione
di fare. Allora, quella accostatasi più da presso, si pose a sedere sulla sponda del mio
lettuccio e fissando il mio volto amareggiato dal dolore e piegato per la sofferenza verso
terra con questi versi si dolse del turbamento del mio spirito:
ahimè,
in quale profondo abisso sommerso
lo
spirito langue e, dispersa la propria luce
si avvia
incontro alle tenebre che lo circondano,
mentre da
terrene aure ingigantito
saccresce
a dismisura il doloroso affanno!
Costui, solito un tempo a
percorrere libero
l'eterne vie del cielo aperto
poteva fissare lo splendore del
roseo sole
e osservare l'astro della gelida
luna,
e ogni stella che piegandosi su
orbite diverse
tracci incerti ritorni,
egli, vincitore la fissava nei
suoi calcoli.51
Che anzi, si fermava a scrutare
le cause
onde le sussurranti brezze
increspano la distesa del mare,
quale sia la potenza che fa
ruotare il mondo fisso nel suo asse
e perché dall'oriente
infiammato sorga l'astro solare,
per poi affondare nelle onde
dell'occidente,
quale forza mitighi in primavera
i placidi giorni,
sì che la terra s'ammanti dei
fiori di rosa,
che faccia che ad un anno
avanzato il fecondo autunno
largheggi di rigonfie uve
mature;
ed anche gli altri svariati
misteri della natura svelava:
ora egli giace svuotato di luce
interiore
e con le spalle gravate da
pesanti catene
mentre, tenendo chino per il
peso il volto,
deve, ahimè, fissare la solida
terra.
Ma non
è più tempo di sospiri - soggiunse è tempo di porgere rimedi.
Quindi
fissando su di me i suoi occhi penetranti: -Non sei proprio tu - disse colui che, nutrito
un tempo col mio latte, allevato con i miei cibi, avevi raggiunto il vigore di un animo
virile? E io, d'altra parte ti avevo dato in consegna armi tali, che se tu per primo non
l'avessi gettate, ti avrebbero protetto con invincibile fermezza. Mi riconosci? Perché
taci? Sei rimasto in silenzio per la vergogna o per lo stordimento? Preferirei per la
vergogna ma, come vedo, è per lo sbalordimento che ti ha sopraffatto.
E poiché si era resa conto che io non solo tacevo ma addirittura ero come
un muto privo dell'uso della lingua, accostò con delicatezza una mano al mio petto e
aggiunse: - Non c'è alcun pericolo, soffre di letargia, malattia comune alle menti
illuse. Ha perso per qualche tempo la coscienza di sé, ma si riavrà facilmente appena mi
avrà riconosciuta; e perché possa far questo, gli tergerò un poco gli occhi offuscati
dalla nebbia delle passioni terrene.
Questo disse e con un lembo della veste ripiegata asciugò i miei occhi
traboccanti di lacrime...
Dissoltesi le nebbie dell'angoscia, mi sentii immerso nel sereno e
recuperai le mie facoltà in modo da riconoscere l'identità di colei che mi curava. E
così, appena ebbi rivolto gli occhi a lei e fissato in lei lo sguardo, riconobbi la mia
nutrice, nella cui casa mi ero intrattenuta fin dalla giovinezza: la Filosofia.
Come mai - dissi - tu, o maestra di tutte le virtù, sei discesa dalla tua
alta dimora celeste per venire nella solitudine del mio esilio? Forse per essere anche tu
perseguitata come me, sotto i colpi di false accuse?
E quella: - come potevo - rispose - abbandonarti, o mio discepolo, e non
dividere con te, partecipando al tuo travaglio, il fardello che sei stato costretto ad
addossarti per il risentimento suscitato dall'essere tu mio discepolo? E d'altronde non
era ammissibile che la Filosofia lasciasse senza compagnia un innocente nel suo doloroso
cammino. Avrei dunque dovuto spaventarmi di essere oggetto di accuse o inorridirne, come
se si trattasse di cosa che mi capita solo ora? Pensi che questa sia la prima volta che la
sapienza corre gravi pericoli a opera di una società corrotta? E non è vero che anche
presso gli antichi, prima ancora che vivesse il mio Platone, io ho dovuto ripetutamente
sostenere grandi battaglie contro le iniziative sconsiderate degli stolti, e che proprio
durante la sua esistenza, il suo maestro Socrate meritò di riportare con la mia
assistenza la vittoria su una ingiusta morte? Purtroppo dell'eredità socratica tentarono
di impossessarsi gli epicurei e gli stoici e tutti gli altri, arraffandola ciascuno per
proprio conto; e benché io protestassi e resistessi, trascinarono via anche me, quasi
fossi una loro preda, mi lacerarono la veste che avevo tessuta con le mie mani, staccatine
dei brandelli, se ne andarono, convinti, ciascuno, d'avermi portato via con sé. E poiché
in costoro si scorgeva una qualche impronta del mio vestito, l'umana leggerezza
scambiandoli per miei discepoli, spinse sulla strada sbagliata parecchi di loro, con grave
pregiudizio della moltitudine ignara. E se non sai dell'esilio di Anassagora [500-428
a.C.], poiché sono cose straniere, per lo meno sei conoscente della sorte toccata a Canio
[messo a morte da Caligola], a Seneca [4 a.C. - 65 d.C. costretto a suicidarsi da
Nerone], a Sorano [altra vittima del terrore di Nerone], la cui storia è tutt'altro che
remota e sconosciuta. Per trascinarli a morte non esisteva alcun altro motivo se non che,
formati come erano secondo i miei dettami, apparivano del tutto dissimili dal
comportamento degli scellerati. Perciò non c'è motivo che tu ti meravigli se in questo
mare della vita siamo sballottati in balia delle tempeste, dal momento che la nostra
massima aspirazione è quella di dispiacere ai perversi. E benché l'esercito di costoro
sia in realtà numeroso, non è tuttavia degno di attenzione, poiché non è guidato da un
condottiero, ma si trascina vagando qua e là secondo gli umori e le smanie del momento.
Che se poi costoro, schierandosi contro di noi, ci volessero attaccare con maggior forza,
la nostra guida da parte sua è in grado di raccogliere le sue truppe nella roccaforte e
quelli possono solo darsi da fare a saccheggiare inutili cianfrusaglie. Noi intanto
dall'alto ci facciamo beffe dei loro intenti ad arraffare le cose più insignificanti e
non ci preoccupiamo di tutto quel furioso trambusto riparati come siamo da una tal trincea
verso la quale a questi stolti assalitori non è permesso neppure avvicinarsi".88
Penso che nessuno abbia scritto pagine così espressive sulla funzione
consolatoria della filosofia come saggezza. Dalle parole di Boezio si desume chiara una
concezione di una filosofia universale, senza sistemi con pretesa di verità esclusiva ma
come conoscenza saggia della realtà che rende migliore l'uomo. Alle esemplificazioni di
personaggi consolati dalla filosofia fatta da Boezio potremmo aggiungere un elenco molto
più lungo di personaggi vissuti prima e dopo di lui ma basti solo accennare ai martiri
cristiani, ai monaci e ai dissenzienti medievali e moderni.
Dopo di lui Cartesio ha espresso bene il ruolo della filosofia quando l'ha
definita "la più alta e la più perfetta morale che presupponendo l'intera
conoscenza delle altre scienze, è l'ultima vetta della saggezza".89
essere saggezza la filosofia - secondo Marx -non deve solo contemplare il mondo ma lo deve
trasformare: è la sua famosa XI tesi su Feurbach. Questo principio marxiano è stato
sviluppato bene da Gramsci, secondo il quale la filosofia si deve depurare dagli elementi
intellettualistici e deve diventare "vita". É la cosiddetta filosofia della
"praxis": la filosofia è la vita stessa o meglio il
significato o il senso della vita che può trasformare dialetticamente la storia. La
filosofia della "praxis" è considerata come coronamento di tutta la filosofia
precedene perché tende all'umanesimo assoluto.90 Naturalmente per noi questa
trasformazione deve trovare la misura o la regola o il termine di riferimento non nella
volontà del Principe più o meno "nuovo" ma nell'uomo.
Che la filosofia debba trasformarsi in saggezza della vita è affermato
pure dall'esistenzialismo moderno.
"La filosofia - dice Abbagnano - deve avere il compito di considerare
le situazioni umane, cioè comunque capaci di influire sul modo d'essere e di comportarsi
dell'uomo al fine di costituire progetti di previsione e di operazioni trasformatrici di
tali situazioni... La realtà umana, nelle sue connessioni col mondo naturale come quello
storico-sociale, è ciò che interessa principalmente il filosofo, il tema su cui da
ultimo verte la filosofia. Perciò la filosofia è stata sempre considerata la ricerca di
una saggezza: la saggezza è umana e concerne l'uomo".91
E un protagonista del ventesimo secolo, Bertrand RusseI, così
conclude la sua "Sintesi Filosofica":
"La filosofia dovrebbe farci conoscere gli scopi della vita e gli
elementi della vita che hanno valore per se stessi. Amore, bellezza, conoscenza e gioia di
vivere: queste cose hanno il loro luminoso fascino per quanto si allarghi il nostro
orizzonte. E se la filosofia può aiutarci a sentire il valore di queste cose, essa avrà
rappresentato la sua parte nel compito dell'uomo di portare luce in un mondo di
oscurità".92
Siamo così tornati all'inizio del nostro discorso, cioè al tema
conduttore di questo lavoro: il senso della vita e del mondo o il "bandolo" che
deve aiutarci a decifrare il mistero dell'uomo nel mondo. Intanto ci siamo costruiti una
"lanterna" per cercarlo: è il principio assiologico " luomo è la
misura di tutte le cose" che contiene la norma suprema della saggezza e quindi anche
della "moralità", cioè il criterio supremo che ci fa discernere o discriminare
il bene dal male. Tale criterio è il perno del Codice Morale. Il celebre "giuramento
di Ippocrate" per i medici è la testimonianza più antica e sicura che l'umanità
aveva individuato presto quale fosse il metro ultimo e universale per qualificare il
comportamento giusto o ingiusto, sotto qualunque cielo. Più in generale in tale criterio
trova la soluzione decisiva il rapporto tra vita e scienza, vita e morale, vita e
religione, vita e politica. Come in un componimento musicale, noi abbiamo svolto tutto il
discorso della nostra indagine sul "tema" fondamentale della
"verità", le cui note sono costituite dai cinque tipi di verità: verità
espressiva, verità conoscitiva, verità realtà, verità logica o coerenza o
complementare, verità saggezza. Tutte queste verità hanno in comune un elemento,
"la corrispondenza", la quale però è per ogni tipo diversa per i
"termini" che unisce. La corrispondenza dice solo che occorrono due
"termini" per fare la "verità" e se ne manca anche uno solo la
verità non esiste più. Nella verità espressiva devono corrispondere il significante
(linguaggio) e il significato (pensiero); nella verità conoscitiva devono corrispondere
il "contenuto della mente" (pensiero) e la realtà esterna alla mente
(strutture, fatti); nella verità logica o coerenza o complementare devono corrispondere
in un legame necessario le conclusioni e le premesse; nella verità saggezza devono
corrispondere in un legame positivo la vita umana e la realtà conosciuta dalla scienza.
In definitiva non esiste verità-saggezza se il comportamento calpesta il valore-realtà
della vita e il valore conoscitivo della scienza. Il comportamento umano diventa sempre
più saggio quanto più la "conoscenza", che di fatto contiene molte illusioni,
diventa "scienza" cioè "verità-conoscitiva" e si serve di questa per
conservare, migliorare e sviluppare la vita di ogni individuo.
Vogliamo dare un esempio di come il rapporto tra il momento conoscitivo
scientifico e il momento valutativo esistenziale si fa saggezza cioè filosofia
dell'atteggiamento e del comportamento. È il problema dell'aborto.
Il problema dell'aborto emerge da un conflitto di valori, facce diverse
dello stesso valore supremo che è la vita. Per poterlo risolvere con saggezza occorre
distinguere due dati di scienza e tre dati di valore.
I dati di scienza sono:
1) La sessualità umana è diversa da quella di altre specie animali in
questo, che la spinta erotica è pressoché sempre in atto ed è dovuta all'evoluzione
culturale che da una parte la tiene libera da ritmi stagionali a lungo metraggio e
dall'altra la spinge alla ripetizione dell'accoppiamento con esigenza pressoché
insopprimibile.
2) Il concepimento ci pone di fronte a una realtà biologica che possiede
tutti gli elementi per "costruirsi in vita umana" ma che tuttavia non è una
personalità umana in atto, stato che viene raggiunto solo con la nascita.
I valori in gioco sono tre:
1)La vita della donna, che è personalità umana in atto con tutta la sua
ricchezza di valori che formano la persona;
2)La vita in costruzione del concepimento che ancora non ha raggiunto la
complessità della persona;
3)Il principio ormai entrato nel corredo dei valori acquisiti, costituito
dalla "generazione-procreazione responsabile" che esige di partecipare la vita
soltanto quando si realizzano fattori positivi favorevoli alla vita dei generanti e del
generato.
Il confronto e la riflessione su tali dati scientifici e di valore ci
porta all'abbandono delle valutazioni tradizionali della sessualità secondo le quali
questa è vista solo nella prospettiva del termine finale della procreazione e non come
processo costitutivo e felicitante della persona. Questo cambiamento di valutazione
implica il riconoscimento che non ogni godimento della sessualità deve essere aperto
all'esito finale ma anzi deve essere "chiuso" quasi sempre e perciò occorre
utilizzare i mezzi idonei per chiudere la via a concepimenti indesiderati. È proprio il
caso di dire "benedetti i metodi anticoncezionali" che aiutano a liberarsi dalle
situazioni conflittuali e prevengono la terribile sciagura del dilemma abortivo.
Se nonostante l'uso dei metodi anticoncezionali ci si trovasse di fronte
al conflitto dei tre valori in gioco, occorre considerare il fatto come una difficoltà di
cui la donna interessata è il giudice principale e qualche volta unico. Bisogna
considerare la donna come un essere umano nel pericolo di essere schiacciato dalle
terribili forze rappresentate dai tre valori in gioco e che si manifestano con la
terribile morsa dell'ansia, e in tale situazione esistenziale ansiosa la sola che può
decidere in coscienza è la donna interessata. Le strutture esterne hanno solo l'obbligo
di mettere in atto aiuti verso chi si trova in difficoltà così grave.
La Chiesa fa bene ad additare la vita come valore supremo e l'aborto come
un male da evitare ma deve completare la sua azione con l'incoraggiare l'uso degli
anticoncezionali contrariamente a quanto ha fatto finora; lo Stato deve guardare in faccia
la dura realtà e deve predisporre gli opportuni aiuti perché ogni donna possa risolvere
il suo conflitto con meno danno possibile e con serenità.
La linea discriminatoria in questa e in altre questioni, come il divorzio,
l'eutanasia, la sterilizzazione, l'uso della violenza nella legittima difesa, la
liberalizzazione della droga e l'attività dell'ingegneria genetica, è il grande
principio che sta al fondamento della saggezza dei popoli ma che è regolarmente ignorato
in occasione degli accaniti dibattiti nel tentativo di regolare con legge politica il
comportamento umano negli stati di necessità: esso è stato espresso in maniera lapidaria
nella frase "necessitas non habet legem" (la necessità non conosce nessuna
legge). La necessità scaturisce dal valore supremo che è la vita. Il torto di chi è
contro tali soluzioni è quello di volere imporre una legge... alla necessità e il
torto di chi è favorevole sta nell'aprire la porta anche a chi non è in stato di
necessità.
In questa prospettiva anche l'arte diventa un problema di saggezza. Quando
il comportamento, che è un elemento essenziale della saggezza, assurge ad attività che
"produce" mezzi per soddisfare esigenze umane di ogni tipo, diventa arte, come
sinonimo di lavoro, mestiere o professione. L'esercizio di ogni arte contiene
"l'abilità", che in definitiva si risolve nei due elementi della saggezza:
elemento conoscitivo della realtà e rapporto positivo con la vita umana. Quando però da
questo primo gradino, questo tipo di attività umana si eleva e si serve del suo
"prodotto" come "linguaggio" cioè come mezzo fatto di figure e di
immagini per esprimere sentimenti e idee, allora si pone su un gradino superiore prendendo
il nome di Arte con la maiuscola. Qui la realtà a cui il comportamento si deve adeguare
non è solo quella esteriore ma anche quella interiore dell'artista. L'artista è un
saggio che sa esprimere in modo efficace la sua realtà interiore come risonanza della
realtà esteriore.
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