
| 1- LA FILOSOFIA È SCIENZA E
SAGGEZZA
Vedi, caratteristica precipua del filosofo è provare meraviglia. Non cè altro principio della filosofia se non questo.Platone, Teetteto 115 bQuello che finora siamo andati dicendo non è altro che filosofia. Ma siamo appena all'inizio: ora dobbiamo chiarirci meglio le idee.È risaputo che per "filosofia" s'intende l'esercizio della conoscenza e quindi nel senso più ampio per filosofia s'intende tutto ciò che si può conoscere: quindi ogni conoscenza è filosofia, anche quella scientificaAbbiamo visto che la prima conoscenza è la "coscienza" di se stessi: sentire la nostra esistenza o il nostro "essere". Su questa coscienza-conoscenza abbiamo potuto formulare il nostro "credo epistemologico" con i cinque assiomi esistenziali, ai quali dobbiamo restare "agganciati" se vogliamo lanciarci alla scoperta della "verità-realtà" di cui facciamo parte anche noi: se vogliamo "conoscere noi stessi" dobbiamo conoscere la realtà in cui siamo immersi. È un gioco a ping-pong continuo e solo questo ci consentirà di risolvere il nostro "enigma".Dal "nido" della nostra coscienza vediamo una realtà distinta da noi che desideriamo conoscere e sperimentare: da questo desiderio appunto ha avuto origine il nome di filosofia (greco: fileo= amo; sofia = conoscenza, sapienza). Ma il desiderio vuole essere attuato, e si dà così inizio all'esplorazione della realtà, la quale si dilata in una sfera conoscitiva senza fine: è la sfera filosofica, è la "visione del mondo" che ha una rilevanza vitale perché tocca intimamente la nostra stessa vita nel suo vedere, nel suo sentire, nel suo operare e nel suo essere. Naturalmente non ogni "visione" del "mondo" è uguale: la visione del mondo del bambino non è quella dell'adulto, né la visione del mondo dell'intellettuale è quella della persona non intellettuale, né la visione del mondo dell'umanità primitiva è quella dell'umanità attuale. Ma nonostante la visione del mondo sia differente secondo i differenti stadi di coscienza, tuttavia gli elementi oggettivi che costituiscono il mondo sono uguali per tutti, come ci accertano i nostri mezzi conoscitivi.
Come abbiamo visto, la prima preoccupazione che la conoscenza ci pone è quella di sapere che cosa vale la stessa conoscenza: è il primo valore in ordine temporale e logico. Essendo l'uomo la misura di tutto, all'uomo come valore assoluto non in senso antologico o esistenziale ma in senso epistemologico e assiologico, o della scala dei valori, va riferita ogni cosa. Abbiamo perciò cercato di focalizzare il valore della nostra conoscenza, che è il punto di partenza per ogni filosofia.Così sappiamo che la conoscenza consiste in fondo in una "comunicazione" tra la nostra mente e la realtà, e che noi conosciamo con tutto il nostro essere, e che l'organismo detto vivente è fornito di "modi specializzati" di comunicazione denominati "cinque sensi" (non è detto che non ce ne possano essere diversi) e che questi sensi sono uniti in un centro comune, il cervello, e che sensi e cervello formano una "unità conoscitiva" che chiamiamo mente. Sappiamo pure che se vogliamo evitare di aumentare il "cumulo dei deliri" dobbiamo usare in modo appropriato tale "unità conoscitiva" e che tale modo appropriato si concretizza in un "ponte" che ci permette di comunicare con la realtà estracoscienziale. Questo ponte sappiamo che è costituito dal "segno" come abbiamo concluso parlando del suo valore conoscitivo. Esso consiste nell'intuizione sensibile, che non è altro che l'interazione tra due "sensibilità", quella della nostra Unità Conoscitiva e quella della Realtà in cui è immersa. Questa interazione, che si decifra in un messaggio vicendevole tra la realtà e la mente nei suoi vari canali costituiti dai cinque sensi, funziona da vero ponte che realizza quella "corrispondenza" in cui è tutta la validità della "verità-conoscitiva" e tale corrispondenza deve essere individuale, singolare, univoca. Su tale attracco univoco la mente si lancia verso l'ignoto con la forza creativa dell'ipotesi immaginativa (primo tempo del metodo scientifico, induttivo), col confronto dei fatti già noti (secondo tempo, deduttivo) e infine col confronto con i fatti da scoprire (terzo tempo, sperimentazione). Insomma il ponte tra la mente e la "verità-realtà" è costituito dai due criteri che abbiamo già individuato: intuizione sensibile e metodo scientifico sotto il controllo dell'identità-diversità che si esprime nella falsificazione concreta dei fatti.
A questo punto non ci resta che da iniziare il nostro viaggio nella realtà. Questo viaggio in effetti lo ha iniziato e lo sta continuando tutta l'umanità, la quale, per fortuna, insieme al "cumulo dei deliri" ha messo insieme anche un "cumulo di conoscenze valide". Ma ciascun uomo, in cui è nascosto un filosofo, deve fare il suo viaggio tenendo conto naturalmente dei risultati anche degli altri: è solo così che ciascuno e tutti insieme possiamo avanzare nella scoperta della realtà misteriosa. E qui ci balza davanti l'immagine di Diogene il Cinico, filosofo del IV secolo a.C., contemporaneo di Platone e di Aristotele, che con una lanterna accesa in pieno giorno girava nella piazza di Atene in cerca di qualche cosa (di un uomo!). Possiamo immaginare che Diogene rappresenti tutta l'umanità e ciascun uomo, la cui condizione è tale che deve cercare la "verità-realtà" con cura, attenzione ed esame critico. È una vera caccia al tesoro. Dalla constatazione storica del "cumulo di deliri" ne deriva la conclusione che tale ricerca è opera di tutti e di ciascuno: uno può dirsi fortunato di avere scoperto - secondo lui - una porzione di "verità-realtà" ma tutti sono interessati a controllare la sua scoperta. Anch'io che presumo di avere trovato il "bandolo della matassa" devo sottoporre la mia proposta al controllo di tutti, tra i quali i più saputi possono pensare fra sé: vediamo che cosa ha dirci questo Carneade!In tale avventura devono fungere da lanterna i tre criteri che già conosciamo dei quali due - l'intuizione sensibile e la falsificazione - appartengono all'intelligenza, e il terzo - metodo ipotetico-deduttivo-sperimentale o scientifico - appartiene alla ragione ma deve essere controllato dalla intelligenza. Solo così illuminati dalla loro luce cerchiamo di raccogliere le perle della verità che formeranno il tesoro che chiamiamo "scienza": la scienza è appunto il "cumulo di verità realtà" scoperto.
E qui il nostro discorso si inoltra nella zona, aggrovigliata dalle vicende storiche, costituita dal rapporto tra filosofia e scienza. È stato il discredito in cui si è cacciata la metafisica a generare la confusione, per cui da quasi due secoli da molti per filosofia si è inteso e si intende la metafisica, cioè la pseudoscienza composta di aria, e per filosofo uno con la testa "tra le nuvole". Noi abbiamo già cercato di mettere le cose a posto parlando delle trappole della Ragione ma è giunto il momento di chiarire le cose in modo più adeguato.Secondo Cicerone1 e Diogene Laerzio2 fu Pitagora a usare per primo la parola "filosofia": "solo gli dei - avrebbe detto Pitagora - sono sapienti, io sono soltanto un filosofo", cioè amante della sapienza. In tale espressione c'è da distinguere due concetti: quello di "sofia-sapienza" o insieme di conoscenze, e quello di "amatore della sapienza" o persona dedita alla ricerca della conoscenza. Naturalmente il concetto, pieno di modestia, di Pitagora col temposi è evoluto, e presto per filosofo si intese uno in possesso di conoscenze di ogni genere, specialmente in senso pratico, morale e politico. I sofisti del tempo di Socrate erano professionisti della cultura in possesso dell'arte di persuadere gli altri con la dialettica e l'oratoria: essi erano persuasi di possedere la "sofia".Fu Socrate a riprendere l'atteggiamento di Pitagora chiamandosi ignorante e quindi di nuovo "ricercatore" della "sofia" o sapienza e così divenne nei secoli il modello del filosofo. Platone nel "Convivio" pone in bocca a Socrate:"nessuno degli dei conosce quell'amoroso uso di sapienza che si chiama filosofia. Un dio neppure aspira a diventare sapiente: non conosce quest'amoroso uso di sapienza. Del resto nemmeno gli ignoranti fanno filosofia:nessun desiderio di diventar sapiente muove gli ignoranti. Ed è questo l'aspetto brutto dell'ignoranza: chi non è educato, chi non è intelligente, ha in sé convinzione di esserlo. E certo se non credi che qualcosa ti manchi neppure la desideri, perché non ne senti bisogno... Non v'è dubbio, vedi, sapienza è tra le cose suprema-mente belle, e Amore è amore rivolto al bello. Insomma la conseguenza è ineluttabile: Amore è filosofo, ed è filosofo in quanto intermediario tra il sapiente e l'ignorante3Insomma secondo Platone la radice della filosofia consiste nel provare meraviglia di fronte alla realtà e sentirne lo stimolo a conoscerla: "E, vedi - dice Socrate a Teetteo - caratteristica precipua del filosofo, poter provare sensi di meraviglia. Vedi, non c'è altro principio di filosofia, se non questo".4 Anche Aristotele è d'accordo con Platone: "ora, chi di fronte a una difficoltà si meraviglia reputa di essere ignorante; ma se gli uomini filosofarono per fuggire l'ignoranza, è manifesto che essi cercarono di conoscere per puro amore del sapere e non per servirsene a qualche uso".5In questo senso è pienamente accettabile il detto di Fichte che abbiamo scartato come criterio di verità parlando della fede e del misticismo: "l'amore è la fonte di ogni certezza, di ogni verità e di ogni realtà". L'"amore è filosofo" vuol dire che è il motore della nostra ricerca che è una mistura di attrazione e di meraviglia verso una realtà sconosciuta. Ma come possiamo amare ciò che non conosciamo? Sembra che lo vieti l'antico detto "nihil volitum nisi precognitum" (niente si desidera se non si conosce). Ma il fatto innegabile che esista questa attrattiva verso l'ignoto è un "segno" inequivocabile che c'è una connaturalità tra la nostra mente e tutto il resto della realtà. Anzi la nostra mente si deve ritenere solo la punta di un iceberg che ha collegamenti nascosti con l'intera realtà, cioè l'intelligenza non è soltanto quella avvertita e controllata da noi ma è diffusa in tutti gli strati dell'essere. Resta quindi valido che "l'amore è filosofo" ma altrettanto valido che non è lo strumento per decifrare la realtà che è proprio della mente.Questa curiosità è propria di ogni uomo perché è connaturata alla sua stessa condizione. Già il bambino è un filosofo quando prova meraviglia di fronte a ogni cosa nuova e tormenta i genitori con un'infinità di perché. La filosofia pertanto non è estranea a nessuno ma è la ragione della nostra stessa vita. Se io sto scrivendo questo libro è perché ho provato meraviglia di fronte al comportamento intelligente degli animali, come ho riferito nel prologo, e ho sentito il bisogno urgente di dare una risposta alla domanda che cosa sia l'intelligenza.Tuttavia contrariamente a quanto dice Aristotele, dobbiamo riconoscere che oltre al bisogno di soddisfare la meraviglia di fronte al mondo, l'uomo cerca con la conoscenza anche il "potere" sulle cose per farne mezzi per realizzare altri bisogni vitali. E anche questa è filosofia, anzi se per "sofia" si deve intendere anche "saggezza" cioè la conoscenza fatta giusto rapporto tra le cose e la vita umana, questa è filosofia completa. Due sono dunque gli aspetti o i momenti fondamentali della filosofia, uno estetico e l'altro operativo. Questi due spetti non si devono staccare perché non possono essere separati, pena la distruzione della vera filosofia. Per ricercare la conoscenza per puro estetismo si è finiti nel metafisicismo, nel misticismo e nell'accademismo; per ricercare la conoscenza per puro "potere" si è finiti nella magia, nello esoterismo, nello autoritarismo, nello utilitarismo, nello egemonismo, nello imperialismo e nel capitalismo fino alla distruzione della vita.La vera filosofia quindi è la ricerca e l'accumulo della conoscenza al servizio di tutto l'uomo. Questo lo avevano capito bene le scuole filosofiche epicurea e stoica, sempre di derivazione socratica. Furono esse a sottolineare l'aspetto umanistico della filosofia: la filosofia è sì la ricerca della scienza dei segreti del mondo ma per guidare la vita individuale degli uomini verso la virtù e la felicità (sorvoliamo sulla loro deviazione successiva, comune a tutte le scuole o sistemi chiusi), mentre la scuola platonica e aristotelica sottolineavano il ruolo della filosofia come guida della "polis" cioè della vita pubblica incentrata nello Stato. Il genio pratico dei romani per bocca di Cicerone chiamò la filosofia "ars vitae", l'arte di saper vivere o saggezza della vita e come tale è stata sviluppata dai filosofi di ambiente romano: Seneca, Epitteto, Marco Aurelio, Boezio.Tuttavia la componente "speculativa" ebbe il soppravvento in larghissima parte dell'attività dei filosofi orientali, lasciandosi dominare dalla smania metafisica, che nel periodo ellenistico si fuse con l'ermetismo e l'esoterismo religioso, generando quel vasto ambiente culturale composito che costituì lo "gnosticismo", tanto da far raccomandare a S.Paolo nella lettera ai cristiani di Colossi: "nessuno vi inganni con la filosofia".6 Dove si vede che per filosofia si intende l'abuso sofistico della ragione che col suo "speculare" fantastico aveva costruito cosmologie da non finire.Seguendo l'ammonimento di S. Paolo ebbero atteggiamento negativo verso la filosofia i primi scrittori e apologisti cristiani, come Giustino (+165) il quale chiama invece "filosofia" il cristianesimo,7 Taziano (Il secolo), Tertulliano (III secolo), Ermia il filosofo (III secolo) il quale scrisse "L'irrisione dei filosofi gentili". Successivamente anche i grandi scrittori cristiani, come Clemente Alessandrino (Il secolo) e Origene (III secolo) avevano bisogno di giustificarsi per l'interessamento mostrato per la filosofia. S. Agostino proseguì nella svalutazione della filosofia facendola diventare teologia anche se pensa di salvarla - commentando il testo sopra citato di S. Paolo - distinguendo la "falsa" filosofia dalla "vera" che cerca la sapienza.8 La filosofia - argomenta S. Agostino - è amore della sapienza, ora Dio è sapienza; la filosofia è ricerca della saggezza e della felicità, ora Cristo è la vera saggezza e la vita eterna: dunque il cristianesimo è la "vera filosofia",9 anzi "verissima filosofia", per cui "le elucubrazioni dei filosofi senza l'autorità divina sono inutili"10 e "il vero filosofo è l'amatore di Dio" (verus philosophus amator Dei).11Sulla scia di S. Agostino Scoto Eriugena (+870) identifica filosofia e religione:"che cosa è trattare della filosofia se non esporre le regole della vera religione? Quindi segue che la vera filosofia è la vera religione e inversamente la vera religione è la vera filosofia12
Alberto Magno continua tale strada fino a ridurre la filosofia "ancella della teologia"13 e come tale il suo discepolo S. Tommaso D'Aquino la utilizza nel compiere la grande sintesi tra "fede" e "ragione". Così con la Scolastica la babele della metafisica si è accresciuta in modo tale da pretendere di certificare e giustificare le proprie "speculazioni" con la "Parola Rivelata" e in nome di tale pasticcio anche Tommaso D'Aquino, il genio organizzativo della cultura cristiana, subito dopo la morte venne condannato per alcune sue affermazioni antiaristoteliche dal vescovo di Parigi nel 1277 e nel 1287 a Oxford per iniziativa dell'Arcivescovo di Canterbury. Il grande Erasmo da Rotterdam (1467-1536), filosofo dal senso pratico alla Voltaire, scrisse una "Esortazione allo studio della filosofia cristiana" che per lui è la saggezza vissuta del Vangelo, e in questo non ha torto.Perciò non ci dobbiamo meravigliare se Cartesio sentì la necessità di rifondare la filosofia secondo quanto riferisce nel "Discorso sul Metodo". Ma anche con Cartesio e dopo Cartesio non solo non è migliorata la situazione ma è peggiorata a tal punto che oggi si va chiedendo l'abolizione della filosofia come insegnamento nelle scuole, perché - si dice - è stato sostituito dalla scienza."A che servono i filosofi" è il titolo di un libro di J.F. Revel del 1958, il quale per la verità non intende fare una stroncatura della filosofia ma di una certa filosofia accademica, monopolio chiuso di circoli universitari che si esprime con vuota ermeticità di stile e "con un gergo di parole senza idee"."Non c'è più filosofia ma scolastica che si riforma a ogni generazione sotto i nostri occhi - quando ci si domanda sempre meno da dove nascono i problemi... La nostra epoca trascina così delle specie di strati geologici di problemi antichi che, se si risalisse in modo spiccio alla loro origine filosofica e si tentasse di riattivarla per noi, si rivelerebbe propriamente inconcepibile... Proprio di questo è formata la maggior parte del nostro vocabolario e della nostra cultura... Nella nostra tradizione filosofica... un inversione di senso ha fatto sì che i filosofi non ci invitino a comprendere altro che il loro proprio sistema. Ma un sistema filosofico non è fatto per essere compreso bensì per far comprendere. Lo dimentichiamo troppo ed è per questo che parliamo di preparazione, di tecnica, di vocabolario ".14Perché tale stato di cose? La risposta l'abbiamo già trovata, ora dobbiamo completarla..Levoluzione della conoscenza è avvenuta come l'evoluzione di tutte le altre cose, umane e naturali, cioè senza un piano prestabilito, e non poteva essere diversamente.La filosofia è l'esercizio del desiderio di conoscere in ogni settore della realtà:è cominciata con i presocratici, è continuata così con Platone e Aristotele e così veniva intesa nel medioevo. Alberto Magno diceva che oggetto della filosofia è tutto ciò che può essere conosciuto (quidquid est scibile). Galileo, fondatore della scienza moderna, al titolo di "matematico del Granduca" univa volentieri come scienziato quello di "filosofo".15 Anzi Voltaire lo definisce il "primo maestro della Filosofia".16 E Cartesio così si esprime: "L'intera filosofia è un albero le cui radici sono la metafisica, il tronco la fisica e i rami che se ne dipartono tutte le altre scienze".17 Perciò Bacone parlava di "filosofia naturale" (Scienze) "filosofia umana" (psicologia logica, etica), "filosofia civile" (politica), "filosofia prima" (ontologia, matematica) madre di tutte le altre.Ma lo sviluppo delle tendenze antitradizionali poste da Cartesio e della ricerca scientifica iniziata da Galileo, conduce all'Illuminismo, che con un atteggiamento critico riesamina tutto il cumulo del sapere con assoluta "fede nella Ragione". "Il filosofo - secondo Wolf (1679 -1754) - è colui che sa rendere ragione di ciò che è e di ciò che può essere",18 e per gli enciclopedisti la filosofia è l'applicazione della ragione alle singole questioni che la vita presenta. Si ritorna insomma a sottolineare la praticità della filosofia in quanto l'uomo ne diventa il centro di interesse. Kant dà il colpo di grazia alla metafisica pura e riduce la filosofia alla critica dei nostri mezzi conoscitivi e a un sistema di puri principi del conoscere. Però Fichte, Hegel e Schelling non si accontentano di tanto poco e pretendono che la filosofia sia la "scienza più alta" e "la scienza dell'assoluto" o "la forma suprema dello Spirito Assoluto". Di fronte a tanta astrattezza reagisce il Positivismo con A. Comte (1798-1857), continuando una tendenza del periodo napoleonico in cui si preferiva di parlare non di filosofia ma di "ideologia" intesa come "scienza dei contenuti ideali" e tenta di buttare a mare la filosofia come metafisica per restare nella concreta conoscenza scientifica. Così il campo che una volta era tutto intero della filosofia s'è cercato di lottizzarlo tra le varie branche della scienza, e la filosofia considerata metafisica non avendo un proprio oggetto specifico e immediato deve sforzarsi di recuperare un proprio campo che crede di ritrovare nelle attività umane. Si comincia a parlare così di "filosofia della storia", "filosofia della religione", "filosofia della scienza", "filosofia del diritto", "filosofia dell'arte", "filosofia dell'economia", "filosofia della morale" ecc. generalizzando un'espressione che Voltaire introdusse per primo intitolando "filosofia della storia" l'introduzione al suo "Saggio dei costumi" (1756). G. Herder (1744-1803) in Germania la usò come titolo per varie sue opere; Ampère (1775-1836) ci dette il suo "Saggio sulla filosofia delle scienze"; R. Spencer (1820-1903) fa della filosofia l'unità delle scienze impostando la sua opera sul principio "la filosofia è scienza completamente unificata".19Sviluppando il concetto di Spencer il Neopositivismo sbocca nella pubblicazione a Chicago nel 1938 dell'Enciclopedia Internazionale delle Scienze Unificate progettata da Otto Neurath, come punto di incontro e di collaborazione dei pensatori contemporanei fautori di una filosofia scientifica intesa come integrazione dei risultati delle varie scienze e volta a incrementare l'educazione scientifica dell'uomo moderno contro la metafisica e la filosofia tradizionale. La nuova Enciclopedia si ricollega idealmente agli scopi dell'Enciclopedia francese, mirando a una loro più vasta realizzazione per mezzo degli strumenti offerti dalla metodologia empirica e dalla logica formale contemporanee. Ma fu un tentativo fallito per la concezione restrittiva della filosofia che aveva il neopositivismo, che la voleva contenere entro gli angusti limiti dell'analisi del linguaggio (perciò detta filosofia analitica) e voleva servirsi dell'Enciclopedia come strumento per creare un unico linguaggio delle scienze assimilato a quello della fisica (perciò il movimento è stato detto anche "fisicalismo"). Infatti fin dal primo fascicolo - con scritti di Neurath, N. Bohr, Dewey, B. Russel, R. Carnap e Ch. Morris - traspare la molteplicità delle concezioni filosofiche, che utopisticamente ci si proponeva di sostituire con un unico linguaggio tecnico positivo. La "filosofia analitica" ebbe la sua grande stagione nell'attività del Circolo di Vienna (Wiener Kreis) dal 1920 al 1936, quando l'aggressione nazista lo fece disperdere in Inghilterra e in America.20 Oggi continua a tenere banco a Cambridge e a Oxford.Chi non è d'accordo con tale riduzione crea altre riduzioni sulla contrapposizione "natura-spirito" su cui vorrebbe fondare la distinzione di "scienza della natura" e "scienze dello spirito". Così per Kuno Fischer (1824-1907) la filosofia sarebbe hegelianamente "l'autoconoscenza dello spirito umano"; per M. Scheler (1874-1928) sarebbe la dottrina dello spirito; per Wildelband (1848-1915) sarebbe la "critica dei giudizi scientifici"; per G. Gentile (1875-1944) ogni attività è filosofia in senso hegeliano; per B. Croce (1866-1952) la filosofia è la storia dell'attività umana; per Bergson (1859-1941) è la conoscenza intuitiva della vita interiore profonda attraverso un metodo proprio simile a quello dell'arte; per Husserl (1859-1938), Heidegger (1889) e J. P. Sartre (1895-1980) ritorna a essere la pura metafisica.Da questa rapida ricognizione della storia della concezione della filosofia, dobbiamo concludere che è stato smarrito il suo genuino concetto originario di partenza, che è la ricerca della sapienza, fatta di scienza e di saggezza, cioè scienza a benefico della vita umana, intendendo per scienza la "verità~conoscitiva" che corrisponde alla "verità-realtà". La scienza non è qualche cosa di diverso dalla conoscenza filosofica ma è la conoscenza filosofica che si esercita nell'amore, nella ricerca e nell'accumulo di porzioni di "verità-conoscitiva". Secondo questa giusta concezione è filosofo chi per amore della verità sa essere umile almeno fino ad accettare di far brutta figura di essere ignorante o di avere torto di fronte a un proprio avversario che dice la verità. È filosofo chi è disposto, come Giovanni Papini, a inginocchiarsi di fronte anche a una briciola di verità. È filosofo chi è disposto a controllare le proprie convinzioni e a cambiare opinione se dopo confronti critici e controlli severi si convince che quella a cui credeva prima gli risulta falsa. È filosofo chi sa soffrire per la verità, perché tiene sempre presente che tra gli uomini la verità produce odio (veritas odium parit). È filosofo chi si appassiona a qualche settore della conoscenza, chi si specializza in qualche settore della cultura. La filosofia inizia nella nostra coscienza, passa attraverso la conoscenza del mondo reale e ritorna alla nostra coscienza come visione sintetica del mondo. Ma solo attraverso la scienza la filosofia può superare in qualche modo la superficie della realtà e andare oltre le prime intuizioni sensibili e avere così la "conoscenza metafisica scientifica" da distinguere dalla "metafisica pura"."Così come io vedo la filosofia - dice in maniera incisiva K. Popper - non dovrebbe mai essere e in vero non può mai essere scissa dalla scienza. Storicamente tutta la scienza occidentale è una progenie della speculazione filosofica greca intorno al cosmo e all'ordine del mondo; i comuni antenati di tutti gli scienziati e di tutti i filosofi sono Omero, Esiodo e i presocratici.Per essi è fondamentale l'indagine della struttura dell'universo e del nostro posto nel mondo incluso il problema della nostra conoscenza di questo universo, un problema, che così come lo vedo io, rimane decisivo per ogni filosofia".22Chi perde di vista la scienza o non si ispira alla scienza è un misero filosofo. Fa parte di quel gruppo di filosofi che Berkeley chiamava "filosofi al minuto". Questo tipo di filosofia è quella che impantanata nelle interminabili discussioni di problemi insignificanti, irraggiungibili, trova in ogni quisquilia la giustificazione di un nuovo saggio di critica filosofica ed è stata chiamata "scolasticismo" perché seppellisce le grandi idee sotto un cumulo di parole, dimenticando che compito della filosofia è riflettere criticamente sull'universo e sul posto che abbiamo in esso, sulle nostre capacità conoscitive, sui grandi problemi che toccano la vita umana.Dobbiamo perciò formarci un chiaro concetto della scienza e del valore delle sue teorie nel vasto campo della conoscenza. |
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