L’EVIDENZA LOGICA

 

Non può essere criterio di “verità-realtà” “l'evidenza logica”. La lapidaria frase di Locke “ogni uomo porta dentro di sé la pietra di paragone per distinguere la verità dall'apparenza” è l'espressione più tipica di tale presunto criterio. Anche Cartesio aveva assunto come criterio l'evidenza delle “idee chiare e distinte” ma nonostante tale criterio il suo sistema, insieme a tutto il pagliaio dei sistemi metafisici, è finito nel cumulo dei deliri.

L'evidenza logica è un surrogato dell'intuizione sensibile, anzi è una pseudointuizione, è una contraffazione, e l'averla scambiata per la vera intuizione ha causato tanti deliri. L'evidenza non è criterio della “verità-realtà” ma della “verità-logica” o “veritàcoerenza”, cioè della giustezza con cui noi operiamo nella nostra mente deducendo una proposizione dall'altra e costruendo i ragionamenti o i sistemi, come abbiamo esaminato trattando della deduzione.

Il criterio dell'evidenza risale ai greci, è passato alla Scolastica ed è arrivato fino a noi che lo usiamo comunemente rafforzato con la frase “è evidente”. Tale frase traduce il concetto greco di “aléteia”, che indica appunto “emergenza dell'oscuro”, ma confonde la verità logica o razionale con la “verità-realtà”. Tanti sistemi di pensiero, sono stati “evidenti” ai loro creatori, ma poi hanno finito per aumentare il “cumulo di deliri” perché le loro conclusioni, vere sulla linea logica, si sono rivelate false sulla linea della “verità-realtà” perché le loro premesse erano ipotetiche o “presunte” reali.
La parola “evidenza” viene da “vedere” e pertanto porta con sé già una limitazione inerente a una sola frontiera della nostra struttura conoscitiva: la vista. Ma può essere accettata perché tutte le altre frontiere (udito, tatto, ecc.) terminano anch'esse nel centro conoscitivo in una specie di “immagine”. Quindi per sé il termine “evidenza” è una specie di intuizione ma per non cadere in confusioni perniciose occorre riservare il termine di intuizione al primo stadio della nostra conoscenza mentre quello di “evidenza” al secondo stadio, cioè al risultato dell'operazione indiretta o logica che dal “fisico” raggiunto dai sensi fa il salto al “metafisico” che non è stato o non può essere raggiunto dai sensi.
Come ormai dovrebbe essere acquisito, “l'evidenza” deve essere sempre controllata dall'intuizione e dallo strumento “ipoteticodeduttivo-sperimentaìe” possibilmente al principio della catena deduttiva cioè nelle premesse o almeno alla conclusione finale, perché un'affermazione può essere “evidente” di una verità logica a cui può “non corrispondere” nessuna “verità-realtà” e può diventare così una “fede cieca”. Quando Einstein dedusse la formula E = MC2 aveva avuto un'evidenza logica e teorica che non era altro che una deduzione fisico-matematica quindi sempre una geniale teoria. Solo quando essa fu sottoposta alla falsificazione della sperimentazione divenne una “verità-realtà” cioè una verità scientifica.

“A una mente sconvolta da uno stato patologico, mossa dalla passione, limitata da inveterati pregiudizi, può sembrare evidente una proposizione che da un altro dato punto di vista può apparire del tutto discutibile. Giustamente quindi va distinto ciò che appare evidente da ciò che è effettivamente evidente. In linea di massima diciamo che una proposizione è evidente quando non possiamo concepire una proposizione a essa contraria e quando il suo contenuto concettuale concorda talmente con le nostre tendenze, con le nostre convinzioni interiori e con le nostre ipotesi che senza sforzo alcuno possiamo attribuire un saldo valore oggettivo. L'evidenza scientifica è quella che ha il maggiore grado di oggettività e che possiede la maggiore probabilità di raggiungere la verità”.30

Insomma “l'evidenza”, sul filo “dell'assioma-valore-principio” di “contraddizione”, confrontando “dati” del nostro corredo conoscitivo, ne deduce “evidentemente” la “coerenza”, ma tiene il punto debole dietro di sé cioè nell'anello della deduzione, di cui abbiamo a lungo parlato, che può non essere “agganciato” alla realtà.

Lo scrittore argentino Louis Borges (+1986) portando in primo piano nella cultura moderna l'idea del “labirinto” ha inteso richiamare l'attenzione sulla fallacia della conoscenza logica impersonificata nell'“investigatore logico” dei romanzi gialli. Ci sembra però che con tale suggestiva immagine attribuisca tutte le “cantonate” che si prendono più alla natura labirintica della realtà che alle irreali premesse della nostra via logica che non sono che “intuizioni” della nostra immaginazione creatrice.
A parte quanto abbiamo detto sulla “corrispondenza” alla realtà delle “deduzioni” e delle “induzioni”, la logica in se stessa contiene dei paradossi che ne fanno comprendere la pericolosità. È celebre il secolare “paradosso del bugiardo” attribuito a Epimenide del VI secolo a.C. che ancora oggi qualcuno ritiene insoluto ma che è stato risolto dalla “tecnica matematica” come mostra A. Zichichi.31Una verità assiomatica viene dimostrata falsa dal passaggio logico di tre proposizioni. Eccolo:

Assioma: Papa Giovanni dice la verità. Papa Giovanni dice che Hitler è un bugiardo; Hitler dice che Stalin è un bugiardo e siccome lui è un bugiardo ne deriva che Stalin è veritiero; ora Stalin dice che Papa Giovanni è un bugiardo e siccome Stalin è veritiero ne segue che Papa Giovanni è bugiardo.

Come mai? Se qualcuno vuole divertirsi ricerchi nelle enciclopedie i paradossi con cui Zenone di Elea (n. 490 a.C.) cercava, in favore della dottrina di Parmenide che l'essere è immutabile, di dimostrare l'impossibilità del divenire o del moto contro Eraclito (540-480 a.C.), che affermava che tutto si evolve: il paradosso di Achille e la tartaruga, il aradosso della freccia, il paradosso della corsa nello stadio.

Parmenide e Zenone con la loro “evidenza logica” abolirono “l'intuizione sensibile” e fecero il gioco di prestigio di presentare la “realtà” come “sogno” e il “sogno” come “realtà”, cioè la conoscenza metafisica della Ragione divenne “vera” e la conoscenza fisica dell'Intelligenza divenne “apparenza” cioè “falsa”. Tali corbellerie, prese sul serio da Platone e da Aristotele, impastoiarono per secoli il modo di pensare della cultura dominante, fino a che non venne Galileo, che col suo controllo volle vederci chiaro e rovesciò le posizioni.


Ciononostante i matematici, i logici e i fisici teorici continuarono a perdersi nelle “sorprendenti scoperte” metafisiche, tra cui quella che l'“infinito continuo” di un segmento anche di un centimetro è uguale all'infinito del suo quadrato e all'infinito del suo cubo!32Anche l'equazione fondamentale con la quale Einstein teorizza-secondo quanto ci spiega A. Zichichi33 un universo fatto solo di spazio e tempo senza né energia né massa è un paradosso come quelli di Zenone e come quello di un universo a infinite dimensioni di Hilbert, cioè è pura “verità-logica” che può essere una “pura possibilità” qualcosa come un sogno molto lontano dalla “verità-realtà”. Verso la fine del secolo scorso le elucubrazioni logiche avevano portato al paradosso che la luce nel suo moto contraddicesse alla relatività stabilita da Galileo ma l'esperimento di Michelson del 1881 ruppe le trappole della logica riconfermando che ogni moto, anche quello della luce, è relativo, mentre è assoluta la sua velocità.

Fu per questo che B. Russel acuì il suo ingegno per vedere dove si annida la sorgente delle corbellerie della logica e della matematica per eliminare le loro mistificazioni e riportarle a esprimere cose “del mondo reale proprio come la zoologia”.34 Ma nonostante grandi meriti in campo linguistico non ci riuscì né la sua scuola col “metodo analitico classico” che faceva capo alla rivista “Mind” diretta dal suo discepolo Moore né la scuola di Schlick e Wittgestein col “metodo positivo logico” che faceva capo alla rivista “Erkenntis” diretta da Carnap a Vienna né la scuola di Ryle col “metodo neoanalitico” che faceva capo alla rivista “Analysis” cui dava mano nonostante fosse direttore di “Mind”.

Lo sforzo neo-positivistico non riuscì perché le trappole mistificatrici della logica non erano tanto nel linguaggio o nel suo formalismo quanto nel valore stesso dello strumento “induzione-deduzione”, cioè l'inesorabile deduzione non ha un altrettanto inesorabile “partner” nell'induzione da cui deve desumere le sue premesse per le sue valide conclusioni. La logica col puro strumento razionale è impotente ad attingere la”verità-realtà” anche quando è usato con le dovute maniere salvo quando parte da “premesse reali” cioè da una verità già nota, la quale allora non ci fa attingere una verità-ignota ma una verità contenuta in quella nota mentre noi abbiamo bisogno di attingere una verità ignota.

Nel primo stadio della conoscenza le premesse sono sempre reali perché non sono che i dati forniti dai sensi e le deduzioni fatte dal “confronto” sono sempre esatte: questa è “l'intelligenza pura”; nel secondo stadio invece, cioè quando si va alla ricerca di una verità ignota, le deduzioni sono molto illusorie perché il “confronto” avviene con premesse che possono essere reali e irreali e per riconoscerle occorre la sperimentazione: questa è “la ragione pura” che deve essere controllata dall'“intelligenza pura”.

 

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