LA DIALETTICA

 

 

Non può essere criterio di “verità-realtà” la “dialettica hegeliana”. Sappiamo che la parola dialettica non è che il termine greco corrispondente al nostro “dialogo” ed è stata usata perciò anche per indicare il “ragionamento” o il procedimento indiretto della mente per attingere la “verità-realtà” in sostituzione del procedimento diretto da noi chiamato “intuizione sensibile”.

È sinonimo quindi di “logica”.

Ma successivamente dai vari filosofi ha avuto dei significati speciali secondo il risultato della loro ricerca. Noi, per lo scopo specifico che ci siamo proposti della ricerca della “verità-realtà”, abbiamo stabilito che la logica e quindi la dialettica valgono come strumenti in quanto non contengono una “verità-realtà” ma occorre applicarli per attingerla.

 

Hegel invece ha detto che la logica come era stata intesa fino a lui andava perfezionata e riformata perché aveva scoperto una cosa importante: il mondo funziona secondo opposizioni o contraddizioni, cioè secondo la celebre formula: “tesi-antitesi-sintesi”, chiamata “processo triadico”.

Anche la nostra mente - e in questo si rivela di essere non altro che una porzione della realtà universale - funziona secondo tale processo triadico: affermazione-negazione-sintesi (o negazione della negazione). Funziona cioè non secondo il principio “identità-diversità” o di “contraddizione” ma secondo la sintesi degli opposti. Questa impostazione l'abbiamo incontrata quando abbiamo parlato della “metafisica pura” come sopravvalutazione del centro del nostro mezzo conoscitivo separandolo dalla periferia.

Allora abbiamo detto che Hegel, facendo una gherminella a Kant come Parmenide l'aveva fatta a Eraclito, ha creduto legittimo risopravvalutare il razionalismo esasperandolo fino al suo idealismo assoluto. Insomma Hegel mette le mani proprio là dove le aveva messe Kant: ma Kant ne trae la conclusione che la nostra conoscenza lungo la via metafisica, cioè delle pure dimostrazioni con fatti senza sottoporre le tesi al “cimento sperimentale” escogitato da Bacone e da Galileo, è illusoria; Hegel invece, osservando che il processo di sviluppo del pensiero storico umano è fatto secondo il “processo triadico”, cioè un filosofo “dimostra” una sua tesi, poi un altro filosofo “dimostra” la tesi opposta e infine un terzo “supera” armonizzando le due tesi (sintesi), invece di vedervi confermato quanto aveva detto Kant, gli fa appunto uno sgambetto dicendo che la “contraddizione” è sostanza del nostro procedimento mentale anzi attraverso tale procedimento, che non è altro che il procedimento con cui opera tutta la realtà, noi perveniamo non tanto alla “scoperta” della verità ma alla “creazione” della verità. Così rivaluta la speculazione metafisica contro Kant, e il principio di contraddizione o di falsificazione non è un mezzo per conoscere la verità e la falsità ma semplicemente un'indicazione che occorre “superare” la situazione contradditoria.

Noi riconosciamo che il funzionamento della nostra mente è dialettica, cioè confronto di elementi conoscitivi - intuizioni sensibili, concetti acquisiti con la induzione e la deduzione o con l'apprendimento culturale - producendo ulteriori concetti mentali in una catena indefinita, però non possiamo rinunciare al principio che è presente in ogni momento dell'attività della mente cioè al principio di “identità-diversità”, da noi ammesso come assioma nel primo stadio del rapporto mente-realtà.

Il funzionamento della nostra mente deve contenere non solo la “verità-coerenza” che è sostanziata dal principio di contraddizione a sua volta imposto dal principio di identità dell'informazione o dell'asserto o della proposizione, ma deve contenere anche la “verità-corrispondenza” nella misura che pretende di attingere la “verità-realtà”. Hegel ha fatto certamente una grande scoperta evidenziando un elemento importante nel funzionamento della realtà estramentale che è uguale al funzionamento della nostra mente, cioè il processo triadico, ma commette un grosso errore ed è quello di attribuire alla Ragione ciò che è proprio dell'Intelligenza, che opera appunto come la realtà esterna.

Gli elementi della realtà estramentale sono “forze” contrastanti naturali e umane, che poi si compongono in un equilibrio ulteriore; gli elementi di confronto del funzionamento della mente sono dei “semplici dati” che vengono confrontati dalla mente al solo scopo di metterne in evidenza le uguaglianze e le differenze, la coerenza o la contraddizione, la corrispondenza o l'incorrispondenza, insomma è sempre in ballo il principio di identità. Il grande errore di Hegel è proprio quello di avere scambiato “lo specchio” con la realtà e il processo triadico col processo razionale.

 

Nella sua geniale e acuta riflessione non è riuscito a penetrare alla radice dove il “processo razionale” che diventa un processo “artificiale” in quanto opera su prodotti umani che sono i concetti, si salda al naturale “processo triadico” attraverso “l'intuizione sensibile” che controlla direttamente le eguaglianze e le differenze nella realtà.
Dai concetti errati della dialettica hegeliana è derivato il linguaggio politico marxista, ormai diventato linguaggio comune, che contiene una grossa ambiguità, costituita dall'espressione che una data situazione è piena di contraddizioni o addirittura è “contraddittoria”, e si vuole indicare semplicemente che ci sono solo “forze” opposte che creano problemi e difficoltà o che ci sono condizioni uguali trattate in maniera disuguale. Ma tale realtà è ben diversa da quella che ci presenta la storia con le sue “falsificazioni” che sono vere “contraddizioni” cioè smentite delle previsioni, delle promesse o delle attese precedentemente espresse o poste. Ne abbiamo infiniti esempi nelle mancate realizzazioni delle diagnosi mediche, delle previsioni meteorologiche, delle previsioni dei profeti, dei pronostici dei maghi, delle previsioni delle teorie delle scienze naturali o delle scienze umane come la psicologia, la sociologia, la politica e l'economia.

Nello “specchio-mente”,sede della “verità-conoscitiva”, il concetto o giudizio rappresenta o non rappresenta un fatto reale, cioè contiene o non contiene la “verità-conoscitiva” che consiste appunto nella corrispondenza: la contraddizione sta appunto in questo “corrispondere” o “non corrispondere” alla “verità-realtà”. In questo rapporto di identità sta appunto la “verità-conoscitiva”: la realtà potrà anche cambiare nella sua evoluzione ma allora dovrà cambiare anche il giudizio o concetto della mente e in questo cambiare consiste la sua verità o corrispondenza. Si può pure dire che un fatto si oppone e contraddice a un altro fatto con “tensione” delle forze della realtà, ma non si potrà mai dire che un concetto contraddice un altro concetto se non nel caso che si vogliano identificare in un unico concetto. Insomma nei contenuti mentali la contraddizione esiste solo nella negazione dei termini, mentre nella realtà la contraddizione esiste solo nell'“opposizione” di forze. Se un testimonio afferma e poi nega quanto riferisce, diciamo che si contraddice; se due automobilisti fanno uno scontro, diciamo che si oppongono.

Perciò la dialettica dopo Hegel, e soprattutto dopo Marx, ha ripreso la notazione poco pregevole che aveva assunto già con Zenone di Elea (490-? a.C.) chiamato da Aristotele “padre della dialettica”, il quale la usava come arte di discussione e di contraddizione per mettere in evidenza il lato negativo di un'argomentazione o nozione. Socrate aveva arricchito tale dialettica con l'ironia, detta appunto socratica, con cui era solito demolire l'opinione comune o credenza acritica. Con Platone si identifica con i due momenti del ragionamento, induttivo e deduttivo (dialettica ascendente o discendente) e viene identificata per la prima volta con quel “confronto” o rapporto delle idee che rende appunto possibile tale passaggio o ragionamento e che noi pure accettiamo: per lui tale rapporto o confronto si realizza non solo nel processo conoscitivo umano ma anche nelle idee-tipo, di cui sono proiezione le apparenze del mondo in cui noi viviamo: così è sintetizzato l'essere e il non essere, cioè il problema del movimento posto da Eraclito e negato da Parmenide, e, in quanto le idee-realtà sono molteplici, realizza anche l'idea del “non essere”, dato che ogni idea è ciò che non sono le altre. Con Aristotele, che nega il mondo delle idee platoniche, e spiega il processo conoscitivo umano con l'astrazione dei vari “intelletti”, la dialettica assume la funzione di pura discussione di opinioni, preliminare alla definizione socratica del concetto-essenza delle cose, suscettibile di perdersi in varie sottigliezze.

Nella Scolastica Medievale la dialettica si identifica con la logica formale in contrapposizione alla retorica che si occupava dei passaggi del discorso oratorio.

Kant finalmente dimostra l'illusione dei ragionamenti dialettici perché portano alle antinomie o contraddizioni della ragione pura o metafisica pura. Ma dopo Kant sappiamo che cosa si è ricominciato a fare anche se non era nelle intenzioni di Hegel. È significativo a tale proposito il dialogo riportato da Echermann tra Hegel e Goethe nel 1827.

“In fondo - disse Hegel - la dialettica non è altro che lo spirito di contraddizione insito in ciascun uomo ridotto a regole e metodicamente coltivato; la grandezza di questo dono si mostra nella distinzione del vero dal falso”.

“Purchè osservò Goethe - una tale arte e abilità dell'ingegno non sia troppo spesso abusata e convertita a mostrare il falso come vero e il vero come il falso”.

“Ciò purtroppo accade - replicò Hegel - ma soltanto tra uomini malati di spirito”.47

Per malati di spirito sembra di dovere intendere chi non cerca la verità per se stessa, come fa il filosofo, ma la altera per piegarla alla propria sete di apparire di “avere ragione”. Non vorremmo annoverare, tra questi “malati di spirito” di Hegel, anche Marx, ma si resta sconcertati da un passo di una sua lettera a Engels, nella quale gli dice:

“È possibile che io susciti scandalo. Ma in questo caso sarà sempre possibile cavarmela col ricorso a un po' di dialettica. Beninteso io ho sistemato le mie previsioni in maniera che esse possano avverarsi, ma anche nel caso contrario”.

Chi riporta queste parole - sotto la cui responsabilità noi le riportiamo, perché non cita la fonte - giustamente conclude:

“Se così stanno le cose, la dialettica in Marx è diventata sofistica e ne fa un uso perverso, appunto “capovolto” come diceva lui, cioè “dissacrato”48

 

 

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47--Cir. R. Franchini - art. “Equivoci sulla dialettica” - “Il Tempo” del 18/3/78

48-Ibidem in riferimento a La dialettica dissacrata di A.Argeri ed.Sugarco 1978

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