2 -LA FILOSOFIA È SCIENZA

 

 

Sappiamo che la conoscenza è una comunicazione tra la nostra mente e la realtà distinta dalla nostra mente. Perciò la conoscenza si chiama anche scienza e in questo senso molto generale contiene due aspetti dell'attività conoscitiva: prima di tutto è "un cumulo di nozioni, di informazioni, di idee, di concetti" relativi alla realtà; e poi è "un cumulo di abiti operativi" che hanno sempre contenuto di conoscenza, difatti diciamo sempre "saper pensare, saper parlare, saper mangiare, saper insegnare, saper lavorare, saper camminare, saper cantare, saper dipingere, saper nuotare, saper danzare ecc." Secondo quest'ultimo aspetto il lavoro, lo sport, l'arte sono scienze operative. Questo perché tutta la vita è un centro di comunicazione, di conoscenza e quindi di scienza.

Abbiamo visto pure che la conoscenza come comunicazione produce tre effetti: rappresentazione delle strutture della realtà e dei loro rapporti attraverso idee e concetti; convinzione o fede nel contenuto della rappresentazione; affettività positiva o negativa verso tale contenuto secondo una gradazione che va sfumata dall'amore all'odio. La corrispondenza della nostra conoscenza alla verità-realtà, che noi abbiamo chiamato "verità-conoscitiva", dai greci è stata chiamata "episteme" (da cui epistemologia) e dai latini "scienza". La scienza quindi è il risultato valido dell'esercizio della nostra comunicazione conoscitiva con la realtà: la scienza è l'idea vera, il concetto esatto in possesso della nostra mente. Nella prima fase della conoscenza, cioè nel primo momento di "attracco alla verità-realtà" consiste semplicemente nell'intuizione sensibile, cioè nella "immagine" corrispondente al reale; in un secondo momento tale immagine restando impressa nella nostra sensibilità mentale diventa "memoria". Perciò la scienza inizialmente è semplice atto di conoscenza concreta con la realtà, poi diventa "accumulo" di immagini, di concetti, di meccanismi operativi. Questa "biblioteca" di dati sperimentali, trasformati in concetti attraverso l'operazione di confronto che è il pensiero - la cui conclusione o prodotto finale chiamiamo "ragione" - costituisce la ricchezza della cultura individuale, e - attraverso la trasmissione verbale o scritta - collettiva di un popolo e dell'intera umanità. In questo senso è valido il celebre verso di Dante:

non fa scienza- senza lo ritenere avere inteso.23

In questo senso la scienza può essere denominata anche "sapienza", che è un grande e vasto possesso di conoscenze.

 

La questione del valore della nostra conoscenza come contenuto della nostra mente - lo sappiamo - fu posta già dai presocratici e ottenne una prima risposta nella distinzione tra "episteme" e "doxa": "l'episteme" è la scienza che attinge la realtà profonda delle cose e la "doxa" è l'illusione che attinge solo l'apparenza superficiale. Tale distinzione condusse Platone a dare valore di scienza solo alla "conoscenza intellettiva" che coglierebbe le idee immortali, eterne, cioè quella conoscenza che poi è stata chiamata "metafisica". Anche Aristotele, pur opponendo alla teoria di Platone della "reminiscenza" la sua teoria dell'"astrazione" dal particolare, dà valore di scienza suprema alla metafisica, anche se riconosce un certo valore di scienza alle conoscenze empiriche: queste sono una scienza imperfetta, mentre è scienza perfetta la conoscenza delle cose nella loro nascosta costituzione. E fin qui Aristotele non ha torto: noi abbiamo posto come motto emblematico all’inizio di questo lavoro il verso di Virgilio

felix qui potuit rerum cognoscere causas

(felice chi può conoscere l’origine delle cose)

che esprime tale concetto aristotelico e l'aspirazione di tutta l'umanità e in particolare degli scienziati e dei filosofi. Ma l'errore dell'impostazione aristotelica - e non c'è da fargliene rimprovero perché siamo agli inizi dell'immenso sforzo dell'umanità nella decifrazione della realtà - sta nell'eccessiva fiducia accordata alla "dimostrazione", che attraverso assiomi, definizioni, principi, postulati, corollari, condurrebbe alla conoscenza delle "essenze" delle cose. Tutta l'epistemologia antica ha costruito in maniera fallace sull'uso improprio della deduzione e dell'induzione il castello di carta della metafisica. La logica, la dialettica, la matematica, la geometria, la metafisica pura erano "scienze perfette" perché basate sul rigore logico della dimostrazione. Purtroppo tale concetto di scienza è responsabile dello sviamento della ricerca scientifica nell'antichità greca, romana e medioevale, e dello scarso sviluppo delle scienze sperimentali, del resto impostate giustamente dallo stesso Aristotele. La scienza metafisica - per distinguerla dalla "scienza sperimentale" o galileiana - si è preoccupata solo delle "essenze delle cose": è il cosiddetto "essenzialismo" come lo chiama Popper.

Cartesio stesso è caduto nella trappola del concetto della scienza metafisica, ritenendo reale tutto ciò che è razionale. Solo con Bacone teoricamente e con Galileo sperimentalmente si comincia a fare chiarezza nella confusione antica e a decifrare i limiti entro cui lo strumento razionale afferra la realtà o fabbrica concetti di "verità-possibili" troppo spesso scambiate per "verità-realtà" e quindi in "deliri". Comincia a delinearsi la distinzione tra "scienza empirica" e "scienza razionale": la scienza empirica ci proviene dall'esercizio dell'intuizione sensibile; la scienza razionale ci proviene dall'esercizio della "via induttiva-deduttiva". La scienza empirica è la base di partenza della conoscenza dei fatti e dei fenomeni; la scienza razionale è la sua prosecuzione nel tentativo di afferrare la realtà che produce i fatti e i fenomeni. Nella scienza empirica la scienza razionale desume le premesse, compie ipotesi di ogni tipo e deduzioni logiche, e vi trova il controllo della validità delle sue conclusioni. I fatti sono il controllo di tutte le speculazioni della cosiddetta "razionalità".

Insomma la "scienza empirica" è costituita dalla conoscenza della realtà compiuta con l'intuizione sensibile, cioè con l'uso corretto dei sensi entro i limiti consentiti dal "marchio di fabbrica"; la "scienza razionale" è costituita dalla conoscenza della realtà che sta oltre il tiro della sensibilità sia di fatto che per le sue possibilità e che viene compiuta con la "ragione", cioè con l'uso corretto del meccanismo del "ponte" dato dal metodo "induttivo-deduttivo-sperimentale". La confusione che inficia tutta la conoscenza pregalilciana non è terminata con Galilei ma continua a inficiare vastissime zone della cultura e fa ritenere la "scienza empirica" una scienza primitiva senza valore consistente e fa ritenere come "scienza razionale" tutte le conoscenze costruite col semplice metodo induttivo-deduttivo o col semplice metodo deduttivo della geometria e della matematica. Il merito di Popper sta proprio qui: nell'avere definito con chiarezza il metodo galileiano, per cui dopo di lui ogni confusione è colpevole. Galileo, oltre il giusto metodo, ci dà anche il giusto concetto di scienza. Rigetta innanzitutto la pretesa di coloro "che speculando ritengono di arrivare a quella cognizione intera e perfetta che ci viene riservata da intendersi nello stato di beatitudine e non prima" perché "il tentare l'essenza l'ho per impresa non meno impossibile e per fatica non meno vana nelle prossime sostanze elementari che nelle remotissime e celesti"24, e affermando realtà indubitabili le apparenze o i fenomeni presentatici dall'intuizione sensibile cerca di investigare come problema massimo e ammirare la vera costituzione dell'universo attraverso la conoscenza della lingua e dei caratteri nei quali è scritto, cioè la lingua matematica. La fisica, con le sue esperienze, congetture e dimostrazioni non sì contenta di parlare "cx suppusitione" come aveva invece affermato Osiandro nella celebre prefazione al libro di Copernico "De Orbium coelestium revolutionibus" ma cerca la natura dei fenomeni astronomici e fisici in generale25. Insomma per Galileo la scienza è conoscenza certa della realtà nella sua apparenza e nelle sue strutture, cioè corrispondenza della "verità-conoscitiva" alla "verità-realtà", acquisita attraverso l'osservazione ripetuta e controllata dei fatti, e che può essere espressa con accurata e appropriata descrizione e classificazione. Solo così si può scoprire quello che c'è "dietro" e che produce i fenomeni.

In conclusione mentre per gli scienziati-filosofi pregalileiani la conoscenza certa era ricercata "per deduzione dalle cause", per gli scienziati-filosofi galileiani si procede in senso opposto, cioè dai fenomeni per induzione sperimentale si cercano le cause. Si cerca ancora il "perché" ma prima "il come" e per questo pensano che

"è necessario lasciare da parte i facili sotterfugi delle qualità occulte e delle forme sostanziali, che non possono fornire se non spiegazioni verbali dei fenomeni concreti, come pure tutte le ipotesi sia quelle metafisiche dei peripatetici sia quelle fisiche dei cartesiani, per attenersi solo alle proposizioni che si deducono dai fenomeni o che si possono stabilire per induzione".26

I risultati raggiunti in due secoli e mezzo fecero esplodere l'entusiasmo per una nuova forma di metafisica negativa nel positivismo e nello scientismo con esplicito rigetto di ogni realtà non raggiungibile dall'esperienza guidata dalla ragione. Tale posizione è espressa in modo efficace da Renan:

"La scienza aperta e libera, senz'altro legame che quello della ragione, senza simboli chiusi, senza templi, senza preti, vivente a suo agio in quello che si chiama il mondo profano, ecco la forma delle credenze che sole ormai trascineranno l'umanità... La scienza sola può risolvere all'uomo gli eterni problemi di cui la sua natura esige imperiosamente la soluzione".27

Ma il concetto di scienza ottocentesco aveva limitato quello galileiano e la "scienza aperta e libera" si era chiusa in un orizzonte angusto rappresentato dal materialismo meccanicista. Esso però veniva messo in crisi dal sorgere della termodinamica, dell'elettrodinamica, dell'elettromagnetismo, della teoria quantistica, della teoria della relatività, della scoperta dualistica "corpuscolo-onda" prima per la luce fatta da Einstein poi per le particelle elementari fatta da De Broglie. Il suo crollo fu inevitabile e, come succede nella storia della conoscenza, si passò all'eccesso opposto, cioè a un concetto di scienza non oggettiva, come fosse una conoscenza che non contiene una corrispondenza nella "verità-realtà", ma semplicemente un insieme di teorie effimere che oggi sorgono e domani crollano per cedere il posto a nuove costruzioni che non tarderanno a subire la stessa sorte. È la cosiddetta concezione economicistica della scienza, che le riconosce solo un valore pratico, cioè il potere di ricondurre a schemi, a formule abbreviate secondo il principio del minimo sforzo - la maggior verità dei fenomeni, in vista non di una conoscenza "vera" ma di una conoscenza "comoda". È la resurrezione dello "strumentalismo" proposto da Osiandro per Copernico, e riproposto da Bellarmino per Galileo e infine da Berkeley per Newton. Riappare nel 1882 col "pragmatismo" di Peirce, nel 1883 con l'"empiriocritismo" (combattuto da Lenin) di Mach e di Avenarius, all'inizio del XX secolo col "convenzionalismo" di Poincarè, con le filosofie della "scienza come mezzo di azione" di Boutroux, di Bergson, di James e di Blondel, con lo "strumentalismo orientativo" nel lavoro individuale e sociale di Dewey, con la filosofia del "come se" di Waihinninger (1911) (secondo la quale tutte le conoscenze sono finzioni ma se sono capaci di promuovere e arricchire la vita dobbiamo accettarle come se fossero vere), con lo storicismo di Croce che considera la scienza come "finzione teorica" sprovvista di valore conoscitivo oggettivo, con lo storicismo di tipo marxista che cerca di far passare la scienza come ideologia espressione del capitalismo, 28 con il "formalismo matematico" di Russel, Duheim e Hilbert, con il "fisicalismo" della filosofia analitica del Circolo di Vienna di Schlick, della scuola logica di Berlino di Reichenbach e della Scuola logica di Varsavia di Kotarlinki (eccettuato Tarski).

A tale eccesso c'è stata però la reazione di chi ha capito l'eterno problema che sta sotto nella storia filosofica del pensiero umano: l'uso improprio del nostro mezzo conoscitivo facendo confusione tra "verità conoscitiva" e "verità-realtà". Il grande guaio è stato sempre di non aver decifrato il groviglio in cui si annidano le tre sorta di verità: "verità conoscitiva", "verità di coerenza" e "verità-realtà". La Verità maiuscola è la realtà fuori dalla nostra mente; la verità conoscitiva ha il suo valore nella corrispondenza alla verità realtà, e la verità logica o di coerenza sta nella connessione necessaria tra premesse e conclusioni in un sistema logico che si sviluppa deduttivamente "anche ipoteticamente". Di quest'ultima verità sono costituiti tutti i "sistemi teorici" che sono la Logica, la Geometria, la Matematica, il Linguaggio, i sistemi metafisici, teologici, informatici, ecc. Tutti questi sistemi sono "veri strumenti" ipotetici convenzionali e contengono tanta "verità-conoscenza" quanta ne ricevono nelle loro premesse. Se le premesse sono ipotetiche, convenzionali o presunte "vere-reali", alla fine non avremo che conclusioni ipotetiche, convenzionali o presunte vere, ma se le premesse sono "verità-reali" controllate con ogni tentativo di falsificazione, le conclusioni saranno davvero "verità-reali".

Oggi ormai nelle valutazioni della scienza è acquisita la distinzione tra ricerca teorica e ricerca sperimentale: questa deve controllare quella. Di questa acquisizione metodica Antonino Zichichi è un lodevole apostolo. Esempi di "verità logiche" o "di coerenza" o "teoriche" smentite da "verità sperimentali" o "verità realtà" ne è piena la storia della Scienza. Oggi attendono il giudizio della sperimentazione la teoria del "buco nero", 29 la teoria del "monopolo magnetico"30 e la teoria dell'"urto elastico".31

Il valore logico rigoroso delle "matematiche", con le loro conclusioni assolute da non permettere un'opinione contraria, tanto che è proverbiale il detto che la matematica non è un'opinione, indusse in errore Cartesio e abbagliò un po' Galileo che ne restò però immunizzato dal suo controllo sperimentale.

"La cognizione - dice Galileo - che ne ha l'intelletto umano, agguaglia la divina nella certezza obiettiva, poiché arriva a comprenderne la necessità, sopra la quale non pare possa essere sicurezza maggiore".32

È la sopravvalutazione della matematica detta "matematicismo", secondo la quale si tende a "oggettivizzare" ciò che è puramente astrazione ipotetica e metodologica. Al matematicismo va riconosciuto il contributo indiscutibile dato al sorgere della scienza moderna, la quale però ha ormai messo in guardia sui suoi limiti per la sua natura puramente strumentale. Ortega Y Gasset (+1955), studioso del Vico, aveva individuato bene il valore della matematica come prodotto della "ragione pura" e quindi come puro strumento conoscitivo quando scrisse: "la matematica scaturisce dalla stessa radice della poesia, dalla facoltà dell'immaginazione:".33 Quindi la sua "verità" è "solo razionale", cioè verità puramente logica o di coerenza, che diventerà "verità-realtà" quando sarà applicata alla realtà.

"Il matematico dunque può scegliere ad arbitrio i principi fondamentali da lui posti, come un viaggiatore può scegliere il punto di partenza del suo viaggio e la direzione del suo cammino. Ma una volta fissati questi elementi, ciò che incontra lungo la sua via non dipende più dalla sua volontà. La matematica si presenta quindi alla luce delle considerazioni precedenti, come costituita da tutti gli infiniti sistemi razionali coerenti (non più soltanto dall'aritmetica e dalla geometria euclidea come nell'antichità): la coerenza di ciascuno di detti sistemi, è un carattere di cui la mente umana non dispone a suo arbitrio, è obiettivo".34

Che le cosiddette scienze esatte siano semplicemente uno strumento per ricercare la verità-realtà e in se stesse contengano puramente una verità-logica o possibile o teorica, ce lo dice la difficoltà di calcolare la struttura in alcune operazioni matematiche nelle quali si approda addirittura nei cosiddetti numeri irrazionali, che costituì uno scandalo per Pitagora e i pitagorici, come la radice quadrata di 2 e il rapporto tra circonferenza e diametro. Nessuno può negare che tale difficoltà esiste solamente nel calcolo o strumento matematico mentre la realtà contiene una misura precisa.

Quello che è stato detto per la matematica vale per tutti i sistemi che abbiamo qualificati "strumenti mentali", di sviluppo e di espressione di tecnica razionale. A tutti si deve applicare il valore epistemologico della "verità-coerenza" e nient'altro, e se si vogliono applicare alla "verità-realtà" devono essere controllati con la sperimentazione, secondo quanto è stato acquisito col teorema di Godel, cioè "la non contraddittorietà di un sistema va verificato fuori di esso".

Confondere pertanto la "verità-coerenza" di tali sistemi, per i quali è pienamente valido lo "strumentalismo", con la "verità-conoscitiva" sarebbe un errore fatale. Chi capì il nuovo errore fu M. Planck, Einstein, De Broglie, Meyrson, Bachelard, Maritain, Schrodingen, Gonseth ecc.35 K. Popper per oltre mezzo secolo ha svolto una battaglia infaticabile per conservare alla scienza il valore del realismo galilciano. Secondo questa concezione, che condividiamo in pieno, si deve distinguere tra oggettività e convenzionalità, tra realtà e simbolismo, tra totalità e approssimatività. Quindi la scienza è una conoscenza vera, cioè corrispondente alla "verità-realtà" ma in una progressiva approssimazione all'intimo della realtà secondo quello che aveva avvertito Galileo: l'ultima realtà non sarà mai raggiunta.

La scienza è prima di tutto un insieme di acquisizioni conoscitive che corrispondono alla realtà, cioè "descrivono" la realtà conosciuta attraverso i suoi molteplici aspetti fenomenici, fattuali, strutturali, funzionali, che costituiscono il contenuto della fisica, della chimica, della biologia, dell'astronomia, della botanica, della zoologia, della fisiologia, della psicologia, della parapsicologia, della sociologia, della storia ecc.. Come si vede in tale elencazione non figurano le cosiddette "scienze esatte" perché sono puramente "strumentali" e non contengono una "verità-conoscitiva" oggettiva cioè corrispondente alla "verità-realtà". La verità delle "scienze esatte" è la "verità logica" che è una pura "possibilità": è la verità della matematica, della geometria e di tutte quelle discipline che contengono una "parte teorica" e una "parte sperimentale": la "verità teorica" non corrisponde per sé a nessuna realtà e allora non possiamo ritenerla " Verità". C'è ancora qualcuno che con la espressione di "scienze esatte" intende quelle che operano con formule precise, mentre le altre sarebbero "scienze approssimative": no, le "scienze esatte" sono esatte perché astratte e non contengono se non uno strumento per operare sulla realtà, mentre le "scienze della realtà" sono approssimative perché noi la realtà la conosciamo a bocconi e ogni nuova conquista ci fa vedere sotto nuova luce quella precedente. Tutta questa storia deriva dal fatto che non si è soliti distinguere le due fasi della conoscenza, quella diretta che ci dà la "scienza empirica" e quella indiretta che ci dà la "scienza razionale" che nel confronto con la "scienza empirica" attraverso la sperimentazione trova il suo collaudo.

Anche le scienze espressive, costituite dalle conoscenze linguistiche e artistiche, sono uno strumento appunto di espressione e di trasmissione della "verità-conoscitiva" e pertanto il loro contenuto di verità è proporzionato alla corrispondenza del contenuto mentale alla "verità-realtà". Tuttavia tali mezzi possono essere oggetto di conoscenza come "realtà umana" in quanto fenomeni, meccanismi, strutture, funzioni, strumenti umani, come abbiamo fatto sul valore della nostra conoscenza e dei nostri mezzi conoscitivi, e allora anche esse costituiscono una scienza degli strumenti con cui si va alla ricerca della "verità-realtà". Il "possedere" la conoscenza delle lingue, delle arti, della matematica, della logica è in generale anch'esso una scienza.

La scienza è successivamente un insieme di teorie che cercano di spiegare i dati acquisiti e classificati precedentemente, secondo il principio "dal noto all'ignoto". Questo è il principio epistemologico galileiano che ha prodotto la più grande rivoluzione pacifica dopo il cristianesimo evangelico. Prima di Galileo si cercava di spiegare "col noto l'ignoto" avallando ogni sorta di metafisicherie: dopo Galileo si è andato sempre più affermando il principio di spiegare "il noto con l'ignoto", dando il via alle scoperte e alle applicazioni sistematiche nella tecnica e nell'industria con quell'impulso che da quattro secoli, con altri elementi, ha trasformato il mondo, mettendo in crisi la filosofia metafisica e la teologia. Perciò la teoria scientifica deve essere esplicativa non solo dei dati osservati ma "prevedere" l'accadimento di altri dati ancora non osservati, che fungeranno appunto da controllo. In questo senso la scienza galilciana dà la possibilità di costruire una "metafisica scientifica", cioè permette una conoscenza che va "aldilà" del puro fenomeno di diretta esperienza dell'intuizione sensibile e che può veramente essere denominata "conoscenza razionale" conseguita non con la facile dimostrazione dagli esempi induttivi, ma con la difficile dimostrazione della sperimentazione alla ricerca di fatti sconosciuti ma previsti. Invece la scienza come era concepita prima di Galileo pretendeva di partire da "principi generali" assunti da una pretesa intuizione o da un'impossibile generalizzazione induttiva per arrivare a deduzioni metafisiche vuote e sterili. La scienza pregalileiana ha preteso di spiegare l'ignoto col noto cadendo in quelle "antinomie" che sono servite a Kant per demolire la cosiddetta "ragion pura". E ciò è potuto accadere perché non c'era nessun controllo, e perché da Aristotele in poi è stata ritenuta scienza non la "verità-conoscitiva" corrispondente alla "verità-realtà" ma la "conoscenza dell'essenziale e quindi dell'universale fatta attraverso l'astrazione dell'intelletto sulla conoscenza particolare dei sensi".36 Questo è il concetto più disastroso della scienza, che ha legittimato tutti i deliri accumulati dalla metafisica e che ha snobbato la scienza empirica e sperimentale ed è responsabile del divorzio tra filosofia (metafisica) e scienza galileiana, che insieme a quella empirica è l'unica che merita il nome di scienza.

Il concetto metafisico aristotelico della scienza non è ancora morto ma continua ad alimentare ancora molti settori della cultura avallando il concetto delle "leggi universali ed eterne della natura". I "Nuovi Saggi sull'intelletto umano" di Leibniz che corrono ancora sul vecchio binario aristotelico della conoscenza scientifica delle idee universali costituiscono ancora oggi lo schema mentale di molta parte della cultura. Il trascinarsi tuttora di tale concetto di scienza incide ancora nelle impostazioni di vita e di attività culturali. È riaffiorato in occasione della discussione per la riforma dell'insegnamento della Religione nelle scuole in Italia dopo il rinnovamento del Concordato tra la Chiesa e lo Stato. Un campione della cultura cattolica quale è Augusto Del Noce, in un suo intervento, 37si schiera contro la proposta della riforma di sostituire l'insegnamento della confessione cattolica con quello della "conoscenza dei fatti religiosi" e che non sarebbe altro che "una vera e propria rivoluzione" di "stile scientista". Lo scientismo, secondo Del Noce, sarebbe non la sopravvalutazione della scienza fino al punto di affidarle la soluzione di tutti i problemi umani, come abbiamo più sopra riferito di Rènan e dei positivisti, ma la "riduzione di ogni conoscenza alla conoscenza scientifica... Il carattere della verità scientifica è infatti di essere provvisorio o, come oggi si usa dire, "falsificabile": la scienza non conosce verità assolute, eterne, sacre. Invece c'è morale soltanto quando si pensa a una legge che ha valore assoluto. Quanto alle verità religiose, il loro carattere è di essere "sacre" e "rivelate"".

Come si vede Del Noce vuole perpetuare la vecchia e disastrosa concezione della scienza come "conoscenza assoluta e universale" invece di "conoscenza corrispondente alla realtà" e quello che è peggio confonde la "fase teorica" della scienza galileiana con la "scienza empirica" e la "fase controllata" della scienza galileiana, che formano i "tesori della scienza" e che non sono affatto soggetti alla "provvisorietà". Le "verità morali, sacre ed eterne", che formano non la "verità realtà" ma la "verità saggezza" non devono essere ancorate alle impossibili o perlomeno opinabili induzioni e deduzioni metafisiche ma alla incontestabile "verità-realtà" e "valore assoluto" dell'esistenza dell'Uomo di natura empirica e sperimentale e universale controllata. Parlando dell'induzione abbiamo dovuto stabilire che il concetto di legge è una "proiezione sulla natura da parte della nostra esigenza di regolarità": il concetto di legge applicato alla natura è un antropomorfismo: nel mondo umano si opera per "leggi" che sono "regole universali" senza tener conto delle esigenze particolari ma nella natura non si ripete niente per legge, non c’è niente di uguale, ma su un lentissimo filo evolutivo si sviluppano situazioni diverse e la validità della scienza galileiana sta nel saper prevedere tale sviluppo. I nostri mezzi conoscitivi operano nel macrocosmo per cui non percepiscono il lentissimo lavoro operato dalle forze della natura da cui deriva quella "irregolarità" per avvertire la quale occorrerebbero secoli e millenni. Solo la nostra "comodità" ci può far parlare di "regolarità e di legge". Nella natura non c’è niente di "universale" ed è per questo che nella pratica medica - e in tanti altri campi del sapere è lo stesso - si incontra la difficoltà nella diagnosi, nella prognosi e nella terapia, perché esistono "malati" e non "malattie".

Nel concetto di scienza moderna è implicita l'"approssimazione" della spiegazione: la realtà non è mai tutta raggiunta e la totalità è l’orizzonte al quale ci si approssima indefinitamente e a cui si tende e non sarà mai conquistata una volta per sempre. È il cosiddetto compito "teleologico" della scienza. Perciò ogni teoria è destinata a essere "superata" o attraverso "falsificazioni" totali o attraverso falsificazioni parziali nel senso che viene completata o perfezionata.

"I cambiamenti delle opinioni scientifiche - scrive Freud - sono sviluppo, progresso non sovvertimento... un'approssimazione rozza alla verità viene sostituita da un'altra, più scrupolosamente adeguata, la quale a sua volta attende un ulteriore perfezionamento".38

È quello che ha ripetuto il grande Dirac:

"Qualunque cosa può essere soggetta a modifiche, per l'accresciuto bagaglio di conoscenze che potremo avere in futuro. Questo secondo me non lo dovremmo dimenticare mai: nella scienza non esistono verità immutabili ma tutto è soggetto a essere corretto con l'aumentare del sapere".39

Le stesse formule fisico-matematiche - che in astratto sono assolute - in quanto esprimenti "verità-conoscitive" corrispondenti a "verità-realtà" hanno una validità approssimativa sia perché indicano "operazioni" in cui entrerà in gioco l'effetto dell'operatore sia perché la realtà è in continua benché lentissima evoluzione nella quale entrano in gioco quantità diverse degli stessi elementi e possono entrare in gioco anche elementi sconosciuti. Tali "formule" vengono chiamate "leggi" ma in verità esprimono solo "regole" per i nostri calcoli non "leggi che imbrigliano la realtà", la quale si modifica continuamente per la continua attività interagente delle sue varie componenti. La Luna gira da millenni attorno alla Terra ma per un leggerissimo spostamento della sua orbita più lontano verrà il tempo che non vi girerà più, come, per la variazione della velocità di rotazione della Terra, i giorni una volta erano di quattro ore e oggi sono di ventiquattro. Rientra qui l'aggiustamento del calendario che ogni tanto bisogna fare. Perciò si può dire senz'altro che non c'è nessuna "legge naturale" nel senso di "impreteribilità" che implica tale concetto. Cioè la realtà non è platonica, legata a "modelli eterni" che la vincolano a una "identità" ma è fantasticamente "creativa e variabile" perché è come una sfera luminosa continuamente in movimento nel suo complesso e nei suoi più elementari costituenti.

La formula di Newton

F = f Md m

che vorrebbe esprimere la "legge" della gravitazione universale secondo la quale i corpi si "dovrebbero" attrarre con una forza direttamente proporzionale al prodotto delle rispettive masse e inversamente proporzionale al quadrato della distanza, è già messa in difficoltà dalla stessa velocità con cui cadono i corpi di massa diversa nel vuoto. Gli studiosi rividero e modificarono la "legge" di Newton senza poter cogliere l'intima natura della gravità. Comunque resta acquisito che la Realtà non conosce "Leggi" che sono un fatto umano, ma conosce solo "forze" su cui noi proiettiamo "regole" con le quali le possiamo calcolare e utilizzare. L'errore che facciamo spesso filosofando sta proprio nella pretesa di voler esaurire la conoscenza. La conoscenza identificandosi con la vita in quanto sensibilità e comunicazione, si troverà sempre di fronte a una "realtà trascendente" nell'unico senso accettabile di questa locuzione, cioè che il "tutto trascende la parte". Per questo avremo sempre di fronte il "mistero". Questo deve tenerci la mente sempre "aperta" cioè libera dal "preconcetto" da cui ci lasciamo spesso irretire tutti, non esclusi i competenti, i dotti, gli scienziati, i filosofi: quello che consiste nel non ritenere possibile un fatto che non rientra nel proprio paradigma o quadro conoscitivo. Chi invece ha vera mentalità filosofica o scientifica la prima cosa di cui si preoccupa è l'"accertamento dei fatti" o dei fenomeni, di fronte ai quali non ha paura di modificare le sue teorie. Tale preconcetto si ripete da secoli e ha fatto sempre ritenere impossibili fenomeni che cozzano contro la "verità-logica" dei propri paradigmi e ha fatto ritenere fatti reali come allucinazioni, trucchi o imposture e magia. Per tale preconcetto si può giungere ad atteggiamenti assurdi, come quello di quei tali personaggi che si rifiutavano di guardare nel telescopio di Galileo per paura di dover contraddire alle loro credenze sia di natura aristotelica che teologica, o quello di chi aveva poco prima inventato il mito del dottor Faust - che fa il patto col diavolo pur di venire a conoscenza dei segreti della natura - come denuncia della sete di conoscenza dell'Umanesimo che non voleva star contento al "quia" e come tentativo di screditarlo perché la sua pretesa avrebbe portato alla rovina come avevano portato alla rovina i biblici Adamo ed Eva,40 o quello dello stesso Galileo, che si rifiutò di riconoscere i risultati dei calcoli di Ticho Brache e di Keplero, secondo i quali le orbite dei pianeti erano ellissi e non circoli regolari, fondandosi sul preconcetto che Dio non avrebbe potuto scegliere figure geometriche imperfette nelle sue opere41 o quello di quegli scienziati che al principio dell'800 ritenevano impossibile la caduta dei sassi dal cielo (meteoriti).

Questo è il preconcetto che ha posto lo stesso Positivismo tra i movimenti superati perché in nome di fatti si è ritenuto autorizzato a rifiutare altri fatti. È quello che è successo a Ignaz Semmelweis circa la faccenda della febbre da parto; a Max Planck nella faccenda del quanto energetico; a Wegener per la deriva dei continenti e oggi si sta ripetendo circa i fatti di natura psichica. Accertare i fatti, questo è il primo compito dello scienziato, il quale ricerca la "spiegazione" dei fatti sempre in altri fatti fino a raggiungere strutture sempre più grandi nella sintesi per arrivare all'unificazione della realtà nell'Uno, ovvero fino a raggiungere strutture sempre più piccole nell'analisi per arrivare alla radice della realtà che coincide con l'Uno. E lo scienziato compie tale lavoro non secondo il processo mentale aristotelico, dell'"astrazione dal particolare all'universale" ma secondo il procedimento galileiano "dal fatto-alla teoria-al fatto", per cui la teoria non è una visione sterile della realtà ma una visione molto feconda perché ci guida alla scoperta di una struttura della realtà che o contiene il fatto o è contenuta dal fatto di partenza.

I caratteri della scienza giustamente intesa quindi sono tre: oggettività, controllabilità e revisibilità.

1-Oggettività. Con questa caratteristica si vuole affermare che la scienza raggiunge la "verità-realtà" sita fuori dalla nostra mente, escludendo gli elementi coscienziali. A quanto già siamo andati esplorando sul valore della nostra conoscenza, sembra utile aggiungere qualche altra considerazione, per contribuire a fare un po' di chiarezza in un punto della massima importanza. Nell'ambito della polemica suscitata dal programma televisivo "Viaggio attraverso il mondo della parapsicologia" curato da Piero Angela nella primavera del 1978, sul mensile "Il giornale dei misteri" per reazione veniva fatto un "processo alla scienza", rea - secondo il campo avverso - di non voler riconoscere la realtà e quindi l'oggettività dei fenomeni parapsicologici.Secondo me il processo non andava fatto alla scienza ma alla posizione dogmatica simile a quella assunta dagli scienziati, dai filosofi e dai teologi nei confronti di Galileo. H.A. Innis (1894-1952), il noto saggista canadese ispiratore di McLuan suo più celebre connazionale, ha potuto scrivere con grande verità:

"La storia della scienza è la storia della resistenza del mondo accademico e delle università al progresso della conoscenza".42

Questo vuol dire che la storia della Scienza, che è l'elemento portante dell'evoluzione culturale, non è diversa dalla storia dell'evoluzione in generale: come la realtà in genere, che è in continuo movimento, come sappiamo, crea "strutture durature" attraverso una rigorosa selezione per mezzo di una continua "resistenza" quale aspetto della forza di conservazione, così l'umanità in genere pone una forte "resistenza" a ogni variazione culturale, per cui solo attraverso il doloroso esame della contrarietà, una verità scientifica e un cambiamento di impostazione di vita può affermarsi. Ma sembra che occorre dare atto agli scienziati di avere un grande senso di responsabilità e di cautela perché nella scienza si raggiunge l'oggettività con la ripetitività e la controllabilità mentre la "testimonianza" costituisce un terreno "infido" su cui ci si deve muovere con estrema cautela. Comunque il cosiddetto processo poggia su affermazioni che alla luce di quanto siamo andati decifrando appaiono poco solide. Per esempio Ronchi basa la sua argomentazione sul concetto "convenzionalista" che la scienza è costituita da una congerie di elementi eterogenei e confusi che non possono rappresentare una costruzione solida perché si fondano sui sensi; Adam rinforza dicendo che "quello che si vede è puramente ipotetico"; e Heatot conclude: "l'obiettività di cui si fregiano le scienze e gli scienziati non è in definitiva che l'utilitarismo".43

Qui è in gioco il valore di ogni conoscenza e il criterio della verità oggettiva come pazientemente abbiamo cercato di decifrare. Si mette in dubbio l'unico assioma che è l'unico fondamento, e non ce n'è nessun altro, di ogni conoscenza: la sicurezza della nostra coscienza di potersi fidare dei propri mezzi conoscitivi, e prima di tutto i sensi. Abbiamo detto "assioma" perché non è preceduto da nessuna dimostrazione ed è tutt'uno col "cogito ergo sum", cioè della coscienza di esistere che è "sentire" di esistere, e su cui viene costruito tutto il sistema di comunicazione che è la vita. Per cercare di difendere la validità dei fenomeni parapsicologici si scalza tutto. Il valore della parapsicologia va fondato non nella demolizione dell'oggettività della scienza in genere ma sul valore del "segno" e della "testimonianza" trattati criticamente, per non cadere nella "trappola" in cui sono soliti cadere dogmatici, metafisici e fideisti che è la svalutazione dei sensi perché contraddicono alle "galoppate folli" della metafisica o della fede senza nessun controllo o in quella in cui sono soliti cadere scienziati anche di valore, come i cinque premi Nobel italiani viventi - Rubbia, Segre, Bovet, Dubecco e Luria - i quali in nome del loro ruolo hanno sentito il dovere di denunciare alla Commissione Parlamentare di Vigilanza la Rai per la trasmissione televisiva "Mister O" sui fenomeni paranormali del giugno 1985, perché secondo loro "è gravemente fuorviante per un pubblico non avvertito".44 La trappola consiste nella confusione tra "verità scientifica" e "teoria scientifica", tra fatti e spiegazioni di fatti: i fatti paranormali ci sono ma non si conosce la loro spiegazione. Con tale chiarezza di idee siamo d'accordo con A. Zichichi quando ha detto: "Io ho fede nella scienza, poiché solo se essa farà parte del bagaglio culturale dell'uomo, ci sarà un progredire della civiltà".45

Abbiamo visto che non sono tanto i sensi a sbagliare quanto la ragione, la quale commette l'errore più grave proprio quando pretende troppo dai sensi. Essi nell'ambito dei loro limiti costitutivi dànno quella "conoscenza intuitiva" fornita di certezza assoluta, mentre oltre tali limiti sono soggetti a illusione sia nel grande (grandezze astronomiche) sia nel piccolo (grandezze microscopiche). Abbiamo pure visto che potenziandoli con strumenti i sensi possono superare se stessi: il bastone, l'arco, il fucile, la bussola, la bilancia, il metro, il barometro, il termometro, l'anemometro, il cannocchiale, il telescopio, il microscopio, lo stetoscopio, lo spettroscopio, gli occhiali, il sismografo, la radio, la televisione, i rivelatori di ogni genere, i calcolatori elettronici ecc. sono tutti potenziatori dei limiti dei nostri sensi.

"La scienza dà così all'uomo la possibilità di vedere l'invisibile, le cose nascoste profondamente nel sottoterra, di cogliere ciò che prima non era possibile cogliere né con la vista né con l'udito né con l'odorato né con il tatto. Il mondo si è riempito per opera della scienza di voci e di segnali che prima non lo raggiungevano. Queste voci non gli parlano solo di ricchezze sotterranee, lo preavvisano anche di pericoli che lo minacciano".46La scienza ha dato agli uomini una nuova vista e un nuovo udito".47Quando si pensa che un bolometro, sensibilissimo ricettore termico, applicato al grande specchio del monte Palomar, è in grado di "sentire" il calore di una candela posta a diecimila chilometri, si comprenderà facilmente come, anche sotto questo aspetto, la conoscenza fisica del nostro satellite fosse molto progredita al momento in cui si è aperta l'era astronautica... Quasi tutto l'immenso bagaglio di cognizioni attuali sull'universo proviene dalla sola osservazione strumentale".48

La vista, l'udito, l'odorato, il tatto, il gusto, "interagiscono" (cioè sentono) con vibrazioni o onde provenienti dall'esterno fornite di una certa frequenza, e "non interagiscono" (cioè non sentono) oltre le frequenze troppo alte o troppo basse ma questo è dovuto al limite posto dall'attuale condizione evolutiva (marchio di fabbrica) che non svalorizza affatto le loro prestazioni secondo lo spazio e il tempo loro proprio. È la ragione, cioè il centro coordinatore, che deve metterli in condizione di oltrepassare tali limiti, ed è stato fatto con la tecnica, cioè con tutti quegli strumenti meravigliosi di cui abbiamo accennato sopra solo in parte. Però non bisogna mai dimenticare che "le basi" di controllo sono sempre i sensi. Certo la luce, i colori, i suoni, i sapori, le qualità tattili delle cose sono una "sintesi" tra il "reale" esterno e lo psichismo insito nel soggetto percipiente. Ma fuori di questo meccanismo di "azione-reazione " non abbiamo nessun'altra possibilità di conoscenza: la ragione stessa non è che un meccanismo costruito, dipendente e condizionato dal "contatto" insostituibile dei sensi. Siamo come chiusi in una gabbia: è la gabbia della propria condizione esistenziale immersa nell'oceano infinito dell'essere trascendente, cioè il Tutto, da cui traiamo l'esistenza, la vita, la conoscenza, l'evoluzione. La realtà trascendente, la realtà totale, la realtà profonda, la realtà eterna, cioè l'assoluto senza principio e senza fine, non potrà mai essere "abbracciata" da noi: sembra che sia insito nell'assioma-valore-principio di "contraddizione": la parte non può abbracciare il tutto! Tuttavia la conoscenza scientifica anche se è parziale è conoscenza oggettiva della realtà che sta fuori e di fronte alla nostra mente, se ci si attiene all'uso corretto dello strumento conoscitivo. Il soggettivismo e il relativismo derivante dallo strumentalismo formalistico secondo il principio di probabilità di Heisemberg si riferisce solo alla "misurazione", cioè alla conoscenza esatta strumentale fisico-matematica, del livello della realtà che sta infinitamente lontano nel piccolo e infinitamente lontano nel grande dalla posizione di osservazione in cui ci troviamo noi (cioè gli... scienziati fisicoelementari e astrofisici) ma non alla "constatazione" di avere messo il dito su una realtà scientifica ultra-sensibile (cioè metafisica) a livello microscopico e telescopico, radice di quella realtà scientifica sensibile nella quale noi viviamo, cioè di aver toccato gli estremi limiti dell' "essere"!

 

2)Controllabilità. Con questo carattere della scienza si vuole affermare che il risultato conoscitivo è constatabile e deve essere constatabile da chiunque, o perché è ripetibile a volontà (es. il fenomeno luminoso dell'elettricità) o perché i fatti cadono stabilmente sotto l'intuizione sensibile (es. documento storico o archeologico). Questo carattere assume una nota di "intersoggettività" nel senso che, pure essendo il dato scientifico valido per tutti perché elimina ogni elemento di natura affettiva e soggettiva, tuttavia per l'impossibilità di separare adeguatamente l'oggetto e il soggetto osservatore rende l'oggettività più complessa e problematica, secondo il principio di indeterminazione di Heisemberg per la fisica quantistica e quello della relatività generale di Einstein.

 

Da sottolineare i due modi di controllabilità che consistono nella ripetibilità e nell'esame delle testimonianze dei fatti, perché qualcuno potrebbe considerare scientifiche solo le scienze non umane (fisica, chimica, geologia ecc.) perché i loro dati sono ripetibili a volontà mentre sono vere scienze anche quelle umane che si basano sulle "testimonianze" in quanto segni constatabili "visivamente" (come i residui archeologici di ogni tipo) o "auditivamente" (come le testimonianze verbali criticamente vagliate come nei tribunali e nei sondaggi demoscopici). Perciò sono scienze la storiografia, la sociologia, l'economia, la parapsicologia ecc.

Ricordiamoci che abbiamo riconosciuto alla mente due momenti per poter raggiungere la realtà esterna: il primo è quello diretto costituito dalla "intuizione sensibile" e che è la base di partenza e di controllo di ogni conoscenza; il secondo è quello indiretto costituito dal ragionamento che trova l'unica concretizzazione pratica e valida nel metodo "ipotetico-deduttivo~sperimentale". La conoscenza acquisita in questo secondo momento viene comunemente chiamata "scienza galileiana", la quale perciò non può eliminare la conoscenza acquisita nel primo momento che è la sua base. Per poterci intendere chiameremo il primo momento della "scienza intuitiva" o semplicemente "empirica" ma sempre scienza è. Perciò sorgenti di scienza valida, cioè di "verità conoscitiva", sono sia la "scienza intuitiva" che la "scienza galileiana".

"La scienza galileiana" quindi non esaurisce tutta la scienza e tanto meno tutta la conoscenza, anzi per scienza galileiana si deve intendere solo quella che occupa il campo dei fatti "ripetibili", quindi è delimitata solo da una "porzione della realtà" perché la realtà è molto più vasta in quanto comprende fatti anche "non ripetibili": io, tu, lui siamo "fatti" non ripetibili: tutti i fatti della storia e della cronaca sono "irripetibili", anzi i vari momenti dell'universo sono fatti irripetibili e costituiscono la sua quarta dimensione... Tutta la realtà in qualche modo è irripetibile perché abbiamo visto che la sua regolarità si riduce alla limitatezza dei nostri mezzi conoscitivi che non avvertono il lento e nascosto movimento aldilà di tali limiti, come abbiamo ampiamente considerato. La nostra mente può conoscere anche questa realtà non ripetibile e che costituisce il patrimonio della conoscenza individuale o di gruppo, che deve essere naturalmente sottoposta al criterio ultimo della falsificazione.

Tale "scienza intuitiva" può fornire materiale prezioso alla "scienza galileiana" per ricercare ulteriormente sulla natura più profonda della realtà che sfugge all’esperienza dei sensi. Dobbiamo pertanto riconoscere il valore di scienza a quel "cumulo di conoscenze" che ci proviene dalla valorizzazione critica della teoria del "segno fisso" (geologia, archeologia, storiografia) e del "segno mobile" (sociologia, economia, statistica, parapsicologia ecc.). Ci meraviglia molto pertanto l'insistenza con cui A. Zichichi - che ammiro moltissimo come scienziato galileiano ma meno come epistemologo - vorrebbe ridurre tutta la scienza veramente valida a scienza galilciana, quasi che la scienza intuitiva non fosse veramente scienza per cui non merita credito! L'epistemologia di Zichichi è piuttosto confusa. Ritiene "scienza", cioè "verità conoscitiva", solo la "Scienza Galileiana" che noi onoriamo scrivendola con lettera maiuscola ma che riteniamo un puro prolungamento di un'altra scienza che per intenderci chiamiamo "scienza empirica" mentre denominiamo quella galileiana "scienza sperimentale". La scienza empirica è la "verità-conoscitiva" che ciascuno di noi acquisisce con l'esercizio individuale, quotidiano, diretto del suo apparato conoscitivo che è la sua intelligenza, costituita dall'Unità Mente-Sensi; la scienza galileiana è la verità-conoscitiva acquisita con l'esercizio della "ragione" da parte degli scienziati non più secondo il metodo metafisico, fabbrica di deliri, ma secondo appunto il metodo sperimentale (che si tiene sempre ancorato al controllo dell'intelligenza) interrogando il laboratorio scientifico, il laboratorio cosmico e il laboratorio della storia. La scienza galileiana può quindi essere denominata anche "scienza razionale" e questo non implica nessuna superiorità sulla scienza empirica ma semplicemente un suo allargamento, completamento, arricchimento e qualche volta una sua correzione negli accidentali errori in cui può incappare per la limitatezza dei sensi (es. rivoluzione della Terra attorno al Sole).

 

Questa impostazione chiara fa apparire epistemologicamente inopportuna l'eccessiva valorizzazione fatta da Zichichi nei suoi articoli sulla scienza galileiana quasi fosse la sola a produrre "verità-conoscitiva". Difatti ripete spesso, e ne fa delle applicazioni poco felici, che ciò che rende "scientifica" una conoscenza è la sua ripetibilità. Ora deve essere chiaro che l'UNICO CRITERIO CHE RENDE UNA CONOSCENZA "VERITÀ SCIENTIFICA" È LA SUA "CONTROLLABILITÀ". Sembra che Zichichi riconosca la controllabilità solo alla scienza galileiana appunto perché l'oggetto della sua indagine è il "fatto ripetibile" quale si presenta nel laboratorio scientifico e in quello cosmico. No, la controllabilità avviene sì per la ripetibilità ma anche per la "permanenza" del "segno" osservabile. Questo "segno" può essere extraumano e umano: i fatti archeologici sono controllabili non perché ripetibili ma perché presenti in "segni permanenti" di un evento non ripetibile; le testimonianze della storia e della cronaca se "controllabili" sono informazioni di eventi reali anche se non ripetibili. Un linguaggio orale o scritto è scientifico se le sue affermazioni sono controllabili, cioè dà la possibilità con citazioni precise di controllare quanto afferma.

 

Quando Zichichi distingue i tre gradi di credibilità scientifica49 privilegiando la scienza galileinna perché "ripetibile" non parla da scienziato galileiano ma da "ideologo". Difatti applicando la sua ideologia alla Teoria Evolutiva Biologica le nega la qualifica di appartenere alla scienza galileinna perché non ripetibile. Ora la Teoria Evolutiva Biologica è una grande teoria scientifica perché è stata confermata da fatti "previsti" e scoperti in successive ricerche, e pertanto la sua dottrina può essere annoverata nel tesoro delle verità scientifiche. Zichichi negandole il valore scientifico rende un brutto servizio alla religione le cui dottrine intende tutelare perché l'Evoluzione non ha niente a che fare con l'esistenza della Realtà Eterna ma ci informa come da essa emergano le realtà contingenti, in particolare gli esseri viventi.

Allo scopo di facilitare l'espressione del nostro pensiero, offriamo i due seguenti diagrammi che illustrano il rapporto tra scienza "diretta" o "sensibile intuitiva" e scienza "indiretta" o "galileiana".

 

 

 

4) nella quarta fase si va alla ricerca e si scopre un "fatto falsificatorio" di una tesi o di una teoria pervenendo alla conoscenza di una "verità negativa" cioè alla demolizione di un "dogma" precedente accettato.

Qui troviamo la soluzione evidente del grosso problema che Whitehead aveva chiamato "lo scandalo della filosofia", cioè la mancanza di soluzione di un problema della conoscenza tanto importante quale è quello del valore dell'induzione e che è stata la sorgente di tanti deliri.

Due esempi che hanno attraversato le tre fasi dello schema precedente ce li offrono due verità scientifiche ugualmente avversate dai preconcetti metafisici, e sono il sistema eliocentrico e l'evoluzione biologica.

La concezione eliocentrica cominciò come ipotesi (o "intuizione" come dice qualcuno) con i presocratici fino a Copernico; divenne tesi con Copernico, Ticho, Keplero e Galileo; teoria scientifica con Newton e finalmente verità scientifica con la scoperta di Nettuno per opera di Galle nel 1845. Anche la concezione evolutiva partì come semplice ipotesi con i presocratici e restò tale fino ai naturalisti del secolo XVII; divenne tesi con la "Filosofia zoologica" di Lamarck (1809), teoria scientifica con "L'origine della specie" di Darwin (1859), verità scientifica con la scoperta del meccanismo genetico per opera prima di Mendel, poi di Morgan e infine del codice genetico per opera di una schiera di biologi quali Avery, Beadle, Tatum, Lademberg, Crick, Lwolf, Jacob, e Monod, Nirebeng: tutti premi Nobel meno Avery (che mori prima che fosse riconosciuto il suo merito).

Insomma la controllabilità si compie con i tre criteri già da noi accertati: per la scienza empirica il controllo è immediato ed è l'intuizione sensibile stessa del vedere, del sentire, del toccare, del gustare e dell'odorare; per la scienza razionale il controllo è mediato ed è la terza fase del metodo ipotetico-deduttivo-sperimentale cioè la ricerca di "fatti previsti": questi "fatti previsti" possono essere "riproducibili" - e questo avviene nel campo della fisica, della biologia, della chimica ecc. - o "documentati" da "segni univoci permanenti", come avviene nelle scoperte di documenti di natura storica, archeologica, geologica, paleontologica.

Perciò per la scienza razionale il controllo è duplice: "riproducibilità" e "documentabilità". Zichichi applicando alla teoria della Evoluzione Biologica il criterio della "riproducibilità" commette un grosso errore perché a tale teoria va applicato il criterio della "documentabilità". Darwin formulando la sua teoria la fondò solo sulle osservazioni disponibili al suo tempo sull'anatomia comparata e sull'embriologia prevedendo che una ricerca ulteriore avrebbe fornite altre scoperte di "documenti" e di fatti che avrebbero dimostrata la derivazione di tutti i viventi da un unico ceppo primitivo. E noi oggi possiamo osservare le innumerevoli scoperte paleoantropologiche, genetiche e immunologiche, "segni" univoci di un processo evolutivo per il quale tutti i viventi sono "apparentati". Come in un disegno non è necessario tracciare tutte le linee per dare la fisionomia di una persona o di un oggetto, così nei fatti del passato bastano alcune linee univoche per darci la loro precisa esistenza. E anche il criterio "falsificatorio" su cui insiste forse troppo Popper non è necessario in senso assoluto perché una teoria diventi "verità scientifica": questo criterio entra già in funzione nella ricerca dei fatti "previsti", che se non si scoprono la teoria resta pura teoria anzi se si scoprono fatti contrari resta senz'altro falsificata. Popper deve tener presente che il criterio "falsificatorio" ci dà solo una "verità negativa" e non una "verità positiva. Vedremo tra breve che tale criterio sarà utilissimo per le "tesi metafisiche" che non possono tradursi in "teorie scientifiche" a breve termine e per le quali può essere applicato solo la "falsificabilità" fornita dal "laboratorio storico" a tempi lunghi o dal criterio assiologico, come per le tesi religiose o per le tesi politiche. In occasione della celebrazione del centenario di Darwin all'Accademia dei Lincei, G. Sermonti al relatore P. Omodeo oppose che la teoria evolutiva non ha la "falsificabilità" secondo l'impostazione popperiana; ci sembra di aver mostrato che la falsificabilità non va cercata nella "riproducibilità" ma nella "documentabilità" nella quale invece la teoria di Darwin ha trovato i "fatti previsti".

Naturalmente ogni ramo della scienza ha i suoi metodi e criteri per "interpretare criticamente" l'oggetto della sua conoscenza. "L'ermeneutica" è la scienza che stabilisce appunto le norme dell'interpretazione critica.

3)Revisibilità. Con questo carattere si vuole affermare che non ci sono posizioni definitive e irreformabili, perché tutte le conoscenze di ogni genere sono "approssimative", sia nel senso che l'oggetto della conoscenza fa parte di un tutto da scoprire e mai raggiunto definitivamente, sia perché la regolarità del mondo non è eterna o statica - come abbiamo constatato- sia perché i mezzi e gli strumenti sono sempre limitati. Pertanto pur rimanendo fermo il concetto "verità conoscitiva=corrispondenza alla verità-realtà" tuttavia l'adeguazione totale e perfetta va contenuta in una "approssimazione" possibile. Questa "mentalità scientifica" è il frutto delle numerose crisi e rivoluzioni avvenute nella storia della conoscenza in generale e in particolare della scienza (sistema copernicano, teoria della relatività, teoria quantistica, dualismo onda-corpuscolo) . Più avanti vedremo che il "setaccio critico", cioè il complesso dei criteri che ci permetteranno di decifrare la "verità-realtà", ci obbligherà a distinguere tra "verità-negativa", la quale ci dice che quello che avevamo ritenuto vero è falso, e "verità positiva", la quale ci dice che la realtà è come l’avevamo pensata. Avendo identificata la scienza con la "verità-conoscitiva" dobbiamo qui aggiungere che nell'ambito della "scienza razionale" c'è una "scienza negativa" e una "scienza positiva" e che la scienza negativa è definitiva (es.: non è il sole a girare intorno alla terra) mentre la scienza positiva in parte è definitiva (es.: la terra gira attorno al sole) e in parte è approssimativa o provvisoria come sono tutte le teorie generali positivamente dimostrate da fatti "previsti" ma che possono ancora essere "falsificate" da fatti "imprevisti" (es.: la teoria della gravitazione di Newton e la teoria della relatività generale di Einstein). La "scienza empirica" invece, come l'abbiamo intesa, è sempre definitiva tranne accidentali errori insiti nell'"uso" dell'intuizione sensibile.

4)Autonomia - Con questo carattere quarto carattere si vuole indicare che la scienza è libera dalla teologia, dalla morale, dalla metafisica e dalla politica. È stata la storia della conoscenza a determinare questa posizione degli scienziati e ne hanno tutte le ragioni. Difatti le suddette discipline ovvero i loro cultori hanno preteso di mettere i bavagli alla scienza: la teologia in nome della "parola di Dio", la morale in nome di una "legge morale", la metafisica in nome di "principi assoluti", la politica in nome della "ragione di Stato". Ma la scienza, che è filosofia pura cioè amore e ricerca della verità, non può avere altri limiti che quelli insiti nell'uomo stesso. Il verso rinunciatario di Dante

"state contente umane genti al quia

ché se possuto aveste veder tutto

mestier non era partorir Maria"50

del resto da lui usato per il mistero della Trinità, non s'addice alla scienza mentre le si addice l'altro molto più significativo

"fatti non foste per viver come bruti

ma per seguire virtute e conoscenza"51

 

 

Concludiamo richiamando l'attenzione al fatto che tutti i grandi scienziati, anche moderni, hanno sentito il bisogno di salire dalla fase scientifica della conoscenza alla fase filosofica cioè alla fase applicativa alla vita umana che si occupa della soluzione dei grandi problemi dell'uomo. Così furono Galileo, Bacone, Cartesio, Pascal, Newton, Mach, Kirchof, Hertz, Duhen, Poincarrè, Ridgman, Planck, Edington, Jeans, Bohr, Carrel, De Chardin, Piaget, Monod, Lorenz. Quindi non può esserci distacco e tanto meno opposizione tra le varie fasi della conoscenza perché tutte devono costituire un'unità conoscitiva in quanto partono dall'uomo e tornano all'uomo. Purtroppo nei secoli passati l'inadeguata acquisizione del valore dei nostri mezzi conoscitivi e l'uso improprio che se ne è fatto ha dato origine alla pretesa di qualche settore della conoscenza di avere il privilegio di dettare legge agli altri settori. Così la teologia ha creduto di poter ridurre in ancella la filosofia, la metafisica ha creduto di gettare i fondamenti delle scienze empiriche e sperimentali, e per reazione la filosofia ha tentato di svalutare la teologia, e la scienza empirica e sperimentale la metafisica. Oggi finalmente è stato acquisito che ogni settore della conoscenza trova il suo centro unificatore nella mente umana che tutto deve armonizzare criticamente in una sintesi di tutti i contributi e i punti di vista che permetta di progredire sempre più nella comprensione dell'enigma della sfinge. Non opposizione né separazione ma distinzione e anche autonomia dei vari settori della conoscenza, per cui è comprensibile l'eccezionale valorizzazione fatta da Popper del momento in cui la scienza come base iniziale del processo conoscitivo si è scrollato di dosso il basto della metafisica pura: tale operazione era cominciata nell'Umanesimo, era proseguito col Rinascimento, raggiunge il punto cruciale con i processi di Bruno e Galileo e fu definitivamente sancito con Newton.

"I Principi matematici di filosofia naturale di Newton segnano, secondo me - scrive Popper - il più grande evento, la più grande rivoluzione intellettuale nella storia dell'uomo. Segnano la realizzazione di un sogno antico di due millenni, segnano la maturazione della scienza e la sua separazione dalla filosofia (metafisica). Ma Newton stesso come i grandi scienziati rimane un filosofo, e nonostante il perfezionismo che invade le sue opere, rimase un pensatore critico, un ricercatore e dubitò sempre delle proprie idee".52.

Questa entusiastica affermazione viene volentieri anche da noi sottoscritta se la intendiamo come liberazione definitiva del settore iniziale e fondamentale della conoscenza dai condizionamenti oppressivi di un dogmatismo statico che si riteneva definitivo e assoluto, ma non può essere sottoscritta come "separazione" della scienza dalla filosofia. Si faccia attenzione che Newton stesso chiama "filosofia naturale" la Fisica a cui dà una impostazione rigorosa su "principi matematici". Il suo è stato definito "il più grande libro scientifico di tutti i tempi" da Banesh Hoffman -collaboratore e biografo di Einstein - "avendo collegato in una sintesi poderosa cielo e terra".53 Popper si sente ancora sotto l'influenza dell'impostazione antitetica e polemica di cui abbiamo parlato a lungo. Anche lo scienziato A. Zichichi ha scritto in un articolo "Filosofia e Scienza":

"Ecco la differenza di base tra discorso filosofico e discorso scientifico. La filosofia prescinde dalla verifica, la scienza no. C'è però un'altra grande differenza tra questi due prodotti dell'umano intelletto: speculazioni filosofiche e speculazioni scientifiche. Essa sta nel fatto che la filosofia ha preteso quasi sempre di avere la ricetta per risolvere tutti i mali del mondo. La scienza non lo ha preteso mai... Sono stati gli altri a dirlo. Non gli scienziati. Basta ricordare la posizione del Padre della Scienza. Diceva Galilei: "Io desidero capire come oscilla un pendolo; come cade una pietra"54.

Dove si vede che anche Zichichi è coinvolto nella confusione che tuttora regna tra filosofia, metafisica e scienza, difatti identifica la filosofia con la metafisica mentre ci sarebbe da identificarla molto più con la scienza. Dicendo che "Galilei voleva capire come oscillava un pendolo o come cadeva una pietra" esprime proprio l'anima della filosofia. Voltaire non ha detto una sciocchezza chiamando Galileo un grande filosofo, mentre una grande sciocchezza l'ha detta B. Croce quando ha detto che la scienza non ha rilevanza filosofica. Zichichi ha pienamente ragione quando afferma:

"Non si pensi, come faceva Croce, che la scienza sia priva di dignità culturale. Tutt'altro. Essa è sorgente inesauribile di profonde meditazioni. La scienza ha dimostrato di essere la strada giusta per evitare all'uomo di imboccare pericolosi sentieri: il suo insegnamento dovrebbe essere esteso a tutti i rami dell'umana attività. Si pensi quanto sarebbe bello se tutti sapessero che non basta elaborare una teoria. Bisogna metterla subito alla prova. Coi fatti. Non con le parole. Se resiste al vaglio della prova sperimentale è bene procedere. Altrimenti bisogna cambiare strada"".55

La scienza inizia come conoscenza analitica della realtà e continua come conoscenza sintetica a cui tende necessariamente tutto il processo conoscitivo e culmina in una "visione del mondo e della vita" che sola può appagare ed equilibrare l'uomo. Occorre perciò rovesciare la terminologia Aristotelica: dovremo chiamare "filosofia prima" la conoscenza delle scienze e "filosofia seconda" la conoscenza sintetica che scaturisce come conclusione delle conoscenze analitiche però non più attraverso la via straripante del metodo induttivo-deduttivo, ma attraverso la via contenuta e sicura del metodo induttivo-deduttivo-sperimemtale. Possiamo esprimere il rapporto tra la fase analitica della filosofia e la fase sintetica con un'immagine: le varie attività scientifiche analitiche sono come le api operaie che vanno alla ricerca del nettare delle verità particolari, le quali saranno poi utilizzate per elaborare la "visione del mondo" e "la saggezza della vita" col "senso critico".

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