LA LIBERAZIONE DELL'INTELLIGENZA

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LIBERAZIONE NELLA CONCEZIONE DELLA NORMA MORALE

 

né il dogmatismo teologico né il dogmatismo ateo

ma il sano dubbio laico atteggiamento intelligente

di fronte al mistero

 

 

Abbiamo detto che al concetto del Dio trascendente della teologia biblica noi sostituiamo il concetto di Dio Mistero, senza nessuna decifrazione, di fronte al quale prende significato l'uomo angosciato di Pascal, di Leopardi, di Papini e di Monod, e perde il suo l'uomo capaneo di Nietzsche incarnato da Hitler e da Stalin. Da millenni l'umanità va cercando a tastoni di conoscere la natura di tale Realtà Misteriosa, la quale, come giustamente dice Paolo, "non è lontana da ciascuno di noi" anzi - usando l'espressione del poeta suo conterraneo Arato, ripresa poi dal poeta Cleante, tutt'e due del III secolo a.C55.- "di essa noi siamo progenie".Ha capito dunque una cosa: che l'enigma dell'uomo è legato all'enigma di Dio e che la soluzione dell'uno è la chiave della soluzione dell'altro. Siamo così ritornati al principio del nostro discorso, all'enigma della Sfinge, al "conosci te stesso".

Per risolverlo qualche cosa abbiamo già fatto fin qui, sgombrando il terreno da quanto poteva rendere difficile il nostro cammino. Ma dobbiamo proseguire alla ricerca del secondo bandolo di una matassa tanto aggrovigliata. Intanto ci siamo liberati del concetto di una Realtà Eterna trascendente che sa ancora di animismo e di antropomorfismo. Tale concezione ha fatto dire prima a Feurbach e poi a Freud che il concetto di Dio è frutto del processo psicologico individuale e collettivo di proiezione nei cieli dell'immagine del minuscolo padre terreno. La loro affermazione può essere accettata senz'altro relativamente al concetto di Dio da noi falsificato e comune a tutte le religioni anche se con sfumature diverse: il Padre della religione cristiana è ben diverso dal Padre degli dèi, Giove, della religione greco-romana. Ma non può essere accettata in assoluto perché il concetto di Dio come Realtà Eterna da cui emergono tutte le realtà che hanno un inizio e una fine, è un concetto assiomatico che la nostra coscienza "sente" o avverte contemporaneamente a se stessa perché la Realtà Eterna è "complementare" a ogni realtà temporale anche se non si può dire "viceversa". Possiamo pertanto dire che il concetto di "Dio Padre" è stato rivestito coll'immagine del padre terreno e questo lo ha reso inaccettabile per le dogmatizzazioni teologiche in cui si è espresso e che sono state falsificate dall'esperienza.

Quando Giovanni Paolo I un giorno del suo brevissimo mese di pontificato dalla finestra vaticana espresse quel "pensierino" che si prestò ad alimentare commenti "femministi" e cioè che "Dio non solo è padre ma tenero come una madre" ha sviluppato fino all'estremo il concetto antropomorfico di Dio, riproposto da Giovanni Paolo II a Collevalenza nel novembre 1981: "Dio è un padre pieno di bontà che cerca con tutti i mezzi di confortare e aiutare a rendere felici i propri figli; li cerca e li insegue con amore instancabile come se non potesse essere felice senza di loro.".56

È il misticismo a indurre a fabbricarsi un Dio di tale genere. Anche il cardinale Carlo Martini arcivescovo di Milano non critica il film "Je vous salue, Marie" di J.L. Godard per oscenità o dissacrazione ma per il concetto di Dio di Godard che lo rappresenterebbe come un tiranno che impone a Maria e a Giuseppe la maniera verginale dell'Incarnazione di suo Figlio: tale concetto non corrisponde alla "tenerezza" dell'episodio biblico.57 Siamo d’accordo sull'ingenua tenerezza che anima il racconto evangelico, che del resto è sullo stile di tanti altri episodi biblici, ma non possiamo riconoscere che tale concezione di Dio corrisponda alla brutalità che osserviamo nella storia del popolo Ebreo e di tutta l'umanità.

Siamo d'accordo con J. Monod quando nella conclusione del suo celebre "Il Caso e la Necessità" (1970) invita a stabilire con la realtà un rapporto diverso dal vecchio animismo di cui sono stati improntati più o meno esplicitamente tutti i sistemi religiosi e filosofici, compreso il Marxismo, il cui storicismo non è che un "animismo simulato".

"Tutti questi sistemi - scrive - radicati nell'animismo si pongono al di fuori della conoscenza oggettiva, al di fuori della verità, estranei e in definitiva ostili alla scienza che vogliono utilizzare ma non rispettare e servire. La frattura è così profonda, la menzogna tanto evidente, da tormentare e straziare la coscienza di chiunque sia provvisto di un po' di cultura, dotato di un po' di intelligenza e posseduto da quell'ansia morale che è fonte di ogni creazione".58

Ma non possiamo seguire Monod quando propone di stabilire il nuovo rapporto o, come lui si esprime, la "nuova alleanza" mettendo a fondamento "l'etica della conoscenza" come "valore supremo, misura e garanzia di tutti gli altri valori"59.Mo.nod converrebbe che il valore supremo non è la conoscenza ma "l'uomo", cioè la vita dell'uomo, ogni replicazione di quella struttura biologica differente da ogni altra, mentre la conoscenza è solo il mezzo con cui si cerca di stabilire un rapporto adeguato con la realtà.

L'angoscia che attanaglia Monod e ogni essere consapevole -il "male dell'anima" - e che deriva dal pensiero "di essere solo nella immensità indifferente dell'Universo da cui è emerso per caso"60, non è che il frutto dell'inguaribile animismo antropomorfico che si annida dentro ciascuno di noi. Sì, l'uomo è solo, ma ogni struttura biologica della realtà è sola anzi unica e trova "compagnia" solo nelle strutture simili alla sua e specialmente in quella maschile o femminile secondo la propria struttura individuale, come aveva capito ed espresso quel poeta-filosofo che ha cercato di interpretare la condizione umana nel celebre apologo biblico nel quale presenta Dio che dice: "Non è giusto che Adamo è solo. Diamogli una compagna simile a lui"61.Inoltre l'uomo si trova di fronte ad una realtà misteriosa da cui è emerso e dietro cui non sappiamo che cosa si celi, come ha espresso molto bene W. Goethe quando fa dire a Faust:

"Abbastanza mi è noto ciò che è racchiuso nell'orbe; dell'aldilà la vista ci è preclusa, e folle è colui che, stringendo le palpebre, vi si affisa e favoleggia di suoi simili viventi al di sopra delle nubi. L'uomo rimanga saldo e indaghi quello che lo circonda quaggiù: a chi gagliardamente opera non è muto il mondo! Che bisogno ha dunque di spaziare nell'eternità? Ciò che comprende egli già lo possiede; e così si contenti di vivere il suo giorno mortale. Se fantasmi lo assolvono, prosegua il suo cammino. E lui, cui non appaga l'attimo fuggente, troverà nell'avanzare la sua gioia e il suo dolore".62

La realtà misteriosa intanto ci appare unificata in un unico denominatore comune che appare dovunque, che è l'intelligenza, e che deve contenere il bandolo della matassa.

Questo è quanto possiamo dire di Dio a questo punto della nostra indagine. Perciò il nostro atteggiamento si distingue dall'ateismo, che pretende di negare non solo il Dio delle religioni storkhe ma anche la Realtà Eterna Intelligente sottostante al divenire del mondo; dal fideismo, che pretende di conoscere Dio per fede, cioè dalla cosiddetta "Parola di Dio"; dal misticismo, che pretende di conoscere Dio da una sorta di "intuizione intellettiva" e dall'amore; dall'agnosticismo, che pretende di disinteressarsene perché appunto "mistero inconoscibile"; noi invece, affermando assiomaticamente l'esistenza di una Realtà Eterna Intelligente complementare a quanto c'è di temporale, ne facciamo il punto polare della nostra esistenza non solo come punto di origine ma anche come punto di ricerca conoscitiva, di tensione morale e di responsabilità operativa.

Di fronte al "Mistero" - che intanto non sappiamo che volto avrà - l'uomo non può che assumere quell'atteggiamento "timoroso e amoroso" da noi già indicato. Questo atteggiamento nasce necessariamente dalla constatazione relativa e comune a ogni essere aleatorio emerso da una Realtà Ignota: la vita umana è un breve tratto contenuto tra due sponde dietro le quali non c'è né principio né fine. Questa situazione, checché ne dica Freud, è la radice della religiosità da cui sono nate tutte le religioni, intese come insieme di due sentimenti, uno positivo (amore e speranza) e uno negativo (timore come responsabilità).

L’atteggiamento amoroso è rappresentato in maniera esemplare da Gesù al Getsemani ed espresso con la celebre frase, divenuta sangue culturale sia cristiano che islamico: "sia fatta la tua volontà". Tale atteggiamento, che è un elemento di fondo anche delle altre grandi religioni orientali - Bramanesimo, Induismo e Buddismo - è l'unico giusto ma deve essere purificato da altri due che di solito lo accompagnano: quello magico, che con la preghiera e altre formule, vuole piegare la realtà ai nostri impossibih voleri, e quello fatalistico, che rinuncia alla propria attività per modificare la realtà. È l'unico giusto perché ci pone in armonia con noi stessi e con l'universo intero (nel senso dell'Amen di Kierkegaard), tenendoci lontani da dannosi stati patologici e irreligiosi. È giusto perché intelligente in quanto riconosce espressione della volontà del Tutto ogni fenomeno frutto naturale dell'interazione delle varie componenti della realtà. Questo atteggiamento è stato fatto proprio anche da chi ha scritto la Bibbia del materialismo classico, P. D'Olbach (1723-1789), il quale nel suo "Sistema della natura" così scrive:

"l'uomo che è stato formato dalla natura e ne è limitato... utilizzi le sue scoperte per la sua felicità e si sottometta in silenzio a leggi a cui nulla lo può sottrarre... sopporti senza protesta le decisioni di una forza universale che non può né tornare indietro né deviare mai dalle regole che la sua essenza le prescrive".64

Perché di Dio sappiamo solo questo, che è l'Essere Infinito nel tempo e nello spazio che crea continuamente per necessità. È quello a cui era pervenuta la riflessione millenaria di tutti i popoli quando avevano posto sopra tutti gli esseri umani, subumani e sovrumani, il "Fato", il "Destino", il "Caso", la "Necessità", la "Sorte", la "Fortuna".Gli stoici avevano espresso tale concetto nella loro celebre massima: "fata nolentem trahunt, volentem ducunt" (il necessario divenire della realtà trascina chi è riluttante, conduce chi l'accetta).

Invece l'atteggiamento timoroso è conseguenza logica della natura problematica del mistero, espressa molto bene dal titolo del libro di G. Prezzolini "Dio è un rischio" (1970) l'equivalente della "scommessa" di B. Pascal e del celebre "Grande Forse" di Rabelais morente, ripreso con molta saggezza da E. Bloch nella sua riflessione filosofica.64 Il mistero ci rende dubbiosi e il dubbio ci fa saggi. Difatti è curioso notare che è proprio il dogmatismo quello che rende l'uomo pretenzioso e capace di oppressione. Sia sul piano individuale che su quello sociale l'oppressione è generata dall'atteggiamento dogmatico che si assume di fronte al problema della morte e di Dio. Di fronte a questi grossi problemi il dogmatismo si biforca in due corni: uno dice: l'anima umana è immortale e Dio sarà il suo giusto giudice; l'altro dice: con la morte tutto è finito e Dio non esiste. Questi due atteggiamenti li denominiamo l'uno dogmatismo teologico e l'altro dogmatismo ateo. Ebbene sul piano individuale il dogmatismo teologico partorisce con la paura dell'inferno la paura del peccato anche nelle azioni più innocue paralizzando la libertà che è lo slancio della vita; il dogmatismo ateo invece partorisce la sfrenatezza morale secondo quanto affermava Dostoevskij "se Dio non esiste tutto è permesso" eco della "Ragione Pratica" di Kant per il quale, se non continuasse la vita dopo la morte, sarebbe messo in questione l'intero ordine morale del mondo. Contro il dogmatismo ateo dal dogmatismo teologico Dio è concepito come il guardiano della morale. Sul piano sociale il dogmatismo teologico ha partorito nel mondo antico ebraico la pena di morte per "anatema" per il "timore" di Jahvè, in quello greco-romano la pena di morte per "empietà" per tipi come Socrate e i roghi per i cristiani e nel mondo medievale i roghi per gli eretici; il dogmatismo ateo nel mondo moderno ha partorito insieme ai roghi per gli Ebrei anche i lager, gli arcipelaghi gulag e i manicomi per i dissenzienti. La conclusione sembra proprio che la salvezza per l'uomo venga solo dalla saggezza dell'atteggiamento del dubbio di fronte al Mistero, che esige un comportamento prudente e timoroso. Difatti il timore di fronte al dubbio è saggezza ma sottomettersi alla schiavitù di un dogma costruito sul dubbio è insipienza: non fare del male a nessuno perché non si sa che cosa ci aspetta oltre la morte è saggezza; accettare l'oppressione della legge di un uomo o di un organismo soltanto perché sarebbe "portavoce di Dio" quando tutto questo è dubbio, è stoltezza. Tale atteggiamento si traduce nel principio: "cerca la felicità coi beni che la realtà ti offre in modo da non turbare l'armonia universale perché se oltre la morte continuasse la vita individuale nella partecipazione di altri beni tu non venga escluso dall'equilibrio di tale armonia". Questa armonia e questo equilibrio costituiscono la giustizia e sono il contrafforte della morale che ha trovato espressione immortale nel comandamento biblico: "ama il prossimo tuo come te stesso". Il fondamento della morale è l'amore che ogni uomo ha per se stesso: la propria esistenza è la radice di questo amore indistruttibile e universale che fa ritenere bene ciò che la sviluppa e fa ritenere male ciò che la diminuisce, e che fa riconoscere lo stesso valore in quelle copie di se stesso che sono i propri simili. È stato Gesù a porre nell'"uomo" la misura del giudizio morale del bene e del male. Alla domanda trappola quale fosse il più importante comandamento rispose sì che fosse "ama Dio sopra ogni cosa e il prossimo come te stesso"65 ma in tutto il suo insegnamento il criterio del giudizio morale ultimo anche per la volontà e l'amore di Dio sta nell'amore del prossimo. Logicamente S. Giovanni dirà: "chi non ama il prossimo che vede non può dire di amare Dio che non vede".66 Sulla stessa strada Tertulliano ha potuto dire che "l'uomo è naturalmente cristiano" e Rousseau che "l'uomo è naturalmente buono" e nei territori cristiani il linguaggio ha creato l'equazione espressiva: uomo = cristiano. L'egoismo è condannato non perché si ama se stessi ma perché non si include in questo amore anche il proprio prossimo. Sicché secondo l'antico comandamento si dovrebbe riesprimere con più verità: "ama te stesso sopra ogni cosa e il prossimo tuo come te stesso". Ho sempre fatto fatica a comprendere l'atteggiamento del moralismo mistico "odia te stesso e ama il prossimo" dandoci il valore negativo del "disprezzo di sé". No, il vero comandamento della morale universale non può suonare che così: "ama te stesso e con la stessa misura ama il tuo prossimo anche se ti è nemico, il quale così ti diventerà amico". Il principio derivato dall'atteggiamento timoroso sostituisce il terrorismo teologico che impone rinunce folli per evitare l'inferno e meritarsi il paradiso, e neutralizza il "nichilismo morale" di chi può essere tentato di fare da "mattatore" calpestando i diritti degli altri, secondo quanto è stato bene espresso da Giovanni Paolo Il nella ricordata visita a Collevalenza: "Si è oscurato o talvolta è stato smarrito il significato trascendente dell'esistenza. E non conoscendo più e perché e per chi si deve vivere, è facile essere travolti dall'impeto delle passioni, dall'egoismo, dalla crudeltà, dall'anarchia dei sensi, dalla distruzione della droga, dalla disperazione" È la saggezza che scaturisce dalla condizione umana a suggerire tale atteggiamento; esso sta tra il "carpe diem"68epicureo (approfitta dell'occasione) e il "tolle quotidie crucem tuam"69cristiano (prendi la tua croce ogni giorno). E tradotto bene nello slogan popolare: vivi in modo da non restare con una buggeratura in un senso o nell'altro in punto di morte. Per tutti è stata una sorpresa la nascita e sarà una sorpresa la morte! Questi atteggiamenti riassumono il contenuto dell'Umanesimo Universale e caratterizzano il nostro "essere cristiani", un po' diverso da quello proposto dal libro omonimo del teologo tedesco H. Kung del 1976, nel quale si tratteggia un Gesù "procuratore di Dio". È questo quello che fa dire anche a noi quello che ha detto B. Croce nel suo celebre articolo del 1946 "Perché non possiamo non dirci cristiani" che sembra una risposta al libro di B. Russel "Perché non sono cristiano" (1928). Non è che questi due sommi pensatori non fossero d'accordo sulle valutazioni: tutt'e due concordavano nel rifiuto del Cristianesimo teologico che ha prodotto tanti guasti, come concordavano nel riconoscimento del valore umanistico del cristianesimo evangelico che ha promosso un elemento essenziale nell'incivilimento umano: l'amore dell'uomo come individuo. Questo è l'unico criterio per riconoscere chi è cristiano: invece il teologo svizzero H. Urs von Balthassar, accreditato in occasione di una premiazione pontificia come "l'uomo più colto dei nostri tempi", lo va ancora cercando nell'inestricabile groviglio delle tesi del cristianesimo teologico, come ci dice in un suo articolo apparso sul Corriere della Sera del 10 novembre 1985 dal titolo appunto "Come sapere chi è cristiano e chi no".

In questa prospettiva Ignazio Silone si riteneva un "cristiano senza Chiesa". Noi siamo più chiari dicendo che siamo cristiani senza il "Messia" della teologia, cioè siamo seguaci non del messianesimo di Gesù ma del suo umanesimo incentrato nell'amore dell'uomo come individuo. Questo umanesimo disseppellito dalla montagna teologica delle tradizioni ebraiche, è stato poi riseppellito da un'altra montagna teologica che è la tradizione cristiana, etichettata come amore della verità e quindi di Dio, da cui Gesù aveva messo in guardia, difatti in nome della verità e in nome di Dio l'uomo come individuo è stato perseguitato, torturato e bruciato. Ma oggi l'amore dell'uomo come individuo - gloria di Gesù è l'elemento culturale che unisce tutti coloro che rifiutano ogni sistema, sia esso teologico o filosofico o politico o scientifico, che in nome di una presunta verità, perseguita, tortura e uccide l'uomo per le sue idee. L'unica religione che ci resta e ci unisce è quella del Cantico delle creature di S. Francesco, che vede in ogni uomo come in tutto l'universo la manifestazione dell'Eterna Divina Realtà che chiamiamo Mistero.

È la "religione cosmica" di Einstein.

"La più bella sensazione èil lato misterioso della vita. È il sentimento profondo che si trova sempre nella culla dell'arte e nella scienza pura. Chi non è in grado di provare più né stupore né sorpresa è per così dire morto: i suoi occhi sono spenti. L'impressione del mistero, sia pure misto a timore, ha suscitato tra l'altro la religione. Sapere che esiste qualcosa di impenetrabile, conoscere le manifestazioni dell'intelletto più profondo e della bellezza più luminosa, che sono accessibili alla nostra ragione solo nelle forme più primitive, questa conoscenza e questo sentimento, ecco la vera devozione: in questo senso e soltanto in questo senso, io sono tra gli uomini più profondamente religiosi".70

Questa è la religione che spiega il paradosso di cui si meraviglia chi ha scritto queste parole:

"Io penso che come esistono quelli che credono ma vivono come se non credessero, così ci sono quelli che non credono ma poi vivono come se dì fatto credessero. Degli uni e degli altri bisogna dire che non vivono come pensano".71

Tale paradosso esiste per chi vive nel pregiudizio tutto teologico secondo cui solo la fede nel Dio biblico consenta di vivere onestamente mentre l'onestà ha la sua casa naturale in chi crede nel valore dell'uomo, come aveva già mostrato P. Bayle (1647-1706) nei "Pensieri sulla Cometa". Questo valore assoluto deve essere il perno comune di ogni religione, di ogni filosofia, di ogni politica come ha mostrato di esserlo calamitando attorno a sé come attorno ad un unico vero centro l'intera razza umana in uno dei più commoventi psicodrammi che il mezzo televisivo ci ha fatto vivere, cioè il 12 e 13 giugno 1981 quando si è cercato di strappare alla morte la vita del bambino di sei anni Alfredo Rampi inghiottito dal pozzo artesiano di Vermicino.

L’unico fondamento di una morale veramente umana non può essere che un "valore" (non una verità) universale, e questo valore da tutti riconosciuto è appunto la vita dell'individuo. Non può essere il pur lodevole principio biblico "il timore del Signore", perché venuta meno la fede nel Dio biblico si dovrebbe diventare delinquenti, mentre c'è tanta gente onesta fuori della fede biblica. L'atteggiamento timoroso, basato anche sul dubbio, potrà essere un contrafforte della morale ma il suo fondamento resterà sempre il valore supremo che è la vita umana. Perciò non sottovalutiamo chi fa il bene e si astiene dal male per il "santo timore di Dio", anzi di tali persone abbiamo più fiducia di qualunque altra, ma diciamo soltanto che la sorgente sufficiente della moralità è l'uomo in quanto tale e che questo principio diventerà regola di comportamento universale solo quando l'umanità si libererà delle illusioni culturali della ragione metafisica.

Tale fondamento è l'unica soluzione anche del grande problema che si presenta agli ideologi politici dopo il cosiddetto "tramonto delle ideologie". Dopo il crollo dell'assolutizzazione dello Stato o del Partito e della assolutizzazione del Dio della teologia, dove verranno ancorati i grandi valori etici della libertà e della giustizia? Per chi è abituato a ricorrere alla "forza" per ancorare il "diritto" tale problema resta insolubile ma per chi vede nell'uomo la misura di tutto non trova difficile fondare su tale valore ogni impostazione. Anzi dobbiamo affermare che sulla concezione della Realtà come Mistero e sul concetto dell'uomo come valore assoluto si può e si deve cominciare a costruire tutti insieme una Religione Vera, una Morale Univoca, e una Politica Umana, cioè un Umanesimo Universale.

Come educatore sento dentro di me una forte responsabilità. So che nei giovani la perdita della fede culturale in cui sono nati e cresciuti può essere un avvenimento estremamente pericoloso per il vuoto e lo smarrimento che può in loro produrre. La delusione e la frustrazine li può rendere facili prede del nichilismo morale, della droga, del sessualismo e dell'aggressività, tutti valori negativi che confluiscono nella delinquenza del furto, della violenza, della rapina, della mafia, del gansterismo e del terrorismo. Così la violenza del nichilista dà la mano alla violenza del dogmatico che per intolleranza vuole imporre la sua fede a chi non la condivide.

Io ho sempre insegnato ai giovani che prima di lasciare la propria fede culturale in cui si è nati e cresciuti bisogna averne costruita un'altra dentro dì sé perché senza una fede non si può vivere e di fatto non si vive. Questo libro non è che la ricerca di una nuova fede da chi sospinto dalI'imprinting culturale e dall'entusiasmo militante, aveva dedicato tutte le sue energie per la fede in cui era cresciuto ma successivamente - come avvertito nel prologo-stimolato da due grossi problemi, ha sentito la necessità di riesaminare i suoi fondamenti con la libertà critica propria dell'età matura, con la visita alle sorgenti da cui nasce ogni "fede culturale". Tale visita lo ha costretto alla demolizione dei dogmi o dei pilastri su cui era costruita la sua fede teologica ma nello stesso tempo gli ha consentito di costruire un'altra fede che lo sostiene molto meglio nell'impostare la sua vita secondo quella morale universale che non è altro che la saggezza filosofica comune a tutte le culture e che poggia sul valore assoluto dell'uomo di cui inizialmente il Cristianesimo è stato il più grande assertore. All’inizio della visita ha espresso il credo suo esistenziale: ora esprime il suo credo religioso, intendendo per religione la risposta intellettiva e morale al problema della vita che ogni essere umano sente di dover risolvere. Contiene tre articoli :

1- Credo in me stesso. Cioè credo nella mia intelligenza, la quale attraverso l'intuizione sensibile mi fa credere nel grande valore della mia vita, della vita dei miei simili e della vita di tutto il bellissimo mondo (cosmo) di cui siamo tutti partecipi; credo che la mia intelligenza con lo strumento della contraddizione e della falsificazione mi fa distinguere il vero dal falso, e attraverso l'esperienza mi assicura della fondamentale bontà dei miei simili, i quali tutti - tranne momenti... eccezionali - ricercano come me la vita, la verità, l'amore, la libertà e la giustizia, che formano la sostanza di ciò che chiamo Umanesimo Universale.

2 - Credo nei miei simili. Cioè credo nella loro parola quando mi testimoniano i loro sentimenti e le loro conoscenze, meno quando tale parola mi risulta contraddittoria o falsificata dai fatti. In particolare credo nella Scienza galileiana che ha scoperto l'unico metodo con cui la nostra intelligenza può raggiungere una realtà non attingibile direttamente coll'intuizione sensibile. Per Scienza intendo non le tesi o le teorie ma il tesoro delle verità controllate.

3 - Credo nella Realtà Eterna da denominarsi "Mistero". Si può anche chiamare Dio ma questa parola è ambigua perché con essa pensiamo solitamente al Dio delle religioni e dei filosofi coinvolto in assurdità e contraddizioni. Respingo il "Dio delle religioni, delle teologie e delle metafisiche" perché con esso si è preteso giustificare assurdità e oppressioni, usurpandone addirittura la rappresentanza, con la quale i vari capi si sono arrogato il diritto di incatenare le coscienze al carro di fedi e morali che non sono che il parto delle loro menti. Dio resta il "Mistero" che contiene l'elemento di necessità e di intelligenza che spiega l'elemento temporaneo e intelligente che vediamo in noi e nel mondo, tuttavia resta inaccessibile alla nostra mente nella sua intrinseca natura. Il Mistero avvolge la realtà eterna e ogni altra realtà temporale in cui realizza la sua vita nel suo eterno divenire. Il Mistero contiene la certezza della vita e della morte ma contiene anche l'incertezza, cioè il rischio, del mio destino nel divenire che è la morte e perciò mi costringe - se non fosse sufficiente l'amore - a comportarmi onestamente col prossimo secondo i principi dell'Umanesimo Universale che sono la bontà, la verità, la libertà e la giustizia. Riconosco a tutte le religioni la sola funzione di "scuola di bontà" per i popoli, di quella "bontà" che trova il metro supremo nella vita dell'uomo e non nelle credenze metafisiche, tutte senza fondamento. In questo senso riconosco al Papato la Guida Suprema Morale nell'insegnamento della bontà, avendo dato prova in quest'ultimo secolo di avere riaggiustato la sua rotta sugli esempi immortali contenuti nel Nuovo Testamento attorno ai quali, sulla scia della primitiva rivoluzione cristiana, dopo la tragica parentesi post-costantiniana che ha "falsificato" il contenuto teologico cristiano, possiamo riunire i valori positivi delle culture classiche e moderne.

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