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LA STORIA DEL CRISTIANESIMO È UNA SMENTITA ALLA PAROLA DI GESU'"

 

 

É tempo di trarre tutte le conseguenze dalla situazione tragica che ci presenta la Storia e che abbiamo sommariamente rievocato. Siamo convinti che dentro tali fatti si annida il bandolo della matassa del Cristianesimo. essi sono la prova del nove del grosso problema che da due mila anni costituisce Gesù non solo per il popolo Ebreo ma per tutta l'umanità. Gli specialisti ancora oggi si stanno lambiccando il cervello sul "Gesù storico" e sul "Gesù della fede"55 su tale questione Pio X intervenne condannando il "Modernismo" con l'Enciclica "Pascendi" nel 1907 ma Pio X ci sembra che non abbia tenuto conto dei fatti storici su cui imperniamo tutta la nostra argomentazione.

Dopo duemila anni di sperimentazione ormai a noi è possibile fare un controllo delle valutazioni teologiche di partenza che hanno costituito la sorgente da cui è scaturita la storia del Cristianesimo.

Il Concilio Vaticano Il ha recuperato - del resto molto faticosamente, come ha mostrato poi il risucchio integralista con a capo il Vescovo francese Lefebvre - e riproclamato il perduto valore della libertà di coscienza da cui era nato il Cristianesimo, e Paolo VI nel 1965 ha abolito finalmente il Sant'Uffizio e l'Indice dei libri proibiti, che bisogna definire i due veri monumenti storici della defettibilità della Chiesa. Con essi ai cristiani era stato imposto di otturarsi gli orecchi proprio come avevano fatto quei giudei che assassinarono S. Stefano per non sentire la sua interpretazione della Bibbia e della storia di Gesù56: i cristiani invece dovevano otturarsele per non sentire quello che dicevano "i nemici della fede", e insieme agli orecchi dovevano chiudere anche gli occhi per non leggere quello che scrivevano. Giustamente questo atteggiamento è stato chiamato "oscurantismo", mezzo immorale e sleale per mantenere le proprie posizioni nelle coscienze. Con la soppressione di tali istituti si poteva sperare che tale storia fosse chiusa per sempre, invece della mentalità da Sant'Uffizio è tuttora impregnata tutta l'impostazione teologica della Chiesa: si continua a vedere con sospetto ogni tendenza che si discosta da una certa "linea di fede". I casi dei teologi Schillembex e Kung su cui sono stati presi "provvedimenti esemplari" sono successi nel 1980, ed è del 1985 il provvedimento preso a carico del teologo brasiliano Leonardo Boff. Certamente non si può negare alla direzione della Chiesa, come a quella di qualunque altra organizzazione, il diritto e il compito di giudicare se un suo collaboratore è idoneo leale e fedele nell'attività che gli si affida; quello che non si comprende alla luce del messaggio originario cristiano è la prevaricazione della repressione della libertà del pensiero, della parola e degli scritti: "l'imprimatur", la tortura, l'imprigionamento, la confisca dei beni, il rogo, sono delitti contro la verità e contro l'uomo. La comoda distinzione tra braccio secolare e potere spirituale è una distinzione ipocrita perché il braccio secolare nella concezione politica cristiana è parte integrante della Città di Dio e la responsabilità del potere strettamente religioso non differisce molto da quella dei Dirigenti Ebrei che consegnarono Gesù al "braccio secolare" dei Romani.

Peggio ricercare la giustificazione nella buona intenzione di chi deteneva il "governo pastorale" della Chiesa. Qui non è in gioco l'intenzione ma la "moralità" con cui raggiungere un fine e il metro di misura di tale moralità. Per noi tale metro è il "valore uomo" in base al quale il Vangelo ha compiuto la più bella rivoluzione di tutti i tempi; la Chiesa invece, che si è dichiarata "maestra di morale", sembra che non avesse chiara tale idea perché al posto del Vangelo pare avesse le idee del "Principe" di Machiavelli.

Ultimamente nel febbraio 1985 dopo la condanna giudiziaria dei metodi coercitivi usati inizialmente nella comunità terapeutica per drogati di S. Patrignano è emerso il problema dei mezzi leciti usabili nell'attività pedagogica e terapeutica e, come in tante altre questioni, è emersa la limitatezza della legislazione e la pretesa di molti che i giudici si sostituissero ai legislatori dando un giudizio morale anziché un giudizio legale: ma i giudici sono stati più saggi di tanti catoni. Certo il legislatore può determinare i mezzi coercitivi che l'educatore e il terapeuta possono usare nella loro attività e può anche stabilire la pena di morte per eliminare i delinquenti più nocivi al consorzio umano, ma nessun legislatore può fare una legge che sopprime la vita umana per ragioni ideologiche o di fede. La teoria teologica che la Chiesa è una "società perfetta", fatta propria dai suoi Capi, l'ha condotta a mettersi in contraddizione con la sua "carta costituzionale" che è il Vangelo. Tale teoria contiene implicito il principio romano "salus reipublicae suprema lex" (la salvezza della repubblica è il bene supremo), che tradotto in termini teologici suona così: "la conservazione della Religione e della Chiesa è il bene supremo" che legittima il sacrificio della vita di chiunque lo attenti in qualunque modo anche con le sue idee". Questa è la sorgente che giustifica l'odio accanito con cui si perseguita l'eliminazione non solo delle idee, delle dottrine e degli scritti ma anche delle "persone" che ne sono "infette". Questa è la sorgente non solo delle leggi e dei decreti contro le eresie e i nemici della fede e la punizione dei trasgressori, ma anche delle ribellioni che fanno nascere gli antipapi e gli scismi: è il "bene della Chiesa" che fa insorgere i Vecchi Cattolici al tempo del Concilio Vaticano I e gli Integralisti di Lefebvre dopo il Concilio Vaticano Il. Da questa sorgente nasce "la possibilità" - diciamo la possibilità - di giustificazione per permettersi l'eliminazione anche di qualche personaggio potente. Alla luce di questa teoria è "possibile" - ma bisogna dimostrarla - l'eliminazione di Papa Luciani secondo una tesi sostenuta da molti e ultimamente anche dal libro "In nome di Dio" di David Yallop (1984). E la recente condanna emessa dall'ex S. Uffizio il 21.3.1985 contro il libro "Chiesa carisma potere" del padre Leonardo Boff esponente brasiliano della "Teologia della Liberazione" nel quale si cerca di rendere "il popolo di Dio" depositario dello "spirito cristiano", indica che i Capi della Chiesa non hanno ancora preso coscienza della lezione della storia, dalla quale invece noi vogliamo trarre tutte le conseguenze.

Noi partiamo dalla loro stessa premessa, costituita dalla celebre frase di S. Paolo, "la Chiesa è colonna e fondamento della verità". La verità di cui dovrebbe essere colonna e fondamento la Chiesa si identifica soprattutto con la "verità morale", che è una saggezza che trova il suo metro fondamentale nella vita dell'uomo considerata nella luce della rivelazione della "Parola di Dio" per ciò che riguarda la sua origine, la sua costituzione e il suo fine. Ora la storia della Chiesa, come abbiamo visto, ci mostra che non è affatto tale "colonna" di verità, perché le sue direttive e le sue impostazioni pastorali, da noi sommariamente descritte, svelano in maniera impietosa l'assoluta mancanza del possesso di tale verità.

 

Il 5 luglio 1985 su Rai Uno è stata trasmessa un'intervista al cardinale J. Ratzinger Prefetto della Congregazione della Fede e alla domanda "che cosa ne pensa della Santa Inquisizione" l'abbiamo sentito esprimere questo giudizio positivo: pur non approvando tutto però in complesso è stata utile come il servizio terapeutico che oggi si fa per i drogati! Qualificare come "servizio terapeutico" il trattamento, e che trattamento!, usato contro chi la pensava diversamente è come riconoscere valida la premessa che fece sentire agli Ebrei il dovere di eliminare Gesù, agli Imperatori Romani il dovere di eliminare i Cristiani, ai Cristiani il dovere di eliminare gli eretici, ai Mussulmani il dovere di eliminare gli Infedeli, ai Nazisti il dovere di eliminare gli Ebrei, ai Fascisti e ai Leninisti il dovere di eliminare i propri oppositori! È il principio dell'intolleranza della verità contro l'errore, di un'idea contro l'altra! Ebbene se è cosi, si deve dire che è davvero appropriato il titolo dato all'intervista che è "Coraggio di credere": ci vuole un grande coraggio per riconoscersi cristiano in tale atteggiamento! Difatti è la giustificazione del Grande Fratello!

La conclusione filosofica è che tutta l'impostazione teologica non è "coerente" confrontata col comportamento e col messaggio di libertà dei fondatori del Cristianesimo evangelico. Il sistema teologico costruito sul Vangelo ha perduto la sua "verità di coerenza", cioè ha prodotto situazioni di contraddizione con le premesse di partenza. Tutta l'impostazione teologico-giuridica è stata una "defezione" dall'impostazione originaria e intacca la costituzione intima della Chiesa: la Chiesa non solo non è infallibile ma è defettibile. Di fatto c'è stata una "caduta", una "defezione", un "black out",un oscuramento della luce del messaggio evangelico che risplende di un "umanesimo assoluto".

 

La contraddizione appare in tutta la sua crudezza se si confronta il metro di misura usato da Gesù nell'episodio dell'adultera e il metro di misura usato dalla Chiesa nella sua legislazione. Gesù con una delle sue frasi tipiche - "chi è senza peccato scagli la prima pietra" - compie la suprema rivoluzione contro il mosaismo e il fariseismo innalzando l'"uomo" come valore supremo secondo il suo principio "il sabato è fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato"; la chiesa istituendo la tortura, i roghi e la schiavitù annulla la rivoluzione di Gesù tornando al mosaismo e al fariseismo innalzando la "legge" e la "verità" come valore supremo. Sento i teologi gridare: "Ma la Chiesa ha ricevuto da Gesù il potere assoluto! "57.Proprio? Anche quello di capovolgere la sua impostazione del concetto di autorità? e di usare la pena di morte contro chi la pensa diversamente?58 La risposta ce la dà Shakespeare:

"eretico è colui che accende il rogo non chi vi brucia dentro.59

 

Forse i Capi della Chiesa sono stati tratti in errore dal platonismo: Platone in un celebre dialogo fa dire a Socrate che la virtù sta nella scienza del bene e del male e chi ha questa scienza la deve insegnare a chi la ignora e trattare con mezzi drastici chi la rifiuta. Partendo da questo principio la "comunità dei fratelli" seguendo la guida di un "Grande Fratello" istituisce la schiavitù, il rogo, il lager, il gulag e il manicomio ideologico per il bene della "comunità". Ultimamente il terrorista Alberto Franceschini ha dichiarato in una intervista a Enzo Biagi di essere "un monaco guerriero" dedito al riscatto dell'umanità ingannata: un "monaco guerriero" figlio del "filosofo re" di Platone, fanatico e spietato che uccide i singoli per il "bene della società"61 Anche la Chiesa, come società dei credenti, con le sue direttive morali ha rinnegato la vera originalità del pensiero di Gesù, che consiste non nell'amore anche dei nemici - come comunemente viene ripetuto: difatti nel Vecchio Testamento il libro dei Proverbi insegna che è benedetto da Dio chi dà da mangiare e da bere al proprio nemico62- ma consiste nell'amore esteso all'avversario ideologico, cioè a chi sostiene una "fede diversa": qui sta il vero succo della parabola del buon samaritano.

 

Comunque tale fenomeno storico ha una sua conseguenza logica ancora più radicale ed è questa: che le parole di Gesù "io sono con voi fino alla fine del mondo" "il cielo e la terra passeranno ma le mie parole non passeranno"

non si sono realizzate perché lo "spirito di verità" non c'è stato a guidare e assistere i suoi discepoli perché fossero e restassero "nella verità".

Insomma le relazioni evangeliche contengono una "promessa" ben concreta e precisa che equivale a una "premessa logica", e consiste nell'immancabile "presenza" equivalente a una efficace assistenza perché i suoi "rappresentanti" non deragliassero dallo "spirito cristiano" il cui elemento essenziale è l'amore per l'individuo uomo. "Io sarò con voi" è la premessa su cui i Capi della Chiesa fondano il loro diritto a essere ascoltati come insegnanti e obbediti come pastori, equivalente all'altro "chi ascolta voi ascolta me". Queste espressioni contengono l'esigenza che Gesù debba seguire i suoi rappresentanti non solo perché non "insegnino" diverso ma anche che nelle scelte decisionali non "contraddicano" i programmi da lui assegnati.

Il fatto del deragliamento da tali programmi crea un dilemma a cui non si può sfuggire: o le relazioni evangeliche ci presentano un personaggio irreale frutto della suggestione, della mitizzazione e della fabulazione, oppure proprio il personaggio stesso storico era un eccezionale esaltato, del resto come tanti altri.

E se tutto questo è vero - se c'è qualcuno che lo può smentire si faccia avanti - ne segue che la premessa delle premesse cioè che Gesù fosse Figlio di Dio nel senso inteso dalla metafisica teologica e definito dal concilio di Nicea (325) è falsa. Sono profondamente convinto che se Gesù avesse avuto la qualifica che gli attribuisce la teologia avrebbe fatto di tutto perché i suoi discepoli non calpestassero le sue direttive in modo così grossolano.

Confrontando cose grandi con cose piccole, possiamo dire che qui ci troviamo in qualche maniera nella stessa situazione in cui si era venuto a trovare Sandro Pertini: nel 1984 aveva promesso solennemente che non avrebbe mai concesso la grazia a un terrorista e poi il 7 giugno 1985 la concede alla terrorista Fiora Pirri Ardizzone con grande meraviglia di tutti. Pertini si è giustificato dicendo che non sapeva che era una terrorista: la colpa se l'è presa il Maccanico suo Segretario Generale che non gli aveva spiegato tutta la situazione. Gesù guida invisibile della Chiesa, quale giustificazione può portare di fronte allo spettacolo di una Chiesa medievale che calpesta i valori sostanziali del Vangelo? È una domanda che non ha risposta se non nell'illusione dei discepoli che gli hanno data tale qualifica.

Controprova di tale cruda verità è lo stato di scisma del Cristianesimo Teologico: la "presenza di Gesù capo divino" avrebbe corretto le cause che hanno portato a divisioni tanto laceranti. La Chiesa, intesa come l'insieme dei discepoli di Gesù che hanno creduto alla sua persona e operato per attuare il suo messaggio - secondo l'uso degli Atti dal capo VII in poi - ha subito vicende tanto laceranti come un qualunque organismo umano. La preghiera supplichevole al Padre per l'unità dei suoi discepoli messa in bocca a Gesù dopo l'ultima cena dall'autore del Quarto Vangelo di fronte allo spettacolo iniziale delle opposte fazioni cristiane del primo secolo, di cui c'è un'eco drammatico anche nelle Lettere di S. Paolo, di S. Giovanni e nell'Apocalisse, non sì è avverata. Eppure nello stesso Vangelo si afferma che tutto ciò che Gesù chiede al Padre viene esaudito! Il fatto è che l'autore del Vangelo aveva avvertito, e con lui chissà quanti altri, il valore negativo di quelle divisioni:

"Io non prego soltanto per questi miei discepoli ma prego anche per gli altri, per quelli che crederanno in me dopo avere ascoltato la loro parola. Fa che siano tutti una cosa sola: come tu Padre sei in me e io in te, anch'essi siano in noi. Così il mondo crederà che tu mi hai mandato".

L'unità doveva essere una prova della sua "missione divina"; la divisione sarà la prova o smentita di tale qualifica e della "grazia di Dio" su cui gli scritti apostolici facevano tanto affidamento! È l'applicazione del criterio epistemologico espresso al capo 18,22 del Deuteronomio:

"se uno intende di parlare in nome dell'Eterno e la sua predizione o promessa non si realizza, è segno che non è l'Eterno che parla in lui".

Se Gesù è stato impotente nel preservare i suoi discepoli nell'unità è semplicemente perché non è "presente" nella loro storia, cioè non aveva quella realtà trascendente che gli è stata attribuita. La storia della Chiesa giustifica appieno l'osservazione di Voltaire:

"Fra tutte le religioni quella cristiana è senz'altro quella che per i suoi precetti dovrebbe ispirare maggiore tolleranza, ma fino ad oggi i cristiani sono stati i più intolleranti degli uomini!".63

Paolo VI aveva preso coscienza di tutto questo quando durante il Concilio Vaticano II nella rappacificazione col Patriarca Atenagora dopo nove secoli di vicendevoli scomuniche disse:

"Il passato lasciamolo nelle mani della misericordia di Dio"

e successivamente più volte chiedeva perdono al mondo delle colpe commesse dalla Chiesa nell'esercizio delle sue funzioni.

L'esempio di Paolo VI, ereditato da Giovanni XXIII, ha stimolato tutta la Chiesa a prendere coscienza della triste realtà: al Convegno della Chiesa Italiana a Loreto 10-13 aprile 1985 il Cardinale Salvatore Pappalardo a nome di tutti i Vescovi ha ripetuto le scuse al mondo per quello che è stato fatto male e per quello che non è stato fatto.64

"Tali ammissioni e relative richieste di perdono sono state frequenti quest'ultimi tempi in bocca ai Papi a partire dal Concilio. Se ne sono sentite a proposito dei rapporti con gli Ebrei, gli Ortodossi, i Protestanti, gli Indiani d'America. Ieri è toccato agli Africani... Il Papa ha chiesto perdono all'Africa per le colpe delle nazioni cristiane che le conquistarono e in particolare per "la tratta degli schiavi". Lo ha fatto davanti al pubblico più difficile, quello degli intellettuali, che ha incontrato nel pomeriggio, nel Palazzo dei Congressi di Yaoundé (Camerun)... Il Pontefice ha incoraggiato gli intellettuali africani a ''inculturare" il Vangelo nella loro civiltà, realizzando un pieno sviluppo del suo "ruolo profetico" e critico tendente alla liberazione totale dell'uomo ".65

Tutto questo va molto bene; quello che manca in tale presa di coscienza è il coraggio di salire all'ultima conclusione. Finché gli errori si fanno passare come "colpe" l'ultima verità viene sempre scansata o nascosta o tradita, perché la "colpa" è una incoerenza morale o anche un tradimento, ma qui si tratta di ben altro: è una autentica valutazione errata a danno dell'uomo derivata dallo sbandamento della guida spirituale di quelle nazioni, che non è intervenuta non solo a condannare il loro comportamento ma le ha incoraggiate e addirittura autorizzate nei loro sistemi contrari al Vangelo, come risulta dal Breve schiavistico di Niccolò V e dalle Bolle persecutorie di Sisto IV e di Innocenzo VIII. Non si tratta di deviazione del "Cristianesimo Occidentale" ma del "Cristianesimo Teologico" fatto proprio dalla Guida della Chiesa Docente e diventato "perfetto strumento di oppressione e di annullamento delle altre culture" secondo la giusta espressione del teologo gesuita Engelbert Mreng nel suo saluto al Papa nell'incontro di Yacoundè.

La triste realtà dei secoli medievali fu artisticamente espressa da Dante,testimone del tempo, con una delle sue immortali immagini:

 

"La pianta che fu già vite ed ora è fatta pruno".66

La vite piantata da Gesù è diventata l'albero selvatico e spinoso del pruno: perché? Noi diciamo perché non c'è stato Lui a coltivarla, cioè non poteva esserci perché è stato sopravvalutato dai suoi discepoli.

Anche nell'Islam si è verificato lo stesso fenomeno, essendosi scisso in tante sette diverse che non hanno fatto altro che combattersi lungo i secoli e continuano tutt'oggi. Vuol dire che Cristianesimo e Islamismo sono due fenomeni religiosi emananti da unica realtà puramente umana. C'è da sorridere di fronte all'astuta argomentazione metafisica di un teologo islamico, il quale ritiene che ogni buon cristiano è un mussulmano che non sa di esserlo, come i teologi cristiani dicono che ogni buon pagano è un cristiano che non lo sa, e spiega le sanguinose lotte delle sette islamiche così:

 

"Se non esistessero nell'oceano le correnti contrastanti calde e fredde, l'oceano sarebbe un putrido stagno".69

É risaputo che l'oro si prova col fuoco; anche la fede nel suo nucleo di verità, come qualunque altra teoria, si prova nel crogiuolo dei fatti. La Chiesa si presentò e si presenta tuttora al mondo come "opera di Dio": solo con questa convinzione S. Pietro poteva gridare davanti al Sinedrio "dobbiamo prima obbedire a Dio e poi agli uomini". In tale prospettiva Gamaliele ammoniva saggiamente i suoi colleghi del Sinedrio:

 

"Lasciate stare questi uomini e rimandateli, perché se è dagli uomini questo disegno o quest'opera, si dissolverà; ma se è da Dio non potrete dissolverla: che forse non vi troviate a lottare contro Dio".70

L'argomentazione di Gamaliele è diventata il cavallo di battaglia degli Apologeti cristiani, soprattutto cattolici, i quali puntano tutta la loro attenzione sulla "sopravvivenza" della Chiesa nonostante le persecuzioni, le divisioni e le deficienze degli uomini di Chiesa; ma il filosofo questo elemento lo deve considerare marginale e deve considerare "sostanziale" la "coerenza" tra le impostazioni di partenza e quelle sviluppate nei secoli successivi. Se è venuta meno tale coerenza vuol dire che l'organismo religioso e la fede da cui si è sviluppato sono puramente umani perché sarebbe assurdo attribuire tale situazione a deficienze divine.

Insomma applicando alla fede teologica il metodo scientifico abbiamo questa formulazione: la fede "Gesù è Figlio di Dio secondo la definizione nicena" è la tesi induttiva desunta dall'osservazione dei fatti di saggezza, di bontà e di taumaturgia registrati dai Vangeli; il fatto previsto che deve realizzarsi se la proposizione è vera viene desunto dalle parole di Gesù: "Non vi preoccupate... io sarò con voi... chi ascolta voi ascolta me..." ed è: i discepoli di Gesù non potranno deragliare dalle impostazioni date da Lui. Ora la sperimentazione storica ci dice tutto il contrario, dunque Gesù non è Figlio di Dio come l'hanno inteso i suoi discepoli.

Ci sembra di avere aperto il cosiddetto "mistero" della Chiesa: esso si risolve in una contraddizione, che dopotutto non è altro che la contraddizione in cui si dibatte da millenni tutta l'umanità. Sarebbe stato troppo bello che tale situazione fosse stata risolta da un intervento di una "virtù amica" trascendente ma i fatti stanno lì a dirci il contrario. Perciò le parole di Giovanni Paolo Il rivolte al gruppo di studiosi del Consiglio Ecumenico delle Chiese trovano qui la risposta più chiara. "Studiando insieme il battesimo, l'eucaristica e il ministero non solo voi trattate realtà che si trovano al cuore del mistero della Chiesa e della sua struttura ma affrontate anche questioni che furono se non la causa delle nostre divisioni almeno tra i principali argomenti su cui sorsero delle opposizioni... Ora non è possibile un ristabilimento dell'unità vera e durevole senza che noi arriviamo a dire insieme, chiaramente, la nostra fede su questi aspetti del mistero, rispetto ai quali ci siamo opposti gli uni agli altri. La questione del mistero resta certamente un problema chiave per il ristabilimento della comunione69". A noi il mistero ci sembra molto chiarito: la comunione è stata rotta per l'abuso di potere dei papi e della chiesa dei secoli passati. L'abuso è stato possibile perché non c'è stata l'assistenza divina. Ci sembra assurdo che tale assistenza debba funzionare "automaticamente" in tante "verità di fede" che interessano così poco la salvezza dell'umanità - come la verginità e l'assunzione di Maria, l'unione ipostatica delle due nature, o il peccato originale ecc. - e non debba funzionare altrettanto "automaticamente" in faccende molto più importanti quali sono le impostazioni morali e pastorali. L'assistenza è stata dai teologi circoscritta all'elemento intellettuale della "fede", cioè alla convinzione che Gesù fosse il Messia e il Figlio di Dio, basandosi sulla celebre frase:

"Simone, Simone, ecco Satana vi ha cercati per vagliarvi come il grano, ma io ho pregato per te perché non venga meno la tua fede; e tu una volta ravveduto conferma i tuoi fratelli"70

Ma i teologi si rendono ridicoli pensando che Gesù, che aveva dichiarato con tanta enfasi

 

"sono venuto ad appiccar fuoco e che desidero se non che divampi?"71,

si sarebbe accontentato di tanto poco se fosse stato veramente Figlio di Dio nel senso elaborato dalla Chiesa primitiva. L'argomento dell'assistenza divina è talmente ambiguo che si è prestato a giustificare nell'attività dei capi religiosi tutti gli abusi e tutte le oppressioni, e nello stesso tempo dà ai teologi la possibilità di eseguire con grande abilità veri giochi di illusionismo dialettico. Come fa il gesuita Virginio Rotondi, il quale a un lettore che gli aveva scritto:

 

"Nascono a volte stati d'animo che non si riesce a superare. Stati di depressione vera e propria. Se un cristiano, per esempio, vuole sapere con certezza quel che deve credere e come deve operare, si trova sbattuto dai venti..."

risponde:

 

"Secondo me, bisognerebbe fare sbattere i denti addosso ai confusionari. Noi stiamo nella Chiesa e questa ha un Capo supremo cui Gesù ha assicurato la perpetuità e l'assistenza specialissima sino alla fine del mondo, in ogni azione di governo. Quindi essa potrà star sicura che la guida non verrà mai meno; non verrà mai vinta per ciò che riguarda la sua missione essenziale; sarà sempre sostenuta dalla mano divina. Il Pastore della Chiesa che ci guida ha ricevuto perfino la promessa dell'infallibilità in materia di Fede e di Morale quando insegna come maestro universale degli uomini. Quale impresa può vantare una simile condizione di privilegio, di favore? C'è chi conta sull'oro che possiede, sui sussidi che aspetta, sugli eserciti di cui dispone, sulle aderenze politiche, sull'abilità della direzione, sull'esperienza dei metodi, fors'anche sulla qualità e sulla bontà della sua causa; ma nessuna altra impresa ha l'assicurazione della perpetuità e del successo come ce l'ha la Chiesa; perché essendo il suo Capo roccia stabilita da Dio, fatta stabile da Dio, ne deriva per essa uno stato d'animo particolarissimo: da un lato partecipazione intensa alle ansie del tempo, che batte la rupe con tempeste incessanti; dall'altro un fondo inalterabile di calma che sa di eternità. Io non so chi lei sia, amico; che cosa lei pensi. Ma che cosa è il papa lo si sente, quasi, ogni qualvolta ci si trova in S. Pietro gremita di fedeli - e magari di infedeli - provenienti da ogni parte del mondo. E che il Papa si chiami Pio XII, Giovanni XXIII, Paolo VI o Giovanni Paolo Il non importa. Negli occhi della folla, nelle mani della folla, nei cuori della folla c'è un sentire, un vedere, un intravedere al di là di ciò che appare, di ciò che si ascolta: il mistero di Pietro, il mistero della "Pietra", il mistero della "roccia", il mistero della "stabilità", della indefettibilità, della capacità di richiamare gli sviati, i fuorviati, i traviati; di confermare - quando fosse necessario - gli stessi fratelli di Pietro; e cioè i vescovi. Con quell'uomo - il Papa - sta Gesù; chi sta con quell'uomo, sta dunque, con Gesù, sta con Dio. Egli è al timone di una nave cui Gesù, l'Uomo-Dio, ha assicurato l’approdo".

Come si vede P. Rotondi ha la stessa convinzione che aveva 'autore del presente lavoro prima dello "scossone dogmatico" e se continua imperterrito a professarla è segno che o non ha riflettuto sulla storia della Chiesa in maniera scientifico-filosofica o il suo voto di combattere da "pretoriano" del Papa lo ha accecato.

La ragione metafisica potrebbe tentare di sfuggire al colpo micidiale dell'arma della falsificazione dell'intelligenza con l'argomentazione tema del bel film di William Wyler "La Legge del Signore": è legge del Signore non usare violenza a nessuno ma è pure legge del Signore amare il proprio prossimo fino a difenderlo da ingiusti aggressori da cui nasce la "necessità" di usare violenza per legittima difesa. Anche la Chiesa usando la violenza contro eretici "pericolosi" e infedeli "aggressori" non ha fatto che osservare la "legge del Signore", ha compiuto un atto di amore verso i suoi fedeli, che è il suo primo prossimo. Ma non ci vuole molto acume per spezzare il sofisma della ragione metafisica: l'autodifesa condotta fino all'omicidio può rientrare nel precetto morale "ama il tuo prossimo come te stesso" nella comune vita individuale contro un ingiusto aggressore ma non è ammissibile contro chi ha sviluppato idee diverse o contro chi innocentemente si trova educato in una fede diversa. Se una società che si denomina cristiana è arrivata a partorire un’ideologia ammessa da chi "guida" la società, che giustifica direttive omicide e schiavizzanti, vuoi dire che si è allontanata non solo dalla dottrina e dalla prassi del "programma" di partenza ma addirittura dalla comune onestà. Certamente la società cristiana si è comportata così perché si è venuta a trovare in "stato di necessità", e storicamente e moralmente va scagionata, ma filosoficamente è ineliminabile la contraddittorietà della ideologia teologica medievale con il "programma" di partenza: per trovarsi nella situazione che le ha imposto di rinnegare i propri principi vuoi dire che non è "guidata" da un "cocchiere divino" dal quale ci si sarebbe aspettato un intervento non miracoloso ma silenzioso da condurre gli eventi umani in modo da non contraddire al suo "programma" affidato ai suoi discepoli!

Non abbiamo messo il dito sulla corruzione e sulle vicende tragiche del personale della Chiesa, perché è troppo facile attribuirle alla peccabilità degli uomini di cui è fatta. Ma tale considerazione non può andare a beneficio dell'"attività specifica", perché per questa secondo la teologia ci sarebbe un "cocchiere divino" a dirigere la rotta. Ci permettiamo solamente di sintetizzare la situazione con le parole di Daniel Rops, il quale da buon cattolico così si esprime a riguardo dell'abominevole secolo di ferro verso l'anno mille:

 

"La chiesa ebbe allora tanto più merito nel salvare gli elementi della sua vita spirituale, in quanto non poté far conto su quella Sede di Pietro, che, nei giorni delle peggiori prove, aveva spesso adempiuto alla funzione di "roccia" incrollabile che Cristo le ha assegnato. Nessuna epoca ha presentato un papato tanto debole, tanto inferiore al suo compito. Una delle epoche più penose - scrive Mòhler - forse la più triste di cui resti memoria negli annali della storia ecclesiastica. Fu in questo periodo che fu investito della tiara pontificia un giovane di 20 anni, Giovanni XII (955-964), sul cui conto "si riferiscono le peggiori storie di banchetti orgiastici - forse con esagerazione ma non certo del tutto gratuitamente - in cui i convitati brindavano a Lucifero!"".76 "...Dei papi scompaiono misteriosamente, saltano fuori degli antipapi (a un certo momento ci saranno tre papi eletti contemporaneamente)... L'ultimo papa di questa triste serie fu Benedetto IX (1033-1045) il quale, consacrato a 12 anni e già famoso per i suoi vizi accumulò tanti scandali che la folla romana, indignata, si decise a cacciarlo".77

Il buon Daniel Rops non riesce a liberarsi della pia teologia apologetica in modo da poter fare criticamente della "filosofia della storia" quando dice: "vorremmo gettare su questo spettacolo di disordini il mantello pietoso dei figli di Noè, ma considerandolo ci si può certamente rendere meglio conto dell'esistenza di forze intatte pronte a entrare in azione. Sotto la sanie sanguinolente che appare alla superficie degli avvenimenti, si scopre un'acqua feconda e pura. Alla fine del IX secolo c'era stata a Roma quell'ignobile carnevalata del processo del papa Formoso. Il X secolo non doveva essere inferiore per ignominia. Divenuta preda delle ambizioni che dilaniano una violenta società feudale, la sede di S. Pietro è contesa e straziata tra le potenze che non temono di ricorrere a qualsiasi mezzo. La brutalità nordica dei Longobardi e dei Franchi si compone con la crudeltà raffinata di Bisanzio in un incessante rinnovarsi di orrori. La tragedia è costante: è meraviglioso vedere con quale compiacente opportunità, in quel tempo, degli uomini che possono dar molestia, Papi o Principi, appena cadono nelle mani dei loro nemici, si affrettino a morire! Non si parla che di vinti torturati con arte, di donne frustate a sangue, di cadaveri gettati nelle immondizie o appesi con un uncino a qualche statua di una pubblica piazza ad attendere la putrefazione. Alla crudeltà spesso si associa l'orgia, in condizioni talora indicibili, che gli scandali troppo famosi del tempo dei Borgia eguaglieranno ma non supereranno. E come negli anni quattrocento, alcune donne dominano in primo piano la scena, rappresentando bene la loro parte in queste tragedie shakespeariane, belle, ambiziose, dissolute, abili ad usare astutamente il loro fascino come a somministrare il veleno: le due Teodore, le due Marozie, la cui autorità a Roma sarà così evidente che tra il popolino si mormorerà a modo di proverbio: "abbiamo per papi delle donne!"76

Rops non ha problemi filosofici e cerca pienamente di discolpare "l'istituzione divina". Tutta la teologia apologetica non riesce a staccarsi da questo "piano terra" di considerare tale decisivo fenomeno storico e cerca di fare come lo struzzo per non vedere in faccia la triste realtà. A padre Virgilio Rotondi nella citata rubrica di discussione religiosa "Così semplicemente" il lettore G. Caruso, nel numero del 18 dicembre 1983 esprime il desiderio che Giovanni Paolo Il con un suo Breve provveda a radiare dall'elenco dei Papi i vari "Pontefici, specialmente medievali, assolutamente indegni, di derivazione e nomina imperiale, financo fanciulli, a volte tre contemporaneamente sul trono papale, altri crapuloni, simoniaci, libidinosi ecc... per i quali l'intervento dello Spirito Santo... non è affatto esistito e intervenuto". Ecco la risposta:

 

"Lei domanda che l'esistenza di questi pontefici indegni sia cancellata perché, lei dice, lo Spirito Santo non ha niente a che fare con loro. Anzitutto questa motivazione non è affatto scontata, perché - almeno in certi casi - l'indegnità potrebbe essere sopravvenuta dopo l'elezione. In ogni caso anche un'elezione peccaminosa, purché valida, non infirma la promessa divina che garantisce la funzione di Pietro. Ma soprattutto la cancellazione sarebbe una stupidaggine perché "factum infectum fieri non potest": un fatto non può diventare non fatto. I papi indegni restano nell'elenco papale a loro disonore, a disonore dei cattolici che li hanno tollerati oltre il dovuto e il lecito, a monito dei cattolici dell'avvenire (perché ciò che è accaduto può sempre di nuovo accadere, sia pure in altra forma), infine a gloria di Dio il quale perfino avendo come Vicari servi tanto indegni ha impedito per la sua potenza, sapienza e bontà la distruzione della Chiesa, che egli vuole finché il sole risplenderà sulle sciagure umane".

Come si vede la teologia apologetica sottolinea l'intervento di Dio nella sopravvivenza storica della Chiesa ma chiude gli occhi di fronte a una specie di "peccato di omissione" nell'intervenire adeguatamente non solo per tenerla in vita ma anche per tenerla nella dignità, nell'efficienza e nella coerenza della sua attività,che poi è la sola qualità che "testimonierebbe" la sua anima divina.

Anche Giovanni Paolo Il nel discorso ai 200 scienziati guidati da A. Zichichi in occasione del 350° anniversario del processo e della condanna di Galileo dice:

 

"La Chiesa, fondata da Cristo che si è dichiarato la via, la verità e la vita, resta tuttavia composta di uomini limitati e solidali con la loro epoca culturale... Solo mediante lo studio assiduo essa apprende a dissociare l'essenziale della fede dai sistemi scientifici di un'epoca, soprattutto quando una lettura consuetudinaria della Bibbia sembrava connessa ad una cosmologia obbligata".78

Ma il filosofo, che va alla ricerca della verità, anzi di un criterio di verità, non può non essere spietato. Il caso Galilei mostra in maniera lampante che non si tratta - come cerca di illudersi Giovanni Paolo Il - dello sforzo di dissociare l'essenziale della fede dai sistemi scientifici di un’epoca ma del tristissimo fatto che la chiesa non aveva la "chiave" di lettura della cosiddetta Parola di Dio sulla quale soltanto è fondata la sua autorità, e questo dimostra che non ha avuto "il divino mandato e ministero di conservare e interpretare la parola di Dio79".Non si vuole riconoscere che la Chiesa è andata alla deriva. Quando le condizioni della Chiesa di Cristo (la "mia Chiesa") sono ridotte a tale punto, non sono più in gioco le vicende personali di ciascun membro fallibile e peccabile ma la vicenda della Chiesa come "istituzione divina".

Se questa realtà trascendente non ha funzionato, nonostante tante promesse e garanzie, vuol dire che nella Chiesa non c'è. Indro Montanelli nella sua "Storia d'Italia", parlando del "secolo di ferro" durante il quale vescovi e papi venivano nominati e rimossi dagli imperatori, dai suoi duchi e conti, di cui D. Rops riferisce sommariamente, osserva con molta intelligenza:

 

"il clero abbandonato a se stesso, sprofondò nella corruzione. La Chiesa non era mai caduta tanto in basso... Su di essa vigilava il Papa, sul quale purtroppo non vigilava nessuno. Pontefici e Vescovi vivevano in un lusso da una "Mille e una notte".80

Tutto questo certamente non sarebbe accaduto se ci fosse stato a vigilare il "Capo invisibile". Per salvare l'esistenza di tale "Capo invisibile" l'accanimento della metafisica teologica ricorre al "rispetto del dono della libertà" degli uomini di Chiesa ma non sa essere sufficientemente coerente con la sua dottrina della "Grazia" secondo la quale la "Guida Divina" saprebbe benissimo trovare la soluzione piegando la volontà umana ai suoi intenti. Semmai tale "rispetto" potrebbe essere compreso trattandosi della prevaricazione morale chiamata "peccato" ma non del deragliamento chiamato "errore". Il Vangelo di S. Marco chiude la sua relazione catechetica dicendo che i discepoli dopo avere rivisto Gesù andarono a predicare dappertutto con la "cooperazione del Signore che confermava la loro parola con i miracoli che la accompagnavano". Questa interpretazione della "cooperazione" desunta dai fenomeni miracolosi è falsificata o contraddetta dalla successiva storia della Chiesa in periodi dove tale "cooperazione" sarebbe stata molto più necessaria e desiderata per attuare il programma assegnatole. Vedremo che i cosiddetti miracoli potranno essere spiegati diversamente. Il pensiero qui corre proprio a come la teologia dogmatica una volta cercava di rispondere alla questione ipotetica se il papa "diventasse matto o eretico... " essendo per definizione "infallibile e a vita". La risposta era che lo Spirito Santo non avrebbe mai permesso un tale fatto con un intervento speciale, come avrebbe fatto, anche se in una situazione diversa, con Saulo, secondo la frase "ti è duro recalcitrare contro il mio pungolo"81

Insomma il Medioevo è la smentita della categorica affermazione che il Vangelo di Giovanni pone in bocca a Gesù: "Lo Spirito di verità che procede dal Padre mi renderà testimonianza".81

Il concilio Vaticano Il ha codificato la sottigliezza dei teologi che anche la Chiesa in quanto tale ogni tanto ha bisogno di "conversione" come ognuno dei suoi membri, e appunto in tale "conversione" si vedrebbe l'intervento dello Spirito Santo. Ma sembra che i teologi e le anime pie si accontentino di molto poco. È quello che ha risposto Giovanni Paolo Il durante la visita pastorale fatta alla parrocchia della Borghesiana alla periferia di Roma a un buon cristiano che gli ha gridato: "Santo Padre, come facciamo a credere alla Chiesa quando sui giornali leggiamo tante cose brutte che la riguardano?" Giovanni Paolo Il gli ha risposto:

 

"la vostra fede non deve essere messa in difficoltà per quello che si legge sui giornali. Si leggono tante cose sui giornali che non hanno nulla di vero"

e continuava ricordando che ai tempi di Nerone i cristiani furono accusati dell'incendio di Roma e che per il resto anche la Chiesa deve cercare di convertirsi ogni giorno, cominciando dal vescovo di Roma82.Come si vede siamo al livello di fatti individuali: quello che a noi interessa è il valore dei fatti al livello dell'"attività apostolica". Il filosofo che va alla ricerca della "verità-realtà" è molto più esigente. non vede come il "divino fondatore" non abbia saputo o potuto fare un piccolo sforzo per intervenire in aiuto del povero Piero a mantenere la rotta giusta. Il prete che dalla sua casa di riposo scrive una lettera aperta al papa perché come "Presidente della comunione dell'amore", scuota tutti davanti alla tragedia della fame nel mondo, e fonda la sua richiesta sul fondamento della sua fede "nel primato di amore cui il papa è chiamato e nella divina assistenza a questo primato"83, è lodevole per la sua fede ma questa non è un fondamento reale per conoscere se l'assistenza effettivamente ci sia. Il passato ci dice qualche cosa di diverso, e per questo i teologi si sono sforzati di ridurla al solo aspetto "didattico" escludendo le "impostazioni e direttive" dell'attività della Chiesa, manifestando una maldestra operazione a posteriori di salvataggio conoscendo la miseria storica.

Ormai è acquisito il "concetto di gruppo" nella scienza, specialmente in quelle umane della psicologia e della sociologia: è una realtà che non è la semplice somma dei suoi componenti ma qualche cosa in più secondo il principio "la quantità produce la qualità". Il celebre R. Fuller, al quale A. Einstein un giorno disse "giovanotto, lei mi sbalordisce", soleva dire che la vera magia la compie la natura con il suo "sinergismo", la misteriosa interazione delle parti che dà vita a una entità inaspettata e che fa in modo che mentre nella cosiddetta "scienza esatta" 2+2=4 nella natura profonda della realtà 2 + 2=5. Lo soleva chiamare il "segreto dell'Universo ".84

La Chiesa appunto è una di tali realtà: a questa è stata data la "garanzia" della "presenza divina" per realizzare il "programma" assegnatole. Se invece, come abbiamo visto, ha partorito impostazioni e direttive antitetiche al "programma" vuoI dire che tale realtà è semplicemente una realtà puramente umana e la cosiddetta "conversione" della Chiesa dimostra che l'assistenza divina è un mito metafisico. La Chiesa ha usato dell 'autorità che la storia le ha offerto né più né meno come hanno fatto tutte le altre strutture umane, cioè secondo il concetto romano "padrona del mondo" antitesi del concetto che Gesù le aveva assegnato nell'ultima cena e che soltanto in quest'ultimi tempi ha "recuperato". Questo è il "fatto falsificatorio" che ci dà la "verità-realtà" secondo la metafisica scientifica A tale aspetto di natura "negativa" della falsificazione si deve aggiungere l'aspetto di natura "positiva", che può essere così formulato: la causa del deragliamento storico della Chiesa non va ricercato nella semplice fallibilità o addirittura nella malvagità delle persone rivestite della "sacra potestà" ma negli stessi elementi costitutivi della "fede teologica" secondo i quali tali persone impostavano la propria attività. Già Danicì Rops, come abbiamo visto, lo ha messo in risalto, alla ricerca di un'attenuante, a proposito dell'infame decreto schiavistico di Nicolò V. Oggi anche i teologi stanno prendendo coscienza di tale triste realtà, e cioè che sono proprio gli articoli del "credo" che hanno generato il deragliamento nelle decisioni "pastorali" e "giuridiche". L'articolo più responsabile di tutti è quello che definisce la "Chiesa, una, santa, cattolica, apostolica, romana, unica depositaria della salvezza". Come ciò possa essere successo così lo illustrano i due teologi cattolici Th. e O. Sartory nel loro libro "Nell'inferno non arde il fuoco" del 1968:

 

"Nessuna religione del mondo (non una nella storia dell'umanità) ha così tanti milioni dì persone di diversa idea e fede sulla propria coscienza. Il Cristianesimo è la religione più omicida che si sia mai avuta. In ciò devono vivere i cristiani di oggi, essi devono "dominare" tale passato. E la vera causa di tale perversione dello spirito cristiano è la "credenza nell'inferno". Chi è convinto che Dio condanni all'inferno per tutta l'eternità una persona per la sola ragione che essa è pagana, ebrea o eretica, non può a sua volta non ritenere tutti i pagani, gli ebrei e gli eretici "privi di qualsiasi valore", indegni di esistere e di vivere. La quasi completa estinzione delle popolazioni nord e sudamericane a opera dei conquistatori "cristiani" da questo punto di vista -è perfettamente coerente. Sotto il profilo del dogma dell'inferno "battesimo o morte" è un motto legittimo".

H. Kung, dal quale abbiamo desunta la precedente citazione, così la commenta:

 

"A chi volesse obiettare che oggi più nessuno viene bruciato, ricordiamo:

 

1 - che questo non è un merito delle chiese istituzionali;

2 - che ancora oggi dei cristiani, per fanatismo religioso, condannano altri all'inferno e - come nell'Irlanda del Nord o nel Vicino Oriente - li mandano a morte;

3 - che il motivo fondamentale che indusse Paolo VI a confermare il carattere di peccato mortale di qualsiasi prevenzione del concepimento, fu che altrimenti Pio XI e Pio XII - secondo la lettera di minoranza della commissione per la regolazione delle nascite, guidata dal cardinale Ottaviani, documento che il Papa fece proprio - "avrebbero colpito migliaia di atti umani con la pena della dannazione eterna in maniera del tutto sconsiderata".

Come si può dominare questa storia? Solo mettendone a nudo le origini, per attingervi di nuovo, criticamente, un criterio. Oggi con paura prendiamo sempre più chiaramente coscienza del fatto che tutto ciò non ha nulla, ma proprio nulla, a che fare con colui, nel cui nome tutto ciò è stato inscenato: con Gesù di Nazareth. No, nessuno potrà dire di avere personalmente voluto tutto questo. Per le vittime questa è certamente una conoscenza assurda, come è "terribile" per le generazioni successive. Noi che oggi viviamo come cristiani, dobbiamo "venire a capo di ciò"85

Noi ne siamo venuti a capo nella sola maniera possibile alla logica: eliminando il "credo" perché tale credo ha fornito ai "successori degli Apostoli" un concetto di uomo secondo il quale chi non crede in Gesù Messia o non ci crede più è per sua volontà malvagia e come tale mostra chiaramente di essere riprovato da Dio con la sua predestinazione e come tale merita il rogo a questo mondo e nell'altro. A tale conclusione dovrebbe pervenire anche il gesuita Virgilio Rotondi con tutti coloro che usano la logica a metà come lui, cioè secondo i propri interessi o perché ha fatto il "voto di obbedienza al Papa", per cui per lui non vale che fino a un certo punto il vecchio detto "amicus Plato sed magis amica veritas" (mi è amico Platone ma più amica la verità) che viene capovolto "amica veritas sed magis amicus Plato" (mi è amica la verità ma di più Platone). Difatti alla domanda di una sua lettrice, circa gli scandali di cristiani di spicco e addirittura di preti, "il Cristianesimo non dovrebbe essere capace di sfornare ben altra gente?", risponde:

 

"questi tipi non li sforna il Cristianesimo ma l'anticristianesimo, chi viene ammanettato o messo in carcere è in ipotesi, un peccatore, cioè uno che ha operato in contrasto con quel che Cristo ordinava. Diverso è il caso di chi pecca o è reo perché applica la sua "fede". Un esempio? La morale marxista-leninista recita: "è buono tutto ciò che giova alla lotta di classe"86

e continua con la storia dell'aborto. Egli fa il teologo apologeta ma non il filosofo critico: giusto quanto dice circa le malefatte di cristiani più o meno qualificati, ma esprimendo il fondamentale principio "diverso è il caso di chi pecca o è reo perché applica la sua fede" che è alla base di tutta la nostra argomentazione, non ne sa o non ne vuole trarre l'amara verità per la storia del Cristianesimo. Gli manca la coerenza: il leninismo ha commesso atrocità per realizzare il socialismo, il nazismo ha commesso atrocità per realizzare il razzismo e la Chiesa ha commesso atrocità per realizzare la sua teologia. Quale è la conclusione? L'abbiamo tratta noi più sopra ma non i teologi e gli apologeti che hanno sempre cercato di incatenare la filosofia al carro della teologia.

La nostra argomentazione come si vede va oltre quella del teologo Hans Kug, il quale nel suo libro "Infallibile?" del 1970 in occasione del centenario della "definizione" del Concilio Vaticano I, distingue proprio nell'attività della Chiesa tra infallibilità e defettibilità, con lo scopo lodevole di togliere un ostacolo insormontabile per la riunificazione ecumenica di tutti i popoli cristiani. Quando Giovanni Palo II a chi gli osservava verso la fine del 1979 di essere il papa del "no" di fronte a tante questioni che le condizioni attuali del mondo vorrebbero un "sì" rispondeva "volete che mi metta contro i miei predecessori?", ha espresso in maniera lapidaria la ragione vera per cui il papa non può cambiare: la preoccupazione di essere "coerente" col Magistero precedente per salvare l'infallibilità dogmatica. Questo è il costante limite di un papa!

Kung dimostra che tale infallibilità è inesistente.

 

"Gli errori del Magistero ecclesiastico" - scrive - furono in ogni secolo numerosi e indiscutibili; sarebbe qui particolarmente interessante come riprova una precisa disamina dell'indice dei libri proibiti. E tuttavia il magistero ecclesiastico fece sempre piuttosto fatica a riconoscere apertamente e onestamente questi errori. Per lo più si corresse solo 'implicitamente", velatamente senza piena franchezza e soprattutto senza dichiarare apertamente la propria colpa. Si ebbe paura che una ammessa fallibilità di certe importanti decisioni potesse offuscare o addirittura liquidare definitivamente la pretesa infallibilità di altre decisioni importanti. E l'apologetica dei teologi cattolici seppe egregiamente mettersi al servizio del magistero ecclesiastico nel parare la messa in questione dell'infallibilità con una ricetta in fondo piuttosto semplice: o non ci fu errore alcuno, oppure - quando non si era più in fondo in grado di contestare, reinterpretare, minimizzare e addolcire un errore - non ci era stata una decisione infallibile. In questo modo la teologia venne in aiuto alla gerarchia, e in questo senso la gerarchia incoraggiò la teologia. Come esempio di questo genere veramente spesso penoso di manovra teologica, limitiamoci a citare il lontano caso di papa Onorio, discusso al concilio Vaticano I, un papa che era stato condannato dal concilio ecumenico e da molti suoi successori come eretico. E quale esempio non lontano di una decisione errata del magistero ecclesiastico, ove non sono più possibili tali manovre teologiche, ricordiamo la recente dichiarazione sull'immoralità del controllo "artificiale" delle nascite. E con questo recentissimo caso-test, straordinariamente significativo nel quadro del problema dell'infallibilità, vogliamo iniziare la nostra analisi".87

Kung parla da teologo che vive nella logica interna di un sistema teologico generale che poggia sulla "Parola di Dio" e propone di rinunciare al concetto di "infallibilità" basata su quello di verità cartesiana delle idee chiare e distinte e di attestarsi sul concetto di "indefettibilità" dai valori fondamentali cristiani, la quale si realizza non tanto per il Magistero quanto per tutto il corpo ecclesiale, perché "la chiesa non si identifica affatto con coloro che la dirigono". Lo Spirito Santo è dato in maniera autentica per la salvezza della chiesa non solo al Papa e ai Vescovi; la verità della fede cristiana non è depositata in uffici romani e in curie vescovili; l'annuncio e la spiegazione "autentica" del messaggio cristiano non sono "riservati" a nessuno. Lo Spirito Santo di Dio soffia dove vuole, è più grande della Chiesa, mentre la Chiesa è più grande della sua direzione".88

L'argomentazione di Kung non si discosta molto da quella di tutti gli altri teologi, i quali hanno in comune con i matematici il metodo deduttivo e non vedono nel comportamento della Chiesa nessuna contraddizione utilizzando il concetto di "verità coerenza" tutto particolare elaborato dopo Cartesio dai metafisici e dagli idealisti tipo Spinoza, Leibniz, Hegel e Bradly e recepito anche dai positivisti logici tipo Neurath e Hempel. Tale concetto di "verità di coerenza" è una derivazione di quella strettamente logica (secondo la quale una conclusione segue necessariamente dalle premesse) e dice che un'affermazione (e un comportamento) mantiene la connotazione di verità quando è coerente cioè è compatibile con tutti gli altri elementi del sistema a cui appartiene89 La dottrina e il comportamento della Chiesa è coerente anche quando perseguita chi nega le sue verità e appartiene alla sua compagine, perché ha ricevuto da Cristo ogni autorità, anche quello di sopprimere gli erranti che sono nel suo seno. Come si vede non c'è nessuna contraddizione.

L'argomentazione del filosofo invece, che vive la logica esterna al sistema teologico derivato dalla fede alla Parola di Dio", tocca proprio tale "indefettibilità": la chiesa come complesso organico cresciuto sulla fede alla "Parola di Dio" è "venuta meno" (questo è il vero significato di "deficere") "dal valore fondamentale del messaggio evangelico". E l'applicazione del principio epistemologico di Godel, secondo il quale un sistema logico può essere falsificato soltanto con un'argomentazione esterna ad esso. E la teologia è un sistema logico: Kung cerca di salvarlo ricorrendo alla base della chiesa da cui sono sempre sorte ad opera di "Santi" (e perciò il Manzoni la chiama "madre di santi") iniziative formidabili per rimettere in sesto la rotta. Infatti molti autentici cristiani avvertirono la cocente contraddizione a cui la teologia aveva fatto approdare la Chiesa con la "teocrazia" ma per oltre quattro secoli la loro azione stimolatrice perché si realizzasse una soluzione coerente col programma evangelico restò impotente, finché ineluttabilmente sfociò nella divaricazione delle due Riforme, protestante e cattolica, che aggiunta alla divaricazione del precedente Scisma tra Oriente e Occidente, dà al filosofo l'immagine drammatica della "ragione metafisica" operante nella teologia. Pier Damiani (+1072), Pietro Valdo (+1217), Francesco d'Assisi (+1226), Dante Alighieri (+1321), Giovanni Wycleff (+1384), Giovanni Huss (+1415), Caterina da Siena (+1380), Girolamo Savonarola (+1498), Martin Lutero (+1546), sono alcuni dei campioni a tutti noti che lottarono per la soluzione della contraddizione. Lutero poi, con dialettica sorprendente, compie un salto mortale per dare alla contraddizione una soluzione accettabile ma approda a un altro assurdo inaccettabile con la sua concezione che della Chiesa si fosse impadronito l'Anticristo nel ruolo del Papa, al quale pertanto occorreva opporsi con tutte le forze. L'assurdo sta qui, che Gesù, Figlio di Dio, che per la salvezza del mondo suscita una forza alla quale non avrebbe resistito nessuna altra forza avversa, si lascia strappare di mano dal suo avversario la sua creatura, la Chiesa, alla quale aveva garantito la sua costante presenza e la sua efficace assistenza. Lutero aveva ragione di ribellarsi alla contraddizione, però non l'ha risolta in modo intelligente e non poteva neppure farlo, dato il momento evolutivo storico, perché era anche lui ancora prigioniero dello schema mentale della cultura dominante, cioè che Gesù fosse il Figlio di Dio incarnato. La contraddizione presentata dai fatti avrebbe dovuto fargli comprendere che la premessa di partenza doveva essere falsa ma lui svicola etichettando come "Chiesa di Cristo" - seguendo Wycleff - soltanto il piccolo gruppo dei fedeli che vive coerente la sua fede libero da ogni vincolo associativo. Purtroppo Lutero non ha capito che la celebre espressione biblica "chi crede in me sarà salvo e chi non crede sarà condannato" è la sorgente da cui scaturisce il tremendo manicheismo cristiano che divide l'umanità in buona e cattiva soltanto in base alla fede. Come i teologi che avevano "divinizzato" il papato, anche lui è legato mani e piedi a tale dogma e tutto il suo scritto "La Libertà del cristiano" del 1522 corre su tale filo conduttore. Sentitelo:

 

"La persona nessuno la fa buona se non la sola fede, e nessuno la fa cattiva se non la sola miscredenza"90

Non tiene presente che il Papa e i suoi teologi avevano anch'essi in testa tale principio e in nome proprio ditale principio avevano decretate le leggi di scomunica, di proscrizione, di tortura, di crociata e di schiavitù contro i "miscredenti"! Noi invece edotti dalla storia e sostenuti dalla libertà dalla paura, dalla contraddizione possiamo trarre la giusta conclusione: è falsa la premessa: Gesù non è Figlio di Dio, perché non ha impedito con la sua azione invisibile che la Chiesa errasse così grossolanamente. L'attuale "conversione" del Papa, come giustamente è stato qualificato l'atteggiamento assunto dal papato costretto dall'apparire sulla scena storica del Liberalismo e del Socialismo, che hanno fatto riemergere il valore assoluto in se stesso dell'individuo umano per cui viene qualificato "buono" non chi "crede" ma chi "opera a favore dell'uomo", dimostra in maniera inequivocabile che non l'Anticristo si era impadronito della Chiesa ma la "ragione metafisica teologica" rendendolo Vicario di Dio. Tale concezione, divenendo il supporto dell'organizzazione sociale e politica, con la sottovalutazione della vita umana terrena e la sopravvalutazione della vita ultraterrena nella quale Dio è l'arbitro assoluto, riconosceva nell'autorità della Chiesa il potere insindacabile di eseguire i voleri divini qui in terra e così giustificava a priori qualunque sua decisione anche la soppressione della vita non solo degli assassini e dei violenti di qualunque natura ma anche dei miscredenti, degli eretici, degli infedeli e dei ribelli di ogni tipo.

Essa è la sorgente del deragliamento della Chiesa in un comportamento totalmente opposto allo spirito del Vangelo nel gestire il potere, influenzando nefastamente tutta la società civile prima della Riforma e quella parte in cui ebbe il sopravvento la Controriforma. Parlando della fede come buon motore ma cattivo timoniere abbiamo constatato che la fede è sinonimo di certezza e come tale può essere vera o falsa, buona o cattiva. Come faremo a sapere quale è la fede buona o cattiva, vera o falsa? Basta confrontarla con la misura di tutto che è l'Uomo, per quella buona o quella cattiva, e per quella vera o falsa basta confrontarla con i criteri del "Setaccio Critico": una fede che include nel suo programma la soppressione della vita umana per soppiantare un'altra fede è pessima; una fede che ha nel suo codice l'amore per tutti gli erranti e poi pratica la loro soppressione è contraddittoria e quindi è falsa, molto più se pretende di avere come "guida invisibile" il Maestro stesso che l'ha fondata. Il filosofo dunque deve attribuire a "tutta la chiesa in blocco" la devianza, che accusa per la sua stessa "esistenza" un "vuoto", una "assenza" da parte di chi aveva data "garanzia" perché ciò non avvenisse. La Chiesa, come dice il suo stesso nome (chiesa = comunità) è una struttura. A questa struttura viene promessa e garantita l'indefettibilità contenuta nel capo 16 di Matteo, cioè la continuità indistruttibile dalla forza della morte ma non una qualunque continuità ma continuità nella identità della fedeltà al suo messaggio. Insomma il "laboratorio della storia" ha falsificato il sistema teologico fondato sulla "Parola di Dio" e se Gesù è stato smentito vuoi dire che nella sua personalità non contiene quella "natura-divina" che gli è stata attribuita. Ma non Gesù è stato smentito ma sono stati smentiti i suoi discepoli che sotto l'influenza della cultura greca di S. Paolo ci hanno presentato un Gesù che non è il Gesù storico ma il Gesù da loro identificato nel "logos" della filosofia greca, cioè da loro divinizzato. Soltanto questa triste realtà spiega la grandezza e la miseria del Cristianesimo, cioè quelle cadute e resurrezioni, quegli smarrimenti e ritrovamenti, quell'allontanamento e quel ritorno verso quei valori che soli sono stati capaci di compiere nei primi tre secoli la rivoluzione più pacifica della storia umana.

Tutti i guai della storia umana sono dovuti alla nostra limitatezza e alla nostra debolezza ma la teologia afferma che Dio si è incarnato per sostenere tale limitatezza e debolezza e se la debolezza umana ha avuto il sopravvento anche nell'istituzione che sarebbe stata da lui fondata a tale scopo vuol dire che il sostegno è inesistente e l'incarnazione è il parto della fantasia di S. Giovanni e di S. Paolo, cioè è una metafisica pura.

La contraddizione non è eliminata neppure nella posizione a cui sono pervenuti i "Cristiani Evangelici", i quali si sono ridotti a dare l'etichetta di "Chiesa di Cristo" non all'insieme di coloro che si dichiarano credenti in Cristo ma a quel piccolo gruppo di credenti che ha compreso appieno e attua coerentemente il messaggio cristiano. Tale sottigliezza non elimina la contraddizione perché la "garanzia" di Cristo è stata data a coloro che hanno creduto in lui affinché "permangano" nella sua "verità". I capi cristiani, che si ritenevano rappresentanti di Cristo, erano sinceri credenti in Cristo e ritenevano di interpretarne e di tutelarne il messaggio proprio emanando decreti e leggi secondo la loro coscienza. Questo è il conflitto che avrebbe dovuto eliminare l'assistenza dello Spirito di Cristo!

A questo punto al filosofo non resta che il triste compito di dichiarare: non esiste un criterio di "verità-realtà" basato sulla fede teologica, e quanto viene proposto dal Cristianesimo come "verità divina" rientra in queste due categorie o classificazioni di affermazioni: o è saggezza umana o è metafisica indimostrabile. La teologia ha qui il taglio della radice da cui si è potuta sviluppare nei suoi vari sistemi come tanti rami di un albero molto fecondo. Tutto il suo dogmatismo, tutto il suo terrorismo spirituale, tutto il suo infinito disputare è senza fondamento. E il celebre criterio di fede teologica espresso da Vincenzo di Lérins nel secolo V (434 circa) sulla scia di S. Ireneo del II secolo, cioè che si deve credere ciò che è creduto da tutti, in tutti i luoghi e fin dal principio, ha perduto ogni valore perché il "principio", cioè la premessa della presunta "Parola di Dio", non è una "verità-realtà" ma una speculazione metafisica. Ora sappiamo perché la teologia si trova sempre tra i piedi il problema di "conciliare fede e ragione" e perché i teologi di fronte al superiore peso della "Parola di Dio" abbiano sempre dovuto sacrificare quello dell'Intelligenza (da loro denominata Ragione): Nicola d'Oresme (1323-1382) sviluppando le argomentazioni già avanzate da Eraclide Pontico (IV secolo a.C.) - il quale le aveva opposte alla concezione arbitraria anche se geometrica di Eudosso, di Platone e di Aristotele, poi passata sotto la denominazione "tolemaica" - e riproposte da Aristarco (III sec. a.C.) e da Ipparco (II sec. a.C.), si era convinto, prima di Nicolò Cusano, di Copernico, Bruno, Keplero e di Galileo, della rotazione della Terra sul proprio asse e attorno al Sole ma aveva dovuto rinunciare a questa sua conquista scientifica in omaggio alla "fede" sostenuta dalla Parola di Dio", sul cui valore solo la tragedia di Galileo farà riflettere.91La fede è un sistema di conoscenze germogliato e sviluppato dalla radice della "Parola di Dio", la quale poggia la sua legittimazione e giustificazione sul mobile perno della pura ragione, la quale opera col malfamato metodo metafisico capace di dimostrare tutto e il contrario di tutto. Tale problema è un falso problema perché la sua premessa è inesistente: il contenuto della fede teologica non è né più né meno che un semplice prodotto della pura ragione, che è riuscita a gabellarsi addirittura come Parola di Dio. Ma la "fede-ragione" non può più pretendere che l'intelligenza chini la fronte davanti all'assurdità del "mistero" concepito come "verità superiore alla nostra comprensione". L'Intelligenza si inchina solo davanti al "mistero" come concetto di "zona inesplorata" e quando si trova davanti a una contraddizione non ha che da spazzare via i prodotti della ragione che ne sono forniti.

Insomma a noi è accaduto quello che è successo a Keplero il quale, partito dalla premessa che i pianeti girassero attorno al sole con un'orbita circolare, fu costretto dalla congerie di osservazioni e di calcoli fatti da lui e dal suo maestro Tycho Brahe, a riconoscere che invece di una traiettoria circolare si trattava di una ellisse. Solo così i conti gli quadravano. Anche a noi che siamo andati alla ricerca di un criterio di verità-realtà basato sulla fede divina secondo la teologia è accaduto di dover riconoscere che la fede teologica non poggia su una base divina ma umana. La teologia ha fatto credere di essere passata indenne sopra i roghi e la schiavitù mentre ne ha riportato danni mortali: è proprio il caso di ripetere "incidit in foveam quam fecit" (è caduta nella fossa che aveva scavata).

Le impostazioni, gli orientamenti e le direttive teologiche assunte dagli organi della Chiesa e poi in generale da tutta la cristianità nel medioevo sono state le premesse storiche che hanno costituito lo sfondo alla "soluzione finale" della questione ebraica ideata e attuata col "grande olocausto" dei forni crematori del nazismo, figlio per altro delle ideologie metafisiche di Fitche e di Nietzsche. L'interpretazione in chiave divina della personalità di Gesù ha in sé la radice teologica da cui è scaturito il millenario antisemitismo cristiano che ha sempre visto nel popolo ebreo il popolo rinnegato e maledetto che porta le conseguenze dell'invocazione di coloro che hanno strappato a Pilato la condanna di Gesù con le celebri parole: "Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli".92 Il Concilio Vaticano II ha cercato di ripudiare l'antisemitismo scagionando gli Ebrei dal "deicidio" ma tale doverosa iniziativa non cancella due millenni di liturgia celebrata nella preghiera "per i perfidi Giudei". Noi oggi dobbiamo trarne le conclusioni e giustamente Geno Pampaloni ha scritto: "Il grande sconfitto, come mi capitò di scrivere dopo la carneficina del Libano, è l'Europa cristiana. Con amaro coraggio Giovanni Paolo Il ha detto ai vescovi riuniti a Roma: la crisi dell'Europa è la crisi del Cristianesimo".93 Ma tale crisi ha le radici molto lontane e si trovano nell'aver accettato il dogma metafisico della missione divina di Gesù come fondamento della religione cristiana, smentito dalla sperimentazione Storica.

La divinizzazione di Gesù è stata la molla segreta che ha creato la forza necessaria al cristianesimo per resistere alle persecuzioni nei primi tre secoli ma è stata anche la radice da cui è nata l'oppressione teocratica che lo ha portato alla contraddizione, una contraddizione che non consiste nella contraddizione tra i contenuti della Fede e i contenuti della Scienza ma tra i contenuti delle conseguenze teologiche e le premesse di partenza. Il cristianesimo trova la sua immortalità solo nell'Umanesimo Universale, che è la sua parte imperitura, mentre ha trovato nella sua teologia, che si è definita la "scienza delle scienze" e come tale aveva ridotto la filosofia a sua "ancella" e ha tentato di soffocare alla nascita la Scienza Moderna, l'ostacolo più insormontabile alla sua diffusione e alla sua unità.

Questa conclusione amara è senz'altro una doccia fredda per il credente e soprattutto per chi, come me, ha dedicato la propria vita al servizio dell'ideologia teologica costruita sul dogma della divinità di Gesù. Chi ha una mentalità teologica difficilmente si arrenderà a riconoscere tale triste constatazione ma cercherà con tutte le sue forze, come hanno fatto per secoli tutti gli apologisti e i teologi, per difendere il patrimonio culturale su cui ha impostata la sua vita. Chi scrive ha dovuto faticare per oltre vent'anni - anche perché ingolfato fino al collo in attività molto impegnative - per districarsi con lo studio dal groviglio di dubbi, di conflitti e di contraddizioni in cui si sentiva avviluppato, trovando la soluzione nella fragilità dei fondamenti storici e filosofici della fede teologica e soprattutto nel cozzo contro l'iceberg della falsificazione storica fornita dalla Chiesa nel Medioevo.

La fede teologica è di natura culturale, come già abbiamo analizzato parlando del valore filosofico della fede: la sua base è la testimonianza. Sant'Agostino molto acutamente ha scritto che non potrebbe credere ai Vangeli se non glieli presentasse la Chiesa con tutto il peso della sua credibilità. S. Agostino però non ha potuto tenere conto del "fattore tempo" che l'esperienza millenaria dei popoli aveva ben individuato e che era stato espresso in maniera lapidaria da Menandro Ateniese con la celebre sentenza:

 

"la verità è figlia del tempo".

Tale principio vuol dire che la testimonianza trova la sua validità nella coerenza del testimone e non è altro che il principio di contraddizione, elemento costitutivo della nostra mente. Il tempo si incarica di svelare non solo le gambe corte delle bugie e dei raggiri del truffatore ma di controllare anche la validità delle affermazioni delle persone perbene, delle tesi metafisiche e delle teorie scientifiche. Insomma S. Agostino poteva stare tranquillo sulla validità della testimonianza della Chiesa dei suoi tempi perché allora la chiesa aveva le carte in regola, perché aureolata del suo eroico prestigio conseguito con la vittoria sull'ostracismo e sulle persecuzioni, e con la coerenza dell'impostazione della sua vita e della sua attività secondo la sua fede. Ma lo sviluppo dei germi teologici contenuti in tale fede, anche per l'enorme influenza dell'agostinismo, ha invalidato la testimonianza con quanto la storia successiva della Chiesa ha dimostrato. Il valore di tale incoerenza è sfuggito alla riflessione della grande mente di Dante, che la interpretò come una semplice prevaricazione di pastori peccatori limitandosi perciò a sferrare i suoi virulenti attacchi con le sue celebri invettive contro la "genia dei novelli farisei". L'incoerenza consiste in questo che la Chiesa, assumendo gli stessi metodi dei suoi iniziali persecutori, si è screditata calpestando quei valori umanistici che avevano fatto il suo successo e la sua vittoria e avevano costituito la sua carta di credibilità: la libertà di coscienza contro la violenza ideologica del potere, il valore supremo dell'individuo, la tolleranza e la bontà perfino verso i suoi nemici. Tale contraddizione demolisce non solo la sua credibilità ma anche quella dei Vangeli e in generale di tutto il Nuovo Testamento relativamente al contenuto teologico che si sintetizza nella interpretazione del personaggio Gesù. La testimonianza eroica del periodo delle origini dai teologi e dagli apologeti è stata spiegata metafisicamente con la "presenza" di una forza divina trascendente; ma come dovrà essere spiegato il comportamento della Chiesa nei secoli della sua egemonia nei quali è stata come invasata dalla smania della repressione e della persecuzione ideologica con scomuniche, imprigionamenti, torture, confische, roghi, crociate contro eretici e peccatori e decreti schiavistici? L'intolleranza e la prepotenza fu attenuata soltanto per la ribellione dei "laici" ed è durata, attraverso l'ottusità del Sillabo di Pio IX e del Concilio Vaticano I e dell'insensata difesa del potere temporale, fino alla capitolazione del Concilio Vaticano II con la dichiarazione sulla libertà religiosa. La risposta la può dare ogni persona intelligente: la contraddizione dimostra che la Chiesa non è attendibile quando ci presenta i Vangeli come documenti storici a cui si potrebbe e si dovrebbe prestare fede prendendoli come oro colato, perché la forza trascendente che l'avrebbe sostenuta nelle sue origini l'avrebbe anche sostenuta nei secoli successivi perché non calpestasse i valori che l'hanno fatta trionfare.

La spiegazione del comportamento eroico delle origini va cercata diversamente. Intanto dobbiamo riconoscere, purtroppo, che la contraddizione demolisce l'interpretazione metafisica della cristologia iniziata da S. Paolo e da S. Giovanni e dopo varie vicende definita dal Concilio di Nicea nel trionfalistico spirito costantiniano. Di fronte a tale paurosa conclusione gli storici cattolici e i teologi cercano di fare uno sgambetto alla logica ricorrendo alla via tortuosa della distinzione tra chiesa e direzione della chiesa: lo Spirito Santo che opera liberamente, trovando resistenze nei capi della chiesa, agisce alla periferia dove non trova resistenza nelle anime dei semplici e dei santi, che testimoniando privatamente i valori evangelici concorrono a rimettere sulla diritta via i capi deviati. Esponenti di tale tesi sono lo storico Daniel Rops e il teologo Hans Kùng.95. Ma tale tesi filosoficamente non ha consistenza perché le fonti teologiche ci offrono una indiscutibile gerarchicita della chiesa ed è alla gerarchia che attribuiscono i privilegi, i diritti e le garanzie di rappresentanza di Cristo col piantare e con lo sradicare, con lo sciogliere e col legare, col salvare e col dannare. E proprio in nome di tale principio i pontefici e i concili hanno emesso i decreti di assoluzione e di condanna sia nel campo della coscienza individuale che nel campo delle leggi morali e sociali. La contraddizione colpisce il cuore e la testa dell'organismo teocratico, cioè la Chiesa che si è definita "docente".

Come conclusione, non possiamo dire che un "no" tondo tondo alla cosiddetta Parola di Dio, non in quanto effettiva parola di Dio (magari lo fosse stata?) ma in quanto "supposta" Parola dì Dio con la quale alcuni grandi illusi hanno identificato le proprie aspirazioni e le proprie saggezze con la "vocazione" (come "scelta" o "chiamata") a rappresentarlo. Nessuno può provare che Dio abbia concesso la sua rappresentanza a qualcuno tra gli uomini o che abbia ispirato qualcuno a parlare a nome suo. Lo attestano in modo lampante i frutti tossici inumani di organismi che si sono arrogati tale rappresentanza, basandola sulla delega di personaggi presunti inviati di Dio: tali frutti, si badi bene, non devono essere valutati come aberrazioni personali, quali possono essere, per esempio, la simonia e la scostumatezza. La teologia della Chiesa dei secoli passati e l'ideologia nazista e marxista-leninista del secolo attuale vanno tutte e tre rifiutate in nome dell'umanesimo ma l'ideologia teologica va rifiutata anche per una ragione in più ed è la falsificazione - subita negli avvenimenti storici - della solenne "garanzia" contenuta nelle impegnative parole di investitura con cui Gesù avrebbe dato il mandato ai suoi rappresentanti perché non deviassero dal "messaggio" di bontà loro consegnato. Perciò il riconoscimento fatto da Giovanni Paolo II dei molti errori compiuti dai "cristiani", in occasione dell'incontro ecumenico con i rappresentanti delle altre confessioni cristiane nel suo viaggio a Vienna nel settembre 1983, è lodevole dal punto di vista morale ed ecumenico ma non ha nessun valore "filosofico-critico" perché si limita ad attribuirle ai limiti e alle debolezze umane senza tenere conto di quella solenne e mancata garanzia. Ecco le sue parole:

 

"Tutti noi guardiamo indietro con profonda emozione il corso dei secoli, quando la vita della Chiesa, la vita culturale e sociale era caratterizzata da discordie religiose e addirittura da intolleranza, oppressione e persecuzione. Noi come cristiani siamo particolarmente coscienti dei limiti e delle debolezze dell'uomo, siamo consapevoli della possibilità del fallimento dinnanzi alla grande e chiara esigenza del Vangelo. Le colpe di cui i cristiani si sono macchiati realmente, non devono essere negate. Esse attendono sempre nuova confessione e perdono. Con ciò non giudichiamo un passato di cui noi stessi siamo eredi e che può essere compreso soltanto nelle sue particolari circostanze storiche. La nostra Chiesa unisce al doloroso ricordo e alla richiesta di perdono secondo il Concilio Vaticano Il la sincera volontà di superare le conseguenze disastrose del passato. Con la Dichiarazione della libertà di religione e il Decreto sull'ecumenismo ci è indicata la via verso il futuro che indica nuovi orizzonti per una crescente unità e comunione dei cristiani. Il nostro incontro avviene in un momento in cui i cristiani evangelici ricordano in diverse maniere il 500° anniversario della nascita di Martin Lutero e di Huldrych Zwigli. Queste date fanno parte della nostra storia comune. Siamo eredi degli avvenimenti ricchi di significato storico della Riforma, le cui conseguenze dobbiamo affrontare ancora oggi. Dopo secoli di scontri polemici o di fredda vicinanza ci siamo "riscoperti" nel vero senso della parola, nel comune fondamento della fede dell'unico Signore e Salvatore Gesù Cristo ma anche nella ricerca di una comprensione più profonda e generale del Messaggio"96.

È vero che il deragliamento della Chiesa "può essere compreso soltanto nelle sue particolari circostanze storiche", cioè è frutto dei tempi, ma questa giustificazione vale per un organismo puramente umano non per un organismo che asserisce di avere una "guida divina" perché fondata e sostenuta dallo Spirito del "fondatore divino" dal quale avrebbe ricevuto il "potere di legare le intelligenze". Comprendiamo il rincrescimento del credente il quale si appiglia a ogni filo pur di salvare la fede su cui ha impostata la sua vita, ma purtroppo non ha scampo. L'ultimo filo a cui ricorre è costituito dalla valutazione tutta antropomorfica della funzione che avrebbe la "garanzia divina" contenuta nella cosiddetta "Parola di Dio": tale garanzia non funzionerebbe come un "meccanismo automatico" ma è condizionata al comportamento del gruppo umano che in questo caso è la "sua Chiesa". Ma il compatimento è l'unica reazione di chi non se la sente di autocastrarsi l'intelligenza: una "garanzia" a tale condizione è "garanzia"? Nei sacramenti la "Parola di Dio" agirebbe automaticamente e nella Chiesa che la teologia definisce "sacramento di salvezza" si lascerebbe sconfiggere dalla miseria umana? Mi pare che oltre alla "garanzia" qui non funzioni neanche l'intelligenza.

Non occorre essere degli specialisti né di storia né di esegesi biblica né di metafisica né di teologia per comprendere queste cose: occorre solo un po' di onestà intellettuale e di coraggio morale. Ho sottoposto queste mie conclusioni nella fase elaborativa ai colleghi della mia comunità per fare emergere risposte valide e mi sono sentito opporre solo questa ironia: "combatti contro i mulini a vento!". Mi è venuta in mente l'uscita di Leone X quando fu informato delle tesi di Lutero contro le indulgenze: "Beghe da frati!". A me sembra che nessun tappeto donabbondiano riuscirà a soffocare la voce falsificatoria che erompe sonora dai fatti. Mi sembra di avere scoperto proprio quel fatto che Zichichi ritiene che da Galileo in qua non è stato ancora scoperto e che metta in contraddizione la "visione illuminata" professata dallo stesso Galileo, secondo la quale "la Scienza è nell'immanente ciò che la Fede è nel trascendente".

"Galilei - egli scrive - diceva: la Bibbia è la parola di Dio scritta in modo semplice affinché tutti possano comprenderla. La Natura è la parola di Dio espressa in caratteri rigorosi matematici. Da allora nulla è stato scoperto che possa essere in contraddizione con questa illuminata visione di Galilei".97

Il fatto da noi messo abbastanza in evidenza - il deragliamento della Chiesa dal programma iniziale - implica che la "visione illuminata" secondo la quale la Fede proposta dalla Chiesa avrebbe come campo di sua competenza il trascendente, è un'illusione. Qui siamo d'accordo con Freud, limitando però l'illusione alla sola teologia, che definiamo parto del metodo metafisico, cioè della Ragione Pura, la quale, essendo "immaginazione + logica", ha creato tutti quei sistemi religiosi fondati sulla illuminazione o ispirazione divina. La sperimentazione storica si è incaricata, col metodo scientifico, di smascherare tale illusione. Il Vangelo, come in generale la Bibbia, contiene due elementi ben intrecciati ma anche ben distinti: uno teologico e l'altro umanistico. Quello teologico doveva essere il sostegno di quello umanistico ma purtroppo nel suo sviluppo storico l'ha calpestato, dimostrando che lo "Spirito di Gesù", garantito ai suoi discepoli e "rappresentanti", è inattivo cioè inesistente, e che chi ha scritto quella "garanzia" è stato ispirato non dalla "parola di Dio" ma dal suo misticismo, una delle tante sorgenti di deliri. Qui sta la causa del fallimento della rivoluzione cristiana.

I crimini commessi contro l'umanesimo dalle dittature sorte in regioni cristiane, che vanno sotto il nome di fascismo, nazismo, leninismo o altro, non tolgono credibilità alla Chiesa o alle Chiese, anche se hanno avuto la complicità di credenti, di cristiani o di cattolici perché venivano compiuti in nome di una "struttura" che era fuori o contraria alla "struttura ecclesiale". Non si può dire purtroppo lo stesso dei crimini contro l'umanesimo che sono stati oggetto della nostra analisi, perché essi sono stati compiuti proprio dalla "struttura ecclesiale". Perciò la vera causa dell'anticlericalismo, del laicismo e dell'ateismo dei tempi moderni è questo grosso macigno che sta lì nel mezzo della storia culturale dell'umanità e chiunque ne viene a conoscenza non può non inorridire per la oscena contraddizione tra la bontà dell'umanesimo cristiano di partenza e il terrore del cristianesimo teologico in arrivo al tempo della sua massima egemonia.

Ogni persona intelligente può controllare la giustezza del giudizio negativo espresso da noi. Daniel Rops, invece, si astiene dal pronunciarlo, di fronte alla strana alleanza stabilita tra la "Parola dell'Amore" e la "violenza militare" con la conversione di Clodoveo nel 499. S. Avito, vescovo di Vienne, in Gallia, scrisse al re dei Franchi quando ricevette il battesimo con tutti i suoi guerrieri: "La tua fede è la nostra vittoria". Rifacendosi a queste parole e a tutta la politica militare di Clodoveo in Gallia, in Spagna, in Italia e in Germania contro i suoi colleghi "ariani", Rops scrive:

"Questa politica sarà molto importante per i destini del Cristianesimo; la frase profetica di S. Avito conserverà per secoli la sua pienezza di significato. Le armi franche saranno, nelle loro vittorie, fino a Carlo Magno, messaggere della verità cattolica. Qualunque sia il giudizio che si possa dare su questa associazione della Parola dell'Amore e della violenza militare, è evidente che in questi tempi barbari solo questa alleanza poteva costituire il fondamento del nuovo ordine".98

Anche qui Daniel Rops resta sul piano del realismo storico, ma chi vuol fare della filosofia della storia col setaccio critico non può non restare sorpreso che chi ha condannato la violenza in modo cosi paradossale e categorico possa avere "guidato" la sua Chiesa a mettersi a cavallo su di essa per propagare il Vangelo, per sconfiggere l'Arianesimo dei Goti, dei Visigoti, dei Burgundi, degli Svevi e degli Ostrogoti, continuando sulla linea della forza instaurata da Costantino e dai suoi successori per liquidare le religioni ellenistiche. Certo nessuno può riconoscere l'Umanesimo Evangelico in questo Cristianesimo Teologico che con in mano la "Città di Dio" di S. Agostino crea il cesaropapismo bizantino e romano risuscitando le teocrazie sanguinarie dei secoli passati. Questa "strana evoluzione" per cui gli "agnelli" di Gesù sono diventati "lupi" s'è potuta compiere solo attraverso il gioco alchemico della ragione metafisica, nel quale certamente Gesù non deve avere avuto nessuna parte, perché avrebbe smentito grossolanamente se stesso.

 

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55-Cfr. C.L. Schmidt "La cornice della Storia dl Gesù" 1919; M. Dibelius "La storia delle forme nel vangelo" 1919; R. Bultmann "La Storia della tradizioné sinottica" 1921,"Jesus" 1926, "Nuovo Testamento e mitologia" 1941; E. Kasemann "Il problema di Gesù storico" 1954; G. Bornkamm "Gesù di Nazareth" 1956; W. Schmitals "Gesù nell'annuncio della Chiesa" 1972; J. Jeremias "Il problema del Gesù storico" 1960;H. Braun "Jesus" 1969; H. Schurmann "La tradizione dei detti di Gesù" 1960; 1.M. Robinson "Rerignia e Gesù storico" 1977 ecc.

56-Atti 7, 57

57-Giov. 8, 1-11

58-Matteo 16, 1

59-Luca 22, 2~ e Giovanni 13

60-Shakespeare - "Giardino d'inverno" - Atto I, sc~ 3

61-Cfr. M. Pera - "Dai filosori re ai filosofi guerrieri" - Corriere della Sera 16/4/1985)

62-Proverbi 25, 21-22

63-'voltaire Dizionario Filosofico l.c. pag. 623

64-Cfr. Corriere della Sera 14/4/1985

65-L.Accattoli - "Il Papa agli Africani: perdono per la tratta degli schiavi" Corriere della Sera 14/5/1985

66-Dante - Paradiso XIV, 111

67-.V. Alliata - Harem - Ed. Garzanti 1980 pag. 341

70-Luca, 22,31

71-Luca 12, 49

73-Cfr. "Così semplicemente" sul "Tempo" del 15/4/1984

74-D.Rops l.c. vol.. Il pag. 536

75-Ibidem pag. 536-537

76-Ibidem pag. 535

77-"Il Tempo" del 10/5/83

78-Conc. Vat. Il - Dei Verbum n. 12

79-I. Montanelii - "L'Itaiia dei Secoli Bui" - CDE 1984 - pagg. 453 e 489

80-Attii 26,4

81-Giovanni 15, 26

82-Cfr. "Il Tempo" del 28/2/83

83-Ctr. "li Tempo" del 12/10/80

84-Cfr. Selezione Agosto 1985 art. "Poeta della tecnologia"

85-Kùng - "vita Eterna?" - ed. CDL. 1983 pag. 173-4

86-v.Rotondi - "Così semplicemente" - "Il Tempo" del 19/8/8

87-H. Kùng 1.c. pag. 32-33

88-H.Kùng - "Infallibile" - Ed. Queriniana 1970 pag. 271

89-'Cfr. A. R. -Verità - Ed. Armando 1980 - pag. 108

90- Lutero - "La Libertà del Cristiano" - Ed. Doxa - Milano pag. 51

91-Cfr. M. A. HaU - "Storia della Scienza" - Ed. CDE 1984 pag. 94

92- Matteo 27, 25

93-G. Pampaloni - art. "Se queso è l'uomo" - "Il Tempo" del 10-10-82

94-Cfr. Rops. 1c. Vol.VII pag. 535

95-Cfr. H.Kung "Infallibile?" pag. 271

96-'Cfr. "Famiglia Cristiana" del 25/5/83

97-A.Zlchichj - Pagina della Cultura Moderna n. 262 sul "Tempo" del 26/1/85

98- D.Rops,l..c. - lI - pag. 196

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