UNO SCOSSONE DAL SONNO DOMMATICO

 

Il filosofo che scorge e comprende un problema,
scuote la nostra pigrizia e il nostro compiacimento.
Egli fa per noi ciò che Hume fece per Kant:
ci risveglia dal nostro "sonno dogmatico"
e apre davanti a noi un nuovo orizzonte"
K. Popper "Congetture e Confutazioni"
"Quando si ricerca la verità
può darsi che il criterio migliore
sia quello di cominciare a criticare le credenze più care.
Questo potrà sembrare a qualcuno un concetto errato.
Ma non apparirà tale a coloro che vogliono trovare la verità e non la temono"

 

K.Popper "  Congetture e confutazioni".

 

 

Nel capitolo "Le Trappole della Ragione" parlando della fede come eventuale criterio della "verità-realtà", abbiamo lasciato la porta aperta per la "fede teologica" qualora fosse fondata sulla "Parola di Dio", la quale sarebbe garante di "verità-realtà" invisibili e future relative in particolare al mistero del mondo e della vita dell'uomo.

Dal punto di vista logico questo è il momento di esaminare l'esistenza di tale "criterio di verità" avendo nel "setaccio critico" della Lanterna di Diogene lo strumento idoneo per una tale ricerca.

La filosofia è prima di tutto ricerca amorosa della verità, di ogni verità, e saremmo ben fortunati di arricchire la nostra "Lanterna di Diogene" di un criterio di tanto valore quale quello costituito dalla "Parola di Dio", cioè della parola di quella Realtà Eterna la cui esistenza noi abbiamo ammessa come assioma del nostro "credo epistemologico" ma della cui natura, al punto della nostra ricerca, non possiamo affermare ancora nulla.

In questa parte ci proponiamo di fare una breve filosofia di quel tipo di teologia che fonda la conoscenza della sua verità e della sua morale sull'autorità della "Parola di Dio", cioè un esame critico del criterio di "verità-realtà" imperniato sulla "fede divina", fondamento della teologia delle Religioni Rivelate. Vogliamo conoscere insomma se di fatto esiste un criterio di verità secondo il quale a occhi chiusi possiamo accettare la "verità-conoscenza" comunicataci da Dio stesso sulla "verità-realtà". Se avessimo la fortuna di conoscere un criterio del genere avremmo veramente un "pertugio" aperto sul "regno della metafisica", dove purtroppo con i soli suoi mezzi la mente umana non ha fatto che accatastare un "cumulo di deliri".

Teniamo a precisare che qui ci occupiamo puramente della "teologia" e non della "religione" e tanto meno della "religiosità". Perché mentre per la religiosità e la religione l'uomo si sente parte di un Tutto misterioso di fronte al quale si deve porre in atteggiamento timoroso e amoroso, per la teologia invece l'uomo conoscerebbe la natura di tale Tutto, che avrebbe manifestato la sua volontà incaricando qualcuno di interpretarla con leggi, statuti e indicazioni accompagnati dalla sua ispirazione.

Con tale distinzione intendiamo prendere opportuna distanza da Freud il quale nel suo "L'avvenire di una illusione" del 1927 non ha fatto la debita distinzione tra sistemi religiosi, religione e religiosità, e accomuna la radice insopprimibile con le concezioni concrete in cui lungo la storia si è espressa secondo lo stadio evolutivo della conoscenza. L'eventuale illusione di cui parla Freud noi la limitiamo alla teologia, che è una parte della "Ragione pura", in quanto, essendo "immaginazione + logica", ha creato tutti quei sistemi religiosi che partono dalla premessa di una "illuminazione" o "ispirazione" divina più o meno intuita o dimostrata.

È nota a tutti la miserevole situazione teologica della storia umana attuale e antica. La teologia è una delle cause prime di tutti i guai umani. Che sia veramente così è stato detto in modo inatteso dal Patriarca della Chiesa ortodossa, Dimitrios I, in occasione della visita di papa Giovanni Paolo Il a Costantinopoli il 30 novembre 1979. Ecco il brano del suo discorso che ci interessa:

 

"Diversi ostacoli si elevano di fronte a noi. Anzitutto abbiamo seri problemi teologici che concernono capitoli essenziali della fede cristiana. Ma nello stesso tempo ci sono ostacoli che provengono dalla sfiducia, dalla irresponsabilità, dal timore, da fattori non teologici circa le differenze cristiane, dall'intolleranza e dal fanatismo che oppone i cristiani fra loro e le religioni le une contro le altre: in una parola tutti gli ostacoli che sono le armi di Lucifero. È da Lucifero che provengono tutte le eresie e le divisioni e ogni opposizione dell'uomo a Dio e dell'uomo contro l'uomo. Noi ci troviamo - ci riferisce il cronista, il quale ha capito in queste parole un riferimento a Komeini - dinanzi a una esaltazione della tentazione e dell'attività del maligno nel mondo, in tutti i settori, religiosi, sociali, culturali, politici, a tal punto che vediamo di fronte a noi una sola vittima, l'uomo, immagine di Dio. Noi ci troviamo di fronte a un fenomeno, a un segno dei tempi, che può essere qualificato come un ritorno a un'epoca di fanatismo religioso, di guerre di religione, di autodistruzioni degli uomini e della loro fede, e sempre nel nome di Dio".1

Questo brano contiene una sola verità certa, che il "laboratorio della storia" ha controllato in maniera inoppugnabile, ed è che in nome di Dio si è oppresso l'uomo.

Il Vangelo di Giovanni mette in bocca a Gesù quanto i cristiani nel primo secolo già avevano esperimentato sulla propria pelle: "Verrà il momento in cui chiunque vi ucciderà penserà di rendere onore a Dio."2

Abbiamo potuto stabilire che le teorie metafisiche sono controllabili, tra l'altro, confrontandole col valore supremo che è la vita dell'uomo: quando un'idea, un sistema metafisico, una fede teologica o politica ecc. va contro l'uomo è da ritenersi falsa. Questa è la pietra di paragone o il criterio epistemologico che ci permette di controllare abbastanza facilmente ogni ideologia; viceversa possono ammettersi - senza per questo poterle qualificare come vere - ideologie metafisiche, teologiche e politiche ecc. se contengono elementi indubbi a favore della vita umana.

Il cristianesimo evangelico ha avuto così rapido sviluppo e mantiene così salde radici, in profondità e in estensione - nonostante le confusioni e gli equivoci e gli interessi costituiti che se ne sentivano minacciati - solo per una ragione: perché si è identificato con i più sacrosanti valori, diritti e aspirazioni umane. Gesù è stato presentato all'umanità oppressa e sofferente come colui che porta una giusta parola di liberazione e di conforto: questa è stata la forza che ha dato al cristianesimo evangelico la vittoria dopo circa 300 anni di proscrizioni.

Marx e Nietzsche si sono coperti di ridicolo accusando il Cristianesimo come il "nemico dell'umanità".

Difatti l'uno lo ha descritto come l'"oppio del popolo" perché con la sua fede nella vita eterna lo avrebbe addormentato nella rassegnazione all'oppressione e all'ingiustizia; l'altro al contrario lo ha accusato di essere "il veleno dei popoli" con la sua dottrina della "uguaglianza dei diritti per tutti" e con l'"adulazione della vanità personale" "della immortalità" attirando a sé tutti i falliti, tutti coloro che covano rivolta, tutti coloro che se la sono cavata male, l'intera feccia e la schiuma dell'umanità.3

Solo usando il metodo metafisico che permette di dimostrare tutte le tesi hanno potuto pronunciare giudizi così opposti.

Anche oggi, di fronte alle aberrazioni ideologiche e politiche che hanno condotto l'umanità a catastrofi immani, l'unica salvezza viene riconosciuta ancora al messaggio evangelico riproclamato coraggiosamente dai pontefici che hanno preso a risventolare l'autentica bandiera di tale messaggio: l'uomo come valore supremo.

E questo costituisce il fatto più notevole di tutta la storia moderna da un secolo a questa parte. Il cattolicesimo e in genere il cristianesimo storico post-costantiniano, che per oltre un millennio aveva smarrite le sue radici più autentiche, si è liberato della sua natura settaria e sta riacquistando il volto originario di una religione universale.

E più lo diverrà se saprà liberarsi da certe posizioni teologiche che l'avevano incastrato in un vicolo cieco, da cui è tornato indietro non tanto per forza interna quanto per la forza esterna costituita dalle spinte provenienti dagli sviluppi storici del "libero pensiero", cioè dalla "ribellione dell'intelligenza" come la chiama Daniel Rops.4

 

Tali spinte sono in parte positive e sono raggruppate attorno all'Umanesimo, al Rinascimento, al Protestantesimo, al Movimento Scientifico, al Razionalismo, all'Illuminismo, al Liberalismo, al Positivismo e al Marxismo, e in parte negative e sono costituite dalle oppressioni e dalle distruzioni prodotte da ideologie oppressive e totalitarie.

 

La condanna dello stalinismo e del nazismo pronunciata da Pio XI in anticipo (1937) sulla condanna dialettica della storia è prova sicura di questo aggiustamento del cristianesimo storico sul cristianesimo evangelico già iniziato con le encicliche sociali di Leone XIII, di Pio XI, e proseguita con Pio XII, Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo II. Qui si può parlare davvero di "conversione del papa" per usare il curioso titolo di un romanzo di Giovanni Gigliozzi5.

Chi si accontentasse di questa verità pragmatica, cioè del fatto storico che il Cristianesimo attuale si è allineato alle ispirazioni del cristianesimo originario per cui non ha nessuna difficoltà a considerare la Chiesa "madre e maestra", può fermarsi qui nella lettura di questo libro.

Ma chi desidera sapere perché la Chiesa nei secoli passati abbia stravolto il messaggio evangelico fino a bruciare l'uomo in nome di Dio, e se tale fenomeno storico contenga delle implicazioni di natura scientifica e filosofica che costringano a chiedere che con la Chiesa cristiana tutte le altre religioni del mondo abbiano a modificare profondamente se stesse per contribuire a creare un Umanesimo Universale sul cui modello trasformare il mondo, è pregato di seguirci nella nostra indagine.

Alla fine si convincerà che sarà necessario trovare il coraggio di rompere quel laccio che si annida nelle concezioni teologiche e che ha incatenato e incatena le coscienze e tiene divisa l'umanità in blocchi contrapposti.

Per questo occorre tenere sempre presente che il metro con cui noi condurremo la nostra analisi e giudicheremo gli avvenimenti storici non è "la mentalità del senno di poi" ma lo "spirito del Vangelo", ampiamente promesso e garantito da Gesù alla sua Chiesa, cioè a quell'accolta di persone che avrebbero creduto e operato nel suo nome. Cioè noi metteremo a confronto tale "codice di saggezza", "tale promessa e garanzia" e il comportamento di tale "accolta di persone" lungo la storia e ne trarremo le conseguenze logiche e necessarie, che costituiranno una "verità negativa assoluta".

La premessa da cui noi partiamo è che la "dottrina cristiana", sviluppata dalle sorgenti evangeliche, contiene due elementi ben distinti: il primo è costituito dalla "verità-saggezza" che si identifica nell'umanesimo incentrato sulla valorizzazione della vita umana dell'uomo concreto, come valore supremo di tutte le cose; l'altro è costituito dalla "verità-teologica" che si identifica in una particolare concezione della natura dell'uomo, delle sue origini e del suo destino, connessa con la concezione della natura di Dio e nella personalità di Gesù.

 

Tutti possono controllare che nella storia del Cristianesimo la "verità-saggezza", che abbiamo definita un comportamento adeguato alla "verità-realtà", ha manifestazioni autentiche e assurge anche alle vette più sublimi quando tiene fisso lo sguardo sul primo elemento, mentre si obnubila fino a snaturarsi e distruggersi quando si fa prevalere il secondo elemento fino a calpestare il primo. Difatti non c'è nessuna "verità-realtà" più concreta della vita umana, dell'individuo, e chi calpesta questa "verità-valore" si mette fuori dell'umanità. Ora il paradosso che dobbiamo sciogliere è proprio questo: che, mentre la "verità-teologica" resta nello sfondo a rafforzare la saggezza cristiana, diventa anche la sorgente di una follia che la uccide. Vediamo di scioglierlo.

Le posizioni teologiche sono le vere responsabili di quel periodo tragico nel quale il cristianesimo da oppresso è diventato oppressore. Questo fatto non può non avere per la filosofia critica un valore epistemologico che conduce a un giudizio negativo su tutto il "contenuto teologico dogmatico" del cristianesimo. Quanto segue non deve suonare come una irriverenza nei riguardi della fede e della coscienza in una parte tanto cospicua dell'umanità ma semplicemente una oggettiva e coraggiosa considerazione retrospettiva sulla validità della metafisica teologica.

Dunque la teologia ha ritenuto e ritiene come "rivelato" il suo contenuto di "verità-conoscitiva" sull'origine del mondo e dell'umanità, sulla natura e sul destino dell'uomo, su norme morali inderogabili, perché tutto avallato da Gesù figlio di Dio. É la fede teologica che accetta perciò logicamente come "Parola di Dio" il Vangelo e in generale tutta la Bibbia del Vecchio e del Nuovo Testamento. Ci fu un periodo in cui questa "parola scritta" era indiscutibile e metterla solo in dubbio era ritenuto peccato contro la fede e se espressa in qualche modo peccato di eresia. In nome di tale assolutezza si sono combattuti tutti i dissensi, tutte le eresie e si sono bruciati gli eretici come infami, si sono bandite e combattute crociate e fatte guerre "sante" di religione. Tutto questo è potuto accadere perché uno dei postulati della ideologia teologica è che la "fede", cioè l'accettazione del corpo di verità dogmatiche derivate dalla "parola di Dio", sia frutto più di "buona volontà" e di "grazia di Dio" che di conoscenza critica della verità. Lo stesso fenomeno si è ripetuto nella maniera di fare politica in Russia e per imitazione in tutti i paesi che ne hanno seguito l'esempio. Roy Medvedev, dissidente sovietico, così ebbe a esprimersi in una intervista col giornalista del "Corriere della Sera" Vittorio Zuccari.

 

"Perché la vostra grande potentissima Chiesa cattolica aveva tanto paura degli eretici, dei devianti, fino a bruciarli vivi? Il governo dell'Unione Sovietica ripete dalla mattina alla sera, in ogni modo e in ogni forma, che il popolo dell'URSS è unito e compatto, politicamente e moralmente, che non esistono gli avversari, gli oppositori del socialismo, neppure in quella forma... di socialismo che esiste qui. Accettare la presenza anche di un pugno di dissidenti, lasciarli parlare, vorrebbe riconoscere che l'unità non è perfetta, che la leggenda della compattezza fra popolo e partito è falsa e che tutte le altre leggende derivate sono altrettanto false... Dapprima le autorità negano che il dissenso esista, trasecolano se glielo chiedi. Poi tentano di raffigurare ogni dissidente come un criminale che è lasciato libero solo grazie alla clemenza del governo. Finalmente, se non si ravvede lo arrestano, lo deportano, lo espellono. Ma l'importante è discriminarlo come un criminale".6

 

Nella storia del Cristianesimo c'è stato il caso Galileo, sintesi delle centinaia di casi di dissidenti durante i secoli del "totalitarismo teologico".

Tale fatto, insieme a tutti gli altri, per la filosofia critica non può non avere un valore incalcolabile: forma il culmine di un crinale nella storia umana che discrimina inesorabilmente verità e falsità.

I teologi si sono affaticati a contenere il fatto nell'ambito della sola "infallibilità" didattica del papa, distraendo lo sguardo dal panorama generale di tutta una impostazione teologica che ha trasformato il cristianesimo da perseguitato in persecutore. Galileo col suo processo ha avuto il merito - oltre a quelli scientifici - di fare aprire gli occhi ai teologi sul modo di leggere la Bibbia:

"altro è ciò che dice la Bibbia - egli diceva - altro è ciò che hanno visto i nostri occhi; si glossi pure la Bibbia finché si vuole ma i dati dell'esperienza sono intangibili7.

E i teologi con riluttanza hanno dovuto riconoscere che la Bibbia in certe espressioni va intesa secondo il linguaggio popolare, senza nessuna pretesa scientifica. Cioè la Bibbia parla secondo il punto di vista umano e non divino nelle cose della realtà dei fenomeni.

Tuttavia la teologia ha continuato a ritenere la "Scrittura" o Bibbia come "parola di Dio" indiscutibile per il resto del contenuto relativo ai fatti della vita e della storia dell'uomo. Anzi, su alcune espressioni del Nuovo Testamento, specialmente delle Lettere di S. Paolo, è stata sempre affermata la dottrina ormai millenaria, instaurata dagli Apostoli, che qualifica la Chiesa "colonna e fondamento"8 della verità. Su tale sostegno incrollabile è stato elaborato il concetto e l'istituto dell'infallibilità del Magistero della Chiesa, costituito dai Vescovi uniti col Vescovo di Roma come successori degli Apostoli, ed espresso nelle solenni riunioni dei concili ecumenici e, soprattutto, dall'insegnamento categorico della Sede Apostolica. Tale concezione deriva soprattutto da alcune espressioni messe in bocca a Gesù che, per lo meno, indicano la fede incrollabile della primitiva comunità cristiana in una sua "presenza" continua e costante che accompagnerà l'attività dei discepoli. Bastano solo alcune citazioni:

 

"Ecco io sarò con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo".9

"Chi accoglie voi accoglie me e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato10

"Quando poi verrà lui, lo Spirito di verità, vi guiderà per tutta intera la verità11

"Le forze della morte non prevarranno".12

"Non preoccupatevi di quello che dovrete dire per difendervi. Sarò io a suggerirvi le parole giuste, e vi darò una sapienza tale che tutti i vostri avversari non potranno resistere e tantomeno combattere13

 

Il filosofo critico lascia a quello analitico - cioè agli specialisti delle varie discipline - le grandi questioni relative all'origine, all'autenticità, al valore testimoniale o storico di documenti tanto importanti quali sono i Vangeli e gli altri testi neotestamentari.

Di fronte alla "fede teologica" che ha prodotto tali documenti, a noi non resta che da impostare il nostro discorso critico filosofico su due principi, che sembrano opposti, ma che si illuminano tra di loro. Il primo ce lo fornisce Renato Orefice, avvocato in un processo celebrato dopo che troppo tempo era trascorso dai fatti: "il passare del tempo rende impossibile ogni accertamento della verità";14 altro ce lo fornisce Menandro Ateniese, con la celebre sentenza: "La verità è figlia del tempo".

Il primo è valido per la ricostruzione della genesi dei fatti storici; il secondo è valido per la ricerca scientifica e per il controllo delle affermazioni, ipotesi, tesi e teorie di ogni tipo. Nell'argomentazione che ci interessa, si può partire dalla premessa di accettare come valida l'affermazione che la "Scrittura" è "Parola di Dio" nata da una precedente "Parola di Dio" non scritta ma sperimentata, che ha prodotto la fede genuina e incrollabile della prima generazione cristiana e delle generazioni successive.

Il filosofo critico si deve preoccupare di una cosa sola: se le affermazioni che abbiamo sopra riferite non hanno trovato smentita nella storia successiva, essendo la storia "il laboratorio di controllo" delle affermazioni metafisiche. Di fronte a tali affermazioni la formulazione filosofica è questa: se nella Chiesa è "presente" Gesù, con lo Spirito Santo, che la guida e l'assiste costantemente, deve essere garantita alla Chiesa l'indefettibilità, intesa non solo come indistruttibilità, ma anche come "fedeltà al contenuto e al metodo della fede" del messaggio evangelico.Comunemente dai teologi viene distinta l'infallibilità dall’indefittibilità: riservano il termine di indefettibilità alla esistenza della Chiesa, che non sarà sopraffatta dalle forze che la combattono, e quello di infallibilità alla fedeltà nell'insegnare la dottrina di Gesù. L'indefettibilità come la intendono i teologi ha un valore filosofico quasi nullo, perché in tale senso sono indefettibili anche l'ebraismo, il buddismo, l'induismo, il maomettanesimo, benché a vantaggio del Cristianesimo primitivo ci sia la situazione delle persecuzioni ebraiche e romane brillantemente superate.

Tuttavia è una situazione facilmente attribuibile a elementi storici, sociologici e psicologici. Valore decisivo invece sta nell'indefettibilità nel senso come la intendiamo noi, cioè nella "fedeltà al messaggio fondamentale" del cristianesimo che, incontestabilmente, consiste nell'amore, nella fratellanza, nella tolleranza, nella pietà,nel perdono, nella rinuncia alla cupidigia, e nella liberazione dell'uomo da ogni sfruttamento, oppressione, schiavitù, nella prospettiva di una vita eterna in nome del Dio biblico il quale per realizzare tutto questo si è manifestato in Gesù. Se Gesù aveva tanto a cuore l'avvenire della sua Chiesa, pensiamo che abbia voluto garantirla con la sua guida invisibile non solo per quanto la Chiesa avrebbe "insegnato", ma anche per quanto avrebbe "deciso" impegnando il suo ruolo di "guida". Nessuno, amante della verità, può intendere diversamente le "parole di Gesù" del Vangelo di S. Giovanni: "Quando verrà lo Spirito di Verità vi guiderà per tutta intera la verità", escludendo dal loro "contenuto" le "direttive pastorali" e le "decisioni apostoliche" che impegnano la vita e la coscienza degli uomini alla cui "guida" sarebbe stata da lui costituita. Il ruolo o compito di guida comporta certamente quello di "insegnare", secondo quanto dice il Vangelo di Matteo: "Andate e insegnate a tutte le genti"15; ma anche quello di "decidere", secondo quanto dice il Vangelo di Luca: "chi ascolta voi ascolta me".16Queste parole di Gesù certamente non vengono prese sul serio dai teologi perché, non sapendo come conciliarle con la realtà storica, inventano la "teoria ad hoc" secondo la quale il carisma dell'infallibilità sarebbe stato garantito alla Chiesa solo nei suoi Atti di natura dommatica e non in quelli di natura pastorale; e, anche in quelli di natura dommatica, solo quando chi lo possiede intende di volerlo utilizzare; e così si perdono nelle distinzioni bizantine di "Concili dommatici" e "Concili pastorali", "Lettere dommatiche" e "Lettere pastorali", "Bolle dommatiche" e "Bolle pastorali", "Insegnamento dommatico" e "Insegnamento pastorale", ecc.

 

È chiaro che, così posta, la posizione della indefettibilità intesa come infallibilità didattica resta incontrollabile. Anzi, si cade in una tautologia molto comoda:l'insegnamento della Chiesa ha solo un termine di confronto, la tradizione costante della "Parola di Dio" interpretata dallo stesso Magistero!

Ma il filosofo non può tenere conto di questa pietra di paragone. Per conoscere se esiste un criterio di verità basato sulla "fede teologica", cioè sulla "Parola di Dio" - qualunque sia questa fede teologica, ebraica, cristiana, islamica, vedica, ecc, potrebbe rifare la strada che ordinariamente percorre la "teologia fondamentale", la quale raggiunge col "metodo induttivo" la storicità dei Vangeli, cioè la "verità-realtà" dei fatti contenuti in tali documenti e, conseguentemente, della divinità della personalità di Gesù, dalla quale scaturisce la sorgente della "fede teologica".

Ma non è necessario rifare un itinerario così lungo: basta usare i criteri contenuti nel "setaccio critico" e controllare la validità della teoria metafisica che sta a fondamento della fede teologica. Per fare questo si trasforma tale affermazione metafisica in una vera "teoria scientifica", secondo il metodo scientifico da noi identificato: se resiste all'analisi, il presupposto della fede teologica è una "verità-realtà"; se non resiste perché si scopre un fatto contraddittorio, è una pura illusione. Perché il metodo usato dalla teologia fondamentale è semplicemente il metodo da noi denominato metafisico, cioè il semplice metodo induttivo-deduttivo, e perciò può condurre a semplici opinioni ma non a "verità-scientifiche" o "verità-realtà": dai fatti di eccezionale bontà e saggezza, dai fatti di miracoli spettacolari e soprattutto dal fatto, trascendente ogni possibilità umana, rappresentato dalla resurrezione di Gesù, si "induce" la conclusione che in Gesù esiste una "realtà metafisica divina":da questa conclusione si deduce logicamente tutto il corpo dommatico e morale di cui è costituito ogni testo di teologia. Questo metodo poteva essere giustificato agli inizi del Cristianesimo ma oggi che la fede cristiana ha avuto una sperimentazione storica millenaria e l'umanità ha acquisito il metodo scientifico, a noi è possibile costruire una "teoria scientifica" vera e propria e sottoporla al controllo del metodo sperimentale. Se si scoprono dei fatti che contraddicono l'asserto della teoria, questa crolla. Insomma, il filosofo critico deve servirsi dell'unico mezzo che ha a sua disposizione: il criterio assiologico e il criterio della falsificazione. Il filosofo non può argomentare che così: "un organismo religioso" che fonda la sua validità e il suo diritto sulla "Parola di Dio" non può pretendere la qualifica di portatore di un elemento assoluto di verità, se nella sua "attività specifica come organismo" pratica o ha praticato la soppressione della vita umana per ragioni ideologiche. Dobbiamo cioè applicare agli organismi religiosi che fondano la loro autorità sulla "Parola di Dio" la stessa argomentazione che giustamente, da mezzo secolo, la cultura cattolica va sventolando per dimostrare false le insane ideologie del secolo ventesimo. Ce ne hanno dato un saggio gli "Acta diurna" dell'"Osservatore Romano" del 5 gennaio 1985 secondo la citazione del "Tempo":

 

"L'Italia ha attraversato durissimi "anni di piombo" causati da un terrorismo mostruoso, ma a suo modo logico e secondo un'ideologia rivoluzionaria di questo o quel colore e secondo uno pseudo-progetto politico sovvertitore della democrazia. Istituzioni democratiche, forze politiche responsabili, sensibilità popolare hanno fatto congiuntamente argine alla insensata violenza che, adesso in molti casi non per opportunismo, nelle aule dei tribunali e nelle carceri, enumera i pentimenti.

Quella drammatica stagione sembra finita. Nel tragico attentato al treno nell'antivigilia di Natale, impressiona infatti l'assoluta mancanza di qualsivoglia logica, sia pure la più abnorme: uccidere per uccidere, per nient'altro. li il colpo di coda, terribile, della violenza che ha l'identikit del volto di Caino? La testa risiede ancora nelle ideologie violente e totalitarie che hanno inquinato il nostro secolo e insanguinato il mondo".17

 

Ci limitiamo a sviluppare l'argomentazione al solo Cristianesimo riconoscendomi più competente nella conoscenza della sua fede razionalmente costruita: da questa costruzione logica della teologia e dal contenuto indiscutibilmente umanistico del Vangelo deriva la sua enorme influenza e rilevanza storica. Del resto, è troppo risaputo che l'Ebraismo18 e l'Islamismo19 per lo meno avevano nel proprio "contenuto di fede" la "guerra santa" con cui realizzare le proprie mete religiose, mentre il Cristianesimo è nato da una ribellione alla violenza e all'oppressione contro la coscienza e la condizione dell'uomo. "Con le vostre tradizioni - gridava Gesù - avete sepolto la legge di Dio"20 e "non possiamo tacere"21 gridavano gli apostoli Pietro e Giovanni davanti al Sinedrio, e "perché provocate Dio - dice Pietro al Concilio di Gerusalemme - cercando di imporre ai credenti un peso che né i nostri padri né noi siamo stati capaci di sopportare?"22.

 

Insomma il Cristianesimo è nato dall'affermazione del diritto dell'individuo al "dissenso": un principio formidabile che conteneva un altro principio ancora più formidabile: la persona umana come valore superiore ad ogni altro, per cui l'essere umano diventa la pietra di paragone per giudicare giusta o ingiusta ogni altra cosa, e Dio stesso non solo è il padre della sua vita ma ne è anche il tutore e il vindice. La politica, l'economia, la religione e ogni altra attività organizzata prendono da questo valore la loro "verità", cioè la validità delle loro teorie, dei loro sistemi. E la pedagogia diventa l'arte di guidare l'individuo ad essere autonomo nel rispetto armonizzato dei diritti degli altri individui umani, quindi col diritto di "dissentire" per affermare e difendere i propri diritti.

Dunque se nella sua storia il Cristianesimo, fosse venuto meno nella sua attività specifica dal rispetto della vita dell'uomo, che è il fulcro del messaggio originario e che ha creato il suo successo, vuol dire che la "presenza" costante dello spirito di Gesù non si è realizzata. Questo solo fatto costituirebbe il controllo, cioè una specie di "prova sperimentale" con cui il "laboratorio della storia" avrebbe falsificato le parole di Gesù "io sarò con voi fino alla fine del mondo". Ora la storia è là e non può essere cambiata. Per oltre un millennio il Cristianesimo che ha vinto la lotta immane della proscrizione e della persecuzione prima ebraica e poi romana per circa tre secoli con la sua fede incrollabile e la resistenza passiva contro ogni violenza, invece dopo Costantino, cioè dopo il suo "trionfo", si avvia lentamente ma incessantemente verso l'intolleranza e la violenza, prima nell'eliminare ogni residuo di paganesimo, poi nella diffusione tra i barbari, poi nelle lotte teologiche tra oriente e occidente, poi nelle conquiste coloniali e, all'interno, nella lotta "positiva" e "totalitaria" contro il "dissenso", l'errore, l'eresia, con l'arma della scomunica che comportava conseguenze incalcolabili morali, sociali ed economiche, e con l'arma dell'inquisizione che comportava torture, carcere, roghi e crociate contro infedeli ed eretici.

Di queste affermazioni molto gravi ciascuna richiederebbe una trattazione storiografica a sé ma non è consentito che noi qui assumiamo il compito di storico: di libri di storia ne sono piene le biblioteche. È un luogo comune dal punto di vista storico, ma non riguarda una storia sepolta una volta per sempre, è una storia sempre presente nella cultura umana, nella quale tutto si riconfronta come in un giudizio sempre attuale e si realizzano continuamente le parole dell'Apocalisse "sono seguiti dalle loro opere".23 Abbiamo già sentito nelle parole del dissidente russo Medvedev come tale fatto sia un punto di riferimento per comprendere il trattamento dei dissidenti russi. Ed è tornato alla ribalta col premio Nobel 1980 per la letteratura, il poeta polacco Czeslaw Milosz, del quale il "Corriere della Sera" del 10 ottobre 1980 riporta questo saggio,che unisce l'immagine del "rogo del ghetto di Varsavia" ad opera dei nazisti e quella del rogo di Giordano Bruno ad opera della Chiesa Cattolica:

 

"…Ceste d'olive e limoni

spruzzi di vino per terra

e rametti di fiori,

frutti di mare rosati

sui banchi del mercato.

E proprio su questa piazza

Fu arso Giordano Bruno

il boia accese il rogo

circondato dal popolino curioso.

Io pensavo allora

alla solitudine di chi muore

a Giordano che salendo sul palco

non trovò nella lingua degli uomini

nessuna espressione d'addio

all'umanità

all'umanità che restava...

ma se uno muore solitario

ormai dimenticato dal mondo

anche la sua lingua diventa straniera

come lingua di antico pianeta

sin che tutto si muti in leggenda

e allora tanti anni dopo

su un nuovo Campo dei Fiori

sgorghi ribelle la parola del poeta."23

Se dunque noi riprendiamo questa triste storia non è per ragioni polemiche o settarie ma per una ragione di riflessione filosofica sul criterio della "verità-realtà".

L'incontestabile fatto storico che costituisce la premessa per le nostre deduzioni è il comportamento violento e persecutorio del "Cristianesimo teologico" verso i dissenzienti di ogni tipo.

Il sistema teologico costruito sul "cristianesimo evangelico" ha creduto di derivare una sua ideologia ritenuta "ortodossa" cioè giusta in base alla "Scrittura", ai Padri e all'Autorità dei Concili e dei Pontefici e in nome di tale ideologia ha partorito un comportamento persecutorio verso l'uomo per le sue pretese deviazioni. Questo purtroppo è il suo marchio di falsità. E proprio il caso di ripetere il detto di Gesù - equivalente al nostro principio falsificatorio e a quello assiologico che qui stiamo applicando - "dal frutto si conosce la pianta". E la stessa argomentazione che sviluppa A. Solgenitzin col suo "Arcipelago Gulag" nei confronti del sistema politico russo, che chiama la "grande menzogna".

Oggi i Pastori della Chiesa fanno bene a condannare con documenti solenni ideologie persecutorie dell'uomo, e si preoccupano della collaborazione che la "teologia della liberazione" tende a stabilire nel terzo mondo con "regimi totalitari atei", i quali hanno creato "l'onta dei nostri tempi" per cui "nazioni intere alle quali si pretende di portare la libertà sono mantenute in condizioni di servitù indegne dell'uomo",e pertanto accusano coloro che diventano forse per incoscienza complici "di tali schiavisti, di tradire i poveri che volevano servire".25 Ma la loro voce è quella di un organismo immune da tale delitto? Il filosofo, anche se si sente un grande ammiratore del messaggio di Gesù, deve rispondere di no e deve oggettivamente riconoscere che il comportamento della comunità cristiana lungo i secoli è stato quello di un comune organismo umano, con l'aggravante che avendo un codice morale come il Vangelo tutto imperniato sul valore assoluto che è la vita dell'uomo, non solo lo ha ignorato nella sua parte essenziale - diritto alla vita, alla libertà di coscienza e quindi alla tolleranza - ma lo ha distorto fino a trasformarlo in arma di lotta, di conquista e di difesa con distruzione di vite umane. Il comportamento della "società cristiana" non è stato uguale a quello della "società romana" che scatenò la proscrizione e la persecuzione contro i cristiani perché "ritenuti" nemici del genere umano?

E i martiri cristiani, che accettarono di morire protestando contro la tirannia ignorante, e pregando perché venisse presto il regno di amore e di luce profetato da Cristo, che cosa avrebbero pensato se avessero potuto vedere che il triste spettacolo sarebbe continuato anche nella società su cui sventolava trionfante la croce, contro altri dissenzienti "ritenuti" un pericolo della società e perciò bruciati come loro? Questa constatazione è stato lo "scossone" che ha svegliato chi scrive dal "sonno dogmatico" su cui riposava tranquillamente nella sua attività fino al 1960 circa, epoca in cui dovette aprire gli occhi di fronte a una realtà storica sulla quale non aveva mai riflettuto - pur conoscendola leggendo la "Storia della Chiesa" di Daniel Rops, autore non sospetto per competenza e per impostazione religiosa, cattolico e membro dell'Accademia di Francia. Fu allora che ebbe la "certezza sperimentale" che l'infallibilità della Chiesa fosse un mito.

"La nozione medievale - scrive Daniel Rops - che considerava il pagano qualcosa simile a una bestia, privo di anima, buono solo per essere ridotto in schiavitù, contava allora numerosi partigiani e per giunta piaceva a coloro che sulla conquista non vedevano che un lucroso affare. Non tutti aderivano alle sane dottrine esposte da S Tommaso nel "De Ventate" sulla rivelazione che Dio concede, con una rivelazione interiore, ai pagani che seguono la ragione naturale nel ricercare il bene e il male, e sulla necessità di mandare loro dei predicatori di fede, come Pietro fu mandato al Centurione romano. La prima concezione ispirò nel 1452 lo spaventoso Breve, fortunatamente annullato l'anno dopo, con cui Niccolò V autorizzava i Portoghesi a ridurre in schiavitù gli indigeni delle terre scoperte: uno dei documenti più penosi di tutta la storia della chiesa".27

 

Tale documento può avere le attenuanti insieme al sincronico fenomeno della repressione antieretica, nella terribile cornice storica in cui era in atto la lotta epica tra Islamismo e Cristianesimo, durante la quale il fanatismo musulmano con la sua "guerra santa" assediava la cristianità, distruggendo, razziando e imponendo con la violenza la sua fede. Ricordiamoci che siamo alla vigilia del 1453, anno della caduta dell'Impero d'Oriente con Bisanzio. Filosoficamente però il documento conserva tutto il suo valore.

Si tratta del Breve "Divino amore comminuti" (per fortuna!) che venne emesso da Papa Niccolò V diretto al re Alfonso del Portogallo e contiene quanto segue:

 

"I regni, i ducati, le contee, i principati e altri dominii, terre, luoghi, campi in possesso dei suddetti saraceni, pagani, infedeli e nemici di Cristo, con l'autorità apostolica vi conferiamo la piena e libera facoltà di invaderli, conquistarli, tenerli e soggiogarli e di ridurre in perpetua schiavitù le persone che vi abitano".27

Nel Breve successivo "Romanus Pontifex" del 1453 dello stesso Niccolò V viene precisato che devono essere liberati dalla schiavitù gli infedeli convertiti e battezzati, sicché non si tratta di annullamento come cerca di attenuare Daniel Rops ma di correzione a favore di convertiti con metodi certamente poco evangelici! Seguendo tale impostazione i papi successivi Callisto III e Sisto III scomunicheranno chi ridurrà in schiavitù i battezzati.

Nel leggerlo il mio pensiero corre spontaneamente agli enfatici versi della prima delle Elegie Romane di W. Goethe:

 

"Un mondo sei tu, o Roma! Ma come il mondo non è il mondo senza amore, così Roma senza amore non è più Roma".28

Il Breve di Niccolò V ha riesumato l'ideologia "dell'hoc signo vinces" e ha creato l'alleanza degli evangelizzatori con i conquistatori coloniali durante le grandi scoperte geografiche e veniva usato come una giustificazione per il comportamento di chi bruciava i pagani per strappar loro le ricchezze. "I tormenti che ci infliggono sono assai peggiori di quelli che potrebbero inventare tutti i diavoli dell'inferno!" è la frase di un torturato indiano secondo il rapporto di Fra Bartolomeo de Las Casas.29

"Per ragioni facili a comprendersi, i coloni non cessarono di estendere la schiavitù e di renderla più pesante. Occorrevano uomini per lavorare la terra, ne occorrevano per sfruttare le miniere e altri ne occorrevano per portare lungo le piste interminabili sotto le piogge e sotto il sole, i pesanti carichi. Il risultato? Il più evidente fu di procurare tra gli indigeni una mortalità terribile, la quale aggiungendosi agli inutili massacri, alla crudeltà talvolta sanguinaria, le popolazioni diminuirono in proporzioni a mala pena credibili: a Cuba in vent'anni il loro numero scese da 50.000 a 15.000, a Santo Domingo da 100.000 a 15.000, in certi distretti del Messico si può parlare di annientamento. Si stenta a credere come uomini civili abbiano potuto compiere - o lasciar compiere -misfatti simili, e dei cristiani!"30

Queste sono state le conseguenze di un errore madornale da parte di chi avrebbe dovuto essere "maestro infallibile" della morale evangelica per il "carisma" garantito dalle parole di Cristo. Qui constatiamo amaramente quanto scrisse A. Rosmini, sulla responsabilità di chi governa, nel suo libro "La società e il suo fine": "un solo errore decide della moralità, della dignità e della felicità di molte generazioni".31

 

Certo ci furono - come in ogni epoca di "caduta" dal messaggio evangelico - uomini di grande sentire cristiano che protestarono contro tali metodi, ma anche il più celebre, Fra Bartolomeo de Las Casas (1474-1566), "troppo immedesimato con i suoi indiani" - come dice Rops - per proteggerli era arrivato al compromesso di "dare il suo consenso all'abominevole mezzo usato dai colonizzatori per supplire all'insufficienza della mano d'opera indiana: la tratta dei negri dell'Africa".32 Nella sua "Brevissima relazione sulla distruzione degli indiani" - ritenuta però non molto oggettiva - parla addirittura di 15 milioni di cadaveri!

Di fronte a tali fatti chi scrive, che aveva votata la sua vita fin dalla sua giovinezza a lavorare con sacrifici giorno e notte per liberare dalla "schiavitù" della miseria e della sofferenza in istituti per i più sfortunati che sono i ragazzi orfani, abbandonati e in difficoltà, sentì la più violenta contraddizione tra gli ideali che animavano la sua attività, ispirati dal Vangelo, e l'ideologia espressa dal Breve di Niccolò V. Cominciò a vivere un tormentoso dramma interiore che nasceva dal vedere in quali sistemi aberranti era stata avviluppata "la sapienza di Cristo, più preziosa dell'oro, la perla del Vangelo, che vale più di tutte le ricchezze della terra"

secondo l'espressione del grande Erasmo - e quindi nel constatare che era venuta meno non la "saggezza del Vangelo" ma quella ideologia teologica costruita sul Vangelo che pretendeva di additare nella Chiesa "il fondamento e la colonna della verità". Cominciò a domandarsi dove si annidasse la responsabilità di errori tanto tragici e se l'invisibile Capo della Chiesa non avrebbe fatto di tutto per impedirli. Lo scossone che ne ricevette non lo trattenne dal proseguire la sua attività educativa che nella bontà del Vangelo appunto trovava la sua motivazione, ma lo stimolò a sottoporsi al faticoso lavoro di riesaminare radicalmente i presupposti della sua fede che si trovavano nella teologia biblica, nella cristologia e nella filosofia, facendo nascere questo libro che è la prosecuzione ideale di un altro che allora stava elaborando intitolato "La Diritta Via" col quale tentava una sperimentazione di un nuovo metodo nell'insegnamento del Cristianesimo nelle scuole. Tuttavia una domanda continuamente lo tormentava: la motivazione che lo aveva determinato a "castrarsi per il Regno di Dio" secondo l'espressione di Gesù33 era sostenuta da una "verità-realtà" o da una illusione? Gesù, questo personaggio straordinario sulle cui spalle tutto poggiava e il cui fascino aveva sedotto la sua giovinezza con una specie di innamoramento, gli cominciava ad apparire solo un uomo. Gli si veniva delineando il sospetto che "il mantello divino" non se lo fosse assunto da sé ma glielo avessero gettato sulle spalle i suoi discepoli non sapendosi spiegare altrimenti i molti fatti straordinari della sua personalità. Da qui è cominciato il lungo e faticoso itinerario che attraverso interiori tormenti è approdato nell'analisi che stiamo per compiere. Da tale inquietudine emergeva la risposta che nel dicembre 1969 inviò al sondaggio sulla "crisi del clero" promosso dall'Episcopato Italiano e che svolgeva questo concetto: la crisi del clero nasce dalla concezione teologica su cui è impostata la figura del sacerdote e il suo ruolo; è tale concezione che ha portato alla spaccatura tra chierici e laici e al tipo di società medievale considerata appannaggio della "sacra podestà"; nella società moderna la figura del sacerdote è un residuo folcloristico della società medievale; se si vuole risolvere la crisi occorre liberarla dai concetti teologici che l'hanno prodotta. Dobbiamo vedere se tali affermazioni sono giustificate.

 

1 - "Il Tempo" 30 novembre 1979

2 - Giovanni 16, 2

3 - Cfr. Nietzsche - L'Anticristo - Ed~ Adelphi 1984 pag. 57

4 - D.Rops - "Storia della chiesa" - voi v, i ed. Marietti 1961

5 - G. Gigliozzi - "La conversione del papa" - ed. Bietti 1979

6 - Cfr.Corriere della Sera del 4 febbraio 1980 pag. 3

7 - D. Rops - "Storia della chiesa" l.c. - iv 2 pag. 378

8 - I Timoteo 3, 15

9-Matteo 28, 20

10-Matteo 10, 16

11-Giovanni 15,16

12-Matteo 16, 18

13-Luca 21, 14

14-Cfr. "Il Tempo" del 19/12/84 Cronaca relativa al processo Massa-Grimaldi

15-Matteo 28, 19

16-Luca 10, 16

17-Cfr. "Il Tempo" del 5/1/85 pag. 2

18-Deuteronomico 7 - Levitico 27, 28-29 - Giosuè capo 5 segg~ - Giudici 11, 30 se~g.

19-Corano - Sura 11, 186; IX, 36,212 ecc.

20-Matteo 15, 6

21-Atti, 4, 20

22-Atti, 15, 10

23-Apocalisse 14,13

24-Corriere della Sera del 10/10/1980

25-Cfr. Il Tempo" del 3118/84 "Il Vaticano conferma la condanna della teologia della liberatione"

26-Rops I.c. vol.. IV Tomo Il ed. Marietti 1958 pag. 28fl-81

27-Rops l.c.pag. 280 nota 5

28-W.Goethe "Elegie Romane" I, 15-16

29-D.Rops l.c. pag. 284

30-lbidem 291

31-Cfr. art. "La Città dell'uomo" di R Manzini sul "Il Tempo" del 14/12/84

32-D.Rops 1.c. pag. 293 2Matteo 19,12

33-Matteo 19,12

 

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