LA LIBERAZIONE DELL'INTELLIGENZA
1
LIBERAZIONE NELLA CONCEZIONE DELLA RELIGIONE: È SOLO
BONTÀ
"La verità vi farà liberi" (Giovanni
8,32)
Abbiamo esaurita la visita vera e propria alle
sorgenti della cultura e ora non ci resta che trarre le conclusioni dalle scoperte che
abbiamo fatte.
Abbiamo iniziato per conoscere a quali condizioni la nostra
mente può stabilire una comunicazione valida con la realtà in cui è immersa. Il
risultato è che solo i criteri racchiusi nella "Lanterna di Diogene" e
costituenti il "Setaccio critico" noi possiamo conoscere validamente la realtà,
cioè la verità, e stabilire con essa un atteggiamento ed un comportamento adeguato,
cioè secondo la "verità-saggezza", senza ricorrere a nessun mezzo magico come
hanno tentato di fare i biblici Adamo ed Eva e il Faust di Goethe.
L'applicazione di tali criteri ci hanno costretto a
rifiutare il criterio di verità-realtà rappresentato dalla "fede teologica"
fondamento delle Religioni dette "rivelate" sul quale avevamo poste le nostre
speranze e ora ci sospinge a proporre una "Rivoluzione" nella impostazione della
vita e dell'attività adeguata allo sviluppo conoscitivo e storico contemporaneo. Quanto
diremo non ha la pretesa di una sintesi esauriente ma è solo un abbozzo suscettibile di
ulteriore sviluppo.
Preme dunque mettere in rilievo che con l'avere individuato
l'inesistenza di un criterio di verità basato sulla "fede teologica" non tutto
è perduto perché non significa avere demolito il tesoro di saggezza che si è coagulato
attorno a tale fede: significa solo che il "contenuto di verità metafisica"
della fede religiosa non ha una base certa e ha valore come possono avere valore le
speculazioni metafisiche di altri sistemi metafisici. Resta solo demolito "il
dogmatismo religioso" sorgente di nevrosi per la sua ricerca di identità e
autenticità a ritroso nelle concezioni metafisiche basate sulla presunta Parola di Dio e
impedimento all'apertura necessaria per un'unità basata sull'accettazione di ragioni
umanamente valide di altre concezioni religiose e filosofiche.
Resta insomma reciso quel mortale capestro che insieme a
tante vite ha soffocato tante intelligenze, per cui come non c'è nessuna
"verità-rivelata", cosi non c è nessun divieto o comando ammissibile se non
trova validità nel confronto col valore supremo che è la vita dell'uomo. Resta cioè
demolita anche la pretesa della cosiddetta "morale soprannaturale", che non è
altro che la "morale teologica" che in nome della cosiddetta "Parola di
Dio" vorrebbe imporre all'uomo una regola di comportamento imprescindibile solo per
il fatto di venire da Dio, pretendendo sacrifici inumani. Tipica la pretesa immoralità
dell'uso dei mezzi contraccettivi per regolare le nascite, nel campo cattolico, e nel
campo dei Testimoni di Geova la pretesa immoralità della strasfusione del sangue perché
la "parola di Dio" nel capo 17 del Levitico e nel capo 12 del Deuteronomio vieta
di mangiare qualsiasi tipo di sangue, considerato il principio della vita.
Con la "Rivoluzione dell'Intelligenza" in campo
religioso dobbiamo fare un passo avanti sulla scia aperta da Gesù, il quale ha inteso
"liberare" i suoi discepoli dalla schiavitù delle infinite prescrizioni della
legislazione mosaica codificata nella Bibbia e nella tradizione sacerdotale, riscavando il
vero valore della legge che è quello di essere fatta a beneficio dell'uomo. Noi ci
libereremo dalla schiavitù che la divinizzazione di Gesù, compiuta dal Cristianesimo
teologico, ha di nuovo introdotto con una teocrazia di nuovo tipo. Il fondatore del
Cristianesimo non ha inteso creare una teocrazia ma un umanesimo: il suo "Regno di
Dio" si identifica nel "Regno dell'uomo" regolato dall'amore e dalla
giustizia. Non ha preteso rivelare il "mistero" di Dio ma ha insegnato che Dio
si serve servendo l'uomo. Il Vangelo tende non a fondare una teologia ma una antropologia.
Questo appare chiaro dalla rivoluzionaria espressione di Gesù: "Il
sabato è fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato."1 Il carattere
nettamente antropocentrico di tale espressione è un sicuro test psicologico dello schema
mentale di chi l'ha pronunciata diametralmente opposto allo schema mentale tutto
teocentrico di chi ci ha lasciata la redazione dei Dieci Comandamenti, il terzo dei quali
stabilisce il carattere divino del Sabato: "Ricordati del giorno di sabato per
santificarlo: sei giorni lavorerai e farai ogni lavoro, ma il settimo giorno è il sabato
in onore del Signore tuo Dio".2 La mentalità antropocentrica è il fulcro
della personalità di Gesù, rivestita poi da una mentalità teocentrica dei suoi
discepoli, i quali di fronte alla sua gigantesca grandezza non hanno saputo fare altro che
collocarlo nella sfera divina. È stato S. Paolo e S. Giovanni a imboccare la strada della
teologia con la quale si è preteso di conoscere i misteri di Dio appoggiandosi alla
metafisica greca platonica e aristotelica. (Erano stati preceduti
dai "grecizzanti" dei due secoli precedenti, rappresentati dagli autori dei
libri "Sapienzali" fino a Filone).
Sono essi che hanno introdotto nella nuova religione la mania teologica, e
la bella trovata che la fede teologica è un "dono di Dio", per eludere le
esigenze dell'Intelligenza, dandoci così un'immagine di Dio simile a un despota
intollerabile e assurdo che destina alcuni alla salvezza e altri alla dannazione, secondo
il dogma della predestinazione di San Paolo sviluppato ampiamente da S. Agostino e dagli
altri teologi successivi. Con essi la teologia ha imboccato strade metafisiche che
finiscono in vicoli ciechi, cioè in contraddizioni, di fronte alle quali si chiede
all'intelligenza di chinare la fronte come di fronte a un mistero invece di dichiarare:
abbiamo sbagliato, torniamo indietro! S. Agostino ha colto una grande verità quando ha
scritto che Gesù ci ha insegnato non come è stato fabbricato il mondo ma come dobbiamo
vivere; tuttavia anche lui è uno dei massimi responsabili che hanno spinto la Chiesa a
cercare nella "parola di Dio" i suoi segreti e a imporli agli uomini anche con
la violenza. La costituzione della Chiesa deve trasformarsi da autoritaria in democratica:
la chiesa non deve più parlare "in nome di Dio" ma "in nome
dell'Uomo", perché avendo commesso tante aberrazioni ha mostrato chiaramente di non
avere ricevuto da Lui il diritto di presentarsi a nome suo.
Tuttavia avendo quest'ultimo secolo dato una prova sicura
di essersi "convertita all'uomo", le possiamo riconoscere la funzione di
"scuola di umanesimo". Occorre però che da "casa di Dio" si presenti
come "casa dell'Uomo" e ridimensioni le sue concezioni, le sue impostazioni e le
sue manifestazioni per attuare nella storia l'autentico umanesimo che è la parte valida
del Cristianesimo. Pio X non ha compreso questo quando ha condannato
l'"umanesimo" come "modernismo" perché vi vedeva "la carità
senza la fede": si vede che non aveva riflettuto abbastanza che la "fede"
aveva calpestato la "carità". Il suo errore è stato quello di tutti quei suoi
predecessori che hanno dato il primato alla "fede" sulla "carità" che
è il valore più autenticamente cristiano. Anche Giovanni Paolo II per giustificare il
rifiuto della "teologia della liberazione" e lo sforzo "restauratore"
del suo braccio destro card. Ratzinger ha detto nel suo discorso ai Cardinali per gli
auguri del Natale 1984: "La riduzione del messaggio evangelico alla sola dimensione
socio-politica deruba i poveri di ciò che costituisce un fare altro
che collocarlo nella sfera divina. È stato S. Paolo e S. Giovanni a imboccare la strada
della teologia con la quale si è preteso di conoscere i misteri di Dio appoggiandosi alla
metafisica greca platonica e aristotelica. (Erano stati preceduti dai
"grecizzanti" dei due secoli precedenti, rappresentati dagli autori dei libri
"Sapienzali" fino a Filone).
Sono essi che hanno introdotto nella nuova religione la
mania teologica, e la bella trovata che la fede teologica è un "dono di Dio",
per eludere le esigenze dell'Intelligenza, dandoci cosi un'immagine di Dio simile a un
despota intollerabile e assurdo che destina alcuni alla salvezza e altri alla dannazione,
secondo il dogma della predestinazione di San Paolo sviluppato ampiamente da S. Agostino e
dagli altri teologi successivi. Con essi la teologia ha imboccato strade metafisiche che
finiscono in vicoli ciechi, cioè in contraddizioni, di fronte alle quali si chiede
all'intelligenza di chinare la fronte come di fronte a un mistero invece di dichiarare:
abbiamo sbagliato, torniamo indietro! S. Agostino ha colto una grande verità quando ha
scritto che Gesù ci ha insegnato non come è stato fabbricato il mondo ma come dobbiamo
vivere; tuttavia anche lui è uno dei massimi responsabili che hanno spinto la Chiesa a
cerare nella "parola di Dio" i suoi segreti e a imporli agli uomini anche con la
violenza. La costituzione della Chiesa deve trasformarsi da autoritaria in democratica: la
chiesa non deve più parlare "in nome di Dio" ma "in nome dell'Uomo",
perché avendo commesso tante aberrazioni ha mostrato chiaramente di non avere ricevuto da
Lui il diritto di presentarsi a nome suo.
Tuttavia avendo quest'ultimo secolo dato una prova sicura
di essersi "convertita all'uomo", le possiamo riconoscere la funzione di
"scuola di umanesimo". Occorre però che da "casa di Dio" si presenti
come "casa dell'Uomo" e ridimensioni le sue concezioni, le sue impostazioni e le
sue manifestazioni per attuare nella storia l'autentico umanesimo che è la parte valida
del Cristianesimo. Pio X non ha compreso questo quando ha condannato
l'"umanesimo" come "modernismo" perché vi vedeva "la carità
senza la fede": si vede che non aveva riflettuto abbastanza che la "fede"
aveva calpestato la "carità". Il suo errore è stato quello di tutti quei suoi
predecessori che hanno dato il primato alla "fede" sulla "carità" che
è il valore più autenticamente cristiano. Anche Giovanni Paolo Il per giustificare il
rifiuto della "teologia della liberazione" e lo sforzo "restauratore"
del suo braccio destro card. Ratzinger ha detto nel suo discorso ai Cardinali per gli
auguri del Natale 1984: "La riduzione del messaggio evangelico alla sola dimensione
socio-politica deruba i poveri di ciò che costituisce un loro supremo diritto: quello di
ricevere dalla Chiesa il dono della verità intera sull'uomo e sulla presenza di Dio
vivente nella loro storia".3 Abbiamo visto che la "verità intera
sull'uomo e della presenza di Dio nella loro storia" poggia su di una assurda
illusione e che il metro per giudicare accettabile o inaccettabile un orientamento sociale
e politico non è la "verità teologica" ma solo il valore assoluto e universale
della vita e dei diritti fondamentali di ogni essere umano. Il movimento evangelico è
stato uno dei più grandi assertori di tale valore e di tali diritti ma questo fatto non
giustifica "la verità teologica", la quale è stata smentita proprio da un
altro fatto ed è quello che in nome di tale "verità teologica" nel Medioevo è
stato calpestato tale valore con tali diritti per la cui difesa era stato invocato
l'intervento di Dio vendicatore.
È indiscutibile che Gesù ha dato all'umanità,
affidandolo ai suoi discepoli, un tesoro di verità-saggezza e di bontà, che anche se non
è nuovo in senso assoluto, però è espresso in modo così geniale ed efficace da dare
una spinta colossale a quel movimento cristiano inarrestabile che ha fatto la rivoluzione
più pacifica della storia umana. Questo valore immenso - oscurato proprio durante quella
civiltà che non sa come possa essere stata definita "civiltà cristiana", cioè
quella medievale - è stato ravvivato e purificato specialmente in quest'ultimo secolo e
questo giustifica il nostro riconoscimento al Cristianesimo di essere l'anima
dell'Umanesimo, cioè di quella cultura universale che fa dell'uomo il valore supremo e
sull'uomo tutto misura. E anche il Papato, realtà storica immortale senza della quale il
panorama umano sarebbe immiserito, deve essere considerato una creazione di due millenni
di evoluzione storica nella quale l'umanità ha realizzato il suo bisogno di un
"padre". Questa immagine paterna - per dirla con frase dantesca - anche se nei
secoli passati aveva assunto un aspetto tirannico come quello di tanti altri, oggi però
è stata "rimessa a nuovo" riacquistando tutto il suo valore umano. Come di
fronte alle devastazioni barbariche elevate a simbolo in Attila, il papa Leone Magno
all'inizio del medioevo assunse il ruolo di "difensore dei Romani", così
nell'evo contemporaneo il papa è andato assumendo il ruolo di "difensore
dell'uomo" di fronte alle devastazioni prodotte dai barbari di oggi sospinti da
ideologie metafisiche inumane. Attorno al papa, se finirà di svestirsi di dogmatismo, di
ieraticismo, di autocratismo, residui dei secoli passati, diventando uomo tra gli uomini,
l'umanità finirà per trovare la sua unità morale per salvarsi non tanto per la vita
eterna quanto per la vita terrena. Per questo
ci dobbiamo rallegrare dell'entusiasmo con cui Giovanni Paolo Il viene accolto da
moltitudini immense di popoli. Quando, come ha fatto in Brasile il 6 luglio 1980, ha
gridato che occorre costruire una società "in funzione dell'uomo"non fa che
esprimere l'aspirazione di tutta l'umanità. E quando ha gridato "l'organizzazione
sociale deve essere al servizio dell'uomo e non viceversa, e che una situazione nella
quale la popolazione, anche quella delle zone rurali, vede che la sua dignità umana non
è rispettata, porta alla rovina poiché lascia il campo aperto ad altre iniziative
ispirate dall'odio e dalla violenza"4 e ancora "mettere l'uomo al
centro di tutta l'attività sociale vuol dire sentirsi preoccupati di tutto quello che è
ingiustizia, perché offende la sua dignità. Adottare l'uomo come criterio vuol dire
impegnarsi per la trasformazione di ogni situazione e realtà ingiuste, per farle
diventare elementi di una dignità giusta",5 ancora "perché
l'economia sia sempre a servizio dell'uomo, perché non si confonda la libertà con
l'istinto degli interessi individuali e l'istinto collettivo con quello della lotta e del
dominio, perché si eviti ogni polarizzazione ideologica e perché la stessa
partecipazione dei lavoratori sia effettiva, occorre convertirsi all'uomo, alla verità
dell'uomo",6 non fa che fungere da altoparlante alla voce di Gesù, il
più grande maestro dell'umanesimo, l'unica voce che nella storia dell'umanità, pur nella
sua illusione di essere investito di una missione divina, ha fatto risuonare per i secoli
le frasi immortali "qualunque cosa farete al più piccolo dei miei fratelli l'avete
fatto a me" e "avevo fame e mi avete dato da mangiare...", per cui ormai è
entrata nel "genoma" culturale l'equivalenza "uomo = cristiano".
Attorno al papa si potrà compiere "l'unità
morale" di tutta l'umanità in nome di Cristo non tanto perché Figlio di Dio"
secondo la metafisica teologica quanto perché è stato il maestro più ammirevole che
abbia centrato la sua dottrina sulla liberazione dell'uomo indicandone l'unica via
possibile che consiste nell'amore, nell'uguaglianza, nella unità e nella lotta morale e
avviando un movimento per realizzare tale liberazione dalla tirannia, dal schiavitù, dai
pregiudizi, dalle ideologie inumane metafisiche e teologiche che in nome di Dio o della
ragione o del progresso o della società perfetta o di altre utopie si calpesta, si
schiavizza, si tortura, si uccide, si brucia l'uomo, mentre l'unità politica dovrà
avvenire altrove secondo un sistema regolato da un equilibrio mobile in cui giocano
dialetticamente i due insopprimibili valori della vita umana che si esprimono nei binomi
"individuo-gruppo", "libertà-legge",
"liberalismo-socialismo".
Occorre però che il papato continui a liberarsi dei metodi
di un tempo. Dato lo sviluppo culturale dell'umanità la Chiesa è necessaria come è
necessario lo Stato. La storia ci insegna che queste due realtà della vita associata si
devono controllare e correggere vicendevolmente. Si deve riconoscere che la Chiesa ha
svolto una influenza decisiva sull'evoluzione circa il modo di intendere e di esercitare
il potere dello Stato; e che lo Stato pure ha svolto una influenza decisiva perché la
Chiesa abbandonasse le sue prevaricazioni dai limiti originari della sua missione. La
chiesa è una strana società: mentre pubblicamente seguita a predicare, a singoli e
aggregazioni, la dignità e la libertà, continua a mantenere prigioniera tale dignità
nei limiti della sua compagine. Il modo stesso del reclutamento del proprio personale è
contro ogni principio di libertà morale, poiché le decisioni "libere" prese
dai giovani nei seminari e nei noviziati all'età che va dai 18 ai 25 anni (un tempo anche
prima) sono costruite con uno stampo educativo che può essere senz'altro definito una
manipolazione pedagogica, perché frutto di una educazione ideologica alienante, poiché a
tale personale prefabbricato si chiede nell'età dell'entusiasmo acritico di assumersi
impegni "perpetui" e "irrevocabili" con atti giuridici che lo
spogliano dei diritti più umani e sacrosanti. I voti religiosi sono la castrazione morale
dell'uomo compiuta in nome della "Parola di Dio", corrispondente alla
castrazione intellettiva operata in nome della ragione che presenta dimostrata da
divinità di Gesù e quindi la divinità del suo insegnamento. La castrazione viene
chiesta ai giovani in formazione per mezzo di segregazione e di acculturazione per la
quale ogni persona religiosa formata cosi, potrebbe dire un giorno ciò che lo scrittore
esule Victor Nekrasov dice di sé e di tutti i giovani chiusi nell'Unione Sovietica:
"quando ero giovane vivevamo come chiusi in un barattolo di conserva."7
Questa
è la maniera con cui si ottiene la "libera e volontaria rinuncia" ai diritti
sacrosanti che sono la libertà (col voto di obbedienza), la sessualità (col voto di
castità) e la disponibilità dei beni personali (col voto di povertà). Tale castrazione,
comprensibile secondo le parole di Gesù: "vi sono eunuchi che si fanno tali da se
stessi per il regno dei cieli"8 e "chiunque abbia abbandonato casa o
moglie o fratelli o genitori o figli per il regno di Dio riceverà
il centuplo in questo tempo e la vita eterna nel futuro"9,in quanto
parlava nella prospettiva dell'"imminenza" dell'avvento del regno di Dio,ora per
noi resta incomprensibile alla luce del suo fallimento: fa parte delle assurde oppressioni
dell'impostazione metafisica del cristianesimo teologico, la quale se ne serve, oltre che
come "prova visibile" o testimonianza della fede predicata, anche come coesione
delle milizie religiose. Il fatto macroscopico che solo in Italia vivono 8.000 sacerdoti
circa, e in tutto il mondo 70.000 circa, costretti ad abbandonare la loro attività a cui
erano preparati perché, innamorati, si sono sposati, senza tener conto delle migliaia di
religiose e religiosi usciti dai loro ordini per lo stesso motivo - dovrebbe fare aprire
gli occhi a chi insiste a mantenere la Chiesa su posizioni di sistemi inumani e
utopistici.
È del luglio 1984 la conclusione del processo al Tribunale
di Vercelli con la condanna a 10 anni di carcere della famigerata "mamma Ebe" e
a 7 anni di Mons. Giovanni Moneta e di padre Roberto Tognacca, per avere
"sfruttato" il sentimento religioso di giovanetti ignari con la
"falsa" congregazione religiosa intitolata a "Gesù misericordioso".
Tale sfruttamento è stato possibile perché è la Chiesa stessa che da secoli ha
impostato il reclutamento delle "vocazioni" in maniera
"manipolatoria". Lo stato giuridico con cui viene inquadrato tale personale non
permette l'uso della libertà nemmeno quando si è maturata una diversa convinzione e una
nuova situazione. In tal caso la persona resta prigioniera di un sistema da cui riuscirà
a liberarsi solo con un atto eccezionale di coraggio morale, dovendo affrontare
difficoltà enormi di natura morale, sociale ed economica, specialmente per il personale
degli Ordini e Congregazioni religiose, non potendo in nessun momento maturare
"diritti" di natura previdenziale secondo le norme acquisite dalle leggi della
società civile, essendo concepita la vita religiosa come "vita familiare"
basata su una ideologia.
Tale situazione in pratica preclude ogni possibilità di
rifarsi una vita decente almeno che non si sia molto giovani. Questo sarebbe proprio il
caso da definire " mente prigioniera" secondo il titolo di un libro del premio
Nobel per la letteratura 1980 Zeslaw Milosz. È chiaro che così si favorisce l'ipocrisia
e la nevrosi, cioè lo sfasamento tra come si pensa e come si opera. Tale situazione non
può che far definire "condizione immorale" quella creata dallo stato giuridico
del personale religioso. Per moralizzarla dovrebbe essere concessa per legge e non per
"dispensa" la possibilità di poter cambiare vita in ogni momento secondo come
viene da ciascuno ritenuto opportuno. Non si può fare il confronto con gli impegni
assunti in altri stati di vita perché "lo stato religioso" è uno stato
"innaturale" tanto che deve essere continuamente "sostenuto" da
accorgimenti che caratterizzano la "casta" perché venuto meno il
"contenuto ideologico" tutto crolla. Questo problema è stato vissuto in prima
persona dall'autore di questo libro quando i risultati della sua ricerca gli chiesero una
decisione coerente e coraggiosa, quella di uscire dallo stato religioso professato da anni
lontani ma ora non più rispondente al suo nuovo quadro mentale. La maturazione delle
conclusioni però arrivò in età troppo avanzata per poter prendere una decisione saggia.
Comprensibili difficoltà di vario genere costrinsero lui e la sua Comunità, alla quale
aveva comunicato le sue convinzioni, a ripiegare su una posizione che in qualche modo
metteva in atto la soluzione finale che viene proposta alla fine del libro per la
soluzione delle contrapposizioni di ordine ideologico che agitano tutta l'umanità, e
cioè "la collaborazione basata non nell'unità di una impossibile
"ortodossia" di dottrine metafisiche ma nell'unità della bontà cristiana per
realizzare una scuola di umanesimo". Questo problema tragico deve far comprendere
comportamenti disperati attuati da religiosi e religiose non sempre per ragioni di
squilibri di natura biologica. Perciò in armonia al principio del vicendevole controllo
tra Stato e Chiesa, gli Stati devono esigere che la Chiesa tratti il suo personale come
tutti gli altri cittadini secondo le norme delle leggi civili che proteggono i
"diritti umani" proclamati e riconosciuti a seguito delle rivoluzioni liberale e
socialista.
Lautenticità cristiana si deve ricercare nel
confronto col valore assoluto che è la vita dell'uomo e non nella coerenza con un sistema
teologico che tiene legato ogni papa con un filo invisibile ai suoi predecessori, e che
impedisce di dire "sì" a soluzioni umane che direi evangeliche di problemi che
sono vitali per ogni persona umana e per l'umanità in generale di oggi. In tale
prospettiva deve essere abolita la Congregazione della Dottrina della Fede, versione
moderna del vecchio S. Uffizio, perché è ormai chiaro che una fede di tale tipo non
essendo altro che un prodotto del metodo metafisico, non ha nessuna possibilità di
persuadere gli uomini ad impostare la propria vita secondo le sue regole inumane. Occorre
sostituirla con un organismo che persegua la tutela dei valori dell'Umanesimo Universale.
Intanto si dovrebbe cominciare col ripudio di posizioni dogmatiche assurde che possono
definirsi "scismogene" in quanto, basate sul falsificato presupposto di
possedere la "parola di Dio" e quindi l'autentico cristianesimo, come in passato
hanno determinato il fallimento del "papismo", così oggi continuano a mantenere
una disastrosa discriminazione teologica in campo assolutamente opinabile e perpetuano un
atteggiamento ostile verso la teoria fondamentale della scienza, l'Evoluzione Biologica,
come avevano fatto per oltre due secoli per la teoria copernicana; col riconoscimento del
divorzio al posto dell'assurda separazione legale come primo passo per la realizzazione
della saggia concezione che imposta il matrimonio oltre che sull'amore anche
sull'autonomia economica delle persone come unione obbligatoria fino all'assolvimento
degli imprescindibili impegni parentali e resa "perpetua" da una loro positiva
volontà derivata da una sperimentata e interessata armonia; col riconoscimento della
regolazione delle nascite con mezzi che la scienza a mano a mano viene mettendo a
disposizione; col ripudio della dottrina sessuale teologica che vede peccato e peccato
mortale senza "parvità di materia" nel minimo piacere venereo goduto anche solo
col pensiero, causa di infinite ansietà e nevrosi; col riconoscimento della
liberalizzazione del celibato ecclesiastico che in nome del "bene della chiesa",
ma in realtà perché si è schiavi di un sistema teologico che non permette una soluzione
adeguata dei problemi organizzativi, schiavizza i giovani irretendoli troppo spesso nella
nevrosi e nella ipocrisia; col riconoscimento del ruolo direttivo della donna nei servizi
ecclesiali ecc.
Il filo dogmatico rende ogni papa non solo successore di
Pietro ma anche dei suoi predecessori, e Giovanni Paolo II non lo è meno di qualunque
altro, checché ne dica André Frossard a proposito del suo recente libro (1982) "Non
abbiate paura" quando afferma:
"Giovanni Paolo Il è il successore immediato di
Pietro, come del resto a mio parere ogni papa, e non già del suo predecessore"10
Sviluppando l'accenno negativo già fatto sul
clericalismo, dobbiamo aggiungere che tale sistema sta per essere "falsificato"
dalla Storia anche per un'altra ragione, se si riflette sulla statistica pubblicata dal X
Annuario Diocesano di Roma del l98111. Dalla scheda sulle ordinazioni della
Diocesi di Roma dal 1900 al 1981 risulta che il numero dei sacerdoti ordinati è passato
dai 10 del 1900 ai 16 del 1963, ai 3 del 1979, ai 4 del 1980.
Questo è solo un campione di quanto sta accadendo anche in
altri seminari e noviziati. La filosofia di tale fatto statistico è questa: il
cristianesimo teologico ha creato un sistema clericale che per la sua oppressione e
soffocamento dei diritti umani non riesce a reclutare più il proprio personale neanche
col facile e comodo metodo della manipolazione pedagogica dei giovanissimi. Ora questo è
il fatto strano: il mondo riconosce e applaude il messaggio umano del Vangelo ma non si
riconosce e non milita in un apparato che pretende di detenere la versione esclusiva di
tale umanesimo. La conclusione sembra ovvia: occorre cambiare pagina e creare una
struttura che non soffochi i diritti umani del proprio personale.
Possiamo sintetizzare il tutto con un aneddoto. Qualche
anno fa ebbi una conversazione con un tale che mi osservò: finché ci sarà il papa, nel
mondo ci sarà ignoranza. Gli risposi: sotto molti aspetti hai ragione; però io penso che
da come si sono messe le cose dalla fine del secolo scorso, si deve ritenere che finché
ci sarà il papa si terrà conto del rispetto e forse dell'amore dell'uomo. Il mio
interlocutore rimase un po' sorpreso, ma finì col darmi ragione. Ormai la storia ha
chiarito che tutti i pasticci del cristianesimo cominciarono da un equivoco, da un
grossissimo equivoco: i Capi della Chiesa sviati dal frasario del IV Vangelo hanno creduto
di avere avuto la missione di insegnare la "verità-conoscitiva" corrispondente
alla "verità-realtà" mentre invece la "verità" di Gesù è la
"verità-saggezza" dell'amore, valore da lui disseppellito da una montagna di
tradizioni che "la ragione metafisica" vi aveva costruito sopra.
Eppure anche il Concilio Vaticano Il si è dipanato
all'insegna del "carisma" posseduto dalla Chiesa, termine paolino che è tutto
un richiamo all'assistenza dello Spirito Santo e che travalicando la sua sfera ha
contagiato anche il linguaggio laico. L'errore fondamentale che attraversa tutti i secoli
cristiani, che si è delineato già dall'epoca apostolica e che è emerso in forma
macroscopica dal Concilio di Nicea al Concilio Vaticano Il, è l'aver dato il primato alla
fede anziché alla bontà. Il distintivo della bontà lasciato da Gesù ai suoi discepoli
- "da questo vi riconoscerete se vi amerete vicendevolmente" - è stato
sostituito dal "credo", e questo è stato la rovina del Cristianesimo. L'unità
dei cristiani - anzi di tutti gli uomini - va ricercata non nella fede teologica, ciò che
è impossibile, ma nella bontà che trova ispirazione e misura nell'uomo concreto opera
misteriosa di un misterioso Padre. Purtroppo il distintivo di Gesù è stato dimenticato e
calpestato e in nome del "credo" la Chiesa e in particolare il Papato si sono
creduti autorizzati a quelle scomuniche e persecuzioni e oppressioni di cui è piena la
storia. Errore più grossolano non si poteva compiere.
Anche nell'attività di Giovanni Paolo Il, che per altro è
caratterizzata da un accento eminentemente umanistico, si nota e influisce una concezione
ideologica molto marcata costituita dalla teologia, del resto ineliminabile senza
eliminare le radici come abbiamo fatto noi. Egli discrimina i movimenti politici e sociali
sì dall'atteggiamento positivo o negativo verso l'uomo ma a parità di condizioni le sue
simpatie o antipatie sono influenzate dai rapporti che tali movimenti hanno con
l'ideologia teologica. Cioè il metro di misura non è in ultima analisi il valore
assoluto che è l'uomo ma al di là dell'uomo prevale l'ideologia teologica per cui
ostracizza il materialismo non tanto perché oppressivo dell'uomo quanto perché negatore
della "sua concezione di Dio". No, occorre usare una sola misura, ed è l'uomo e
in nome dell'uomo dobbiamo condannare tutte le ideologie che per qualunque ragione - Dio,
nazione, patria, razza, classe - opprime e calpesta l'uomo, e approvare qualunque
ideologia che protegge e sviluppa le condizioni favorevoli all'uomo. Per questo non
abbiamo del tutto trovato equanime il comportamento di Giovanni Paolo Il nella sua visita
pastorale nel Centro America, quando nel Nicaragua ha rifiutato il bacio della mano di un
prete membro del governo rivoluzionario sandinista: evidentemente l'ideologia teologica
che pretende di tenere unita la Chiesa anche nelle scelte sociali e politiche, è stata
superiore al criterio dell'uomo. Non ha tenuto presente il detto dell'umanesimo di Gesù:
"Chi non è contro di noi è con noi12 ",il quale superando ogni
questione ideologica ha accettato anche il bacio di Giuda. Gli ideologi. cioè i teologi,
giustificano l'atteggiamento di Giovanni Paolo Il ricorrendo al solito episodio di Gesù
che caccia i profanatori dal tempio ma questo episodio conferma la nostra interpretazione
della personalità di Gesù il quale, nonostante venga da noi onorato come il più grande
maestro di umanesimo, tuttavia è stato travolto dalla sua illusione teologica e con
questo suo atteggiamento ha contribuito a giustificare le aberrazioni del cristianesimo
teologico nella storia della Chiesa.
Tale equivoco giustifica la frase scritta non so da chi
"il prete è un ciarlatano appollaiato su un dogma", tradotta dalla frase che
ripete spesso A. Zichichi nei suoi articoli e nei suoi discorsi a scopo apologetico:
"la scienza si occupa dell'immanente, la religione del trascendente". No, la
religione si deve occupare dell'uomo per proporgli ideali e modelli di bontà, che si
richiamano sempre alla salvezza della vita umana. I capi della Chiesa si liberino pertanto
dalla prima pretesa e si dedichino a tenere acceso e a diffondere l'autentico valore
cristiano, che è la bontà, elemento essenziale della civiltà umana, attuando il
desiderio di Gesù "sono venuto a portare il fuoco e che cosa voglio se non che
divampi?"13 Così il Cristianesimo sarà l'anima del vero umanesimo e il
tragico attentato a papa Wojtyla il 13 maggio 1981 in piazza S. Pietro - il fatto più
clamoroso da quando Napoleone fece deportare papa Pio VI e papa Pio VII in Francia -
mentre rivela le correnti occulte di natura ideologica che l'attività del papa ha
infastidito, potrebbe dare l'avvio verso la concezione da noi auspicata del papato, cioè
libera da dogmatismi ideologici che provocano divisioni e contrapposioni, per diventare il
centro promotore di un umanesimo nutrito dei valori universali comuni a tutti i popoli di
ogni colore, razza, lingua e ideologia che non contrasti col valore supremo della vita.
Eliminato il dogmatismo col suo immobile moralismo il Cristianesimo diventerà il polo di
aggregazione di tutte le culture umane. Liberato dalla tensione mistica che lo ha
trasformato in imperialismo spirituale che non è stato che colonialismo ideologico e
culturale, diventerà la patria del vero umanesimo e realizzerà quello che il poeta
latino Rutilio Nomaziano aveva cantato enfaticamente di Roma:
"fecisti patriam ex diversis
gentibus unam" (hai fatto di genti diverse un'unica patria).14
I riti non saranno feticci sacramentali, cioè canali dove
attingere una grazia inesistente ma mezzi pedagogici con cui educare e richiamare gli
uomini alla saggezza umanistica comune. Così che il vero umanesimo che si riconosce dal
nucleo assoluto dell'uomo come individuo sarà il principio ispiratore di ogni costruzione
politico-economica della comunità umana. E il papa sarà il custode dell'Umanesimo
Universale, da costruire con pazienza non sui dogmi dell'inesistente "parola di
Dio" ma sull'unica legge fondamentale espressa ancora da Gesù suo maestro supremo:
"il sabato è fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato!". Gesù resterà
anche l'insuperabile esempio di bontà che si libra su tutte le espressioni religiose e
perciò resterà il modello eterno del vero umanesimo. Il criterio che il Papato dovrà
usare per promuovere o riprovare i vari "movimenti di liberazione dell'uomo" non
deve essere desunto dalla metafisica filosofica e teologica ma dal valore supremo della
vita umana e dai valori e diritti che ne
emanano. Perché non è l'ateismo che per sé genera l'oppressione dell'uomo: difatti
anche le cosiddette religioni rivelate l'hanno prodotta e la
producono in misura non meno atroce quando hanno l'egemonia culturale. Ciò che rende il
Papa venerabile a tutta l'umanità anche non credente non sono i miti e i dogmi metafisici
ma i valori dell'Umanesimo Universale sventolati sul mondo intero, come ha bene espresso
il giudice istruttore Ilario Martella nella sua relazione con la quale rinvia a giudizio
dopo tre anni di indagine gli attentatori di Giovanni Paolo II, Ali Agca e complici:
"L'attentato al Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, posto in essere il 13 maggio 1981,
rappresenta un mostruoso crimine contro l'intera umanità, poiché ha leso le coscienze di
tutti coloro che appartenenti o no a un credo religioso, si riconoscono nei fondamentali
valori cristiani di pace, di fratellanza, solidarietà, di cui il Papa appare il più
qualificato portatore"15. Perciò alla Chiesa, anche priva del dogmatismo
teologico, resta ancora un grande compito da svolgere per l'umanità, e non si comprende
se non nella vecchia cornice la preoccupazione espressa dal cardinale Ratzinger nella
citata intervista: "Senza la divinità di Gesù la Chiesa non ha più ragione di
essere". No, la Chiesa impostata sull'Umanesimo Universale, essenza del
Cristianesimo, resterà il perno di quel valore che lo ha fatto grande e che calpestato
dal teologismo dogmatico l'ha reso odioso a tanta parte dell'umanità.
Solo eliminato il dogmatismo costruito sulla pretesa
"Parola di Dio" potrà essere realizzato il sogno di tanti uomini di genio
interpreti delle aspirazioni di tutta l'umanità, quale Gandhi, il quale al suo amico
domenicano Anthony Elenjimithan raccomandò di predicare in occidente l'unione tra
Induismo, Buddismo, Islamismo e Cristianesimo. Tale unione non potrà mai avvenire finché
ci sarà l'assurdità del monopolio della "Parola di Dio". Elenjimithan, che ha
scritto a tale scopo circa 20 volumi, e che nel 1962 ebbe anche da Papa Giovanni XXIII la
raccomandazione di "continuare a lavorare per l'intesa tra le religioni, le culture e
popoli affinché tutti siano uno nel Padre Celeste", ha parole di fuoco verso la
tradizione cristiana delle condanne, degli anatemi, delle scomuniche e dei roghi in
antitesi alla saggezza di Gesù. "I metodi adottati dai missionari - egli scrive - in
generale erano sbagliati, se non addirittura contrari allo spirito e alla lettera del
Vangelo. Vi furono peraltro anche grandi missionari come Abbè Dubois, Matteo Ricci e
Umberto De Nobili nel passato, Albert Schweitzer e Madre Teresa ai nostri giorni, che sono
testimonianze viventi di un reale Cristianesimo, talmente universale, umanitario e
spirituale che riscattarono i peccati di superiorità esclusivista di tanti missionari
della storia... Perché falliscono le missioni cattoliche e protestanti nell'India, in
Cina, in Giappone, in Africa ecc.?"16 Perché ci si presenta con
l'esclusivismo del dogmatismo della "Parola di Dio" che pretende d'impostare in
un unico modo le manifestazioni molteplici dell'Umanesimo che trova unità solo nel valore
assoluto della vita.
Come si vede non abbiamo fatto il lungo discorso per
svuotare il contenuto teologico del Cristianesimo così per gusto distruttivo. Anzi, come
abbiamo dichiarato all'inizio della nostra ricerca su un eventuale criterio teologico di
"verità-realtà", noi vogliamo liberare la religiosità e la religione da
quelle soprastrutture che le varie teologie vi hanno costruito e di cui è difficile
liberarsi senza abbandonare i principi dogmaitici di partenza.
Per far comprendere gli effetti che "lo scossone
dogmatico" aveva prodotto in me ho già accennato alla risposta che ebbi ad inviare
al sondaggio sulla crisi del clero promossa dall'Episcopato Italiano nel 1969. Mi piace
riportarla per intero perché fa vedere che già allora avevo ben chiare le idee su quello
che occorrerebbe fare per un rinnovamento radicale.
"Se per crisi si intende una in
corrispondenza alla
vita (cioè al contesto psicologico, sociale e scientifico dell'umanità), della figura e
del ruolo del clero, essa esiste da un pezzo.
L'impostazione attuale della figura e della vita del clero
è uneredità dei secoli passati (non solo feudali) che l'hanno prodotta. Ma da
diverso tempo non corrisponde più allo stato di maturazione del contesto sociale, che
contiene elementi ben diversi da quelli dei tempi passati... Si richiede pértanto una
diversa figura e una diversa impostazione della vita del clero. Certi elementi
dell'impostazione attuale si pretendono ancorati alla persona di Cristo e come tali si
vorrebbero perpetuare fino alla fine dei secoli. Tale mentalità risente della concezione
tolemaica dell'universo e della vita, mentre l'evoluzione è il fondo di tutte le cose e
dei loro rapporti. Dalla parola e dall'azione di Cristo bisogna cogliere ciò che è
valido per sempre (e che cosa resta se non il valore assoluto della vita e dell'amore?) e
lasciare ciò che era valido per i suoi tempi. Questo vale tanto più per l'insegnamento
degli Apostoli e dei loro successori.
Partendo dalle situazioni che i tempi precedenti
presentavano ed esigevano, il clero a imitazione del monachesimo si è costituito in casta
e tuttora mantiene tale fisionomia, mentre la società si è andata via via evolvendo,
eliminando certi elementi e rapporti e rendendosi sempre più funzionale nonostante la sua
complessità. Il clero risente di questa sua situazione e quello che una volta costituiva
il suo privilegio oggi costituisce il suo senso di inferiorità, il suo isolamento, il suo
inaridimento. Ci si domanda come superare tale pericolo di atrofizzazione? Con tale
prospettiva la risposta non può essere che radicale, rifacendosi all'essenziale di quello
che forma la funzione sacerdotale e abbandonando gradualmente quanto è una sovrastruttura
delle epoche precedenti e rivestendolo di quello confacente all'epoca corrente.
E prima di tutto bisogna liberare il terreno teologico da
cui emna la casta. Alla sua base sono vari concetti teologici: il concetto teologico della
vocazione "ab intus" che segrega dagli altri, il concetto teologico
dell'"ordine" o della "sacra potestà" che mette sopra gli altri, il
concetto teologico del "carattere indelebile" che rende eterna la funzione
sacerdotale, il concetto teologico della "grazia di stato" con cui si pretende
di sostituire le qualità umane. Tutto questo ha portato alla spaccatura ecclesiale tra
"clero e laici" e al tipo di società della "civiltà cristiana",
considerata dalla teologia di allora un appannaggio della "sacra potestà".
Tali concetti sono essudati di una teologia senza
fondamento biblico, che hanno segnato una direttrice unica, destinata a un vicolo cieco.
Anzi un fondamento biblico c'è: il Vecchio Testamento, sul cui modello ci si è sforzati
di plasmare il Nuovo Sacerdozio, all'infuori dell'elemento ereditario. Dopo oltre un
millennio, a tale contesto sociologico si è aggiunto l'elemento, ancor più determinante
e segregante del concetto teologico, il celibato obbligatorio a imitazione del
monachesimo. Gesù ha chiamato i suoi collaboratori non tra i bambini coartandone la
libertà con l'"educazione" col pretesto della vocazione ab intus, ma li ha
scelti tra persone adulte rendendoli consapevoli del suo pensiero. Ha dato sì vita a una
società in cui sono presenti dirigenti e aderenti (e quale società ne è priva?) ma non
ha detto che i dirigenti lo devono essere in eterno. Certe sue frasi sono state intese
riferite alla fase escatogica del regno dei cieli, mentre possono essere intese benissimo
riferite alla fase dinamica del lavoro di diffusione: "chi pone mano all'aratro e poi
si volta indietro non è fatto per il regno di Dio", "ci sono cunuchi che si
sono fatti tali per il regno di Dio" ecc. Esse erano rivolte soprattutto agli
Apostoli il cui ruolo nella genesi acclesiale era del tutto particolare, dato il contesto
sociologico in cui dovevano operare. E gli Apostoli stessi le hanno realizzate così.
La crisi del clero risente in generale di tale situazione
teologica e se si vuole eliminare occorre eliminare con coraggio, anche se gradualmente,
le premesse teologiche da cui promana, se non vuole restare una figura folcloristica del
contesto sociale. La "vocazione" a fare il pastore di una comunità deve essere
un invito fatto a un adulto, che può essere realizzato nelle varie maniere con cui la
società di oggi si rifornisce del personale necessario alle sue varie categorie. E non è
detto che chi accetta tale incarico deve abbandonare la sua precedente attività ma deve
naturalmente prepararsi con appositi corsi di qualificazione all'espletamento delle sue
mansioni, secondo il livello culturale delle zone in cui deve operare. Anche la parrocchia
deve essere ridimensionata e deve risultare l'insieme di più cellule su cui va posto un
"anziano" come capo secondo il cristianesimo primitivo. Il seminario attuale
deve scomparire ed essere sostituito dai corsi di preparazione accennati senza fare
estraniare i giovani o gli adulti dall'ambiente sociale da cui emanano.
La crisi del clero, che perdura da un millennio, ha
sospinto il monachesimo, che lo ha voluto a sua immagine e somiglianza, a prenderne il
ruolo ammalandosi di elefantiasi e delle stesse malattie del clero. Ridonando al clero un
ruolo pienamente inserito nel contesto sociale, anche il monachesimo rientrerà nelle sue
dimensioni essenziali, carismatiche, pure.
Si dirà che tale impostazione è impregnata di
protestantesimo ma il movimento protestante non ha anticipato molte cose che solo la
passione della polemica teologica ha impedito di riconoscere come giuste a suo tempo? La
storia si è incaricata con una dialettica tutta sua di condurre la Chiesa verso sintesi
inaspettate, per cui il clero del terzo millennio cristiano sarà certamente diverso dal
clero attuale cattolico o protestante...
Queste mie non vogliono essere tesi teologiche contro la
verità divina, che ricerco e accetto senza riserve, né tanto meno vogliono essere motivi
di contrasto con le decisioni della Chiesa, ma un semplice tentativo di un contributo
all'eterna evoluzione del seme di senape. Mi sembra la risposta migliore al questionario
che mi dà la sensazione di uno sottoposto alla fatica di sisifo."
L'ultimo capoverso indica chiaramente che nella mia
riflessione e nella mia ricerca ancora non avevo raggiunto l'ultimo approdo, costituito
dalla sentenza che abbiamo dovuto pronunciare sull'inesistenza del criterio di
"verità-realtà" della "parola di Dio". La smentita della
"Parola di Dio" è un fatto di cui non si può non tenere conto se si vuole
rinnovare la Chiesa e il mondo.
Quali sono dunque le conclusioni della nostra constatazione
che non esiste un Criterio di fede teologica di "verità-realtà" Prima di tutto
il rifiuto in blocco di tutti i dogmi religiosi, di tutte le cosiddette religioni
rivelate, quello che abbiamo denominato "contenuto teologico" che costituisce in
particolare il Cristianesimo teologico, l'Ebraismo teologico e l'Islamismo teologico e il
Bramanesimo teologico. Se Dio non ha parlato non esiste più la "parola di Dio"
ed i Libri cosiddetti Sacri - la Bibbia, il Corano, i Veda - sono sì i monumenti
letterari contenenti la saggezza di un popolo ma niente più. Il contenuto teologico
metafisico esplicito e implicito non può avere più la pretesa di essere accettato
sull'autorità di Dio e ha il valore di tutte le altre teorie metafisiche di cui abbiamo
parlato cioè possono essere vere o false, a meno che non si trasformino in teorie
controllabili e controllate. Resta invece la validità del contenuto umanistico dei vari
messaggi mosaico, cristiano, maomettano e vedico qualora superino il confronto col valore
supremo della vita. La saggezza di tali messaggi e la saggezza delle altre culture dei
vari popoli - greca, romana, egiziana, induista, cinese, buddista ecc. - arricchite
dall'ulteriore saggezza acquisita con lo sviluppo della conoscenza moderna, possono
formare il sangue vitale della cultura umana universale. Le culture religiose non hanno
più nessun motivo di ricercare l'"autenticità" sulle "Scritture"
come parola di Dio quasi contenesse la "verità":dopo quello che abbiamo detto,
tale ricerca non fa che perpetuare la permanenza nella falsità a scapito della ricerca
della giusta autenticità che consiste nella "verità-realtà" i cui criteri li
abbiamo racchiusi nella "Lanterna di Diogene".
La ricerca dell'autenticità "a ritroso" rende
immobili i "continenti religiosi" con la chiusura alla comprensione tra i popoli
e alla loro vicendevole solidarietà e collaborazione. Questo è quello che intendeva dire
papa Giovanni col suo celebre motto "guardiamo a quello che ci unisce e non a quello
che ci divide", che può essere realizzato solo se riusciamo a dare una valutazione
univoca alla tradizione culturale. Tale valutazione univoca dovrebbe consistere nel
considerare la tradizione non come elemento di confronto per realizzare una nostra
"eterna identità" e così perpetuare le ragioni di contrapposizione, ma una
eredità in cui può essere una mistura di valido e di caduco che noi dobbiamo
continuamente vagliare col setaccio della critica filosofica per costruirci una nostra
immagine su un quadro i cui elementi di fondo siano validi per tutti.
Nella corrente della ricerca dell'"autenticità a
ritroso" va posto il saggio del Card. Siri "riflessioni sul movimento teologico
contemporaneo" (1980). L'inesistenza della "parola di Dio"ci fa comprendere
quanto suoni a vuoto la sua affermazione secondo la quale le verità teologiche
tradizionali "esprimono verità stabili, fondamentali, controllate una volta per
sempre dalla Rivelazione della fede".16 E si comprende appieno quanto quel
vecchio centenario di G. Prezzolini (+ 1983) ha detto in un'intervista poco prima di
morire, nella quale approvava l'azione di papa Giovanni Paolo II che starebbe riportando
la Chiesa Cattolica su posizioni tradizionaliste "perché - dice testualmente - la
religione bisogna accettarla così com'è perché se uno comincia a ragionare la religione
va tutta all'aria". Ma intanto lui l'ha rifiutata così com'è e ha rifiutato
l'invito di Paolo VI di tornare all'ovile e ha spiegato riferendosi al dogma biblico
secondo cui la fede è un dono, che lui non ha avuto17. Prezzolini
con tanti altri ritiene che l'"autenticità a ritroso" sia un punto d'onore che
consiste nell'essere "coerenti" col proprio passato anche se questo è stato un
nazionalismo che ha rovinato l'Italia; così il Card. Siri ritiene con tanti altri che
l'"autenticità a ritroso" sia un criterio di verità teologica che ha rovinato
il Cristianesimo e l'Umanità.
Ma noi che sappiamo su che cosa poggia tale verità
teologica non possiamo fare altro che ricercare la nostra "autenticità" in
avanti. E diciamo che eliminato il contenuto teologico non va tutto all'aria ma solo ciò
che è bene che vada all'aria - anche se non subito - perché è stata ed è la causa di
divisioni, di odi e di guerre, e resta ciò che unisce tutte le religioni, l'amore
universale in nome non di un Dio antropoformicamente concepito ma di un Dio concepito come
"MISTERO" che tutto avvolge e di fronte al quale siamo tutti ugualmente
fratelli.
Tutte le religioni etnologicamente distinte, possono
riconoscere il Papa come il capo e il padre comune per realizzare l'unità della famiglia
umana, sospiro dei popoli. Per compiere questo passo è assolutamente necessario compiere
il rifiuto del contenuto teologico, che è una delle fonti del "cumulo dei
deliri", frutto dell'uso improprio del nostro mezzo conoscitivo: bisogna convincersi
che la teologia non è che un sistema più o meno logico con premesse irreali, falsificate
dal laboratorio della storia. Occorre pertanto liberarsi dal gravame di concezioni
dogmatiche e morali che non fanno che perpetuare divisioni o oppressioni secolari. Invece
Papa Wojtyla e il cardinale Ratzinger, legati al cappio della teologia dogmatica, tutto
misurano con tale metro e nel conclamato dialogo con le altre confessioni cristiane hanno
la nascosta riserva mentale che l'ecumenismo o si realizza accettando la dogmatica
cattolica o non si fa. Un ultimo episodio di tale impostazione è del 25 febbraio
1985 quando l'Osservatore Romano pubblicava una stroncatura del tentativo ecumenico
contenuto nel libro del celebre teologo K. Rahner "Unificazione della Chiesa: reale
possibilità" del 1983, già definito da Ratzinger una "acrobazia
teologica" e di nuovo accusato dal teologo D. Ols di compiere delle "scorciatoie
ecumeniche" perché l'unione delle chiese "non è scritto da nessuna parte che
debba per forza avvenire tanto meno a qualsiasi costo", perché "l'ecumenismo
consiste non nello svuotare la Chiesa Cattolica della pienezza di cui essa è portatrice
ma nel portare gli altri a partecipare pienamente".19
Tuttavia pur rifiutando il contenuto teologico,
dobbiamo però riconoscergli il merito tra tanti guasti di oppressione delle coscienza, di
intolleranze, di violenze, di roghi e di crociate contro eretici ed infedeli - di avere
conservato sotto la cenere il fuoco del vero umanesimo del messaggio evangelico - che
verrà riscoperto e riacceso dal Rinascimento, dall'Illuminismo, dal Liberalismo e dal
Socialismo. Un fenomeno analogo lo abbiamo riscontrato a proposito della teoria della
verità "manifesta": benché fosse falsa stimolò la spinta a una rivoluzione
culturale determinante nella storia umana al pari della rivoluzione culturale del
Cristianesimo evangelico. Così il contenuto teologico cristiano, benché falso, è stato
il veicolo con cui all'umanità di oggi è pervenuto il grande valore umanistico del
messaggio di amore, di fratellanza, di libertà di coscienza, di rinuncia alla sete del
denaro e di solidarietà universale. Il clericalismo è costituito sulla costruzione
logica che poggia sulla divinizzazione di Gesù: su tale premessa è stato sviluppato quel
sistema di conoscenza tutto metafisico autoritario e intransigente. Ripudiando la parte
teologica riteniamo la parte antropologica che è valida per se stessa, senza la
necessità di altra conferma. Attorno al nucleo immortale della rivalutazione
dell'"uomo" i secoli cristiani hanno saputo polarizzare quanto di saggio le
culture antiche hanno prodotto.
Su tale enorme patrimonio la Chiesa trova il consenso tra i
popoli, i quali però restano sempre scettici sulla parte appunto teologica. Tutti dicono
sì al contenuto di saggezza umana ma dicono nì o addirittura no al contenuto dogmatico.
"Oggi milioni di cattolici prendono la pillola, hanno rapporti prematrimoniali,
divorziano, si risposano, si organizzano la propria vita intima prescindendo dalla Chiesa
senza per questo sentirsi in colpa né arruolarsi automaticamente tra le file dei
contestatori. È gente che va a Messa, che si confessa, fa la comunione, crede in Dio e
ammira il Papa. Ma non si ritrova più nelle parole della gerarchia. Ciò che rende
interessante il fenomeno è la sua dimensione di massa e la tranquillità con cui si è
costituito questo cattolicesimo parallelo"20.
Questa realtà ha la riprova nel fatto che la Chiesa non
trova forze per la sua organizzazione se non reclutando "ragazzi da formare"
secondo il contenuto teologico nei seminari e nei noviziati: senza i seminari e i
noviziati, nell'attuale impostazione teologica, la Chiesa va verso l'atrofizzazione e
forse è un bene perché cosi sarà costretta a liberarsi di strutture contraddittorie.
Nel Sinodo Olandese tenuto in Vaticano nel gennaio 1980 da
papa Vojtyla, si è tentato di rilanciare la vecchia concezione teologica propria del
clericalismo che poggia tutta sul concetto del sacerdote. Il sacerdote è una persona
bifronte: rappresenta Dio verso il popolo e il popolo verso Dio. Questa concezione crea
due correnti: una vuole far prevalere la figura del prete "rappresentante di Dio e di
Cristo" e come tale lo vuole celibe e vestito ieraticamente; l'altra mette l'accento
sulla figura del prete rappresentante e fratello degli altri uomini e come tale lo vuole
uomo tra gli uomini. La prima corrente cerca il "bene della chiesa" e il
celibato-imposto come "aut-aut" da accettare "liberamente"-diventa
"strumentum regni" quale segno di testimonianza ideologica e quale condizione di
disponibilità totale al servizio della Chiesa; la seconda guarda al "bene
dell'uomo", alle sue necessità e ai suoi diritti inanlienabili. La prima certamente
si fonda su un grande equivoco: confonde i due momenti essenziali della funzione della
Chiesa: il momento "missionario" che è un'operazione "ad extra" e il
momento "pastorale" che è una operazione "ad intra". Nel primo
momento l'operatore missionario è rappresentante o messo o apostolo di Cristo; nel
secondo momento è rappresentante del popolo cristiano e come tale deve essere espressione
diretta dell'assemblea cristiana. Forse soltanto su tale distinzione la Chiesa riuscirà a
rinnovare se stessa.
Da tali premesse si delinea davvero una nuova
prospettiva che possiamo denominare "Il Nuovo Cristianesimo", per usare
il titolo di un celebre scritto (1823) di H. De Saint-Simon. Anche lui, non sfuggendo alla
generale constatazione della storica contraddizione tra il cristianesimo storico e
teologico e il cristianesimo evangelico o programmatico, ha cercato la soluzione in una
tesi simile a quella di Lutero: Lutero ha visto nel Papa l'Anticristo e Saint-Simon vede
in tutte le Chiese cristiane tante associazioni eretiche, perché cadute tutte nell'errore
dell'abbandono dell'insegnamento fondamentale cristiano, l'amore fraterno. L'uno e l'altro
sono caduti nel paradosso insolubile come la quadratura del cerchio, costituito da un
"organismo" fondato da un "fondatore divino" e abbandonato dalla sua
"guida divina" alla malora. Saint-Simon ha ragione di affermare che lungo i
secoli cristiani è stata sempre avvertita "l'incompletezza della religione
cristiana", perché fondata sulla separazione delle due "fette" della
società secondo il principio "date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello
che è di Dio", per cui "il potere temporale ha continuato a fondare la propria
potenza sulla legge del più forte" in contrasto con la dottrina fondamentale
cristiana, e sì è sempre aspirato a una "nuova grande epoca", nella quale la
dottrina fondamentale del cristianesimo riunisse le due "fette" della società,
per la realizzazione di un mondo migliore. Ma noi ripetiamo che la contraddizione si è
potuta realizzare per mancanza di una fondazione e di una guida "divina" e
aggiungiamo che la "nuova grande epoca" potrà realizzarsi solo se ci si libera
di tali contraddizioni, ponendo a fondamento del "Nuovo Cristianesimo" i valori
fondamentali dell'Umanesimo liberati dalle illusioni metafisiche. Insomma deve realizzarsi
l'equazione: Cristianesimo=Umanesimo. In tale prospettiva il Cristianesimo non è
monopolio di nessuno e le varie confessioni teologiche possono considerarsi tante sale di
un unico museo storico.
Sembra il tormento che rendeva così enigmatica la
personalità di Paolo VI derivasse proprio dall'avere preso coscienza di tale situazione
se dobbiamo dare retta alle sue forti e coraggiose espressioni che abbiamo udito riportate
dalla trasmissione televisiva "Il sale della terra" di sabato 14 maggio 1983 ore
22,10, tra cui questa: "Occorre 'ricostruire' dalle fondamenta questo edificio
bimillenario della chiesa". Per poter realizzare questo noi diciamo che i capi della
Chiesa devono smettere di presentarla come "scuola di metafisica" e cominciare a
presentarla solo come "scuola di bontà": la morale cattolica trova il suo
fondamento sulla metafisica e sull'inesistente "Parola di Dio" e sembra fatta
apposta per creare il vuoto in quella enorme fascia di umanità costituita dai giovani e
dalle persone mature riducendo l'azione della Chiesa per lo più ai bambini e alle
donnette anziane, mentre una morale fondata soltanto sul valore della vita dell'uomo
trasformerebbe la Chiesa in vera Scuola di Umanesimo.
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