IL SENSO DELLA VITA

Introduzione

 

«Noi, esseri finiti, personificazioni di uno spirito infinito, siamo nati per avere insieme gioie e dolori; e si potrebbe quasi dire che i migliori di noi raggiungono la gioia attraverso la sofferenza».

 Ludwig Van Beethoven

 

Forse oggi sono qui per rispettare la volontà di un Grande Uomo che, a mia insaputa, una calda notte dell’agosto del 1995, venne a bussare alla mia anima, per farmi diventare partecipe dello spirito suo indomabile e delle mortificazioni che la vita aveva operato sulla sua stessa pelle, mi svelò l’attimo in cui egli, Strumento nelle mani del Creatore, accettò il compito cui era destinato  …per rendere grande e immortale la sua opera.

Nel “mio delirio creativo” (così l’ho definito) ebbi modo di provare, nel mio animo, il tormento che segnò la svolta decisiva in un uomo, destinato a diventare un “Titano”. Un uomo, allora, vittima di una terribile e incurabile sventura.

Tutt’oggi, benché siano trascorsi 10 anni da quella lontana notte, provo lo stesso turbamento e la stessa sofferenza nel leggere le pagine che con molto impegno, oggi, mi accingo a pubblicare. Dico impegno per il semplice motivo che ad ogni parola che rileggo riprovo ogni patimento, come allora.

In quel tempo ero alle prese con un lavoro che due anni dopo fu pubblicato dalla casa editrice Alethéia con il titolo di “In punta di piedi” quand’è che in un’insonne notte di pieno agosto, con un caldo che non lasciava neppure respirare, mi ritrovai, senza rendermene conto, davanti al PC.

Così non ho potuto fare a meno di sottrarmi alla grottesca e quasi macabra visione che mi ha inchiodato in quell’angolo inviolabile agli esseri viventi per riporla in parole.

L’unica cosa che posso confermarvi è che quando spensi l’interruttore del PC, il sole era già alto ed io stremata crollai dal sonno e andai finalmente a dormire, in compagnia di una sola domanda: “Qual è il senso della vita?”.

Nel mentre i miei giorni fluivano tra mattini torpidi e sere inquiete diventai scontrosa, burbera, inavvicinabile. Solo poche cose mi rasserenavano: la musica classica e le letture, entrambe le due attività erano rivolte alla ricerca di una risposta alle tante domande.

Solo così imparai a cercare “l’amico sconosciuto” tra i libri, tra i versi di una poesia, tra le note di una musica. Tutte queste domande mi hanno indotto a constatare come l’indomabile “animalità” dei sensi può inquietare l’animo dell’artista e, per quante volte ho chiesto alla vita cos’è che rende improponibile il problema stesso di vivere… nel bene o nel male, ancora non ho ricevuto risposta.

Non so se quel che avvenne fu frutto della mia più accesa fantasia oppure un fatto vero. Di certo è che, per mesi e mesi, uno strano malessere pervase perfino il più sottile filo della ragione e da quel giorno mi costrinse a cercare di capire chi fosse il “Personaggio” che avevo incontrato. Dovevo, a tutti i costi, scoprire chi era quel qualcosa che si è impossessata delle mie mani e della mia mente: ci riuscì perché accettai di buon grado che spesso accadono “cose” che vanno al di fuori della comprensione umana, e se succedono c’è sempre una ragione.

L’unica certezza è che quello che successe quella notte ancor oggi io non lo so. In questi dieci lunghi anni la sola sicurezza che ho è che, da quella notte, la mia vita cambiò …in ogni suo aspetto.

Vi avviso che non è facile addentrarsi nelle righe di questo racconto: la stessa cosa è capitata anche a me e le molte persone, cui l’ho dato in lettura non ci sono riusciti… In queste righe c’è un dono, finora nascosto nei cuori di molti. Per questa ragione v’invito a scoprirlo – così come io stessa feci, da una persona che mi venne in aiuto, quando stavo per crollare…

 

Vera Ambra  

 Dialoghi con Vera

Mentre scrivo di e per Vera ascolto le beethoveniane Kreutzersonate e Sinfonia n. 5. Ed è un tuffarmi nel periodo in cui studiavo pianoforte e negli anni universitari, ai tempi dell'esame di storia della musica, ma non solo di quello: ho infatti preparato tutti i miei esami ascoltando musica classica. È inoltre un riandare a quando ho cominciato a lavorare (ed è il mio attuale lavoro) come responsabile di un'accademia musicale.

Gli adulti - difformemente dall'agire dei bambini - hanno modi differenti di fare conoscenza. Vera a io ci siamo conosciute attraverso il comune amore per l'arte: la danza prima, la scrittura subito dopo, la musica come tappa ulteriore e da ultimo la pittura. E se i bambini, appena hanno fatto conoscenza, cominciano a giocare insieme, anche Vera e io non abbiamo indugiato. Da adulte, il nostro gioco è di leggerci reciprocamente e di reagire alle suggestioni che le nostre opere ci sollecitano. Il mio poemetto A Vera che ha (Edizioni Akkuaria, aprile 2005) è nato proprio da questo gioco: la fruizione da parte mia de Il Labirinto, opera web di Vera (coautrice con Vincenzo Rezzuti e Nicoletta Poli) mi ha ispirato una "recensione" in poesia (oltre che una in prosa), la quale ha assunto - a mano a mano che la componevo - il respiro d'un poemetto.

Il gioco del sollecitare, dunque, quello vissuto con Vera: del trarre versi e del riporli lontano dall'indiscrezione per andarli a riprendere più tardi, in sere d'intimo parlare. Nell'epilogo del mio poemetto esprimo esattamente tale affinità:

 Ci rubavamo le idee con gioia inebriata
cercando i luoghi più riposti
della Vera Gloria.

 La gradevolezza di questo gioco d'affinità ha spinto Vera - forte dell'amore per la musica che accomuna entrambe - a chiedermi di scrivere la prefazione di un suo libro: Sol sol sol mi. È stato singolare come ella abbia concretato la propria richiesta. Quando stavo componendo i primi versi di quello che sarebbe diventato il mio sopraccitato poemetto, ebbimo, Vera e io, una conversazione durante la quale mi disse che, anni prima, aveva ascoltato la Kreutzersonate eseguita da un violinista fiammingo. La sonata beethoveniana l'aveva profondamente colpita per gli atteggiamenti musicali che a lei parvero "innalzamenti e cadute a piombo". Le sue sensazioni le ho immesse nel mio poemetto:

 Dialoghi con Vera
che acumina il grigio
per scendere negli strapiombi assieme a Kreutzer
                      (fiammingo è il violinista che innalza paranoie).

  Pochi giorni fa Vera mi ha telefonato per annunciarmi d'aver ultimato l'introduzione di un suo libro, Sol sol sol mi, concepito circa dieci anni prima, e per chiedermi di scrivere una prefazione.

"Dieci anni fa sono caduta preda di un delirio creativo: ho vissuto improvvisamente dentro di me il momento in cui Beethoven stava per suicidarsi e mi sono trovata, senza rendermene conto, incollata al computer a scrivere quella storia interiore man mano che si svolgeva." Vera infila ansiosa la propria voce nel ricevitore telefonico. "Sentivo di essere stata estromessa dal mio tempo e di trovarmi nel tempo del musicista tedesco per assistere impotente al suo tentativo di suicidio. Non ti dico altro del mio delirio; ti dico solo che vorrei fossi tu a prefazionare il mio libro, perché è indispensabile amare e comprendere la musica in profondità, per poterlo cogliere, questo mio scritto, e saperlo porgere al pubblico. Tu possiedi una straordinaria capacità d'analisi, oltre alla perizia mediatrice necessaria per far assimilare ai lettori il mio Sol sol sol mi." Vera si fa silente. Non posso non dirle accetto, perché sento la sua presenza muta in attesa del mio sì, anche se il giudizio sulle mie presunte abilità è una responsabilità non facile da assumere. Dopo non aver deluso la sua aspettativa le domando: "Perché la Kreutzersonate e l'Allegro con brio della Sinfonia n. 5 (l'incipit, cioè, in do minore che impronta parzialmente di sé il titolo del tuo libro)?" "Quattro anni dopo il mio delirio creativo," risponde Vera, "ho sentito l'esigenza di avvicinarmi a Beethoven: al suo essere, al suo sentire. Ho ascoltato la Sonata a Kreutzer e vi ho trovato il ritmo di ciò che avevo scritto. Perciò nella Sonata leggo quegli stati depressivi che, tempo fa, ti descrissi come innalzamenti e cadute a piombo. La Quinta è il destino che ha bussato alla porta di Beethoven e mia."

 Il Beethoven di Vera Ambra

Il protagonista di questo lavoro è Beethoven, che Vera non nomina esplicitamente, rimanendo lei tra il detto e il non detto. Il suo Beethoven lo troviamo soggiogato dal dramma della sordità, quindi affetto dalla devastante convivenza della luce e della tenebra, dalla lotta ad armi impari che prelude ad un trionfo forse inaspettato.

Nel primo capitolo è particolarmente chiaro il gioco dei contrasti.

È la luce da cui l'autrice, forse inconsciamente, è attratta. I termini usati sono più vari rispetto ai termini che indicano l'oscurità. Si parla infatti di lucore, riflesso, illuminarsi, luna, luce, bagliore, scintillio.

Contro la luce lotta l'oscurità, per descrivere la quale l'autrice usa gli aggettivi "cupo" e "nero", due volte il sostantivo "tenebre" e quattro volte il sostantivo "ombra". Forse una riluttanza a descrivere l'oscurità con una dovizia di sfumature? Rispondo di no, visto che Vera compie un'operazione: quella di rendere l'idea della tenebra metaforica attraverso la scelta di termini riconducibili all'area semantica della negatività. Ecco solo alcuni esempi. L'oscurità è affiancata dalle parole: "spaventate", "sconforto", "amaramente". Legati al protagonista troviamo: "perso di speranza", "mestizia", "esile esistenza". Le dita del protagonista sono descritte come "ossute", "inanimate". Al suo volto sono affiancati: "malinconia" e "profilo disfatto". I suoi occhi comunicano "un senso gravido di vuoto". Persino la tastiera del pianoforte è audacemente descritta come "martoriata". Inoltre le parole che indicano la positività (positività solo apparente) sono poche: la pace è difatti negata con l'ardito aggettivo "sussultata", oppure viene presentata come "gelida"; la calma è tale solo perché precede l'uragano; alla felicità vengono tolte le illusioni.

Per continuare quest'analisi, occorre sottolineare che particolare importanza nel primo capitolo hanno gli occhi della protagonista, sorta di finestre le cui tapparelle vengono abbassate di colpo, quando ella vuole escludere una realtà troppo cruda per essere sopportata: "Chiusi stretti gli occhi per nascondermi a quella vista." Finestra come collegamento interno-esterno. Ma v'è un altro punto di collegamento, che assume canettianamente il senso di passaggio, di confine: la porta. All'autrice viene mostrata quasi subito una "porta da varcare", che la immette nel mondo-tempo di Beethoven. Ed è proprio quando sta per varcare il confine che avviene una presa di coscienza: "in quella linea di confine che separava i nostri mondi - di quell’uomo compresi che la vita indugiava nello scintillio d’un calice amaro, afferrato con le due dita."

Ho posto l'attenzione sull'analisi del primo capitolo perché, grazie ad essa, ho potuto gettare le basi per la comprensione del testo attraverso le sue componenti semantiche, le quali permettono di avere a disposizione una chiave di lettura che aiuta a seguire e a comprendere il Beethoven di Vera Ambra.

Ho scritto infatti sopra che il protagonista di Sol sol sol mi è affetto dalla devastante convivenza della luce e della tenebra. Tale forzata convivenza ha due possibilità di sviluppo: far soccombere il protagonista che non sopporta il dissidio interiore oppure provocare una lotta combattuta inizialmente ad armi impari che, forse inaspettatatamente, prelude ad un trionfo. Se si fosse sviluppata la prima possibilità, la tenebra avrebbe vinto e la risposta alla domanda sul senso della vita avrebbe avuto il sapore d'un pessimismo esacerbante. La luce invece ha trionfato attraverso la fede riposta in Colui che "governa unicamente gli animi dei suoi figli prediletti."

La struttura del libro

 Non mi sento così sadica da togliere al lettore il piacere della scoperta. Indicherò quindi qual è la struttura del libro, senza affrontare l'analisi dei singoli capitoli.

L'io narrante è il co-protagonista dei primi tre capitoli. Nel quarto subentra come narratore il Guardiano dell'oltretomba, nel quinto le Parche, nel sesto la Madre, nel settimo Dio, nell'ottavo Padre, nel nono l'Amata, nel decimo la Musica e il Pianoforte.

Con Beethoven dialogano dunque i protagonisti citati che tentano di dissuaderlo dal compiere l'insane gesto. Qui mi preme sottolineare che ognuno di loro porta con sé il proprio vissuto che ha il valore di risposta alla domanda sul "senso della vita". Il lettore potrà quindi non solo seguire il filo della narrazione per vivere le tappe di questo viaggio, ma anche riflettere sul proprio ruolo nella vita. Quello che il Beethoven di Vera Ambra identifica essere il proprio ruolo, al termine del percorso per raggiungere la redenzione, è l'esaltante rendersi interprete di Dio attraverso la propria arte.

Sol sol sol mi

Per essere filologica, Vera Ambra avrebbe dovuto intitolare il suo libro Sol sol sol mi bemolle, perché l'incipit della Sinfonia n. 5 beethoveniana presenta un tema in do minore. L'autrice ha tralasciato l'accidente solo per evitare appesantimenti sia nel titolo sia nel testo nel quale il tema beethoveniano viene citato due volte. La scelta, dunque, non è da leggersi come una voluta negazione della tonalità di do minore e, per contro, un'altrettanto voluta affermazione della tonalità di do maggiore.

 

Gloria Chiappani Rodichevski

Note biografiche

VERA AMBRA

Nata sotto il segno dello scorpione eredita dal padre la passione per l’arte, dalla madre la capacità di prendersi cura del prossimo e dalla nonna materna l’amore per gli animali. Infatti, negli anni ’70, assieme ad un gruppo ambientalista muove i suoi primi passi in quell’attività che man mano si allarga a più ampio raggio. Nello stesso anno collabora con le Assistenti Sociali del Tribunale dei Minori di Catania e, per parecchi anni, si occupa di affidi familiare di ragazzi a rischio. Sin dal 1972 presiede la dirigenza di gruppi sportivi ed Enti di Promozione. Centinaia di migliaia di giovani e adulti, attraverso la sua attività, entrano nel mondo dello sport.

Nel 1986 fonda e presiede il Centro Studi Spazio Vita, un’associazione di volontariato che si prefigge l’inserimento delle figure emarginate. Dallo “Sport per la Vita” si diramano tantissime iniziative che vedono in primo piano centinaia di bambini, che vivono in quei quartieri catanesi etichettati a rischio. Condivide con altre associazioni momenti di pura e vera attività socializzante. In breve l’attività del Centro Studi Spazio Vita si allarga alla regione dando vita ad altre realtà autonome.

Quella che sarebbe diventata poi la passione principale della sua vita è la scrittura: Inizia così un autonomo percorso che parte dall’età dell’adolescenza e approda, poi, nelle mani di Padre Antonio Corsaro. Sarà lui a determinare quello stimolo principale che in seguito spalancherà le porte di un mondo ancora a lei sconosciuto. «La poesia è l’unica cosa che ha dato senso e salvezza alla mia vita».

Nel gennaio del ’92 pubblica la prima raccolta di versi: “La Voce delle Donne”. Il libro per ben tre anni resta chiuso nel cassetto finché un altro incontro spinge le sue scelte nella direzione che ancora era piena di dubbi e incertezze. Benedetto Macaronio, col suo straordinario amore per la letteratura, le fa intraprendere un meraviglioso viaggio in quello che lui stesso definisce “le macchine del tempo”. Il libro è un veicolo che trasporta in qualunque luogo ed è una buona compagnia. L’importanza di dare vita ad un viaggio emotivo la sollecita a dare peso e misura ad una strada che imbocca senza sapere dove l’avrebbe portata. Gian Federico Brocco critico e giornalista romano la invita a Roma e qui conosce Anna Valfrè, Presidente dell’Accademia del Sole. Dal salotto di Via Barberini, spicca il volo di un nuovo progetto: assieme al poeta romano Marco Marino da vita alla prima collana “La Luna nel secchio”.

Il dialogo che riesce ad instaurare con la “parola” diventa sempre più coinvolgente finché decide d’affrontare, con grande temerarietà, il campo giornalistico.

Sulla rivista Peccettum pubblica le prime recensioni di danza e pittura. Soltanto l’affetto dei suoi lettori, testimoniate da lettere di apprezzamento, la spingono ad andare oltre.

Nel 1997 intraprende a tempo pieno la collaborazione con la redazione giornalistica d’Antenna Uno, emittente televisiva siracusana e realizza, oltre ai servizi per il telegiornale, “Ultimissime” una rubrica che ospita le interviste realizzate con personaggi vari.

Nel 1998 Vera Ambra esordisce con la narrativa. “In Punta di Piedi” è il titolo dell’opera con cui rende un omaggio letterario al grande danzatore argentino, Maximiliano Guerra, un tributo al mondo della danza, affrontato, in chiave moderna, con l’altra faccia nascosta della sua poesia. Nel 2000 nasce www.akkuaria.com. Il sito dopo otto mesi di presenza in rete si classifica tra i primi 10 della sezione cultura del Premio WWW indetto da Il Sole 24 ore. Akkuaria diventa ogni giorno di più un quotidiano confronto fra le diverse culture.

Nel 2001 fonda e presiede l’Associazione Akkuaria. Akkuaria oggi è un valido esempio di cultura autogestita in rete. Tra le sue iniziative ricordiamo il concorso letterario “Versi di …Versi la poesia dell’Eros” e “I Progetti di Danza”.

Sito personale:
www.akkuaria.org/veraambra

e.mail veraambra@akkuaria.com

 

Edizione 2005 © Associazione Akkuaria 
www.akkuaria.org  
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