Lo scrittore Pino Amatiello.Presentato a Roma il romanzo “L’ossessione di Claudio”
di Pino Amatiello

Nell’ambito della terza edizione della manifestazione “Storia, Arte, Artigianato, Ambiente e… non solo” della zona Nord di Roma, tendente alla valorizzazione del patrimonio culturale, storico, letterario, artistico, artigianale e ambientale, promossa dal Municipio XX di Roma e organizzata dall’Associazione “Hermes 2000” presieduta da Marilita Molinari, è stato presentato nella Sala Teatrale della Parrocchia di Ponte Mollo, luogo nel quale l’iniziativa si è incentrata, il romanzo “L’ossessione di Claudio” di Pino Amatiello, edito da Stampa Editoriale S.r.l.
Ha presieduto la riunione il poeta e giornalista Melo Freni; relatori: la scrittrice e saggista Anna Manna e la poetessa Gabriella Valli, ha condottola dottoressa Luisa Coccia De Rossi.
Assenti giustificati: Cinzia Emmi dottore in Italianistica presso la Facoltà di Lingue dell’Università di Catania, impegnata con la sessione straordinaria di esami e il dott. Umberto Lorenzini, Presidente de “Il Giornale d’Italia”, assente per motivi di salute, rappresentato dalla consorte, la poetessa Marcella Storace, nota ai nostri lettori.
Dopo l’introduzione della dottoressa Luisa Coccia De Rossi, la quale si è soffermata sul curriculum dello scrittore e quindi sulla trama del libro tout court, ha preso la parola il dott. Melo Freni.

Melo Freni: “Pino Amatiello
è un uomo che è stato sempre fedele 
alle sue idee, ai suoi ideali”

Sono contento di avere accettato questo invito di Pino Amatiello direi piuttosto per motivi di amicizia, che è la cosa più importante, dopo tutto quello che abbiamo ascoltato dalla signora che mi ha preceduto, soprattutto in un momento in cui bisogna far leva su determinati valori affettivi per non perdere di vista tutto quello che di veramente importante c’è nel quotidiano della nostra vita sempre più distratta da equilibrismi, da calcoli, da rendiconti più o meno legati o dipendenti da calcoli imprecisati che però valgono a lasciare tanto amaro in bocca, soprattutto in chi vive di sogni come un poeta, e Pino Amatiello, al di là di tutto quello che si è detto è un sognatore, è un cavaliere delle nuvole, il quale ha avuto il coraggio di affrontare sempre da solo una vita all’insegna dell’arte, all’insegna della cultura, all’insegna della poesia e, se mi consentite non mi interessano neppure i risultati che ha potuto conseguire o no (a parte tutto quello che ha conseguito l’abbiamo ascoltato), perché quello che in lui emerge è il valore di un uomo che è stato sempre fedele alle sue idee, ai suoi ideali, alle sue amicizie. 
Egli ha portato sempre in sé una costante che è quella della radice culturale della sua, della nostra, terra patria, che è quel grembo di terra mediterraneo dove, diceva Aldo De Benedetti, dove “Il ciel diuturno selvaggio di un mondo senza musica è comunque sospeso ad infinite possibilità musicali”, e Pino Amatiello ha cercato di sintonizzare la sua vita con queste corde di una possibilità che lo affrancasse, che affrancasse i suoi amici, i suoi lettori, quelli che gli sono stati vicini, da questo diuturno selvaggio, che poi è anche una scelta di vita, che è la scelta di vita che Pirandello, il suo conterraneo più vicino perché tra i loro paesi, da Agrigento a Sciacca, rispetto al mio in provincia di Messina c’era più distanza, Pirandello ne “i vecchi e i giovani” censiva in maniera molto determinata, era quel sentimento dell’accidia oppure della pazzia oppure del disincanto che viene da una contemplazione della vita che si vive ai margini della stessa volontà di fare, la volontà che non è incisiva, la volontà che è soltanto una scommessa passiva, mentre invece in Amatiello tutto questo non c’è stato, è stato veramente il contrario. In tal senso lo possiamo definire che sia stato un siciliano atipico, di quelli che hanno voluto più indicare le direttrici della propria vita nella sfida e non nell’attesa. 
E il fatto che ancora oggi, all’indomani di una vicenda umana che lo ha portato quasi alle estreme conseguenze, vederlo qui in mezzo a noi con lo stesso impegno, con la stessa volontà , con la stessa cifra di voler fare di quando aveva ben molti anni in meno , nel 1961 quando sbarcò a Roma, ecco questa la dice lunga sue quelli che sono i valor che a questo nostro amico Pino bisogna riconoscere. Da un punto di vista letterario io mi fermerei più a quel “Dragunara” ché secondo me basta un’opera per lasciare una traccia, e rispetto a “Dragunara” tutto il resto potrebbe anche sparire, in fondo spesso ci ricordiamo di taluni autori basta un titolo, basta una poesia (Leopardi è, per esempio, “L’infinito”)., ecco, per quello che vogliamo fare il ricordo di Amatiello a me pare che “Dragunara”, questa grande epopea del pescatore in via d’estinzione, che ricorreva ad un sacrificio tipo “I malavoglia”, però in un mare completamente diverso che era e che è ancora il Canale di Sicilia, appunto la costa di Agrigento, la costa di Trapani e l’Africa, ecco quella è veramente un’epopea che dovrebbe durare e che sono sicuro che durerà ad eterna memoria soprattutto nel momento in cui per fatti nei campi generazionali, e anche sociali e anche antropologici quell’uomo di “Dragunara” non esiste più e allora c’è un valore più che letterario un valore storico. Io mi soffermerei più sul valore storico dell’opera non per sconoscere quello letterario, ma perché ad un certo momento dal punto di vista storico sarà una testimonianza antropologica di un mondo e di una civiltà che non esiste e che fra cinquant’anni io mi auguro ci sia ancora chi possa proporre questo libro perché esempio di una civiltà che nel giro di una notte è sparita.
Per quello che riguarda il presente romanzo “L’ossessione di Claudio” mi pare che la signora che mi ha preceduto abbia detto molto. 
E’ un libro dove il protagonista o anzi la protagonista è proprio l’ossessione. E’ un libro da psicanalisi perché in fondo cinge il problema della madre che lui cerca, che lui ricorda e che ha perduto ancora bambino, ancora in fasce praticamente, però qui il discorso sarebbe più complesso, molto più complicato se a un certo momento bisogna dare ragione a Freud, no: nel momento in cui cerco la madre, nel momento in cui la ravviso in ogni dove – praticamente c’è questa esplosione di orgasmo e di sensualità, forse una vendetta nei confronti della vita che l’ha negata, oppure nel momento in cui riconoscessi che una di quelle donne, di quelle pittrici, di quelle artiste con cui sei stato, è tua madre, che faresti? Ti accecheresti come Edipo? Perché qua il problema è questo: è facile dire che il complesso edipico è un complesso vincente nella società di oggi; non è stato secondo me – e l’ho detto anche a Venezia in un convegno di moltissimi anni fa proprio su Freud e la psicanalisi – perché il complesso della ricerca è un complesso ad occhi chiusi, ma nel momento in cui Edipo riconosce di avere ingravidato Giocasta e di avere ucciso il padre, praticamente non soltanto si acceca, ma addirittura muove talmente la pietà degli dei che lo fanno sparire nel bosco di Colono, senza più sapere che morte abbia fatta o che non abbia fatta e comunque c’è una soluzione totale da parte delle Coefore, diremmo, dopo che le Eumenidi … 
Perché questo è un libro dove l’ossessione non lascia scampo perché nel rapporto tra eros e sessualità è tutto a favore della sessualità. 
La parte più bella, secondo me, è quella del manicomio (villa delle Rose), laddove attraverso la follia c’è un processo di purificazione perché dimentica, e io ricordo che il barone Pisani nel manicomio di Palermo, agli inizi dell’Ottocento, guariva i malati allora lasciandoli liberi di esercitare le arti che loro volevano e c’era chi suonava, c’era chi dipingeva, c’era chi si sentiva Dante Alighieri. Qui, invece, il processo è al contrario perché è l’artista che fa l’artista e nel manicomio non fa più niente e vive soltanto di questi riverberi di quell’ossessione, che lo hanno perseguitato al punto che, ad un certo momento, compie quell’atto estremo che è l’omicidio per liberarsi. 
Io non so in quale bolgia dell’inferno Dante metterebbe questo lussurioso, perché praticamente è un lussurioso che non ha neppure la forza di reagire alla propria lussuria, ma rimane vittima di questo destino e chissà se alla fine non ci vorrebbe un intervento degli dei per farlo sparire in un bosco come quello di Colono per perdersi.
E non è probabile che questa sede che ci ospita e che è una sede sacra, non sia un atto di confessione per ottenere un’assoluzione che nel libro non c’è.

 

 

Anna Manna svolge, quindi, la sua relazione critica: OLTRE IL NIENTE

Flaubert in una lettera a Louise Colet del 16 gennaio 1852 annotava: ”Vorrei fare dei libri dove ci siano solo frasi da scrivere…ciò che vorrei fare e che mi sembra bello, è un libro su niente, un libro senza sostegno esterno.” 
La letteratura, del resto, non è sempre stata considerata quel di più, quello sgabello che ancora non si capisce se è necessario a ritemprarsi, riposarsi, sfogarsi, analizzarsi, e chi più ne ha più ne metta! Certo che per essere un niente, dico la letteratura, pecca di una certa abbondanza! Ma del resto il niente spesso si maschera di molto se come scrive Mario Lunetta nella prefazione a Emma Bovary di Falubert: ”Madame Bovary questo niente lo realizza, senza parere, proprio in grazia del suo opposto: una densità costipata, che però mostra sempre, disperatamente, la propria spettralità. I personaggi del libro funzio-nano tutti come simulacri di ciò che potrebbero essere: tutta qui la modernità marmorea e quasi terrorizzante di questo capolavoro, e forse, il suo tremendo sarcasmo involontario .”
Chissà perché leggendo il libro di Amatiello mi è venuta in mente questa sferzante analisi di Mario Lunetta. Eppure Sara è l’opposto esatto di Emma. Tutta viva, tutta prorompente, tutta dirompente la signora flaubertiana. Morta, morta sin dalla prima pagina del libro il personaggio di Amatiello, anzi meglio l’ossessione di Claudio. Solo in quanto abitante della sua psiche, o meglio proiezione della sua psiche in una crepa del soffitto. Non si può dire infatti che nel paesaggio della pittrice urge l’esigenza di esprimersi, di raccontarsi, di riproporsi sulla scena, nella vita, nella realtà, come i personaggi di Pirandello.
Sara Simonelli non esiste, non è mai esistita, o è qualcos’altro. E questo libro ce lo dice a chiare lettere nella prima e nell’ultima pagina. Sara è Claudio stesso. Come il Dott. Ipazia è Claudio stesso. Il romanzo infatti è uno scandaglio nella psiche di se stesso: nelle crepe del soffitto Claudio costruisce un vaneggiamento,una storia un’altalena di amori tutti pensati, sognati, carpiti al soffitto. I personaggi sono spettri. Sono morti. Sono fuori dalla realtà. Sono nubi, vapore, fumo, niente. Ma il niente di Claudio è tutto dentro sé stesso. E’ un vuoto. Un’assenza. Un niente che si maschera di una vicenda per poter dialogare con le proprie ossessioni. 
Ma non è un niente sociale come la nullità della vita di Emma Bovary, il niente borghese che Flaubert scolpisce nel drammatico disagio della donna. La vicenda in Flaubert incalza, copre il nulla dei sentimenti. L’evento diventa personaggio.
Invece in Amatiello le emozioni, i sentimenti, non ci possono essere perché siamo nella dimensione onirica, o meglio nello scandaglio psichico, nel lettino dello psicanalista. Sara è il personaggio inesistente, è il dipinto su un muro che non appartiene a nessuno. E’ la presenza di un’ ossessione costruita sul microcosmo cellulare di un crepaccio.
Basta una pennellata di nuovo colore e non esiste più, forse non è mai esistita.
E’ la proiezione dei “desiderata” di Claudio.
Anzi la proiezione della “scena primaria”, come si chiama in psicanalisi la visione dell’incontro sessuale madre-padre, in un’ angoscia così violenta che denuncia il profondo disagio di Claudio. 
Qui l’ossessa non è Emma, la figura femminile.
Qui l’ossesso è Claudio, la figura maschile. 
Ed è detto chiaramente. Tant’è che l’autore si sdoppia: da una parte l’analisi razionale del dott. Ipazia, l’alter ego civile, ordinato,gestito, fronteggiato, dall’altra parte le spinte emozionali di Claudio sostenute da tutti i trucchi mentali che un artista conosce.Le proiezioni e l’analisi delle pulsioni, le angosce e il tentativo di dominarle. 
Questo sono Claudio e il dott. Ipazia, il suo doppio. 
Lei, la donna non è nemmeno un personaggio. Come scrive in una critica Amalia De Luca, non mostra sentimenti, né pulsioni, nulla. Lei è una patina di colore su una parete. O ancora e meglio, lei è il mosaico di una donna costruita con varie sembianze. E’ il percorso dell’autore verso la figura femminile. Che subito in un modo innegabile, si presenta morta, appartenente al passato, in una dimensione cruenta dove la ferita sulla figura femminile così indagata nella prima pagina, mostra l’uomo fermo a questo delitto psichico: l’uccisione della donna nell’atto d’amore con l’altro. L’uccisione della figura materna nell’amplesso con il marito, con il padre.
Tant’è, come ogni adolescente, dopo la negazione-uccisione psichica della figura materna, dopo la punizione della madre per essere la donna dell’altro (il padre), lo scrittore rivive il nostalgico innamoramento della madre. Fusione con la madre, scoperta del legame sessuale con il padre, distacco, negazione-uccisione, riscoperta della madre. 
Ecco la tappe inconsce del fanciullo per diventare adulto, uomo pronto per una donna. 
Cosi Claudio, dopo averci raccontato e raccapricciato con la figura di Sara morta, ci svela le dolcezze ed i languori del suo amore già vissuto e negato, appartenente al passato. In questo viaggio a ritroso nella memoria, necessario a lui ed a lui soltanto, i personaggi restano spettrali, assenti. Tutto si muove come, appunto, in una nuvola narcotizzata e narcotizzante.
Un certo languore pervade tutto il libro, una droga misteriosa che scaturisce da una micidiale miscela di odore di morte, inebriamento artistico, desideri di confessione. 
Sembra di calpestare ad ogni rigo i fiori caduti da un cuscino dietro un funerale. Quando tutto è compiuto e resta solo l’appiccicaticcio delle lacrime, della nostalgia, della rabbia.
E’ il pianto dell’adolescente che si stacca dalla figura materna, i blues di un uomo maturo ma fermo allo stadio adolescenziale. Che comunque ha voglia di crescere. Infatti nega, alla fine,tutto. E tutto riconduce al nulla. 
Mi meraviglia il fatto che l’autore abbia sentito il bisogno di dichiarare all’inizio che personaggi e fatti sono irreali. Ma è talmente evidente: è il mondo dei manichini, il mondo degli archetipi, il mondo delle maschere fisse. Di reale non può esserci assolutamente nulla. E a ben guardare la figura femminile è contemporaneamente una cosa ed il suo opposto. Donna da minigonna e allo stesso tempo donna procace con i seni turgidi prorompenti dalla camicetta. 
Eppure, nonostante questo contrasto, volgarissimo contrasto, la figura di donna appare elegante, dolce. Un monstrum impossibile nella realtà, improponibile, improbabile. La figura descritta è una summa, un archetipo, è l’eterno femminino che incanta attraverso tutte le illusioni, in una miscela impossibile ed impro-babile di contrasti e sovrastrutture. 
Così la figura di lei così finta e distante, e non può essere altro che così essendo un disegno e non una realtà, così misteriosa ed indecifrabile, e non può essere altro che così essendo una figurazione psichica, ebbene lei finisce per trovare parola proprio nella morte.
In quella ferita su un corpo di donna che urla tutte le prepotenti nefandezze della ferocia maschile. Dichiarata o nascosta, effettuata o pensata. Orribile punizione, orribile distacco che lo stesso autore mostra di condannare, negandone l’esistenza.
Basta quest’urlo a raccontare il dolore femminile, a condannare la storia di misfatti millenari sul suo corpo esposto. Ma la morte di Sara è per l’autore ben altro, per lo scrivente è l’inconscio pertugio per aprire la porta mai aperta e mai risolta: la porta di un contatto con la figura materna, contatto nella realtà mai vissuto. Quella ferita è la ferita della nascita dell’autore, la ferita inferta dal nascituro alla madre che muore di parto.
Non mi piace fare critica, conoscendo la vita dell’autore. Mi interessa l’opera e l’opera soltanto. 
Ma debbo anche confessare che una operazione critica seria non può prescindere dai dettami che la nouvelle critique francaise degli anni 70 indicava : un percorso tra la psiche e la letteratura che teneva conto della realtà storica dell’autore, personale e collettiva.
Pino Amatiello, disteso ed immobile nel letto di una mattina angosciante e solitaria, si mette a navigare l’anima in uno spazio che non somiglia al cielo, ma alle grate di una prigione. 
Ed anche i personaggi sono prigionieri dell’inferno nel gioco assurdo che ha superato i confini del reale. Uno spazio letterario e psichico dove si materializzano pittori dell’angoscia, bellezze che sfumano nelle misture delle streghe, medici che ti squarciano l’anima e tirano fuori le viscere dell’inferno.
A proposito la letteratura è inganno, artificio, o spa-smodica ricerca di verità, almeno la verità dell’anima dell’autore?
Flaubert desiderava scrivere il niente, ma io non credo troppo a quel niente.
Flaubert mentre scriveva di Emma, urlava il bisogno vampiresco dell’autore di emozioni, la letteratura come levatrice di verità più nascoste. Questo scrittore assetato del sangue dei personaggi, beve il suo stesso sangue, è cannibale della sua stessa anima. 
Emma Bovary, a guardar bene, è la figurazione dello scrittore bisognoso sempre di nuovi incontri per accendere il pathos nella penna.
Flaubert ha sofferto e partorito la sua Emma. Lo scrittore finisce sempre per raccontare se stesso.
“Emma Bovary c’est moi“, confessava Flaubert.
Sara Simonelli è Pino Amatiello.

 

ANNA MANNA
Prende quindi la parola Gabriella Valli:

Claudio cerca di leggere nelle crepe del soffitto il suo io profondo che sconfina
nel mistero della vita”


All’inizio della scorsa estate, avendo saputo che Pino Amatiello era degente a Villa San Pietro per cure e ricerche, lo andammo a trovare e ci intrattenemmo qualche ora con lui parlando del romanzo che stava completando e, credo che più o meno succintamente, ce ne abbia raccontato buona parte anche se l’ascoltai a metà, un poi perché Pino, preso da entusiasmo, si perdeva in spiegazioni, interpretazioni e chiose e, molto più perché non potevo fare a meno di considerare quanto complesso e splendido fosse l mondo di un artista dal momento che Amatiello, parlando del suo lavoro, non solo ignorava completamente la tristezza del luogo in cui eravamo, ma sembrava aver anche dimenticato le sue precarie condizioni di salute. Tanto grande era la voglia di dire e di fare di Pino e tanto forte il suo desiderio di condividere emozioni ed intuizioni che passammo, ricordo, un bellissimo pomeriggio, trascinato dal suo bell’eloquio e dalla sua convincente emotività e ci salutammo con la promessa di essere presenti alla presentazione del libro.
Purtroppo, come tutti sappiamo, le condizioni di salute di Pino non hanno permesso che quella promessa si realizzasse in tempi brevi, ma oggi siamo ben felici di essere qui per festeggiare sia la salute ritrovata, direi riconquistata, che il suo inquietante romanzo “L’ossessione di Claudio” .
Non nascondo che il primo impatto con la storia di Claudio si risolve nella piacevole sensazione di trovarsi di fronte ad un plot per una disimpegnata e disimpegnante soap opera, che potremmo leggere tutta d’un fiato e subito dimenticare, ma poi i commenti al libro sollecitano una rilettura, fanno riflettere su un particolare che avevamo sottovalutato, alzano il velo su una realtà sottesa a quella che sembra lapalissiana e così siamo giunti a cercare per conoscere, per spiegare… e allora rileggi, rifletti e il racconto finisce col prendere un diverso spessore, con l’acquisire una più inquietante e travolgente intensità.
Affronto subito il problema della virtualità dello scritto perché so che per un vero artista nulla è più reale del suo mondo virtuale proprio perché essere artista significa prima di tutto aver la capacità di sublimare anche il reale. A suffragare questo assunto mi piace ricordare l’aneddoto secondo il quale Michelangelo fosse solito affermare che l suo unico merito era quello di far vedere agli altri quello che già era nel blocco di marmo che lui aveva scelto. L’interrogativo non è, quindi, sapere se e quanto ci sia di autobiografico nel romanzo, credo che ogni scrittore abbia con la sua opera un rapporto che definirei “materno”, proprio per quel dare tutto di sé a qualcosa che poi diventerà altro da sé, mente trovo implorante decodificare il messaggio che è tra le righe di quella realtà pirandelliana, che ogni vero scrittore fa sua, per cui ogni cosa è a seconda di chi la interpreta o la vive ed è solo illazione leggerla secondo un pensare corrente.
In questo senso mi limiterò a fare un breve cenno, senza entrare nel vivo della narrazione e ancor meno avventurarmi in commenti psicologici, letterari e filosofici del testo su quello che il romanzo ha suggerito ad una come me che, da tempo, cerca di affrontare le problematiche del femminile alla luce dell’insalata e forse insanabile conflittualità che esiste nel mondo. Naturalmente, vista la mia formazione cattolica, il mio punto di riferimento è la Bibbia, che spero di saper leggere e comunicare nella sua profonda e splendida umanità, senza volerne assolutamente diminuire il portato teologico e spirituale che esige rispetto perché punto di riferimento delle tre grandi religioni monoteiste.
Dice la Genesi nel capitolo I versetto 27 che Dio creò "…l’uomo… maschio e femmina li creò”, intenzionalmente ho scelto questa tra le due versioni della creazione poiché quella, più conosciuta del testo Jawista, è evidentemente espressone di una società patriarcale nella quale i ruoli sono si strutturati secondo un ordine naturale ma circoscritti e delimitati da un patto sociale. Nella creazione, infatti, c’è sicuramente una parità relazionale degli individui che non può essere annullata dalla differenza dei generi e, quindi, dei ruoli, ed è proprio la mancata armonizzazione sociale dei ruoli a creare insoddisfazione e conflittualità, come è ben evidenziato anche nella narrazione biblica del cosiddetto castigo dei nostri progenitori dove, rivolgendosi alla donna (Genesi capitolo I versetti 16-17) Dio dice “e tu partorirai figli con dolore. Eppure il tuo istinto ti porterà verso il tuo uomo, ma egli ti dominera”.
Non sembri lungo il discorso introduttivo perché credo che chi ha avuto occasione di leggere “L’ossessione di Claudio” capirà immediatamente le motivazioni che mi hanno indotto a far riferimento al testo biblico, infatti, da qualsiasi punto si voglia partire per decodificare il senso profondo della storia e comprendere lo spirito dei personaggi che la determinano, non si può ignorare che questo scritto è centrato sulla difficoltà dei rapporti umani e, per antonomasia, il rapporto uomo donna che normalmente, semplifichiamo parlando di innamoramento, di passione e di amore, ma che sostanzialmente è il punto nevralgico dell’umana esistenza, perché ogni uomo realizza se stesso solo nella conoscenza dell’altro da sé, necessario o necessitante che sia. Importante allora diventa scoprire cosa c’è dietro o dentro la parola “amore” e soprattutto quanto questo termine risponda all’interiorità del singolo in relazione al suo simile che, parallelamente a lui, è soggetto ed oggetto dello stesso sentire.
La follia e l’ovvietà sono i due termini nei quali si svolge la vita del nostro protagonista, ma non meno folli od ovvi sono tutti gli altri che, come ombre, condizionano la vita vera o virtuale, di Claudio fino quasi ad annullarla, non importa se nel manicomio, dove i pazzi, più meno pericolosi, seguono le loro illogiche logiche o sulle pagine di un giornale virtuale, l’importante è non darsi per vinto e riuscire a comunicare la profondità del proprio io ad un altro io, anonimo sì ma che sia capace di accogliere l’ossessione con la stessa intensità e con identica disponibilità d’amore.
La storia di Claudio prende l’abbrivio dalla solitudine che, in sintonia con quella dello scrittore cerca di leggere nelle crepe del soffitto il suo io profondo che sconfina nel mistero della vita, in questa solitudine si insinua una donna bellissima e disponibile che, con il suo modo di porsi, sembra dare soluzione non solo alle pulsioni emotive e passionali di Claudio, come già hanno fatto altre donne, ma anche mitigare quelle ossessioni che da sempre disturbano la sua psiche divisa tra l’anelito ad una madre, della quale mai ha conosciuto il profumo, e un mondo che nel suo continuo mutare, gli sfugge e non riesce a possedere. In queste condizioni Plaudo è pronto a trasformare la passione in amore, anzi lo vuole con tutto se stesso, fino al punto di non capire, fino al punto di oggettificare se stesso, la sua intelligenza, la sua vita.
Claudio nel suo diario realizza con la sensibilità propria di ogni artista, il moderno mito della Grande Madre senza rendersi conto che la donna, novella Eva, col suo narcisistico ed utilitaristico concedersi, ha svilito il significato profondo della femminilità e non è più in grado di operare q quella mediazione tra l’immanente e il trascendente, tra l’umanità e l mistero della vita che qualifica l’amore, mediazione che sola è in grado di fugare ossessioni, annullare caducità, dare senso compiuto all’esistenza in una circolarità che, sofferta ed accettata, placa ogni ansia.
Nell’amore beffato Claudio si riappropria del suo io, ma è ormai troppo tardi: sola la follia o la morte possono porre fine alle sue ossessioni r poco importa quale delle due lo estranierà dal mondo perché a prevalere è il su animo d’artista che vuole concretizzare in qualche modo il suo sentire d’amore. Così, nel sogno, l’artista generosamente libera Sara Simonelli del suo corpo sinuoso, delle sue labbra invitanti, del suo sguardo ammaliante in modo che ella possa librarsi, nuvola tra le nuvole, verso l’Azzurro del cielo, non più Grande Madre, ma neanche anonima millantatrice d’amore.
Questo permetterà a Claudio di riappropriarsi del suo io ormai consapevole che solo l’assurdo è ancora di salvezza e, quindi, sceglierlo come l’ultima e forse unica chance di felicità.
GABRIELLA VALLI






Melo Freni, Anna Manna, Pino Amatiello

Gabriella Valli, Luisa Coccia De Rossi, Melo Freni,
Anna Manna, Pino Amatiello.

 

 

PI LA MORTI DI ANCILU

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