INTERVISTA CON LO SCRITTORE PINO
AMATIELLO
di
GAETANO.
ALLOTTA
D.: - Ho letto molti anni fa il suo romanzo “Dragunara” e ne sono
rimasto affascinato. L’ho riletto recentemente e ne ho avuto una impressione
ancora più favorevole. Come vive ora lontano dalla Sicilia, che l’ha
ispirato?
R.:
- Vivo con un’inguaribile nostalgia, ma anche, se decido di ritornare in
Sicilia, con l’angoscia dell’esule di non essere riconosciuto dalla
“madre” o dal “padre”. Lei stesso mi ha riferito che, cercando di
avere il mio recapito romano, le hanno detto che ero morto. (sic!).
Per ciò che riguarda “Dragunara”, il mio romanzo d’esordio, le
confesso che me lo sono trascinato dietro fino al compimento dei
quarant’anni; L’ho riscritto, infatti, ben sedici volte,
aggiornandolo continuamente con gli eventi che si andavano verificando, dalla
seconda guerra mondiale alla frana di Agrigento.
All’età di sette anni, infatti, una zingara mi aveva predetto,
leggendomi a forza la mano che ritraevo continuamente: “Lu primu libbiru a
quarant’anni” (Il tuo primo libro a quarant’anni), e aveva avuto ragione.
Ho tentato, invano, di far pubblicare “Dragunara” sia dai grandi
editori che dai piccoli, ma non c’è stato verso.
Appena ho compiuto quarant’anni, l’editore Marcello Spada, al quale avevo
presentato il dattiloscritto di 2.200 pagine, dopo averlo letto e fatto
esaminare dal cognato critico letterario, mi disse che, se fossi stato capace di
ridurre il numero delle pagine a un decimo, ne sarebbe venuto fuori un
capolavoro.
A questo punto, rilessi il romanzo e mi resi conto che c’era troppo
Pirandello, il mio primo amore.
Diedi, quindi inizio a un lavoro di prima scrematura, eliminando i particolari
che connotavano i personaggi, poi decisi di non descriverne alcuno: volevo
tentare di descriverli a seconda di come parlavano. Noi, infatti siamo come
parliamo; siamo ciò e come lo diciamo, da istruiti e da analfabeti, con il
linguaggio del pescatore, del contadino, del muratore, del mafiosetto ignorante.
Così le pagine diventarono circa seicento. Ma non bastava, dovevo
eliminare anche certe descrizioni sulle quali ritenevo di essermi dilungato,
convinto che se le parole necessitano di sintesi questa sintesi io la
esplicitavo con… troppe parole.
D.
– La caratteristica della sua opera è quella dell’uso, ritengo per la prima
volta, di frasi e termini siciliani: com’è giunto a questa forma di
narrativa?
R.
- Poiché il romanzo era ambientato in Sicilia, e, particolarmente a Sciacca,
dove sono nato, e, inoltre, ad Agrigento, a Ribera ,a Santa
Margherita Belice, e a Roma, mi chiedevo se qualche scrittore siciliano avesse
mai mescolato la lingua (cosiddetta italiana) con la lingua siciliana. La
risposta di molti amici, tra cui Maria Martoglio, figlia di Nino; la prof.ssa
Sara Zappulla Muscarà; il prof. Santi Correnti e altri, fu negativa; anzi
mi fu consigliato di pubblicare il romanzo al più presto, prima che fosse edit
“La Cocotte” libro postumo del De Roberto (1980).
Il
mio romanzo fu edito nel 1978; nel 1980 fvinse il Premio Narrativa Provincia di
Agrigento (acquisto di 5.000 copie destinate alle Biblioteche scolastiche
italiane.
“Dragunara”
si distingueva anche dall’ “Orcinus Horca” del D’Arrigo e da altre
opere nelle quali, i vocaboli o le espressioni in lingua siciliana o in altri
dialetti, comparivano o in corsivo o tra virgolette.
Avevo inventato un nuovo modo di scrivere cioè un impasto
lingua-dialetto.
Così decisi di far parlare i miei personaggi così come parlano ancora oggi ijn
Sicilia
Questo impasto lingua-dialetto (ma io preferisco che si dica “lingua italiana
– lingua siciliana) fui il primo a porlo in essere nella storia della nostra
letteratura. Dopo di me sono venuti gli “scimmiottatori”, (dalla Cardella
al Camilleri, il quale dichiara di essersi inventato un dialetto, che a me
sembra una profanazione. Oltretutto io, siciliano DOC lo trovo incomprensibile.
D. – Ha pubblicato recentemente qualche altra opera?
Se intende dopo “Dragunara”, ho pubblicato un altro romanzo ambientato in
Sicilia, sempre con il mio linguaggio narrativo, il cui titolo è “Occhio
sinistro”, ma questa volta in esso ci sono impasti diversi con la
“cosiddetta “ lingua-italiana, dal napoletano al romanesco, al
siciliano.
Questo mio secondo romanzo è prefato da Massimo Grillandi ed è presentato da
Ruggero Orlando; esso è stato ben accolto dalla critica.
A questo secondo romanzo ne è seguito un altro: “Il cielo strasciato”,
prefato da M.me Laurence Donna, Premio Unisco per la Pace, Questo è un
libro a cui tengo molto, perché in esso affronto i problemi dell’umanità che
vanno dalla guerra alla pace, dall’ateismo alla Teologia, dal rapporto
uomo-donna a quello letteratura-scienza-poesia.
Ma questo non è tempo di riflessioni; alla gente bisogna dare un vaso colmo di
lenticchie e fargli indovinare quante ve ne sono contenute, oppure certi reality
che privilegiano la camera da letto o attricette che mostrano generosamente il
fondo schiena.
Questo non è tempo di meditazione, di raccoglimento, di silenzio. E non è
tempo di pace, perché è inutile affermare che non c’è ancora stata la terza
guerra mondiale, a fronte delle oltre 539 guerre che si sono avute o che sono in
atto in numerose regioni del nostro pianeta..
A “Il cielo stracciato” è seguita una raccolta di racconti, per li più
autobiografici, ma, a volte, trasfigurati, dal titolo “La cassata
siciliana”; quindi altri racconti dal titolo “Racconti culinari”, libro
che descrive gli ingredienti e la preparazione dei cibi che vengono degustati
dai personaggi protagonisti di ciascun racconto, sulla scia di Proust o
del Tomasi da Lampedusa.
In poesia ho pubblicato “L’Altra” – diario di una malattia e “Se
appena mi sorridi” – poesie d’amore, anche perché sostengo che si
invecchia quando non si è più curiosi e non si è più innamorati.
D.-
Le sue impressioni circa il diffondersi, recentemente, di questo uso del
Siciliano da parte di altri autori?
R.
– Sono convinto che, se la nostra lingua siciliana non sarà più oggetto di
sberleffo da parte dei mezzi d’informazione (essa viene usata spesso per
indicare che chi sta parlando o è un mafioso in nuce o è un analfabeta oppure
è un semplice e incolto campanilista), questo uso (del quale, per altro, si
vergognano le giovani generazioni), non potrà che costituire per la Sicilia un
grande valore culturale, non solo etnico.
Gli scrittori, almeno la stragrande maggioranza, stanno però alla
finestra, convinti di non essere letti che dai soli corregionali e coscienti
che, con l’Europa unita, già le lingue nazionali (rispetto all’inglese)
sono considerate “dialettali”,. (Figuriamoci, quindi, com’è visto il
dialetto…)
Ma, per esempio, in Sardegna a scuola si studia il sardo, e non pochi, come me,
insegnano siciliano e ne declamano, anche all’estero delle splendide poesie
che vengono comprese e apprezzate.
Se ci riferiamo, infatti, alla storia della nostra letteratura, si può
caffermare che, se non fosse nato Dante, questa nostra intervista si svolgerebbe
in lingua siciliana…
D.
– Come vede la Sicilia dal suo osservatorio di Roma?
R.
– Ho sempre sostenuto, anche nei miei articoli pubblicati ne “Il Giornale
dei Poeti” (del quale quest’anno ricorre il Ventennale che ho festeggiato
alla Biunghmton University di New York, su invito ufficiale della preside della
Facoltà di Letteratrura comparata, LaValva), che la Sicilia spesso è stata
considerata la “Cenerentola” delle regioni d’Italia. Essa detiene,
infatti, molti primati negativi (tasso di disoccupazione; indice di basso
reddito pro capite; abbandono dei Beni culturali e ambientali; delinquenza
organizzata, quest’ultima, attualmente, seconda a Napoli).
Ma, a fronte di tanta negatività, c’è una gioventù che rivendica il proprio
diritto allo studio,al lavoro e all’affrancamento sociale (basti dare uno
sguardo, ad esempio, alla produzione viti-vinicola la quale oggi rappresenta
circa il 26% dell’economia dell’Isola).
Dopo le morti eccellenti dei Servitori dello Stato, che rappresentavano la
salvaguardia della civiltà e della libertà dei siciliani, mi pare che ci sia
stata una presa di coscienza, anche se continuano ad esserci sacche di
fuorilegge che cercano e trovano alleanze con il potere.
Ma io sono certo che la Sicilia è già sulla buona strada, che non è lontano
il tempo di un suo rinnovato Rinascimento.
Perché recita un detto popolare: “Ci su’ cchiù jorna ca sasizzi” (“Ci
sono più giorni che salsiccie”.
Credo, infine, che il risveglio culturale attuale (quanti poeti degni di questo
nome si stanno rivelando recentemente, e quanti narratori impegnati!)
stanno in tutte le provincie siciliane,contribuirà non poco a una presa di
coscienza del nostro popolo.
Perché,
(come diceva il giudice Borsellino): “La lotta alla mafia, più che
combatterla con la repressione, deve essere, prima di tutto, un fatto
culturale”.
E questo è il destino degli scrittori siciliani.
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