Da
“Alla Bottega” – Anno
XXXVI – N- 5 - 6
Un
passato memoriale è restituito nel suo bagliore estremo: “Dragunara”
o la tromba marina della fatalità
di
Cinzia Emmi
Dottore di Ricerca in Italianistica
Università di Catania
n
occasione della pubblicazione della V edizione del romanzo “Dragunara”
di Pino Amatiello, fra le numerose recensioni (oltre 120), una splendida tesi
di laurea e i molti saggi,
questo di Cinzia Emmi, dottore di ricerca di letteratura italiana presso
la facoltà di lingue di Ragusa, ci è parso particolarmente
significativo.
Il
Saggio è stato pubblicato all’uscita della IV edizione del romanzo,
quando cioè,dopo il grande successo di critica e di pubblico, come
sovente accade, era rimasto solo il libro destinato a pochi amatori o,
come tanti al dimenticatoio, anche perché “Dragunara” non è mai
entrato nel giro “commerciale, non essendo stato protetto e imposto da
un colosso editoriale.
Ciononostante, non si contano più gli
emigrati che da Sciacca, dove l’hanno trovato in qualche tabaccheria, lo
hanno trasferito negli Stati Uniti, in Francia, in Germania, in Australia
e, perfino, a Cuba.
Il testo di Cinzia Emmi è
affascinante, intrigante, appassionato. Ecco i motivi della sua
ripubblicazione:
___________________________________________
Il
romanzo di Pino Amatiello Dragunara.
Le trombe marine della fatalità e della
storia abbattutesi sulla Sicilia è giunto alla quarta edizione per i
tipi de Il Ponte Italo-Americano di New York.
Vincenzo
Licata, poeta saccente, ispirato dalle parole sug-gestive del romanzo, ha
sinteticamnente e precisamente puntualizzato alcuni aspetti in versi che
fungono da epigrafe a questo scritto:
“Dragunara
di duci sentimenti / chi pi seculi tutta la me’ denti / detti in
cunsigna a Gesù Cristu e
Santi. / Dragunara di venti e di correnti, / di mafia e di pulitica
birbanti, / ‘mpastata cu la fidi e la speranza / e li ricordi di la
picciuttanza. // E tra li niuru di ‘sta Dragunara , / dunni ci
arrufulianu peni e lutti / di
chista terra mia, ci semu tutti: / c’è Cristu e la me’ genti
marinara, / e c’è lu schiavu di la surfarara, / c’è un populu, chi
ancora feli agghiutti, / chi aspetta cu gran fidi ed onestà / giustizia,
pani, amuri e libertà”.
Dalla
lettura di questi versi si evince immediatamente l’elemento di
sofferenza e di dolore presente nel libro (lacrimi
e [...] chianti peni e lutti: un populu chi ancora feli agghiutti, e –
quindi – l’asprezza e la difficoltà del vivere in Sicilia ; ma
anche l’attenzione di Pino Amatiello
alle problematiche sociali dei marinai, dei contadini e dei
muratori, come pure quello alle collusioni dei potenti. Licata , tuttavia,
non manca di rivelare lo sguardo retrospettivo dell’io narrante, lo
scrittore protagonista Antonio: figura motrice del fitto ingranaggio
dell’intreccio testuale, che non è da considerare solo in chiave
speculare al Pino REALE (ambiguo
, si noti, l’uso del diminutivo Nino), non esclusivamente creazione
autobiografica in quanto soprattutto trasposizione letteraria.
Antonio è giunto in Sicilia per
ritrovare la sua propria essenza, per portare a consapevolezza un mondo
represso, un mondo fatto di gioia e di tenerezza come egli ricorda
attraverso gli squarci memoriali impressi nella sua mente dal tempo
dell’infanzia, un mondo fatto anche di buio – da illuminare -, dal
quale saltano fuori fantasmi vilipesi ed esseri visti palesemente con lo
sguardo sul reale proprio del bambino e che assumono nel passaggio
ricordo-realtà attuale un’aura diversa, essendo rivelati nel tergo
della loro personalità (la madre come vittima di un amore mortale per un
uomo insignificante e non siciliano, il padre che lo ha rapito dopo la
morte della moglie, il nonno, il parentado materno). Il campo semantico di
ricordo si manifesta, infatti, con le numerose occorrenze – in
particolare fino alla metà della narrazione, per essere poi sempre più
rarefatte, e per giungere,
infine, alla quasi scomparsa – dei lemmi ricordo,
memoria, ricordare, rivivere, venire alla mente, ritornare alla memoria,
affiorare alla memoria; parallelamente alla presenza di questo campo
semantico si riscontrano: sia la passività dell’azione di Antonio, alla
scoperta delle sue radici e, quindi, proiettato verso l’universo
interiore ed i rapporti parentali, per cui questa si contrappone
all’attività continua della memoria esplicitata in vari flashbacks
e nelle intermittences du coeur,
che la quasi stasi dello svolgimento dell’azione (essa si divide tra
la casa dello zio, quella in campagna nelle tenute dei Maganzù di Pirrera
e Ribera), la quale dopo l’intensità della parte successiva
(l’andirivieni di Antonio tra
la casa dello zio, l’ospedale e l’azienda di salatura delle acciughe
è intercalato dagli spostamenti degli Aguglia tra Roma , Agrigento
e la loro abitazione; ad essi si incastrano l’incontro al bar tra
Aurelio Aguglia ed Antonio, la festa di San Calò e quella di Maria del
Soccorso, la celebrazione del matrimonio alla Matrici, la partita-sfida al
Castello di li Testi: continui cambi locativi che accentuano il crescendo
dell’attività vitale di Antonio nei confronti del mondo circostante) si
conclude bruscamente, anticipata dalla scansione rallentante il ritmo
narrativo degli spazi bianchi, con la partenza-fuga sul treno
diretto al Continente (pag. 168).
Centrale per la comprensione della
personalità del ‘rotagonista è il poetico passo riguardante il ricordo
della madre, già preannunciato nella scoperta della sua foto in abito
nuziale: a lungo nascosta dagli zii e negatagli (non
ne ho mai posseduto nemmeno la fotografia, p. 32), questa foto
rappresenta il senso di quella corposità che Antonio ha solo presentito in
utero e non ha mai potuto godere in vita. E’ stata l’idea – di
persona dolce, brava, buona,
intelligente (p. 32) – che egli ha nutrito nel suo animo secondo i
racconti degli altri a favorire la creazione di un fantasma positivo e
protettivo, tanto da essere punto di salvezza dalle punizioni inflittegli
dallo zio e dai dolori e dalle delusioni della vita adulta. Tuttavia, la menomazione
(p.33) e la defraudazione di un’infanzia felice sotto le ali di
Ancilinedda, la mancanza (p. 32)
della sua presenza – che è piuttosto una presenza in absentia, poiché fantasmatica – dimostrano il peso affrontato
dal piccolo, che si è trasformato – diventando poi insormontabile –
in un conflitto non risolto
che giunge fino al non-perdono per la non-liberazione dall’incubo
(p. 33) di essere rimasto
solo, di non essere potuto morire al posto suo o con lei: è soprattutto
l’invocazione della propria morte in cambio della salvezza della madre
ad esplicitare il rapporto ambivalente che il giovane vive con la figura
materna, ovvero il riconoscimento del dono della vita e la forza del
sentimento di tenerezza si scontrano con l’immagine evirante ed
ossessiva e con la durezza per la menomazione
che lo renderà diverso per tutta la vita , condizionando il suo
rapportarsi al mondo femminile esemplificato, nel contesto saccente, nei
personaggi della zia Ines e
di Lidia, e in assoluto nella sua ricerca di una donna ideale (come
espresso nel dialogo con la cugina riguardo alla sua vita amorosa a pp.
118-119).
Il rapporto con queste due donne è di
un tipo freudiano, nel senso che entrambe rimangono solo immagini sensuali
o tentatrici ma mai realmente possedibili e possedute per l’impedimento
del fantasma materno, per cui Antonio resta sempre un amante in potenza:
la prima è, infatti, possibile sostituto materno di triangolazione
edipica, dato che il personaggio paterno – dipinto negativamente dai
parenti della madre (pp. 34, 36, 37, 49) e diversamente da altri (pp.
98-99), difeso ed amato dal figlio (la rabbia
provata per l’esclusione del padre dalla foto a p. 33, la preghiera
per il povero morto a p. 41) –
appare sempre sfumato; la seconda si rivela potenziale amante – dati i
suoi costumi molto trasgressivi -, negata per la censura parentale, per
quella amicale, e per quella dipendente da un’embrionale allusione alla
triangolazione di Elettra manifesta sia nell’accompagnamento
all’altare matrimoniale che nei pettegolezzi della gente, che nelle
gelosie di Turi e di Aurelio. L’incubo vissuto da Antonio dopo il
fidanzamento di Lidia con Aurelio è emblematico della tensione sensuale
verso le due donne – la zia è rappresentata come una farfalla
(p. 134), mentre la cugina come un serpente ed una medusa (il
suo corpo, com un’immensa esse, dal pavimento passava attraverso le
fessure del balcone giù in basso; il resto era in alto, tra gli scuri, i
capelli al vento e quegli occhi fissi, ivi) – l’aereità e la
vecchiezza della carne della prima sono rifiutate, come anch la purezza
apparente ed ingannatrice della seconda.
Un’altra figura che si mostra agli
occhi dell’adulto nella luce del vero è quella di Don Santo, che il
bambino ha sentito come tenero, affettuoso e caro nonno, dolce nella sua
maestosità, e che l’adulto scopre essere stato uno spietato e
spregiudicato affarista ed un sopraffattore dei diritti dei subalterni.
Ironia della sorte o beffator beffato, il nonno si ritroverà a dover
subire alcune angherie-dragunare: la morte del figlio Gasparino per masno
di zù ‘Ntoni, la morte di pasrto della figlia e quella della nuora (Ancilinedda
ed Angela), la firma testamentaria estortagli per lasciare erede
universale il figlio Filì.
Lo sguardo retrospettivo dell’io
narrante è volto a colmare in età matura un vuoto memoriale, forse
quando certi eventi non possono più fare paura o possono essere
affrontati meglio – pur tenendo sempre conto della difficoltà che ciò
comporta a livello dell’attività della coscienza -; il risveglio di
sensazioni, odori ed eventi comincia lentamente ed occupa la prima parte
della narrazione, quando l’azione si svolge per la quasi totalità nello
s cenario di Sciacca, una cittadina nella quale vecchio e nuovo, passato e
modernità contrastano vistosamente e veicolano messaggi generazionali
opposti. Da un lato stanno personaggi come zio Filì, zia Ines, nonno
Rocco, Iacu e la moglie Mariannina, Calogero – personaggi legati alla
sfera della sicilianità con forza, virulenza e con connotazioni spesso
estremistiche o negative. In una fase di transizione e, quindi, non
completamente staccati dall’arcaismo sono Turiddu e la figlia di Jacu,
Sarina. Ancora più oltre, infine, con caratteristiche di modernità, con
un atteggiamento più aperto alla vita attuale e disancorati dalla
dimensione ancestrale, sono Lidia, Aurelio, Don Saro e Piddu Scarica.
La vita di don Filì è densa di
lavoro e fatica nell’azienda di salatura delle acciughe, di aspro
intenso e smodato tentativo di accumulazione della roba con atteggiamenti e caratteristiche del Gesualdo e del Mazzarò
verghiani (com’è già stato riscontrato da alcuni critici per
quest’ultimo), di spasmo di possesso, di soprusi nei confronti dei
poveri o dei ricchi pur di acquisirne gli averi. A tutto ciò, non
corrisponde, tuttavia, né una regola precisa – come solo il senso di
autoconservazione o quello di protezione della famiglia -: si tratta di
una cura dell’accumulazione fine a se stesso – che sfiora a tratti un
riferimento alla dimensione vissuta da alcuni personaggi di Zola,
rilevabile anche nell’uso di alcuni sintagmi dell’autore francese
(“Si incontrano tutti qui: i nemici e gli amici; immaginalo pure come un
serraglio di bestie feroci che, per
non azzannarsi a sangue, si evitino e si scansino” a p. 42; “Tra la
folla tumultuosa che andava sempre più ingrossando, si udivano le voci
delle madri che chiamavano i figli e quelle dei bambini spauriti che
avevano perso i genitori “ a p. 157) -, poiché il suo volontario non
coinvolgimento sentimentale negli affari, la sua ruvidezza e la sua legge
del padrone sono il fulcro ossessivo del suo agire. Ruvidezza che si
riscontra in varie occasioni nell’acquisto del pesce per il pranzo (pp.
90-91),nel fastidio per i dolci portati da Antonio (p. 27),
nell’offendere Turiddu (pp. 37-38) a causa del risentimento di essere
stato tramite per la riconciliazione con il nipote e per il considerarlo
indegno avendo aspirato ad essere suo genero, nel pensare per zia Ines e
nel decidere per lei, senza mai avere per questa sua seconda moglie un
tocco – pur minimo – di dolcezza e di riguardo, anzi, quasi mostrando
un atteggiamento di rimprovero costante della sua presenza, un poele
sempre dinanzi la sua inferiorità. Sono poi lke parole stesse della zia
(p. 119) e la riflessione di Antonio (p. 110) ad esprimere in pieno la
condizione di una donna stoica che assurge a metafora della condizione
della donna in Sicilia fino agli anni Quaranta del ‘900, e, in certi
ambienti sociali fino a qualche decennio fa: una donna considerata sempre
subalterna, costretta a sopportare presunzioni ed a subire le decisioni
dei mariti e dei padri (i matrimoni combinati o di interesse, come quello
tra zio Fil’ e zia Angela che è buon discendente di quello verghiano
tra Gesualdo e Bianca) inabilitata ad esprimere la sua opinione anche su
argomenti che la riguardano o di fronte a fatti di cui rivela la
scorrettezza (“Dove sta scritto che una fimmina si deve intromettiri nei discorsi
degli uomini?” […]. “Fimmini
sono, e se non parlano a vanvera, muoiono” a pp.55-56). Per QUESTO
il tentativo di ribellione dallo stato di serva
(p. 110) e di prigioniera di zia Ines durante la malattia di Filì
sono da vedere nella luce della speranza del nipote acquisito, una forza
ed una volontà di lotta e di autoaffermazione che spariscono con la
certezza della partenza di Antonio, per farla ritornare – rinunciataria
– perché debolmente consapevole delle motivazioni profonde del suo
cambiamento e per la fedeltà alla volontà del defunto – nell’ombra
in nome di una maternità mai vissuta.
Dall’atteggiamento di zio Filù nei
confronti del mondo, fiorisce l’accettazione del tradimento della prima
moglie e consequenzialmente, della nascita dell’unica figlia, reclamata
dal suo parentado e ceduta senza discussioni in virtù della non
rivelazione della colpa segreta – ormai quasi pubblica – di zio Filì.
L’allusione all’impotenza sessuale dello zio è certamente l’ombra
più considerevole che avvolge la sua figura, per cui la ri-accettazione
di Lidia sancisce il tardo recupero del desiderio di avere una sua propria
stirpe, di realizzare il perpetuarsi generazionale e la sua eredità
genetica (negata a zia Ines): se il mondo comune si meraviglia e non
riesce a trovare una logica plausibile, se la seconda moglie teme
un’azione motivata dal tener conto dell’opinione altrui, se nella fase
conclusiva della vita dello zio anche Antonio avrebbe potuto essere un
erede legittimo – avendo superato il ruolo di nipote ripudiato ed
avendolo sostituito degnamente nel lavoro dei macaseni
– Lidia è, invece, un’incognita di rischio, è l’ultima scommessa
dello zio, una scommessa che porta o alla vita – con il buon uso e la
fruttificazione dei suoi averi – o alla dannazione dei suoi sacrifici (si
si la merita, sarà la sua consolazione; si nun si lamerita , pure lei
pagherà il suo dazio, a 0p. 154, aveva detto lo zio al prete in punto
di morte.
Lidia, in realtà giocatrice
d’azzardo come il padre e donna di polso, ambiziosa è bella quanto
l’Angelica gattopardiana, sembra all’altezza della situazione:
emancipata e sicura di sé, consapevole della sua avvenenza e delle sue
capacità di seduzione, firma l’assegno allo Scarica
(p. 166), riesce a possedere Turiddu (p. 159) ottenendo che
l’uomo che non lk’ha voluta sposare a causa degli antichi dissapori
familiari – poiché incapace di chiederne la mano a zio Filì e codardo
non pari del Romeo Montecchi – sia suo per poco, quel tanto che basta
per farlo disperare per sempre, vendicandosi anche dell’avere sposato
un’altra donna.
Zio Filì acquista una sorta di
redenzione finale: sia per il suo rivolgersi al confessore prima di
morire, anche se questo sembra un gesto plateale, un atto dovuto proprio
per il suo modo di concepire la religione – ovvero un sentimento
superficiale ed esterno non interiorizzato ed intimamente vissuto, ma
neanche un sentimento bigotto ed ipocrita come quello della Cardinale -.
Cheper i lunghi silenzi finali, quando è ormai morente in ospedale e
sente l’avvicinarsi della morte; silenzi che lo rendono più
affabile e dimostrano come un ostinato cambi di fronte al momento estremo,
all’inazione, alla disperazione del rimurginare sul suo passato nutrendo
anche un certo pentimento.
Nino, diversamente, assume una
posizione particolare: a volte super
partes, quando giudica con disincanto il comportamento dello zio nei
confronti di Turiddu (p. 32) e del padre o l’atteggiuamento della gente
circostante (p. 97) o quello di Jacu per la figlia Sarina; altre , essendo
coinvolto emotivamente in prima persona, parzialmente come nei riguardi
della cugina Lidia, altre ancora resta a cavallo tra passato e presente,
tra indifferenza e scoperta dolorosa di eventi non comprensibili da
bambino o da adulto per la loro radicalità, tra la piena consapevolezza
di appartenere nell’oggi più al mondo milanese che a quello siciliano
(pur non essendo parte
integrante dio nessuno dei due ed il sentimento represso delle proprie
origini sentimentali e naturali. Nell’arco della narrazione si nota una
rigenerazione interiore di Antonio, che inizia con l’immersione nel
mondo naturale della campagna (p.58) che gli permette di fronteggiare il
suo passato ormai affiorato e di vivere l’oggi con maggiore pienezza e
disincanto, facendogli considerare la sorte che mi era toccata meno infelice di quanto spesso non m’era
apparsa (p. 97).
Questi personaggi si muovono in una
luce abbagliante – quella della solarità siciliana – che non può
essere, eppure, oscurata d’un tratto: una dragunara può giungere a
rompere il flusso storico ed individuale per minarlo per sempre. Per
chiarire meglio il senso assunto dal lemma gragunara occorre ricostruire
brevemente la storia di questo mito in modo da poter rilevare come Pino
Amatiello, pur riallacciandosi alla tradizione mitologica, vi apporti una
rivisitazione che lo rende attuale. Il termine dragunara in siciliano draunara o trtavunara o addaunara,
significa “drago nero” – a volte è sostituirto da cura
di rattu (“coda di topo”), riferendosi al prolungamento finale), cura di drau (“coda di drago”), cura
draunara (“coda dio drago nero”), trumma
(“tromba”) marina o terrestre – ed è stato diffuso fino alla
metà del ‘900 (ancora oggi lo ricordano gli anziani), pur non apparendo
nella memoria storico-linguistica del vocabolario novecentesco di
Picciotto (Vocabolario siciliano
a cura di Gioirgio Piccittoi Palermo 1977, vol. I). Si ritrova, invece, in
vocabolari ottocenteschi (Nuovo
dizionario siciliano-italiano a cura di Vincenzo Mortillaro del 1858,
p- 342; Nuovo vocabolario siciliano
– italiano a cura di Antonino Traina del 1868 p. 333; Dizionario
siciliano-italiano a cura di Vincenzo Nicotra del 1883, p. 301), nei
quali è definito presssoché identicamente come “gran rovescio di
acqua, pioggia gagliarda e continuata” e “se accoimpagnata da turbine
con veemente aggiramento di venti prende il nome di “bufera” (Mortillaro);
quindi, è quel vento turbinoso apportatore
di nuvole scure e tempesta che sollevandosi verso l’alto. Procede
vorticosamente in direzione orizzontale con furia distruttiva.

Antiche leggende popolari riguardanti
i fenomeni metereologici ed in particolare le precipitazioni del cielo
sotto forma di tuoi fulmini e tempeste narrano come questi fossero
prodotti da animali malefici e diabolici, quali il serpente o il drago; si
tratta di credenze superstiziose sia di epoca preistorica che greca (come
dà notizia anche Leopardi nel Saggio
sopra gli errori popolari degli antichi del 1815) che cristiana, con
testimonianze nelle Sacre Scritture e
con tendenza allo sviluppo delle suddette credenze in particolare nel
Medioevo, quando si pone enfasi sulla potenza divina che castiga gli
uomini per i loro peccati distruggendone l’opera.
Contro
tali perturbazioni ritenute presaghe di eventi funesti o futuri, si
recitavano scongiuri (cfr. Giuseppe Bonomo Scongiuri
del popolo siciliano, Palermo 1953, cap. VIII, come indicato anche
nell’Introduzione al romanzo
di Pino Amatiello), invocando in epoca precristiana gli dei e soprattutto
Giove, ed in epoca cristiana o Santi (in Sicilia: Santa Barbara, Santa
Rosalia e Sa Giovanni, quest’ultimo è invocato pure in Abruzzo) o
Maria, Gesù, la Santissima Trinità. Oltre agli scongiuri si possono
recitare orazioni come nel caso di Santa Edwige menzionato da Leopardi ,
salvata dalla paura di un tempesta terribile in virtù della sua purezza.
La preghiera o lo scongiuro sono indispensabili alla salvezza dalle
temibili perturbazioni, ma possono essere accompagnati o sostituiti da un
taglio praticato o in forma di croce o di parafulmine: con un coltello dal
manico o nero (uso diffuso soprattutto nella provincia di Messina e di cui
testimonia anche San Bernardino nei Sermones) o mezzo bianco e mezzo nero (Catania E Trapani) o tutto
bianco (Catania) con una
spada, con un’accetta o con una falce (soprattutto queste ultime sono
usate dagli agricoltori per difendersi dalle trombe terrestri).Queste armi
sono riconducibili al “tabù del ferro” , quel metallo potente – si
ritiene – contro le forze degli spiriti maligni, come un’altra
protezione contro tali intemperie è considerata la pelle di vitello
marino o quella di iena. Così tagliata la dragunara non potrà ricomporsi
e, di conseguenza non potrà più nuocere agli umani: tagliata viene
divisa in due parti per cui una spare in cielo e l’altra ricade o negli
abissi marini o in caso di dragunara terrestre, in una grotta lontana o in
una valle oscura dove non cantano né gallo bé gallina, dove non c’è né
sole né luna (nni ‘na valli
scura, / unni nun c’è suli e nun c’è luna; / n’ ‘a cava la cciù
scura, / unni nun c’è nisciuna criatura; / unni ‘n c’è ghiaddi, /
unni nun c’è gaddini, / unni nun cìè abitazioni cristiani; come
si recita negli scongiuri citati da bonomo a p. 351, p. 342 e p. 349).
Il passo fondamentale che Pino
Amatiello ha realizzato nella rivisitazione–riattualizzazione del mito
della dragunara sta nella contaminazione con la tradizione propriamente
cristiana, facendo si che il taglio sia praticato da una persona che abbia
l’animo puro, una persona che sia in
quel momento puro come l’acqua del fonte (p. 54) ovvero unì’anema
nucénde (Bonomo p. 359); infatti, un fanciullo veniva esposto alle
nubi minacciose per placare la collera degli spiriti che le abitano o,
secondo il retaggio biblico, solo chi ha l’animo incontaminato dal
peccato può salvarsi e non deve temere. Per questo zù 'Ntoni uno dei
personaggi delle storie raccontate dall’ultimo cantastorie
(Introduzione, p. 12) di Sciacca, Nonno Rocco, non pratica il taglio
della dragunara che si è manifestata, dato che è pregno di 0odio e
risentimento contro Gasparino Carrubba, ritenendolo responsabile del
licenziamento del figlio dal lavoro di marinao e della sua morte avvenuta
in una miniera belga per una fuga di grisù. Zù ‘Ntoni, anzi, ha
favorito e propiziato la venuta della dragunara gettando in mare per molto
tempo una lenza senza amo e senza
esca (p. 53) e del suo peccato resta vittima morendo anche lui nel
vortice abbattutosi. L’intenzione di vendettas,
il lavacro di sangue che zù ?ntoni realizza mostra l’ancestralità
dell’odio e del male, che viene purificata alla luce della catarsi di
tipo cristiano presentata dallo scrittore, sia essa momentanea (la morte
dell’anziano padre di Nofriu, ritardata (la morte di parto di
Ancilinedda e quella di Angela, la fine di zio Filì, i crolli delle case
nella frana di Agrigento), poiché Pino Amatiello ha assunto. Come
dichiara nell’Introduzione, la
dragunara come grappolo simbologico (p.
21) delle sventure sia del destino individuale (lo scompiglio creato da
Lidia, la distruzione del barone Maganzù, le disgrazie di Don Santo) che
del popolo (le vicende garibaldine e quelle della seconda guerra mondiale,
la frana di Agrigento del 1966). A questo punto si rivela con pienezza il
significato del sottotitolo, che acquisisce irraggiamento ampio ed
universale, per cui non traggano in inganno la limitazione topografica e
l’origine dei personaggi.
La lingua usata nel tessuto narrativo
è una mélange che spazia dalla
terminologia settoriale (riguardante il lessico marinaro, quello contadino
e quello della salatura delle acciughe) a quella popolare (la presenza: di
detti popoli e di proverbi; del siciliano senza virgolette che lo
estrapolino dal conteso ma fuso con l’italiano ed innestato nella sua
sintassi; del siciliano che condiziona la sintassi dell’italiano),m
dall’espressione gergale (soprattutto nelle frasi di zio Filì ed in
quelle di alcuni personaggi secondari: Sangu
di Giuda, chi mischia di abbucatu siti (a p. 31); E
chi sugnu un cavaddu di munta iu (a p. 61)
a quella letteraria con l’uso di lemmi afferenti alla lingua
poetica; con inserimento nella tradizione narrativa italiana). L’ausilio
di note esplicative (dell’autore)
rende luce sui sicilianismi e sulle espressioni sciliane, il cui uso ben
si con-fonde nel discorso narrativo e crea una commistione linguistica
ricca ed articolata.
E’ grazie alla presenza del
linguaggio settoriale che il mondo lavorativo di zio Filì – in cui,
poi, si inserirà Antonio – viene reso reale e concreto (mittemulu
nni li tini con delicatezza […] le donne cominciarono a passarsi le
spaselle […]il salatore versava catini di salamoia a p. 100, in
particolare esso rende conto della dimensione di alcuni personaggi (Cussu)
che vi vivono costantemente e dell’atteggiamento delle lavoratrici. Con
quest’atmosfera – così diversa dalla Milano giornalistica – Nino
dovrà confrontarsi durante la degenza dello zio in ospedale, e lo
farà con successo quasi ri-acquisendo una dote generazionale dalla quale
si era bruscamente allontanato. Il mondo contadino rivissuto
nella memoria o abitato arcaicamente melle tenute dei Maganzù
necessita pure un linguaggio specifico che be favorisce la ricreazione
realistica (ogni ragazzo aveva un
picciu ricolmo. La mangiata avveniva attorno alla Gebbia grande a p.
45).
I detti popolari (ccu
nesci arrinesci e ccu balla si marita […] c’è stata l’ira di Dio a
p. 29; se unbo si lascia trascinari dalle cose della vita, picca campa a p.
50; un fighiu, un masculuni, ci
voli, comu lu saliatu a p. 61) ed i proverbi
(moglie e buoi… parafrasandoi
in la mugggeri è sempre meglio che
uno se la sceglie paesana a p.31; si
possa fare di tutta l’erba un fasciu a
p. 49; li robbi loddi si lavanu in
casa e con idiotismo escu sazziu
non pititta, a ccu saziu manifestu a p. 69) hanno la funzione
verghiana di effetto corale di penetrazione nel profondo di un modus
cogitandi, e di assunzione di idee che concorrono a formare l’eco
dello sparlitteri (p. 129) sia
del circolo dei Nobili che della gente comune. Esemplificativa e
chiarificatrice, per non dire digressione sterniana didascalica è la
scena dell’incontro al bar tra Aurelio Aguglia E Nin:: il primo cerca di
conquistare il narratore alla sua causa – convincere lo zio a fargli
sposare Lidia – con la consapevolezza di parlare con un presunto rivale
(cfr. le chiacchiere riguardo all’innamoramento di Antonio ed al suo
vivere in casa con Lidia, il loro frequentarsi, la gelosia dell’ex
pretendente Turiddu – futuro amante di una notte, con in più un
matrimonio fallito alle spalle), mentre l’altro – infastidito e
compiaciuto ad un tempo – è più attento all’evoluzione dei fatti
intorno a loro due. Con efficacia Amatiello dimostra l’effetto di simili
sparlitteri: dedurre dai gesti e
dall’espressione dei volti i fatti, le conseguenze dei fatti, i risultati delle conseguenze, il
positivo o il negativo dei risultati e sul negativo perdersi in mille
ipotesi tutte fantasiose, accorate, pietose, fegatose, partecipi,
disinteressate /ivi). Un tipo speciale
è lo sparlatore: vive del proiettarsi nelle vite altrui,
diffondendo notizie tenta di condizionare l’agire altrui, esiste per gli
altri, inventa e spesso non penetra nel profondo della verità. Questo
coro a volte si dirada e sembra sparire, ma riemerge nei momenti delle
decisioni importanti: l’arrivo di Lidia, l’attribuzione dell’eredità
dello zio Filì – ad incutere il sospetto di un’azione mata a
giustificare e ad eternare la sua tanto discussa paternità -, ilk
matrimonio di Lidia, l’uscita di scena di zia Ines. Il concetto di verità
è, con pirandelliana memoria, molto vago e mutevole, troppo soggettivo e
relativo, impossibile a che si manifesti oggettivamente: la verità è donna pubblica e duna ‘mmastu a ccu’ la paga meghiu (p.
93), afferma perentoriamente zio Filì, colui che ha saputo comprare tutti
ma che non può comprare la fiducia e l’affetto di Antonio o di Lidia.
La richiesta di conoscenza dei fatti
(p. 92) e delle azioni che hanno portato ai fatti, la ricerca della
verità assoluta sono condotte orgogliosamente da Nino, ma sono minate
continuamente; la conoscenza che il protagonista ne ricava è soltanto
vicina alla verità assoluta, poiché questa – ricompostasi nel tempo a
gradi – non può trionfare su tutto e per tutti.
L’uso del siciliano senza virgolette
permette un passaggio tonale frequente, per cui – soprattutto nei
dialoghi – si succedono espressioni in italiano corretto, in siciliano
basso e in siciliano italianizzato, che creano o un’alternanza
linguistica con l’intento dell’autore di resa realistica e di
manifestazione del carattere dei parlanti (Un’arausta
ppi me’ niputi” ordinò tra il serio e il faceto zio Filì. […]Un
dialogo serrato con ammiccamenti, compiacenze e irrigidimenti, - molto più
serrato del precedente – fece seguito alla pesata: “’Sta vilanza nun
mi pari giusta” dichiarò zio Filì: “Mi ci pozzu
addannari l’arma o putissi annurvari” giurò il pescivendolo a
pp. 90-91) o una stratificazione stilistica nell’uso linguistico dello
stesso parlante (Ma allora io che
parlo turco? Si travagghia a
vucca chiusa. E basta! A p. 88; Quando
tu eri nicu, speravo che ti saresti affezionato a questo lavoro; ma tu non
ne volevi neanche a broru, non ci mettevi testa a p, 101; Sciacca
non la riconoscerai più: un vero scempio, hanno attuppatu pure il mare. E
pensare che era una perla… a p. 18; Marco
era un ingegnere torinese, un giovane che pareva un pileri a p. 62; per
amore del pezzo di pane che si dovevano vuscarie per essere imbarcati
erano costretti a farci buona affacciata a p. 51) ed un italiano con
struttura siciliana (svariati casi di ripetizione
del complemento: mi pare quasi di sentirle le voci indistinte dei piscatori a p. 23, e
poi ragionate la cosa a p. 34; uso di un’espressione con il
significato siciliano: nei campi di concentramento. Dove non li possono neppure vedere perché
non sono della stessa razza a p. 48, guardando
per storto lo Scarica a p. 143; uso polisemantico del verbo fare:
si lamentava perché non avevano ancora fatto la strada […] ti
lamentaviu perché vogliono fare la strada e stamattina ti lamenti perché
non l’hanno ancora fatta a p. 80, costruzione verbale: perché
se non era per lui non ci sarebbe stata la maledizione a p. 36; uso
della congiunzione coordinante piuttosto che subordinante: Dovrai arrangiarti qui, ma se preferisci andiamo al ristorante, mas non
te lo consiglio a p. 21), senza che questo – dopo Verga e
Pirandello, dopo il neorealismo e tanti sperimentalismi linguistici –
possa far pensare a sgrammaticature: si tratta, evidentemente, di ujh
impasto linguistico che ha risvolti interessanti, quali la riproduzione
del reale e l’innovazione della lingua narrativa.
Non mancano, nondimeno passi poetici e
melodici che presentano l’uso di lessemi arcaici o disusati propri della
lingua poetica (mentre il vento
culla il grano già fatto, il giallo delle margherite sulle prode e i
papaveri incendiati nel verde a p, 22; il
sole indugiava nelle velature dell’imminente vespro: lontane, le barche
da ciancialo, cullate dalla brezza a p. 54; mi
sembrava che nell’aria fosse calata improvvisa una nube di tristezza; i
colori intorno a noi s’erano come illanguiditi e le nostre parole erano
divenute avare a p. 41). Si
rilevano anche interferenze dalla tradizione letteraria novecentesca sia a
livello tematico – da Svevo. (l’allusone a zia Ines come sepolta
viva di p. 26 riporta alla condizione dell’Amalia di Senilità), da Verga (le espressioni riguardanti la roba
dipendono dall’uso fattone beL s
roba, ne I Malavoglia, in Mastro don
Gesualdo), da Tomasi da Lampedusa (la scelta dei nomi di Calogero e di
Mariannina si ricollega ai due personaggi de Il Gattopardo) -, che con intarsio lessicali da Svevo a Pirandello
(il sintagma preposizionale alla
bisogna di p. 49 è presente come hapax nel racconto sveviano Orazio
Cima nel cap. I, ne Il fu Mattia
Pascal nel cap. XVI e ne I
vecchi e i giovani nella parte III). L’idea dell’impossibilità
del cambiamento della situazione personale e storica della Sicilia di
ascendenza gattopardiana è fatta propria da alcuni personaggio, come
Calogero che esclama accorato:Noi qua, invece, aspettiamo chissà cosa… Qualcuno è venuto a dirci
che le cose andrebbero meglio se facessimo così e cosà, ma la gente non
crede più a nuddu, la gente è diffidente e ogni novità la
insospettisce. Perciò non se ne fa niente [… ] le cose qui non sono mai
cambiaste e non cambieranno mai (pp.84-85), sottolineando quanto,
nonostante ci si lamenti del malessere sociale e del non decollo
dell’industria, ci sia un senso di protezione ed autoconservazione pere
il già avuto che spinge piuttosto a mantenerlo che a metterlo in gioco.
Diversamente, su due personaggi poggiano le basi di una speranza positiva,
di una crescita, n quanto questi si identificano con la svolta ideologica
nata dalla crescita interiore e dall’appropriarsi della voglia di
cambiamento, di grandezza culturale e di evoluzione sociale che si
richiama alle radici più sane della tradizione autoctona: Antonio si
appresta a scrivere un romanzo sulla sua gente. Lidia è una donna che si
inserisce attivamente nel sociale e nella vita
Il romanzo di Pino Amatiello rivela
suggestioni significative sia dal punto di vista letterario che
linguistico, inserendosi nella tradizione degli scrittori siciliani alla
riscoperta delle proprie origini (Dottorini, Brancati, Campailla), e
mostrando la riattualizzazione di un mito – quello della dragunara – che afferisce ai principi del bene e del male.
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