BALLATA D'AMORE DISPERATA
(Quando un grande amore diventa follia)

ELOGIO DELLA DEMENZA

Il demente è un uomo fortunato: 
è fuori di testa da quand'è nato, 
e non sa nemmeno se è mai stato…
Il demente confonde la gioia col dolore, 
vive nella noia, in un "non senso" - 
in un'ipotesi d'immortalità
nel poco e nell'immenso;
non sogna, ma vive nell'irrealtà;
non ha rimpianti perché non ha memoria;
non ha né giorno, né notte, 
non ha storia e non distingue il sole dalla luna,
non porta né disgrazia nè fortuna;

non ha anni, né mesi, né giorni, né ore
non ha un'anima, né battiti di cuore;
è felice nell'infelicità, 
è un eterno bambino che non crescerà.

Il demente vegeta, non vive,
non ha né sacco, né pive…
non fa progetti, non ha propositi,
dove lo metti sta, dove lo cerchi vive,
non fà da solo, e non fà per tre,
non è agitato, ma non è tranquillo,
il suo mondo o nero o rosa
ha colori indifferenti;
è un cosciente incosciente:
dietro una maschera nasconde i sentimenti;
non è un essere vivente, ma una "cosa";
non è sveglio e non riposa;

è una foglia in un turbine di vento
e una quercia dalle radici nel nulla,
è il diavolo in convento;
sembra faccia sul serio, e invece burla,

non ha rimorsi e non conosce il tormento
perché non ha peccato: è un fuoco spento;
non è in guerra e non è in pace con alcuno
sta solitario e astratto fra la gente, 
è tutti ed è nessuno
non è ingrato e non è riconoscente, 
è un colpevole-innocente, 
non è un naufrago, e non ha un porto sicuro,
non è senza macchia, ma non è un puro;
non ha dubbi e non ha certezze,
non ha eroici slanci, è un insicuro
e non pratica nefandezze,
non è intero e non è un frammento

la sua vita è un momento,
e il suo migliore evento 
è "infermità di mente", 
saggezza incoerente;

sembra un morto, ma è un vivo apparente
e, da vivo, un giorno, chissà se mai fu… 
ha creduto d'amare una donna 
corpo ed anima, come non si può amare di più.
Ed, invece, lei era un fantasma,
era proprio il suo tutto…
ora è un ectoplasma
e lui è un fantoccio incolore
un'ombra, il rimpianto confuso 
di pochi momenti d'amore,
votati, ora, all' infelicità,
in un cocente dolore.

Io sono, questo demente,
da quando il mio amore ardente 
è una storia finita
o, forse, per te, non è mai esistita…

E, ironia della sorte,
non sono più nella vita
e mi rifiuta la morte.

 

PINO AMATIELLO

 

 

NOTA

di Aldo Onorati

"Elogio della demenza" è una di quelle invenzioni letterarie che sintetizzano un lungo discorso interiore, una serie di riflessioni filosofiche sulla vita, un bilanciare di paradossi più vicini alla verità del serioso calibrare l'io e non-io.
La poesia, che sembra lasciata allo schema libero, è invece strutturata in quattro strofe di dodici versi, intercalate da altrettante strofe tetrastiche, con coda a terzina; quindi una sistemazione canonica, con rime ora baciate ora alterne, a ritmi oscillanti oltre l'endecasillabo e al di sotto di esso.
Una musicalità non cantilenata, ma variata, variabile ed eufonica.
Il tutto, nella tecnica del verso, 6 finalizzato al ritmo interno di una aile e poliematica canzone, in cui si giocano le carte d'una partita piuttosto drammatica, quasi uno scherzo a sottofondo didascalico-gnoseologico.
E' che nelle sineciosi, vale a dire negli ossimori psicologici e sintagmatici, la "ballata" sortisce effetti d'una verità sconvolgente, tanto è crudo il dettato nella sua veste giocosa, nella sua tragica burla.
L'autore deve aver riflettuto a lungo prima di trovare questa via di espressione. Lo si nota dalla sicurezza della scrittura, che non può che essere frutto (lo diciamo in litote) di una impaginazione mentale precedente, con revisioni in altra lingua (si legga la versione in parlata siciliana, efficacissima, a taglio sintattico per chi conosce quell'idioma glorioso alla nostra storia letteraria).
Ne scaturisce una verità di intuizione straordinaria, poiché questa "demenza" non è altro dalla rappresentazione delle contraddizioni della vita, alle quali soggiacciono non solo gli esseri umani, ma le situazioni e le inspiegabili affermazioni-negazioni della quotidianità, le fusioni, di speranza e delusione, di odio e amore, di cielo e terra, di tutto e nulla, Felicità nell'infelicità.
E' la poesia del non essere. L'uomo, spesso, non è né il dritto né il suo contrario, né il bianco né il nero. Non stare né qui né altrove, non essere né in pace né in guerra, non appartenere né agli ingrati né ai riconoscenti, sembrare un morto ed essere un vivo apparente, non avere né dubbi né certezze insomma, l'aassimilazione di questo personaggio, tutt'altro che raro fra gli uomini, allo stesso scrivente, riporta all'amore finito, alla vita interrotta, al percorso insabbiato.
E potremmo definire la "ballata" un capolavoro nel suo genere.

 

 

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