Alda Merini:

“Se mi danno una laurea

finalmente potrò avere anch’io una scrivania”

 

 

Prima di intervistare Alda Merini ho visto la video-cassetta, a cura di Vincenzo Mollica, allegata al suo ultimo libro “Clinica dell’abbandono”, il cui titolo è “Più bella della poesia è stata la mia vita” (Einaudi Stile libero/Video): lungo racconto, dove l’autrice recita i suoi versi e parla di sé, insieme a personaggi che cantano e recitano con lei, come Dalla, Celentano, Nocenzi, Vecchioni e Nancy Brilli).

Una toccante confessione in cui la storia inizia dalla fine, quando la forza si spegne, la testa si china sul petto, il coraggio si scioglie in una lacrima…

Poeta che dispone in partenza della sua scena, la magnetica e imprevedibile Alda narra di un mondo dove la sete si sconfigge con la pazienza; intorno a lei i ricordi diventano vivi, mentre le mani disegnano nell’aria curve e meandri misteriosi e la voce è gonfia di sofferenza, ma è come se fosse il filtro dove si ferma il dolore dell’esperienza.

 

D,- Lei è nata il 21 marzo, primo giorno di primavera, come ha scritto in una nota poesia di “Vuoto d’amore”, ed ha esordito nel mondo della letteratura molto giovane, grazie a Giacinto Spagnoletti, considerato il suo “scopritore” (che fu anche il primo a pubblicarla nell’ “Antologia della poesia italiana 1909-1949”, Guanda 1950); mentre il suo maestro di stile è ritenuto, dai suoi critici, Giorgio Manganelli. Lei è d’accordo? Quali sono stati i suoi punti di riferimento?

 

A.M.:- Spagnoletti lasciamolo perdere. Non sono d’accordo neanche con quei critici che parlano di Manganelli. Il mio punto di riferimento è stato soltanto uno: Rainer Maria Rilke.

 

D.- Come ricorda Vanni Scheiwiller che, oltre ad essere il suo editore, è stato anche suo consigliere, amico, ispiratore?

 

A.M.:- Io e Vanni Scheiwiller, per volere del papà, dovevamo sposarci. Era il sogno del vecchio Giovanni Scheiwiller. Però io e Vanni ci siamo sempre odiati da ragazzi, non potevamo vederci, tanto che ci facevamo dei dispetti tremendi. Quando morì il povero Giovanni Scheiwiller, Vanni mi si presentò in calzoncini e mi disse: “Io sono il tuo editore!” E io, di rimando: “Ma si metta almeno i calzoni”! E lo piantai in asso.

 

D.-  Lei si è dedicata anche allo studio del pianoforte, forse per questo molti suoi versi sembrano melodiosi giri d’accordi che trascinano in capo al mondo e trasbordano il lettore tra i punti in sospensione! Ha raccontato che sua madre diceva che chi non conosce la musica non sa cos’è l’amore: la musica quanto ha contagiato la sua poesia?

 

A.M.:- Molto, sicuramente. Mio nonno era maestro d’organo. Ma, parlando di parolieri per esempio, le parole di certi cantautori sono state molto più rapide, prive di metafore. Io ho assorbito tanto dai cantautori. Mi piace Celentano, la Vanoni che parla di una Milano particolare; e poi Lucio Persone che dicono la verità immediata, senza andare a finire naturalmente nei vertici della poesia.

 

Il primo libro di versi di Alda Merini è “La presenza di Orfeo” (Schwarz 1953), accolto con grande favore dalla critica e riproposto da Vanni Scheiwiller nel 1993 insieme alle successive raccolte “Paura di Dio” (Scheiwiller 1955), “Nozze romane” (Schwarz 1955), “Tu sei Pietro” (Scheiwiller 1961).

 

D.- Baudelaire sostiene che “Il genio è solo l’infanzia recuperata con uno sforzo di volontà”: com’è stata l’infanzia di Alda Merini? Lei è stata una bambina solitaria?

 

A.M.:- Sono stata una bambina solitaria. Molto, ma anche molto felice.

 

D.- Lei ha raccontato che a quindici anni tornò a casa con la prima recensione (scritta da G. Spagnoletti) ad una sua poesia; la fece leggere a suo padre che la strappò in mille pezzi e le disse che la poesia non dà il pane. A distanza di molti anni, qual è il suo pensiero in proposito?

 

A.M.:- Le rispondo come ho risposto a quelli che mi han chiesto perché ho sposato un fornaio. L’ho sposato perché ho pensato proprio al pane!

 

Nel 1953 Alda Merini sposa Ettore Carniti, proprietario di alcune panetterie a Milano; nel 1955 nasce Emanuela, la sua prima figlia, e nel 1958 Flavia, la seconda. Salvatore Quasimodo, a cui la Merini è legata da rapporti di amicizia e lavoro, pubblica alcune sue liriche nel volume “Poesia italiana del dopoguerra” (Schwarz 1958). Nel 1965 ha inizio il doloroso periodo di internamento manicomiale presso il Paolo Pini di Milano, che prosegue fino al 1972. Durante i periodi di dimissione, nascono le altre due figlie di Alda Merini: Barbara e Simona.

 

D.- Le sue figlie sono state date in affidamento a causa degli internamenti in manicomio: come ha vissuto questi allontanamenti, e in che rapporti è, ora, con loro?

 

Due grandi occhi che guardano indietro. Una voce dolce e calmissima, la Merini parla rivivendo sulla pelle nuda gli spasimi che raschiano le pagine dei suoi libri e rappresentano le dighe con cui Alda ha tenuto a bada le insidie della vita e del dolore. E così risponde:

 

A.M.:- Questa è stata la vera tragedia della mia vita. Io ero gelosissima dei miei figli. Sono veramente dei grandi amori. Quando mi domandano cosa penso dei versi “legami al letto / scopami quando meno me l’aspetto”, nei quali l’atto d’amore si riduce a questo, trovo che ciò sia terrificante e brutale. E dire che chi li ha scritti è considerata una brava poetessa, però un poeta non deve scendere a livelli così bassi. Guardi, una volta, si parlava di parto, e io credevo che esso fosse l’uscita emozionante di un bel fantolino. Poi ho visto un parto dal vivo e mi sono resa conto che era una cosa completamente diversa da quella che immaginavo: tra il sangue, le feci, insomma è tutt’altro.

Ma la parola va salvata, va salvata. Io non potrei descrivere cose così in poesia. Posso dirle e sorridere, ma facendo una battuta. Trovo che oggi sia più decente l’uomo che la donna…

 

D.- Lucio Dalla ha detto che lei è una rondine che rappresenta la vita meglio di qualsiasi leone. Si identifica in questa definizione?

 

A.M.:- Io sono stata una rondine di una primavera sventata, perché ho sempre dato tutto agli altri e per me non è avanzato niente!

D.- Si, ma oggi lei riceve molto anche dagli altri, dai giovani che amano la sua poesia. Non sono pochi coloro che si sono ricordati del 21 marzo, la data del suo compleanno.

 

A.M.:- E’ vero, ma mi permetta una battuta cattiva: chissà quanti cretini sono nati il 21 marzo!

 

D.- Ma se non ci fossero i cretini, come faremmo a riconoscere il genio? Non è il genio la somma di tanti cretini?

 

A.M.:- E quanti ce ne vogliono per fare un genio?

d.- Moltissimi per arrivare a lei.

 

D.- Nei periodi più difficili della sua vita, lei ha avuto senz’altro bisogno di tutte le sue capacità intellettuali ed emotive per ricostruirsi, dopo che tutto intorno a lei e dentro di lei era crollato. Come si è posta di fronte a vicissitudini così drammatiche? Si è sentita una lottatrice, un gladiatore nell’arena, oppure si è lasciata andare?

 

A.M.:- Io mi sono rimessa alla volontà divina. E ho capito che l’uomo non è padrone del proprio destino, che ci sono cose che non possiamo capire: l’uomo non capisce né cos’è la vita né cos’è la morte. Io ho avuto fiducia nella Provvidenza.

 

E’ nel 1979, dopo periodi alterni di salute e malattia, che Alda Merini torna a scrivere; nel 1984 pubblica con Scheiwiller “La Terra Santa”, meditazioni liriche sulla sconvolgente esperienza manicomiale.

D.- Sartre asserisce che “La bestia più feroce è l’uomo”: egli non ha regole nel diffondere il male aggredendo soprattutto le creature più deboli; in questo c’è qualcosa di demoniaco che contrasta con l’immagine della Genesi che “Dio creò l’uomo a sua immagine e somiglianza”. Può, a tal punto, agire in lui il libero arbitrio?

 

A.M.:- Non abbiamo un Dio di pace, cioè abbiamo un Dio - oserei dire - violento. Si, d’accordo: “prendi tuo figlio e immolalo”, è una prova d’amore tremenda. Però obbediscono: la Madonna obbedisce.

 

D.- Infatti lei ha più volte sostenuto che il suo Dio non è mai pacifico, è terrorizzante, è senza misericordia e non perdona. Arte e religione: cos’è che la affascina di più nella fede, si affida irrazionalmente e ciecamente a qualcosa che va contro ogni logica, oppure ha abbracciato una religione codificata?

 

A.M.:- I miei erano atei, non erano nemmeno sposati; si sono sposati quando sono nata io. La fede per me è un trasporto verso l’Universo. Io chiamo Dio quello che lei chiamerebbe in un altro modo. Il nostro Dio si identifica con la natura proprio perché fa paura: è un Dio terreno. L’uomo ha avuto paura del fuoco, ha avuto paura dell’acqua, dei torrenti. E, finalmente, ha creato il suo Dio. Il nostro Dio terrestre.

D.- Ho letto, in una sua intervista, che lei ritiene la follia come un capitale enorme, estremamente prolifico, che può amministrare soltanto un poeta. Cosa intende precisamente?

 

A.M.:- La follia è un momento di stasi E’ la salvezza del cuore e dell’anima. Quando uno diventa pazzo è perché va a vivere in un altro mondo. Ma non è follia, è riposo.

 

D.- La sua interruzione poetica è durata circa venti anni: che cosa ha provato quando le è stata negata la scrittura, quando non si sentiva più libera, quando, la cito, “ha subito un’orribile castrazione dei suoi sentimenti?”

 

A.M.- Ma io non avevo più voglia di scrivere in manicomio. Ero così felice di aver perso di vista l’uomo che c’era fuori, che mi sono dedicata ai malati; e li ho trovati così interessanti, così bambini e così… Così poeti!

D.-Lei ha detto che il malato, spesso, sceglie una propria realtà per fuggire da un dolore interiore: qual è la “realtà” verso la quale si orienta la persona malata?

 

A.M.:- La follia, che è una stasi del pensiero. Io l’ho accettata e sapevo che tutto poteva accadere.

 

Nel 1981, dopo una lunga malattia, muore Ettore Carniti. Nel 1983 Alda Merini sposa il poeta Michele Pierri e si trasferisce a Taranto. Ha scritto da poco le “Rime petrose”, dedicate a Pierri e alla memoria del padre, come pure “Le più belle poesie”. Nel 1986 la Merini rientra a Milano (dopo un periodo in cui ha nuovamente sperimentato gli orrori di un ospedale psichiatrico a Taranto) e riprende a pubblicare: “Fogli bianchi” (Biblioteca Cominiana 1987), “Testamento” (Crocetti 1988), “Vuoto d’amore” (Einaudi 1991), “Ballate non pagate” (Einaudi 1995).

D.-La felicità è un bene fragilissimo, forse un mistero;lei ha scritto molto dell’amore che comincia e che finisce. Ma cosa succede in mezzo?

 

A.M.:- Dei traumi orrendi. Io noto che, personalmente, i miei amori sono accaduti quando ero in uno stato depressivo, o di debolezza, o di malanimo. Sempre d’estate, quando fa molto caldo. E allora vi sono stati due corpi indeboliti, credo. Ma non so se chiamarli amori: sono delle grandi intese spirituali, delle grandi moralità che si scontrano e che si interrogano a vicenda. Per me gli amori sono questa cosa qui.

D.- Crede che possa esistere una sorta di assimilazione tra l’amore e la malattia?

 

A.M.:- L’amore è una malattia: d’amore si muore. Si muore perché il trascendente viene a mancare, e viene a mancare o attraverso un rapporto fisico, o ambientato male, storpiato, volgarizzato.

D.- Che differenza c’è tra amore e piacere? In un’epoca come la nostra, così “scristianizzata”, non si sta creando una sorta di divinizzazione del piacere?

 

A.M.:- Ma questo è il demonio - diciamo - che ha il sopravvento, perché il piacere erotico è un paradiso, però quando manca son dolori…

 

D.- Lei definisce l’amore come qualcosa che può far molto male, che non si riesce a capire, è un rischio tremendo: quanto tremendo?

 

A.M.:- E’ come un’Annunciazione; la Madonna vede questa bellissima cosa che è l’Angelo: il bello è l’inizio, però dopo succede la catastrofe.

 

D.- Quando si ama si sviluppa, nei confronti della persona amata, una sorta di dipendenza: crede che sia negativa? Lei dipende dall’amore? Anche la necessità di scrivere è una forma di dipendenza: che differenza c’è tra necessità e dipendenza?

 

A.M.:- Non è una sorta di dipendenza, l’amore: è una necessità rivedere l’altro; è l’abitudine, è la speranza di non perderlo più, come la vita. Ecco perché si identificano amore e morte.

D.- Lei ha affermato che come poeta si sente più portata ad amare il prossimo che non le sue vicende personali. Cosa intende precisamente?

 

A.M.:-Che le mie vicende personali sono relative a quei pochi anni in cui vivo. E che l’eternità della parola è un’altra cosa. Le piccole cose appartengono al corpo, che morirà.

 

D.- Lei dice: “Neanch’io capisco la mia poesia, è un dono, io sono portatrice di un dono che considero anche un po’ una questione patologica, mi sento malata per questo; la poesia è un brutto contagio”. Quando e perché sente la poesia come “un brutto contagio”?

 

A.M.:- Quando devo piantare lì tutto per andare a scrivere. Chi ha detto che Baudelaire è un poeta dannato, sbaglia: non c’è dannazione nella poesia, c’è una catarsi incredibile.

 

Nel 1993 Alda Merini riceve il “Premio Librex-Guggenheim Eugenio Montale per la Poesia”; nel 1996 il Premio Viareggio, e nel 1997 (anno in cui pubblica “La volpe e il sipario”) il “Premio Procida-Elsa Morante”. Nel 2000 pubblica “Superba è la notte”.

 

D.- Nella maggior parte della sua produzione è presente il legame tra il mistico e l’erotico, l’antinomia di luce e tenebra, con metafore che sembrano fluire nella sua vena poetica in maniera del tutto naturale. Quanto ritiene che sia forte l’uso della metafora nei suoi versi, e quanta consapevolezza c’è, da parte del lettore, nella comprensione del suo modo di procedere?

 

A.M.:- Non so quanta consapevolezza ci sia da parte del lettore, quello che so per certo è che la poesia è una grande menzogna. La verità il poeta non la dirà mai, anche perché, primo: è menzognero; secondo: perché nasconde i propri sentimenti; terzo: è un timido; quarto: perché il suo amore è il suo cuore, ma anche la realtà; l’amore è una realtà, non è un sogno.

D.- Lei sostiene che “La poesia è vita e che la vita è poesia, che bisogna soprattutto vivere, stare fra la gente, avere contatti con le persone che ci interessano, altrimenti ci si parla addosso”. Che possibilità abbiamo in un Paese come il nostro, e in tempi così difficili, di far sopravvivere la poesia, e quale sarà il suo futuro, i suoi compiti?

 

A.M.:- Mi domando anch’io quale sarà il futuro della poesia, e a cosa servano oggi i poeti. Ecco, se lei prende in considerazione roba come “il fumo uccide”, abbia pazienza! Ma uccide anche il mangiare troppo, il lavorare troppo, lo stress uccide, perché, lo stress non avvelena? Non dicono: “Guardatevi dal lavorare”. Non lo dicono mai.

 

D.- Che cosa pensa delle “scuole di poesia” (i cosiddetti corsi di “scrittura creativa”) e dei sodalizi letterari?

 

A.M.:- Possono fare le elementari; non c’è una scuola di poesia. Il poeta è unico, indivisibile, è come l’Araba Fenice, no? Si può insegnare a scrivere, ma non si può insegnare l’ispirazione: non si può fare una puntura d’ispirazione. Non esiste.

 

D.- Quanta importanza ha per lei l’ispirazione? Come si prepara a scrivere, qual è il suo stato emozionale? Si siede aspettando che l’ispirazione arrivi, oppure è un’esplosione inaspettata?

 

A.M.:- Io non ho mai avuto la scrivania, mai. I versi più belli mi sono venuti mentre lavavo i piatti o scopavo il pavimento, negli attimi più impensati, come l’avviso del parto: perdevo le acque nel momento meno adatto, e allora sentivo subito il bisogno di scrivere.

D.- Leggendo le sue opere si ha la forte sensazione che lei, quando crea, succhia la vita che le sta intorno ed esplora istintivamente la sua interiorità, senza teorizzare mai. Quanto può essere pericoloso questo processo?

 

A.M.:- Non so se è pericoloso, io ho sempre riso di me stessa, mi sono sempre presa in giro. Non mi sono mai presa sul serio. Non ho mai preso sul serio gli uomini né tutto quello che m’han dato; quando mi mandano dei regali mi vien da ridere! Insomma, ho un carattere così, allegro!

 

D.- Come si sente quando finisce un libro, che cosa prova di fronte all’opera compiuta?

 

A.M.:- Lo congedo e lo rimuovo. Lo affido al caso.

 

D.-E’ possibile che lei consideri le sue prime poesie come una sorta di lavoro d’apprendimento?

 

A.M.:- No, io ero più brava allora che adesso. Adesso le mie poesie parlano di manicomio; allora parlavano di amore, di eros, ma ero una bambina, e questo ha folgorato i miei critici: li ho depistati. E’ stato un po’ come è avvenuto per la Sagan, che era tanto smaliziata nello scrivere… Poi, però, s’è fermata.

 

D.- Lei si è dedicata anche alla prosa con “L’altra verità. Diario di una diversa” (prima edizione Scheiwiller 1986, nuova edizione Rizzoli 1997); “Il tormento delle figure” (il Melangolo 1990); “Le parole di Alda Merini” (Stampa alternativa 1991); “Delirio Amoroso” (il Melangolo 1989 e 1993); “La pazza della porta accanto” (Bompiani 1995; Premio Latina 1995; finalista Premio Rapallo 1996) e “La vita facile” (Bompiani 1996). Crede che sia un percorso naturale passare dallo scrivere versi alla prosa? E’ così per la maggior parte degli scrittori?

 

A.M.:- La mia è prosa poetica. E’ che poi, o la musicano o ci fanno un tam tam; l’hanno usata un po’ tutti i giovani, però devo dire che, a volte, l’hanno rappresentata male.

D.- Lei vede nella sua opera complessiva uno sviluppo coerente, un trapasso o, piuttosto, un cambio di rotta per comunicare qualcosa che con l’impostazione precedente non sarebbe riuscita a dire?

 

A.M.:- Ma io non volevo dire proprio niente! Io voglio essere Alda Merini e basta: una primavera sconsiderata. Avevo una mamma che era come Cerere: ogni tanto mi doveva venire a pescare perché, da bambina, scappavo con i ragazzini, a dieci, dodici anni mi innamoravo ferocemente e scappavo da casa.

D.- Joyce ha detto che “Un ritratto non è una carta d’identità, ma la curva di un’emozione”. Lei come traccerebbe il suo ritratto, come si definirebbe?

 

A.M.:- Ma io l’ho detto in “Letto d’amore”: avrei potuto essere una meretrice, un’assassina, sono un’isterica: sono un’analista di me stessa. Io mi analizzo molto.

D.- Quando ripensa al passato e considera la sua esistenza, sente di aver rispettato il patto con se stessa? Come immaginava il suo avvenire, quali erano i suoi sogni di allora? E quelli di oggi?

 

A.M.:- Avere una laurea e insegnare. Una laurea e un tavolino: mi facevano tanta pena i bambini che non capivano. Perché io sono stata un enfant prodige, come Scheiwiller: siamo maturati troppo in fretta. E poi ci siamo bruciati, perché una è finita in manicomio e l’altro s’è dato. Voglio dire che ci siamo trovati da adulti.

 

D.- Nelle sue opere ricorrono alcuni temi fondamentali come l’amicizia, gli amori, gli affetti, i figli, la Milano dei Navigli, il ricordo di persone care che non ci sono più, la sofferenza e la solitudine. Crede che ci siano tante persone sole nella società del nostro tempo? Lei si sente sola?

 

A.M.:- No, io sto così bene con me: sono il migliore amico di me stessa.

D.- La gioventù di oggi quanto e in cosa è differente, rispetto a quella della sua generazione? Come vede il futuro dei giovani?

 

A.M.:- Ma cosa manca? Qualche sacrosanta bastonata, fuori dai telefoni azzurri…

D.- Ha mai sofferto del fatto di essere donna?

 

A.M.:- Perché, sono una donna?

 

Alda Merini non ha mai perso la sua ironia, il sorriso, il brio che la contraddistingue, quella voglia di vivere che fa di lei una donna divinamente inclassificabile!

D.- Il linguaggio attuale delle donne è, nello stesso tempo, più vivo e più fantasioso di quello degli uomini, un linguaggio nuovo, ai margini dell’alfabeto. Per noi suoi fans che ci dilettiamo di poesia, lei ci ha indicato una direttrice che potremmo qualificare umana e divina allo stesso tempo. Come vede la donna-poesia? E qual è la differenza, nella società attuale, tra l’uomo poeta e la donna poeta?

 

A.M.:- Mah, Serena Vitale disse una grande cosa: “La donna poetessa non ha bisogno di un marito, ma di una moglie”. Perché gli uomini, se sono poeti, tornano a casa tronfi, piedi sotto al tavolo; ma la donna poetessa si deve rimboccare le maniche, ed è piena di lavoro; poi è guardata male perché ha un cervello: ancora oggi non le perdonano l’intelligenza. Ecco, quando io sono andata in ospedale, al “Redaelli”, per un intervento, la domanda di rito (visto com’ero conciata!) era: “Ma lei vive sola”? Ed io rispondevo: “Si, perché c’è qualcosa di strano”? E poi: “Come mai è arrivata fin qui”? Non riescono a capire che la donna può essere più valida degli uomini: ci sono state delle donne eccellenti! Allora io ho coniato un aforisma che dice: “Dietro ogni grande uomo c’è sempre una grande donna, ma dietro ogni grande donna c’è sempre un gran cretino”!

D.- Crede che la tecnologia abbia una funzione antiletteraria, antiumanistica, oppure la ritiene indispensabile al giorno d’oggi?

 

A.M.:- Mah, tutti i poeti, anche l’uomo della caverna, hanno una loro identità. Mi sarebbe piaciuto tornare ai tempi dei cavernicoli, quando trascinavano le donne per i capelli! Oppure, una delle cose che a me piace molto è la povertà dei conventi, l’essenziale. Adesso tutti vogliono tutto e subito.

D.- Nell’introduzione al suo ultimo libro “Clinica dell’abbandono” (Einaudi 2003), Ambrogio Borsani sostiene che “Le scelte stilistiche si formano con il formarsi del poeta, e che il suo percorso poetico si sovrappone ai motivi che guidano la forma verso la fioritura linguistica”. E’ d’accordo con questa affermazione?

 

A.M.:- No, guardi, io per scrivere usavo un mezzo costituzionale: prendevo i lirici greci e li ripetevo; me li sentivo suonare negli orecchi, e poi prendevo il via!

D.- Lei, nell’intervista calata nella video-cassetta allegata al suo ultimo libro, ha affermato che tutte le volte che una creatura, che potrebbe essere sua compagna di dolore, le chiede l’autografo, lei glielo rifiuta per non piangere. Come si sente ora, al centro della umana attenzione da parte della critica e dei lettori, e a che cosa attribuisce questo suo enorme successo che, tuttavia, non ha scalfito la sua immensa umanità?

 

A.M.:- Ho un male alle mani per firmare gli autografi!

 

D.- Non sta tentando di camuffare con l’ironia la sua umanità?

 

A.M.: E’ vero, guardi! Comunque non mi piace la dedica personalizzata, non mi piace chi viene a dirmi “Il mio è un grande amore”!

D.- Molti grandi poeti non hanno avuto il Nobel, o l’hanno rifiutato. Ritenevano che il premio più bello è avere una grande messe di lettori e di godere dell’autoimmedesimazione che un testo poetico provoca nell’animo di chi legge e pensa. Lei ritiene di aver già avuto il suo Nobel o, avendo affermato che lo merita, è solo questione di tempo?

 

A.M.: Non ho mai pensato al Nobel come ad un punto di arrivo, anche perché non sono pochi quelli che lo hanno vinto con demerito. Penso, invece, che questo premio sia piuttosto ambito perché ricchissimo. Se mai dovessi vincerlo penserei a distribuire tutti quei soldi ai poveri. Con l’assegno trimestrale della legge Bacchelli ho comprato la casa alle mie figlie; io sono portata a pensare agli altri. Ma, più che il Nobel, mi piacerebbe che mi dessero, come ho già detto, una laurea: è da sempre il mio sogno!

 

D.- Recentemente la città di Milano, al Teatro Strehler, le ha dedicato una stupenda serata; a Roma, centinaia di giovani l’hanno attesa davanti alla libreria “Montecitorio” ed, essendo in troppi, sono stati dirottati in un teatro affollatissimo, e si sono seduti per terra pur di vederla e ascoltarla. Pensa che questo nostro Paese ami poco i poeti?

 

A.M.: Io non amo molto questo Paese che non ama i poeti. Le dirò, parafrasando Celentano: “Francamente me ne infischio”!

 

 

Le opere di Alda Merini sono reliquie scampate al bombardamento del tempo. I suoi suoni incalzanti, che emergono dal biancore del nulla, sono le impronte di un mondo che sta svanendo. Alda ha la saggezza di chi non vuole farsi distrarre dal suo gioco preferito: l’arte. Lucidità, grazia, magia e ironia guidano una penna che non addolcisce la realtà, ma ne coglie la sconfortata leggiadria, nonostante tutto. Testimone acuta della nostra epoca, la Merini ci ricorda che la vita non è solo una tragedia, ma anche, per chi sa capirlo, un grande gioco: “Bisogna divertirsi, la vita è un gioco. Lo penso sempre.”

B.M.S.

 

N.B.: L’intervista è stata rilasciata da Alda Merini nel mese di aprile 2004 a Milano, presso una casa di cura di riabilitazione motoria,  al microfono di Pino Amatiello.

 

 

Alcune poesie e prose di Alda Merini

 

Ti aspetto e ogni giorno

mi spengo poco per volta

e ho dimenticato il tuo volto.

Mi chiedono se la mia disperazione

sia pari  alla tua assenza

no. è qualcosa di più:

è un gesto di  morte fissa

che non ti so regalare.

 

(Da “Clinica dell’abbandono” Einaudi  Tascabili)

 

Il figlio di Enea

 

Il tuo incantesimo era uno spettacolo d’ombra

e tutte le luci del giorno si spegnevano

quando lui entrava come un ladro felice.

In questa casa luceva solo il suo sguardo

fatto di un’unica candela

che domandava e pregava il tuo amore

e che tu ti stendessi adagio

vicino al suo lungo sapere.

 

Lunga e vasta la conoscenza in amore

come polline improvviso che si alza

da un unico fiore. Vigilava

sul nulla

di tutte le cose

ma era la logica dell’infinito.

 

 

(Da “Clinica dell’abbandono” Einaudi  Tascabili)

 

* * *

 

E come eterni pensieri

che a volte vagano nella strada dei giorni

tu vieni al mio cospetto

e lanci accuse di sogno

partendo da una precisa strada

dove abitano i detenuti delle parole

ero fiera del tuo cammino

che stampava sculture nell’aria

e del tuo sonno che faceva prevedere la vita

ero fiera del tuo giovane aspetto

ma un che di malato ti trinciava la fronte

il passaggio di un ibrido pensiero

colline traverse strani impotenti reati

tutta la gioia della vita

finita dentro la gelosia di tua moglie

che ti inganna ahimé che ti inganna

come una voragine di cecità.

 

 

(Da “Clinica dell’abbandono” Einaudi  Tascabili)

 

Il bacio

 

Il bacio corre veloce nei miei pensieri

per un bacio ho tradotto Omero

tutto d’un fiato poi

sono diventata bianca come la luna

e ti ho amato fino a morirne

dentro l’urna di un castello di vetro

che nessuno conosce.

 

 

(Da “Clinica dell’abbandono” Einaudi  Tascabili)

 

* * *

 

So che un amore

può diventare bianco

come quando si vede un’alba

che si credeva perduta.

 

 

(Da “Clinica dell’abbandono” Einaudi  Tascabili)

 

* * *

 

  Spartire le acque del mio dolore, oggi come ieri senza misura, senza ascolto, io venni pecora nera carica di desideri in un deserto senza erba a morire.

  Furono anni quellki in cui il senso mi attanagliava la carne  e la giovinezza era piena di rose entro cui sarei morta baciandomi l’ultimo sospiro. Amavo me stessa come l’unica corda, come un grande violino che non aveva un dio, e mi fecero seppellire mani e piedi perché non lavorassi più la mia terra.

  ornai indietro mille, duemila volte a trovare le tracce perdute della mia casa, dei quattro alberi che avevo piantato in onore dei figli. Nessuno credeva che avessi un grande giardino.

 

* * *

 

  […]  Il vero involucro del pensiero è l’anima: essa è insospettabile come tutte le verità che non si vedono ma che ci riempiono la vita-

 

* * *

 

  Tempo  grandioso il tempo della morte, un teatro immaginifico e fermo, una parola distante- La morte corre sul labbro tuo quando mi baci, ed io vorrei morire di quel freddo intenso che mi sento nel cuore ed è colore e non capisco più che movimento fare per tornare in vita. Se prendere la morte come un gatto : metterla piano sulla tua finestra.

 

* * *

 

  Nello spasimo figlio io ti ho creato, nello spasimo rallento il mio amore, in questo momento di pura incertezza tu muori nel mio fianco. Come una spina che genera il mondo in te concordano le dee della bellezza, il fulgore ti è sopra il volto. Però nudo è l’amore del Padre e nuda è la mano di Dio.

  Ti ho buttato come una palla nel mondo affinché rotolassi contro i muri dell’odio e hai fatto moriretutte le oscure regioni che negano l’avvento del cristianesimo: Malgrado tu pianga adesso da te verrà tanta letizia, il tuo pianto invederà la terra, tutti i figli ne gioiranno.

 

* * *

 

  La nostra epoca è una gigantesca bolla di solitudini, un aggregato di vite stanche, trascinate al loro epilogo. Nella consunzione della vecchiaia, l’uomo solo avverte che il proprio ciclo spirituale è concluso. In fondo, la vita offre a ognuno tutto quello che deve offrire. Spesso, come le cronache dimostrano, con la consunzione della vecchiaia si riacutizza il male morale, l’istinto demoniaco dell’animale umano alla deriva torna a prevalere: Ci si chiede allora perché Dio, nel suo imperscrutabile disegno, abbia lasciato in vita Lucifero. Ma la vita, pur nella stanchezza e perfino nella follia della sua estrema stagione, non è un cieco carcere, finché esisterà l’infinito. Perché l’infinito è la faccia di Dio, di Colui che non condanna le nostre povere passioni, di colui che anzi redime queste stesse passioni. L’infinito è solitudine divina, e colloquio con l’Eterno, è riflesso di Colui che in fondo ogni cuore brama.

 

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  La scoperta dell’infinito ci fa amare tutto e tutti, ci fa poesia vivente. Se c’è un muro pagano tuttora bellissimo è infatti quello di Orfeo., l’archetipo del poeta, di colui che scende fino agli inferi per cercare la propria anima, e lo fa solo per amore, tentando audacemente di ammansire con la musica perfino i demoni del sottosuolo. Ma ciò che non è riuscito a Orfeo è riuscito a Cristo, che ne ha ripercorso le orme fino all’Ade: sottrarci al buio, aprirci al vero infinito, quell’infinito che rende poesia le nostre circostanze e perfino il dolore, che ci illudiamo di comprendere. La poesia non attinge all’infinito, ma addirittura lo amplifica: è lanciata nello spazio siderale, come una stella sparata dalla Terra.

 

(Brani  tratti da “L’anim innamorata” – Frassinelli Editore)

 

 

 

 

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