La
danza in India è stata, ed è ancor oggi, esperienza sacra. E’ una
forma d’arte ritualistica, un dono divino all’umanità, che
l’umanità stessa pratica per compiacere il divino. Il racconto
mitologico narra che il Natya Shastra è il quinto Veda, chiamato per
questo motivo anche Natya Veda.
Esso
fu ispirato da Brahma, creatore dell’Universo, e fu composto estraendo
le caratteristiche peculiari da ognuno dei quattro Veda: dal Rigveda
Brahma estrasse la recitazione, dallo Yajurveda estrasse l’abhinaya,
la canzone dal Samaveda e dall’Atharvaveda i rasa. La leggenda narra
che Bharatamuni ricevette, quindi, il Natya Shastra da Brahma. In un
altro testo fondamentale sulla danza indiana, l’”Abhinaya
Darpanam”, si narra che “Brahma diede le prime lezioni sul natya a
Barata Muni. In seguito Barata Muni, con l’aiuto di Gandharva e Apsara,
i cantori e le danzatrici celesti, presentò le tre forme di danza –
natya, nritya e nritta – davanti al signore Shiva. Ricordando il suo
violento stile di danza, Shiva chiese allora all’aiutante Tandu,
coadiuvato dal seguito, di trasmetterne la tecnica a Barata Muni.
Come
se non bastasse, con affetto chiese alla moglie Parvati di mostrare al
saggio lo stile lasya. Capita la tecnica, il santo si preoccupò di
trasmetterne la conoscenza agli altri…..”. Ed ecco quindi le due
caratteristiche fondamentali della danza indiana: lo stile “tandava”,
energico ed impetuoso e quello “laasya”, dolce e femminile.
Shiva, in quanto Signore della Danza, è chiamato “NATARAJA” o anche
“NATESHWARA”, i quali non sono altro che due dei 108 nomi principali
del dio.
Nella
forma di Nataraja egli è splendidamente rappresentato nella posa con la
gamba sinistra sollevata e il piede sinistro mostra il sentiero della
salvezza, mentre sotto il piede destro c’è un nano, il simbolo
dell’ego e dei suoi limiti, la cui “piccolezza” caratterizza le
sue ridotte dimensioni. La mano destra è col palmo rivolto verso
l’osservatore, nel mudra chiamato “pataka” a protezione dei
devoti, la sinistra è in un mudra chiamato “kari”, simile al mudra
“dola”, che significa “IO SONO QUI”. L’altra mano destra regge
un piccolo tamburo, il simbolo del tempo che scorre, il ritmo della vita
e nell’altra mano sinistra c’è una fiamma, cioè l’energia
creatrice nonché forza purificatrice. Shiva Nataraja è il supremo
signore a cui il danzatore si rivolge e sempre si ispira. Il magnifico
tempio che gli è consacrato, a Chidambaram, è il luogo dove ogni anno,
in occasione del festival a lui dedicato tra febbraio e marzo, il “Mahashivarathri”,
molte danzatrici e danzatori si esibiscono per rendergli omaggio. Per 4
o 5 sere consecutive, le esibizioni continuano fino alle prime ore del
mattino.