I QUADERNI DI DANZA
diretta
da Vera Ambra
Marialuisa
Sales
“Danza
araba medioevale e danza interpretativa della poesia araba”
“La danza è una poesia muta;
la poesia è una danza parlata”
(Simonide)
Il
recente saggio di Marialuisa Sales –
intitolato “Danza
araba medioevale e danza interpretativa della poesia araba” (Collana
“I Quaderni di Danza” – Ediz. Akkuaria) –
raccoglie e organizza i materiali utilizzati in una serie di
conferenze svoltesi in ambito universitario e divulgativo al fine di
porre le basi teoriche e pratiche di quello stile di danza
interpretativa della poesia araba che viene definita come “danza
medioevale”.
Stimolata
dall’interesse per i contenuti poetici, simbolici e filosofici della
poesia arabo-persiana di epoca classica, già in passato l’Autrice
aveva coreografato performance di teatro-danza in cui attrici-danzatrici
recitavano liriche di Rūmī, Jāmī e Ibn al-‘Arabī,
enfatizzando le atmosfere sospese e simboliche conferite all’azione
teatrale. Nonostante l’esito soddisfacente di quelle rappresentazioni,
più ci si addentrava nell’essenza di quei testi poetici, più si
percepiva la necessità del superamento di un sistema che prediligeva
ancora, un canale meramente verbale. Forte della conoscenza di alcuni
principi del teatro-danza indiano, con questo saggio ha inteso
ricostituire quell’unicità di testo poetico, musica e danza che gli
autori classici avevano conosciuto ed auspicato. Non procede perciò ad
un’ulteriore innovazione formale ed estetica all’interno del
già vasto panorama della danza mediorientale, ma grazie
all’utilizzazione del canale pre-verbale della mimica danzata,
intende esaltare ciò che in arabo è chiamato dayq,
“il gusto”, cioè la possibilità di fruire di un’opera senza la
mediazione dell’intelletto, affinché essa si imprima profondamente
nell’anima, fondendosi con le sue qualità.
Dal
momento che le fonti attualmente disponibili agli studiosi non
consentono di conoscere con sufficiente esattezza quali fossero le forme
espressive della danza araba medioevale, l’Autrice attinge a due
repertori di danza ad essa connesse e a tutt’oggi praticati: il samā‘
dei Sufi e la danza Kathak dell’India settentrionale, nonché ad
alcuni elementi presenti nella danza classica persiana di epoca qajar.
Così facendo, sopperisce alla scarsa disponibilità delle fonti
descrittive con elementi tratti per analogia da quei repertori,
integrandoli con i contenuti della vasta trattatistica musicale e
filosofica araba, i cui principi generali sono applicabili ad un
contesto coreutico.
Il
saggio si inserisce dunque nell’ambito di una ricerca ricostruttiva e
reinterpretativa ancora in fieri e lungi dall’essere completata,
delineandone i fondamenti teorici e introducendo alcune applicazioni
pratiche nel contesto del teatro danzato.
L’ipotesi
di ricodificazione di uno stile di danza mediorientale si incentra sul
periodo abbaside, compreso fra la seconda metà dell’ottavo secolo
d.C. e la prima metà del tredicesimo secolo, ed è incentrato su alcuni
brani significativi dei testi Kitāb al-mūsīqī al-kabīr (Il grande libro
della musica) del filosofo al-Fārābī e Murūj
adh-dhahab, (Praterie d’oro) dello storico al-Mas‘ūdī
integrati anche da alcune riflessioni desunte dalla teoria musicale di
al-Kindī. Dopo aver inquadrato questi autori nel loro contesto
storico e culturale, ed aver proceduto ad una disamina sommaria delle
loro opere, l’Autrice analizza in dettaglio i brani dedicati alla
teoria musicale, alla classificazione degli strumenti musicali, alla
mimica cadenzata e alla danza, ponendo in risalto come tratti
identificativi della danza araba medievale “cortese” siano
l’utilizzo del corpo come “strumento a percussione”, l’adozione
di battute dei piedi a fini percussivi sulle partiture ritmiche e
l’utilizzo di moduli interpretativi “mimici”, elementi stilistici
peraltro quasi completamente assenti negli stili di danza araba
attualmente esistenti. La trattatistica di epoca abbaside è analizzata
in quanto strumento che consente l’individuazione di principi generali
di ordine teoretico-speculativo che fungono da guida
per la creazione artistica. Non si tratta quindi di mera
osservazione empirica di dati “esteriori” o dell’appropriazione di
elementi “popolari” e “tecnici”, ma di una teoresi speculativa
che deduce principi archetipici dalla trattatistica musicale medievale e
li applicati alla coreusi. Qualora i riferimenti siano mancanti, troppo
generici o parziali, l’Autrice colma questa carenza guardando non a
Occidente ma oltre il Medio Oriente. Ritiene infatti che, ad Oriente del
mondo arabo, l’apprendimento e la pratica della danza, pur conservando
il loro valore estetico-espressivo, assumano una forte connotazione
pedagogica, in quanto – almeno a livello di principio – rimandano a
contenuti simbolici assimilabili a prescindere dalla loro formulazione
verbale.
In
tal senso assurge a particolare importanza l’integrazione tra danza,
musica e testo poetico, che non solo costituisce una parte consistente
dell’ indagine, ma si richiama a quella simbiosi che era profondamente
sentita dagli scrittori, dai compositori e dai poeti arabo-persiani di
epoca classica, ma che la coreusi mediorientale attuale sembra aver
completamente dimenticato.
Concludendo
lo studio delle fonti, l’Autrice passa ad elencare le caratteristiche
salienti della danza araba medievale, vale a dire l’utilizzo dei piedi
a fini percussivi sulle partiture ritmiche con la varietà dei colpi
effettuati con tutto il piede, col solo tallone, o col solo avampiede,
l’adozione di bacchette, cimbali, riqq
e dā’ire che accompagnano i movimenti della danza,
l’ampliamento della gamma di tipologia di percussioni utilizzate come
base ritmica, l’esecuzione di giri “con i piedi ben piantati per
terra” (secondo proprio la descrizione di al-Mas‘ūdī) ed
eseguiti in senso antiorario, la limitata rilevanza espressiva dei
movimenti del bacino a favore di un ruolo prevalente dei movimenti della
periferia corporea, la strutturazione di un repertorio ove brani di
danza pura si alternano a quelli di danza interpretativa, l’adozione
di brani poetici musicati con testi di poesie sufi e di tradizione
persiana, l’utilizzo di una gestualità codificata, la presenza di una
mimica interpretativa del volto e il ricorso principi ispiratori della
tecnica interpretativa mutuati dalle corrispondenze cosmologiche proprie
alla teoria musicale dell’epoca.
La
parte successiva del libro è invece dedicata all’ipotesi di
ricodificazione della danza araba medievale, ed elenca una serie di
elementi ricostruttivi di tipo pre-espressivo (le posizioni di base),
l’utilizzo della sonorità corporea, l’adozione del volteggio e
della gestualità codificata, abbozzando una teoria dell’azione
espressiva desunta dalla trattatistica musicale del periodo di
riferimento. All’analisi delle posizioni di base e delle pose segue
l’esposizione della teoria del corpo in quanto “strumento a
percussione”, delle applicazioni coreutiche del modulo quadripartito,
del ruolo attribuito al volteggio e alla “danza di mani”. “Se
eseguita con il dovuto livello di concentrazione – scrive l’Autrice
nel concludere il saggio – la danza interpretativa di un testo poetico
della tradizione arabo-persiana è in grado di condurci in quel mondo
archetipico e primordiale in cui ciascun elemento è immediatamente
sperimentato in ragione delle sue molteplici valenze simboliche. Tale
danza, lungi dal ricercare il bel gesto fine a se stesso, mira a nutrire
simultaneamente tutti gli aspetti dell’individuo, il corporeo,
l’emozionale e l’intellettuale, non essendo motivata da fini di
spettacolarità o da formalismi estetici. Profondamente legata
alla mistica d’Amore come intesa dalla tradizione sufi, essa ha come
suoi temi dominanti l’identificazione e la differenziazione fra
l’elemento umano e quello divino, rispettivamente manifestate come
Amore d’Unione e Amore di Separazione. Le passioni, i sentimenti e gli
stati emozionali interpretati dalla danza in tanto acquistano rilievo,
in quanto valgono come espressioni parziali, contingenti ed istantanee
della perenne dialettica fra Unione e Separazione, cioè dell’eterno
gioco d’Amore in cui l’Amato si svela incessantemente all’amante
terreno e al contempo gli si nasconde.”
Il
saggio si conclude con la traduzione dei testi di Ibn al-‘Arabī,
Rūmī ed al-Jazā’irī interpretati nelle
composizioni danzate e con una bibliografia relativa alle fonti
accessibili in italiano.
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