Lettera a Mamma Lucia
di
Umberto Romano
Cara Mamma Lucia
Com’è possibile che io ti scriva, pur sapendo,
che non sei più con noi? E poi perché? Forse solo per dirti che la
guerra è brutta? Quello lo sapevi bene, mentre raccoglievi le povere
ossa dei soldati, ingiustamente sottratti alla vita.
Tu sapevi che non potevano esistere guerre
giuste, né guerre sante, né quelle iniziate sotto il nome di Dio,
comunque questo Dio lo si voglia chiamare.
Il vero interesse di questo presunto Dio è il
business, il denaro, il predominio su qualcuno più debole. E questo
la storia c’è l’ha insegnato più volte, ma noi continuiamo a
sbagliare, stando tranquillamente seduti in poltrona a commentare, a
criticare, quello che lo schermo TV ci propina. Ma poi in concreto
cosa facciamo? Nulla! Anche se sappiamo che la verità spesso non è
quella, ma una menzogna camuffata da qualcuno più in alto di noi. È
vero anche che spesso lo sappiamo, ma volutamente l’ignoriamo,
poiché questi episodi avvengono in terre distanti da noi ed è più
semplice e comodo ignorarli, anche perché spesso queste guerre sono
combattute per mantenere dei nostri privilegi.
Sono troppo giovane Mamma Lucia, perché abbia
vissuto l’ultima Grande Guerra, ho da poco superato trent’anni. In
questo periodo insegno lingue in una scuola media, e forse per il
mio contatto giornaliero con i giovani, ho, e mi dispiace, una
visione pessimistica del futuro.
Come ogni anno, invitiamo un nonno di un
nostro allievo, a raccontarci un episodio della sua vita. Quest’anno
il racconto ci ha molto commosso tutti. Perché è chiaro che la
guerra non finisce mai il giorno in cui si firma la pace, ma si
porta dietro un seguito di conseguenze a volte tragiche, come
successe a questo nonno, che quando tutto sembrava fosse già
passato, subì una grave ingiustizia, che non scorderà finché campa.
Questa persona, della quale, per ovvi motivi
non dirò il nome, era cresciuto in un piccolo paese del sud. Nel suo
paesello era ben voluto per la sua onestà, la sua allegria che lo
portava ad essere al centro di tutte le feste paesane, a volte
proprio da lui organizzate. Il suo grammofono a molla e la sua
passione per il cinema gli avevano procurato molti amici. Lui
durante il giorno aiutava il padre nella campagna, e la sera il
parroco a proiettare vecchi film in bianco e nero.
Il suo amico inseparabile era il figlio del
Sindaco, e, infatti, quando decise diciottenne di arruolarsi
volontario in aviazione, lo fecero insieme.
L’unica volta che misero piede su un aereo
militare fu quando dal sud furono trasferiti in una caserma
dell’Italia settentrionale. L’aviazione in quel periodo era allo
sfascio perciò furono aggregati all’Esercito presso la Compagnia di
Combattimento ”Mantova”. Una sera la caserma fu accerchiata dai
tedeschi; lui e una decina di commilitoni riuscirono a calarsi dalla
finestra e scappare nei campi. Non tutti però ce la fecero, un paio
furono catturati e fucilati sul posto.
Non gli rimase che aggregarsi ai partigiani,
ovviamente era sempre in compagnia del suo inseparabile amico
fraterno. Questo periodo della sua vita fu breve poiché la guerra
finì dopo pochi mesi e si dovettero presentare al ricomposto
Reggimento che nel frattempo si era trasferito a Varese; in seguito
fece parte di un reparto di polizia militare con il compito di
sorveglianza di un campo profughi.
Circa un anno dopo, alla chiusura del campo, a
quei militari che non volevano congedarsi fu proposto di partecipare
ad un corso per sminatori: l’Italia era piena di campi minati. Fece
il corso e iniziò questo nuovo lavoro, allettato dall’ottima paga,
pur sapendo che era pericoloso. Ma da giovani si è incoscienti.
Nel frattempo si era sposato ed era
nell’attesa del suo primo figlio. Un brutto giorno lo scoppio di una
mina lo ferì al volto e alle braccia; le ferite non erano molto
serie, comunque si fece un paio di mesi d’ospedale.
In quello scoppio fu coinvolto anche un suo
giovane collega che purtroppo dopo alcuni giorni morì.
Appena gli fu possibile smise di fare lo
sminatore e iniziò un nuovo lavoro, che poi fu quello che continuò a
fare fino alla pensione: il tornitore.
Passarono circa cinque anni dalla fine della
guerra e lui era felice; aveva una casa una bella famiglia e un caro
bimbetto. Una sera, si presentarono a casa tre carabinieri con
l’ordine d’arresto. Il motivo: rapina a mano armata. Un’accusa grave
e infamante. Dichiarò con fermezza la propria innocenza, ma non ci
fu verso: fu ammanettato e portato via.
Seppe in seguito dall’avvocato che durante il
primo e unico processo che gli era stato fatto a sua insaputa, la
corte aveva concluso che fosse colpevole poiché latitante e lo aveva
condannato a quindici anni di reclusione. Latitante! Ma com’era
possibile che fosse stato ritenuto latitante se lui da anni risedeva
in questa città, aveva lavorato per anni presso il Genio Militare
come sminatore, aveva votato, si era sposato. Sarebbe stato
sufficiente un semplice controllo all’ufficio anagrafe, ma nessuno
lo fece.
Nel capo d’accusa si leggeva di una tentata
rapina in una villa in una cittadina della Toscana. Ma lui in quel
periodo era partigiano sui monti parmensi, e questo era
documentabile, ma non vollero rifare il processo. Il suo caro amico
era pronto a testimoniare che essendogli stato sempre vicino, non
poteva aver commesso alcuna rapina, perciò se lui era colpevole
avrebbero dovuto condannare pure lui perché complice, questo perché
non faceva un passo senza essergli vicino. Il povero uomo non ha mai
capito perché erano così convinti della sua colpevolezza; è vero
anche che nell’immediato dopoguerra la giustizia funzionava male, ma
perché non dargli la possibilità di difendersi? Dopo quattro anni di
dura prigione, fu scagionato per non aver commesso il fatto, e senza
alcun processo. Seppe solamente che un pregiudicato, che stranamente
aveva un nome simile al suo, confessò fra l’altro anche quella
rapina. L’ennesimo errore giudiziario!
La cosa che gli faceva male, era che senza
sentire le sue grida d’innocenza, fu ritenuto colpevole anche dalle
persone che gli erano più vicine. Quelli che potevano aiutarlo
confermando il suo alibi non fecero nulla, riferendosi sia alla sua
compagnia partigiana, sia al Comando Militare. Sarebbe stato
sufficiente che documentassero che lui quel giorno si trovava ben
distante dal luogo della tentata rapina.
Questa brutta storia, è potuta accadere,
indirettamente, anche per colpa della guerra, perché forse, anzi
sicuramente, quel giovane sarebbe rimasto giù al sud, e la sua vita
sarebbe stata diversa.
Il racconto di quel nonno non poteva che
commuoverci, anche sapendo i tanti sacrifici fatti per far studiare
i suoi due figli. Oggi quei giovani sono entrambi avvocati, e sono
certa, che faranno il possibile perché non avvengano più degli
errori giudiziari come quello che subì il padre.
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