Il testo che segue è stato tratto dal Libro "Mamma Lucia l'epopea di una Madre" di Raffaele Senatore ed. La Faiola

"Bell'i mamma! Grazie... comme site belle! 

'O Cuore 'i Gesù ve benedice!"

 

Mamma Lucia sulla soglia del suo negozio a Cava"Bell'i mamma, chesta luce me da fastidio, pecche non 'a stute, nun 'a liev'a miezzo?".
La violenta ed abbagliante luce dei riflettori, all'improvviso accesi verso di lei, le avevano fatto chiudere gli occhi ed ora Mamma Lucia si riparava alla bell'e meglio, portando una mano al di sopra degli occhi a mo' di visiera.
Era tanto tempo che volevo intervistare Lucia Apicella, la veneranda Mamma Lucia, ormai novantaduenne, e l'occasione giusta era finalmente arrivata quel pomeriggio del dodici gennaio del 1979, quando ebbi l'opportunità di realizzare un'intervista televisiva alla leggendaria popolana cavese. A propormi di incontrare Lucia Apicella nella Chiesa di San Giacomo fu Benito Tarullo un cineoperatore cavese. Quell'incontro ravvicinato con Mamma Lucia, l'ultimo prima della sua morte, si rivelò un'occasione toccante per me al punto che, in diversi momenti della intervista dovetti frenare la viva commozione che minacciava di sopraffarmi.


Gli ultimi anni della vita terrena di Lucia Apicella avevano assunto le sembianze di un continuo, progressivo e sereno acchetarsi della sua dinamica ed esuberante personalità. 

 

La "briganta", quella che era stata una donna coraggiosa ed incosciente davanti ai gravissimi rischi dei campi di battaglia ancora grondanti sangue, la sfrontata popolana, capace di tenere testa a Sindaci, Prefetti, Questori e Ministri, la pia, ma battagliera Terziaria francescana, la donna di Chiesa che aveva saputo contestare incauti sacerdoti impartendo lezioni di tolleranza, di ecumenismo e di amore cristiano, la madre caritatevole, accolta a braccia aperte da Cardinali e Papi, il mito vivente, celebrato da Capi di Stato, Ambasciatori, soldati e generali, dopo una operosa vita andava lentamente addormentandosi, facendosi cullare dalle mille litanie che, quotidianamente, punteggiavano le sue giornate in gran parte trascorse seduta là, dove la balaustra separava la navata dall'altare della Chiesa di San Giacomo.

Quell'angolo in penombra, ai piedi dell'altare, ma al di la della bella balaustra marmorea, era il posto da lei preferito. Lì se ne stava seduta di fianco, con lo sguardo rivolto ad una dolce immagine del Cuore di Gesù, collocata in una nicchia e di continuo adorna di freschi e di ceri. 

 

Con "quel Cuore di Gesù" Mamma Lucia aveva instaurato un continuo dialogo. A Lui girava tutte le pene, le
preoccupazioni della povera gente ed a Lui chiedeva aiuto, supportando le sue petizioni con ferventi e continue preghiere.

"Bell'i mamma, chesta luce m'acceca, pecche non "a liev'a miezzo?", ripeté con tono quasi spazientito Mamma Lucia. stavolta tirandomi per la giacca.
Allora con riguardo e con tono garbato le spiegai che non era possibile spegnere quelle luci, ma che ne avremmo spostato l'orientamento, in modo tale che i suoi occhi non ne fossero abbagliati.

 

Rassicurata si preparò all'intervista, ma prima mi chiese:
"Ma io te conosco a te..., tu chi si? A chi appartiene?".
Glielo spiegai, citandole la famiglia di mia moglie, più facilmente individuabile per essere composta da commercianti. 

E ancora lei: "Si spusato? Tiene figlie?"

Sicuro di farla contenta le risposi, sorridendo, che ne avevo già quattro e che un altro sarebbe nato di lì ad un mese.

 

"Benerica! Figliu mio, bell'i mamma! Viata chella mamma comm'a muglierete! A gente nun 'o sape, ma 'a verità è ca chi dice mamma, dice Paradiso! E che ce sta 'na cosa cchiù bell'e 'na mama? E chi
megli' 'e me po' sape' che vuor' di' essere mamma! Io n'aggi'avute ciente e ciente fìglie 'e tutte 'e razze... Dduuie me so' nate, ma tutte ll'ate l'aggi'adottate... e cche ven'a di' ca erano muorte, sempe figli 'i mamma erano. E mente murevano accisi 'a mamma nun 'a manco tenevano avvecina! Figli belli!".

Poi Mamma Lucia si lasciò docilmente intervistare da me e riuscì, sia pure con qualche difficoltà, dovuta a comprensibili vuoti di memoria, a raccontare tutta la sua avventurosa vita di "madre dei soldati morti in guerra". 

 

 Mamma Lucia ad Augsburg a casa di Adam e Karolina Wagner Il suo racconto era, di tanto in tanto, spezzato da invocazioni al Cuore di Gesù ed a Sant'Elena e da esclamazioni di orrore per le vicende tragiche della guerra che andava rievocando.

In qualche occasione, soprattutto nel ricordare lo struggente incontro con Adam e Karolina Wagner, genitori del povero Joseph, caduto in battaglia a ventidue anni e da lei ritrovato ai piedi della Montagna spaccata, sulla strada da Nocera Inferiore a Sarno, fu vinta da un pianto irrefrenabile.

 

"Chella povera mamma, Carolina, ca po' cunusciette a Germania, a casa soia, me screvette e me mannaie a pianta del posto addò era saputo ca steva sepolto Joseph, 'u figlio? 'U truvaie, e come nun 'u truvaie! E quando andai in Germania riportai alla mamma l'orologio del suo figlio morto. Che pena! Che strazio! Figliu mio bello!" 

Quando l'intervista ebbe termine le offrii delle rose ed una scatola di biscotti. 

"I fiori miettele annanze al Cuore di Gesù. I biscotti mi port'a casa. Grazie. Va' c'a Maronna e ricordate che il bene più prezioso che tiene è mamma toia!"

Chiesetta di San GiacomoPer tutto il tempo in cui rimanemmo nella Chiesa dì San Giacomo Mamma Lucia non si alzò mai dalla sua sedia. Da un pezzo le sue ginocchia avevano incominciato ad accusare il peso di una dura vita spesa per il lavoro. Incerta sulle gambe, Mamma Lucia inizialmente, si era affidata ad un bastone con il quale, ma pur sempre senza l'aiuto di nessuno, se ne andava da casa sua a San Giacomo. 

La via del ritorno, invece, quasi sempre la compiva in macchina: ora il figlio Antonio, ora un nipote, più spesso ancora suoi devoti estimatori, riuscivano a prevalere sulla sua testardaggine, forse erede del suo innato orgoglio, e la riaccompagnavano a casa. 

 

Qualche anno ancora, e Mamma Lucia quasi divenne incapace di camminare da sola. In quegli anni sereni, gli ultimi della sua lunga vita, durante i quali la pia donna ebbe modo di approfondire il suo paritario rapporto con la morte, della quale non aveva mai avuto paura in gioventù e che ora, quasi alla fine dei suoi giorni, magnificava con chiunque si trovasse a dialogare, continuarono a piovere sul suo capo riconoscimenti ed onori.


Una delle cerimonie che maggiormente segnarono la sua sensibilità accadde nel mese di ottobre del 1980. 

 

A Barbara Klùhspies Pisapia giunse una petizione da parte del professor Wolfgang Andreas della Berufliche Schùlen des Hochsanerlandkreiser di Oisberg. 

 

Gli allievi di quella scuola si trovavano a Paestum in gita d'istruzione e, conoscendo la vicenda eroica di Mamma Lucia, chiesero di poterla incontrare personalmente per festeggiarla. Barbara Kliihspies ed il marito Mario Pisapia furono felicissimi di fungere da tramite con Mamma Lucia per cui, in breve, l'incontro fu organizzato. Fu quella un'occasione di grande commozione. Circa cento giovani tedeschi di ambo i sessi affollarono in religioso silenzio l'angusta Chiesetta di San Giacomo, dove Mamma Lucia si trovava seduta al suo solito posto, nella penombra, accanto alla balaustra dell'altare.  Ad uno ad uno i giovani tedeschi abbracciarono e baciarono la novantatreenne "Mutter Luzia", che per tutti ebbe un'unica frase di ringraziamento:
"Bell'i mamma! Grazie... comme site belle! 'O Cuore 'i Gesù ve benedice!"

L'indimenticabile incontro si concluse con uno struggente coro. I giovani tedeschi si accomiatarono per sempre da colei che era stata la madre adottiva di tanti loro coetanei, vissuti in patria e morti in terra straniera quarant'anni prima, con la dolente ninna-nanna al soldato morto in guerra, intonata fra la commozione generale. 

 

Poco più di un mese dopo la città di Cava de' Tirreni, sia pure in misura marginale, fu segnata dal rovinoso terremoto del ventitré novembre. Un evento che addolorò profondamente Mamma Lucia, alla quale il catastrofico evento tolse la "sua" Chiesetta di San Giacomo, alla quale aveva dedicato tutto il suo tempo, e cure e devozioni amorevoli, da oltre trent'anni. 

 

La Chiesa subì seri danni, per cui fu necessario chiuderla al culto e, soprattutto, a Mamma Lucia. 

Nessuno prese a cuore le sorti di una Chiesa che il clero cavese di fatto aveva ormai dimenticato. Da trent'anni, infatti, erano religiosi, soprattutto Cappuccini, ad officiare i sacramenti nella Chiesa per esclusiva iniziativa di Mamma Lucia.


Da qualche mese Padre Gianluigi Vitolo, dei Frati Minori di Cava de' Tirreni, aveva affiancato Mamma Lucia nella gestione religiosa della Chiesa. E fu quel frate che, assecondando la volontà di Lucia Apicella, preparò di suo pugno e scrisse una petizione all'Ambasciatore di Germania a Roma, Hans Arnold, con la quale Mamma Lucia chiedeva aiuto alla Germania per riparare la Chiesa "sua" e dei soldati tedeschi morti in guerra. 

 

La pratica, corredata successivamente da perizie dei danni strutturali subiti dall'edificio, andò a buon fine, tanto che il sei aprile del 1982 il Console generale tedesco di Napoli, Alexander Von Schmeling Dirinshofen, scriveva a Mamma Lucia che 

"...a seguito dell'impegno delle istituzioni consolari tedesche in Italia le Diocesi di Paderorn e Rottemburg - Stoccarda - hanno spedito a S.E. l'Arcivescovo di Cava mons. Alfredo Vozzi l'importo di DM 10.000 a titolo di loro contributo per il restauro della Chiesa di San Giacomo...".

In quei tristi giorni Barbara Klùhspies Pisapia fu in prima linea nel consolare Mamma Lucia e darle prova d'impegno concreto per la sollecita riapertura della "sua" Chiesa.

Infatti, Barbara costituì in poco tempo un "Comitato per il restauro della Chiesa di Mamma Lucia", del quale, oltre a lei, fecero parte anche Flora Pepe, Stella De Martino Parano, Emma Cumici Papa, Teresa Barba e la signora Turino Pisapia. Fu coinvolta nella raccolta di fondi anche la città tedesca gemellata di Schwerte e molti privati cittadini cavesi e non cavesi versarono il loro obolo per la riapertura della Chiesa di Mamma Lucia.

L'Azienda di Soggiorno, il diciassette aprile 1986 organizzò una partita amichevole fra la Cavese e la Sampdoria, il cui incasso fu interamente versato al Comitato pro Chiesa di Mamma Lucia.

Molti anni, purtroppo, trascorsero senza che fosse mosso un dito a favore della Chiesa di Mamma Lucia da parte delle Autorità ecclesiastiche. In una lettera aperta ai giornali cavesi del gennaio 1996, la Presidente e promotrice del "Comitato per il Restauro della Chiesa di Mamma Lucia", Barbara Kluhspies Pisapia lanciava delle pesanti accuse.

"Una grande tristezza mi prende quando entro, una volta all'anno in occasione dell'allestimento del presepe, nella Chiesa di San Giacomo, per me la Chiesa di Mamma Lucia... 

E un peccato che questa Chiesa, la più antica del Borgo di Cava, non è stata aperta al culto religioso. Dopo il terremoto ho raccolto 40 milioni perché avevo promesso alla sconsolata Mamma Lucia di interessarmene per scongiurare il pericolo del crollo; così venne riparato almeno il tetto e la Chiesa venne aperta. Ma soltanto per un mese venne officiata la S.Messa, poi silenzio e siamo rimasti tutti molto delusi. 

Intanto Mamma Lucia è morta, ma ha potuto gioire della notizia che si stava lavorando perché lei potesse tornare alla sua Chiesa...". 
I lunghi lavori alla Chiesa di San Giacomo, furono definitivamente ultimati nel 2000. Da quell'anno la Chiesa è rimasta inesorabilmente sprangata...

Quel drammatico 1980, che a novembre aveva riempito di lutti e di rovine l'Irpinia, la Basilicata e molte altre zone della Campania riservò alla veneranda Mamma Lucia una gradita sorpresa, l'ennesimo riconoscimento concesso alla sua figura di donna e di mamma ed alle sue gesta, che, sebbene compiute alcuni decenni prima, rimanevano ancora esempio ineguagliato di fraternità fra i popoli.

A Natale del 1980, infatti, a Mamma Lucia venne di nuovo assegnato il "Premio Bontà Notte di Natale - Angelo Motta".

Medaglia d'argento del Premio Bontà "Notte di Natale" 1980Quel riconoscimento, inatteso e non sollecitato da nessuno, si aggiungeva, trent'anni dopo, allo stesso Premio Bontà Notte di Natale, attribuito a Mamma Lucia nel 1950. 

La motivazione ufficiale ripercorreva le significative tappe dell'opera umanitaria di Lucia Apicella... 

"Dopo la grande bufera della guerra, una donna di Cava de'Tirreni, in provincia di Salerno, cerca affannosamente con le mani sul campo di battaglia e raccoglie i morti in guerra insieme alle loro piccole cose (lettere delle famiglie, fotografìe, immagini sacre), e ne ricompone pietosamente i miseri resti in cassette di zinco, che fa costruire con i modesti suoi risparmi. Non sono soltanto caduti italiani, ma tedeschi, inglesi, americani... Lucia Apicella non fa differenza alcuna. La chiamano "Mamma Lucia". Oggi ha novantaquattro anni e vive nel suo piccolo paese vicino al mare. Ogni giorno prega per tutti i "suoi" figli morti in guerra".

Quell'anno oltre a Mamma Lucia ottennero il significativo riconoscimento anche la giornalista Lia Tommasi, redattrice del settimanale femminile "Alba", il "Gruppo della Fratellanza" di Verteva, Eugenia Calenzani e Pietro Bocca. Ne dette notizia lo stesso settimanale "Alba", che dedicò a Mamma Lucia un'intera pagina, nella quale era anche annunciato che "...la consegna dei premi Notte di Natale 1980 avrà luogo il 23 febbraio prossimo al Circolo della Stampa (Palazzo Serbelloni) in Corso Venezia 16 di Milano, alle ore 17...". 

 

Mamma Lucia non andò a Milano a ritirare il Premio, che, però, le fu consegnato personalmente da un rappresentante dell'Associazione umanitaria "Pro Juventute don Carlo Gnocchi" di Milano, che arrivò espressamente a Cava de'Tirreni per incontrare e premiare Mamma Lucia.

Nelle prime ore del pomeriggio del ventisette agosto 1982, quando mancavano tre mesi al compimento dei novantacinque anni, Maria Lucia Pisapia Apicella, passata alla storia con l'appellativo di Mamma Lucia, si addormentò per l'eternità, passando, quasi inavvertitamente dallo stato di sopore delle sue ultime giornate di vita, alla pace della morte. 

 

Il decesso avvenne in una corsia dell'Ospedale Civile Santa Maria dell'Olmo, dove la vegliarda Mamma era stata ricoverata al primo apparire di quei sintomi che avrebbero poi spento per sempre i suoi occhi. 

 

La morte, alla quale Mamma Lucia era stata sempre vicina, si presentò a lei quasi con rispetto ed attese che Mamma Lucia passasse a nuova vita a conclusione lenta ed indolore di un naturale processo.

 

Alba: 27 febbraio 1981 di consunzione. 

La cera era finita e la candela che aveva rischiarato le tenebre dell'intera umanità, sconvolta da odi, guerre e distruzioni, si spense. Impossibile documentare la marea di testimonianze scritte, scaturite dalla unanime compartecipazione emotiva, che seguì alla morte di Mamma Lucia! Tra le più semplici e toccanti, quelle della nobildonna Fatma Capocolli di Manduria, riportate sul Pungolo, il mensile cavese diretto dall'avvocato Filippo D'Ursi. 

 

"La tua anima, scioltasi dai vincoli della carne, è salita in Cielo a magnifìcare il Signore.
Vien quasi spontaneo sussurrare piano, per Te, tra le labbra, un Te Deum, invece di un De Profundis. 

Che cosa si può dire di Te, morta, più di quanto non sia già stato detto di Te, viva? 

Quando le tue mani, instancabili e pietose, faticosamente ed ininterrottamente, scavavano la dura terra per disseppellire i miseri resti di poveri soldati, caduti in terra straniera. E tu ricomponevi quelle poche ossa in piccole urne, recitando una Requie e mormoravi per ognuno, con occhi lucidi di pianto, bello di mamma!... 

Non potremo mai dimenticare quando,
sorridente e piena di grazia, passando per i portici, ti profondevi con tutti in quel tuo evangelico e francescano saluto: Pace e Bene!...".


Significativo fu anche quanto scrisse a caldo l'avvocato Domenico Apicella, che puntigliosamente andò a ricercare a ritroso nella storia secolare della civiltà umana personaggi e vicende che potessero accostarsi alle gesta di Mamma Lucia. 

 

"...Se n'è andata con la stessa umiltà nella quale visse; ma con lei è volata al cielo nella gloria di Dio una delle donne più pie e cristiane non soltanto di Cava de'Tirreni, ma dell'Italia ed anche del globo terracqueo, perché grande quanto il mondo è stato l'esempio di bontà e di amore per il prossimo, che Ella ha dato in vita...". 

 

Poi Domenico Apicella ricordava in successione le donne di Cava de'Tirreni, passate alla storia per le loro eccelse virtù umanitarie e citava Suor Orsola Benincasa fondatrice dell'Ordine religioso delle Orsoline; la nobildonna Maria Longo, che nel 1519 fondò a Napoli l'Ospedale degli Incurabili; la figlia del Generale cavese Carlo Filangieri, la duchessa Teresa, poi sposata Ravaschieri Fieschi, una donna dalla straordinaria umanità, fondatrice di un Ospedale per bambini, passata alla storia a Napoli come "Mamma Duchessa"; le due sorelle contadine Teresa e Gelsomina Senatore, quest'ultima detta "Santella", piccola santa, per la sua eletta spiritualità e per le opere caritatevoli che ne fecero la benefattrice dei poveri del Contrapone e di San Martino. Teresa e Gelsomina, fra l'altro, nel XIX secolo costruirono la Chiesa della Madonna del Rovo, detta anche della Madonna di Santella. 

Infine, l'avvocato Apicella spaziava nella storia e, addirittura, nella mitologia alla ricerca di altre figure, paragonabili a Mamma Lucia. E citava Antigone, figlia di Edipo, che trasgredì all'ordine dell'empio Creonte e di notte andò a raccogliere le misere spoglie mortali del fratello. In tal modo meritandosi la pena della morte da parte del feroce tiranno. E ricordava anche il sopravvissuto soldato giapponese, che, fattosi monaco, dopo la guerra andò a raccogliere i corpi abbandonati dei suoi sventurati compagni e compatrioti. Ed infine Apicella metteva in risalto le significative differenze con l'opera di Mamma Lucia. 

 

"...Ma Antigone dette sepoltura a suo fratello. Ma il giapponese dette sepoltura ai suoi compagni di battaglia! Mamma Lucia, invece, dette sepoltura a quelli che Ella avrebbe dovuto considerare suoi nemici, perché erano caduti, combattendo anche contro l'Italia, anzi uccidendo, forse loro malgrado, anche i nostri connazionali ed i nostri stessi concittadini...".
' D. Apicella : "Mamma Lucia"; edizioni II Castello, 1983

 

Il feretro di Mamma Lucia, una bara speciale di cristallo, fu collocata al centro del Salone d'onore del Municipio di Cava de'Tirreni, dove per due giorni fu vegliata da un drappello d'onore delle Guardie civiche e contornata dal Gonfalone della sua città natale e da tanti labari civili, religiosi e militari. Una fiumana di uomini e donne di tutte le età e di ogni censo passò in quarantotto ore dinnanzi alle spoglie di Mamma Lucia, ai cui piedi fu esposto anche l'urna contenente i resti mortali di quell'ignoto soldato tedesco da lei ritrovato a Montecorvino Rovella e che lei affettuosamente soleva chiamare "il mio bel capitano".

Le esequie ebbero uno svolgimento spettacolare con due ali ininterrotte di folla in silenziosa preghiera. 

La Basilica della Madonna dell'Olmo non potette contenere la strabocchevole folla, che riempì tutta la piazza antistante il sagrato della Chiesa. Il popolo ed il governo tedesco furono rappresentati dal Console Generale di Germania Alexander Von Schmeling Dirinshofer, il quale pronunciò poche ma commosse parole: 

 

"Sulla sua tomba voglio ancora una volta ringraziare Mamma Lucia a nome della Germania intera per tutto quello che ha fatto per i nostri caduti nei primi anni del dopoguerra. Innanzi tutto i padri, le madri, i fratelli, le sorelle, le mogli ed i figli di tutti i soldati tedeschi caduti, le cui spoglie mortali Ella ha raccolto pietosamente, curandone degna sepoltura, Le debbono eterno ringraziamento. Ella oggi ci ha lasciato per raggiungere quei caduti, suoi figli, suoi "belli di mamma", ai quali si dedicò con amore infinito. L'operato di Mamma Lucia, oggi divenuto storia, rappresentò l'inizio del riavvicinamento dei nostri due popoli, ormai fatto compiuto. I tedeschi non La dimenticheranno mai!"

Il Sindaco di Cava de'Tirreni nel suo discorso di commemorazione anticipò che di lì a poco l'Amministrazione comunale avrebbe intitolato a Mamma Lucia una scuola materna. La relativa Deliberazione fu poi adottata all'unanimità dal Consiglio Comunale il successivo otto novembre 1982,7 quando la Scuola Materna di Via Filangieri, appartenente al Primo Circolo Didattico di Cava de'Tirreni, prese il nome di Scuola Materna "Mamma Lucia".
In occasione della morte di Mamma Lucia ci fu anche qualcuno che pensò di erigere in suo onore un monumento. L'idea venne al giornalista romano Franco Scillone il quale indirizzò il seguente telegramma al Sindaco di Cava de'Tirreni:

 

"Nel fervido ed affettuoso ricordo della luminosa figura di Mamma Lucia, sublime esempio di autentica fede cristiana e di verace fratellanza umana, mi rivolgo a lei ed alla sua ricca sensibilità, esprimendo vivo desiderio che codesta Amministrazione Comunale dedichi alla popolarissima Mamma Lucia una importante strada comunale di Cava e che inoltre Le faccia erigere un monumento".


Una piazza, quella del suo villaggio natio, Sant'Arcangelo, fu successivamente intestata al nome di Mamma Lucia. Il monumento, invece, non fu mai eretto; ancora oggi, più di cinquant'anni dopo il tempo in cui l'artista siciliano Vincenzo Torre realizzò un bozzetto del Monumento alla Madre con le perfette sembianze di Mamma Lucia, il monumento in suo onore è ancora da erigere.

La vicenda di Mamma Lucia non ha trovato fine con la morte della sua eroina. Le gesta della Madre, il coraggio dell'umile popolana cavese, lo slancio verso le sofferenze continuano incessantemente a costituire fonte d'ispirazione per studiosi, scrittori, giornalisti, poeti, musicisti ed artisti. Un grande uomo di cultura, un figlio illustre di Cava de'Tirreni, il professore Fernando Salsano, notista culturale dell'Osservatore Romano, ebbe a scrivere di Mamma Lucia sul quotidiano vaticano quasi sette anni dopo la sua morte. Fernando Salsano nel suo dotto articolo, dal titolo "La parola tra poesia e azione", metteva in risalto come fosse obbligatorio "...rivolgere la nostra attenzione anche alla poesia non scritta, ...a quella poesia che in certi casi si realizza nell'agire umano...". Salsano riportava, poi, per sommi capi l'avvincente e toccante storia di Mamma Lucia, da lui conosciuta quando era ancora ragazzo, ed analizzava criticamente il comportamento sorprendente e sconvolgente dell'umile e modesta donna, prendendo le mosse dall'affabile intercalare che caratterizzava le parole ed il dire di Mamma Lucia allorché ella cominciava a raccontare dei suoi soldati morti senza tomba, "figli di mamma".

"...Fu certo la stagione di dolore della guerra a risvegliare il seme in quel materno apostrofare che per tanti anni era stato come un motivo musicale della sua parlata popolana; e quindi il sogno degli otto giovani l'aveva svegliata dalla sonnolenza del quotidiano e spinta all'ansia dell'azione per i poveri figli di mamma. Da madre di due giovani esposti ai pericoli della guerra Ella si fece madre di tutti gli sconosciuti giovani caduti nella sua terra e sorella di tutte le mamme ne avevano atteso il ritorno dei figli...".

Infine, Fernando Salsano, dopo aver affermato che dopo la morte la figura di Mamma Lucia si era ingigantita ed il suo nome si era diffuso nel mondo, e che dopo gli onori terreni "...nella gloria dell'Eterno di certo una corona di rose le è stata preparata ...", approdava alla conclusione dell'operato della sua concittadina fosse da elevarsi al rango ed al livello di Poesia.


"...Ma come per i poeti, a noi è rimasta la sua parola, quella che è il tema che sta al principio di ogni poesia. Dante, per fare un esempio, cominciò con una proposizione incontrata nel cammino della coscienza, la dritta via era smarrita, e da quella radice ebbe inizio la crescita d'un poema immortale. Ella pure portava nell'anima tre parole, "figlio di mamma", trovate chissà dove, in una casa di povera gente, nell'espressione popolare tramandata per secoli, in una qualunque occasione tra le tante ipotizzabili. Ed è affascinante pensare che nel pronunziare quelle parole, non solo Ella era ignara del futuro di bellezza e di gloria che ne sarebbe fiorito, ma forse neppure aveva la possibilità di spezzare la primigenia unità di significante e significato, di ritrovare nell'immagine istintiva e popolare, "figlio di mamma", il significato di figlio dell'amore, il riconoscimento, nel volto del prossimo, del sigillo dell'amore che chiama amore, il nodo soprannaturale della carità".




La pietosa opera di Mamma Lucia interpretata dal pittore Mario Carotenuto

Non solo scrittori e poeti, ma anche musicisti, compositori, pittori, scultori, ceramisti... hanno trovato nella materna opera di Mamma Lucia e nella sua santa vita abbondante materia d'ispirazione; un filone continuo, che non conosce esaurimento, sbocciato già cinquant'anni fa e tuttora in fiore.

Incominciò Vittorio Alfieri, un cultore della musica, che scrisse e musicò una dolce "Canzone a Mamma Lucia", una delicata melodia accompagnata da semplici ma sentiti versi: 

 

"Tene sempe 'o scialle niro,

'mpiette, 'o posto 'e n'abitino,

port'o core 'e tutt'e mamme

che hanno perze 'e fìglie in guerra...". 

 

 

Il poliedrico Oreste Vardaro nel 1956 dedicò una sua poesia "A Mamma Lucia", delìneandone i tratti di evidente santità: 

 

"La chiesetta è il tuo respiro,

ove passi la tua vita!

Sei la santa buona e mite, 

sei la Mamma del soldato..."

- poetava in modo ispirato Tommaso Avagliano nel 1970

 

"...E venne pietosa una donna

dal lieve passo di angelo  - a scavare tra i sassi,

a baciare quell'ossa,

a pregare in ginocchio l'Eterno,

e fu Madre a tutti i caduti

di tutte le inutili guerre.

Era un'umile donna: 

si chiamava Lucia".

Dieci anni dopo ad Avagliano faceva eco Gustavo Marano con una sua composizione: 

 

"...dì ignoti soldati alleati e tedeschi

i resti esumi da zolle di terra

che son state teatro di guerra... son figli di Mamma che ami e curi cui lampade accendi ...per quest'opera di amore e zelo

che in sé racchiude e compendia il Vangelo...".

 

Impossibile riportare la disparata messe di opere artistiche che tuttora continuano a fare corona al mito di Mamma Lucia. 

 

C'è chi come Franco Pastore le ha dedicato un "radiodramma", "La signora della morte", chi come Roberto Musto, musicista e compositore piemontese, ha trovato nella vicenda di Lucia Apicella l'estro per comporre una "Cantata per Mamma Lucia"; una drammatizzazione musicale, resa ancora più commovente dalla partecipazione vocale e recitata di un coro. L'opera è stata eseguita in prima nazionale il trenta maggio del 2003 nella Basilica di S. Agnese fuori le mura di Roma. Infine, sei tra i più importanti pittori salernitani, Mario Carotenutoto) Carlo Catuogno, Renato Intignano, Pietro Lista, Antonio Petti ed Adriana Sgobba hanno immortalato l'opera cristiana di Mamma Lucia con i colori della passione e dell'amore universale, indispensabili pilastri della pace; essi hanno messo insieme le loro opere, componendo una pregevole cartella litografica con presentazione di Filippo Giordano, dedicata a Mamma Lucia. Anche questa è stata un'iniziativa varata dall'Azienda di Soggiorno di Cava de'Tirreni nell'ambito del progetto di edificazione del monumento a Mamma Lucia.

Ma il tema della pietosa Mamma cavese non è esaurito. 

La rappresentazione della morte e della gloria eterna, della pietà e dell'amore materno, della pace e del perdono e, soprattutto, della fede in Dio, sarà sempre attuale, in quanto ispirata da principi di alta umanità della cultura cristiana, testimoniati tutti assieme dalla incomparabile vita, vissuta da Lucia Apicella.


tratto dal testo "Mamma Lucia l'epopea di una Madre" di Raffaele Senatore

 

Raffaele Senatore, giornalista, nato ad Amantea nel 1940. Per oltre sessant'anni ha vissuto a Cava.Ha diretto per oltre ventidue anni l'Azienda di Soggiorno e Turismo di Cava. E' autore della storia del turismo pubblico di Cava de'Tirreni (Cava de'Tirreni - Stazione di Soggirono 1998) e dello sport cittadino (U.S.Cavese 90 anni di passione bleu foncé, 2000); nel 2003 ha publicato "Orme" un libro di memorie

 

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