LA "BRIGANTA"
II villaggio di San Michele Arcangelo, è situato alle falde della maestosa catena montuosa dei Lattari, che dividono a sud-ovest Cava de' Tirreni dalla costiera amalfitana.
Nel villaggio di Sant'Arcangelo nello stesso anno furono trenta gli scolari di ambo i sessi, iscritti e frequentanti i corsi pubblici e gratuiti, istituiti dal Sindaco Giuseppe Trara Genoino, che iniziarono il cinque di novembre per concludersi il trenta agosto dell'anno successivo.
Ovviamente, l'analfabetismo era dilagante, tant'è che molti giovani arrivavano all'età della chiamata alle armi senza saper leggere e scrivere e non erano rari i casi in cui proprio durante la naia essi imparavano almeno ad apporre la propria firma.
La condizione della gente di campagna cavese di fine Ottocento fu impietosamente documentata dalle memorie di un'anonima turista inglese, giunta a Cava per vacanza sul finire del 1850.
"I contadini vivono nella più nera miseria... quelli che non hanno un lavoro nei campi s'incamminano di buon mattino su per le montagne e pagano per potervi raccogliere, in alcune zone, delle erbacce. La sera tornano a casa, portando il raccolto sulla testa...". Segue la cruda descrizione dell'abitazione di una modesta famiglia di contadini: "...nelle loro baracche (già occupate da un grande letto, dal telaio della moglie, da polli e da bambini, con il fumo della cucina che può uscire solo dalla porta)... le donne filano e tessono dall'alba al tramonto...".
Una rappresentazione molto attendibile delle condizioni di vita della popolazione cavese rurale del tempo, confermata, ancora quarant'anni dopo, da Leopoldo Marcelle:
"...II colono, proprietario o fittuario che sia, ...è sobrio nella sua alimentazione, perché si ciba dei prodotti della stessa sua terra (pane di frumentone, minestra verde, legumi, patate...) e di carne solo nelle grandi occasioni... È inoltre, dimesso nel vestire, ma decente e cura l'abbigliamento della sua donna, la quale, del resto, lo aiuta a più non posso nei lavori campestri e passa al telaio il tempo che le avanza".
A Sant'Arcangelo sul finire dell'anno 1887, esattamente il diciotto novembre, nacque una bambina, ottava figlia di Maria Carmela Palumbo, moglie di Francesco Pisapia "industriante" di legname. La piccola Maria Lucia fu battezzata lo stesso giorno di nascita dal parroco di Sant'Arcangelo don Domenico Della Corte e madrina del battesimo fu l'ostetrica Maddalena Senatore.
Dall'atto di battesimo, conservato nell'Archivio storico parrocchiale di San Michele Arcangelo, si evince che il battesimo avvenne "all'ora seconda". Il che porta a concludere che il sacro rito fu celebrato fra le ore nove e le ore dodici del mattino, comunque, immediatamente dopo la nascita di Maria Lucia, com'era di buona consuetudine in quel tempo, quando il battesimo ravvicinato all'ora della nascita procurava indulgenze e veniva salutato dal prolungato, festoso suono delle campane.
Due anni dopo, il sette ottobre 1889, morì la madre di Maria Lucia Pisapia e quella immatura morte, (la donna, madre di sette figli contava appena quarant'anni), gettò nella costernazione Francesco Pisapia rimasto ad un tratto vedovo e con ben sette figli da accudire. Il peso della famiglia, inizialmente fu addossato alla primogenita, Gaetana, che aveva da poco compiuto i diciotto anni. Ma, come usava allora e tenuto conto del buon tenore di vita che Francesco Pisapia si poteva permettere, in capo a sette mesi, la stessa famiglia della sua defunta moglie gli suggerì di passare a nuove nozze con la sorella più giovane di sua moglie morta, la venticinquenne Maria Sofia Palumbo anche lei tessitrice.
Il matrimonio, combinato in famiglia, fu celebrato il 15 maggio del 1890, quando Francesco aveva già quarantasei anni ed una differenza di età di ben ventuno anni rispetto alla cognata-consorte. Anche queste seconde nozze furono benedette da un buon numero di figli; infatti, altri cinque pargoli si aggiunsero alla già numerosa famiglia.
"Abitavamo a Sant'Arcangelo, nei pressi di Cava. Là studiai un poco, la terza elementare bastava, allora. Grandicella, quando non ero in chiesa ero al telaio, - per cinquanta metri di tela il mercante pagava cinque lire. Non ricordo come mi affezionai all'ospedale: ci andai una volta, belli di mamma, e non ebbi più l'animo di staccarmene. Portavo biscotti e arance ai ricoverati, facevo iniezioni, assistevo gli agonizzanti. E' brutto che il moribondo cerchi inutilmente una mano sopra le coperte, vi giuro; ma in famiglia ne ebbi rimproveri: gridavano che avrei portato in casa i microbi della tisi e siccome non ubbidivo quando mi ordinavano di smetterla con i malati mi chiamarono la brìganta..."
La piccola Maria Lucia, che sin dai primi giorni fu chiamata con il solo nome di Lucia, praticamente non conobbe la sua mamma, scomparsa quando ella aveva appena due anni. La piccola fu però allevata dalle amorevoli cure di Maria Sofia, che non discriminò mai i suoi figli da quelli della sorella Maria Carmela, assicurando a tutti un'infanzia serena, in una casa nella quale il benessere non mancava grazie al lavoro del capofamiglia, che aveva la sua azienda commerciale
nella parte alta del villaggio, a monte della chiesa parrocchiale.
Lì esisteva, e tuttora è visibile, un largo spiazzo adibito a deposito
all'aperto, dove si provvedeva all'accumulo della legna, lavorata nei vicini boschi dei monti Lattari. Lì avvenivano anche le contrattazioni e le operazioni di pesa, di carico sui "traini" e di trasporto verso le destinazioni di vendita al dettaglio della legna.
Dopo le tre classi elementari la piccola Lucia fu applicata al suo telaio; nelle ore libere dagli impegni scolastici la matrigna l'avviò alla frequenza delle suore della carità, che dal 1864 erano arrivate e si erano stabilite a Cava de'Tirreni per svolgervi i loro fini istituzionali, tra i quali primario era quello dell'assistenza negli ospedali, nei manicomi, nei brefotrofi e negli asili.
La piccola Lucia, sotto la guida delle suore, imparò in poco tempo a cucire, stirare ed a ricamare, oltre che ad assistere gl'infermi, ai quali si avvicinava quando, in loro compagnia, andava all'Ospedale Civile di Cava per alleviare le sofferenze e le pene dei degenti. Fu in quegli anni della sua infanzia che nell'animo ingenuo di Maria Lucia germogliò la generosità e la predisposizione ad essere cirenea e consolatrice di quanti avessero bisogno di assistenza e di cura. Ogni lutto, ogni sciagura, semplici notizie di disgrazie e cataclismi, ovunque accaduti, turbavano e commuovevano fino alle lacrime la sensibile fanciulla.
Il giorno di Capodanno del 1899, quando Maria Lucia aveva poco più di dieci anni, il territorio di Cava de' Tirreni fu sconvolto da una delle ricorrenti e rovinose alluvioni. II Mattino del due gennaio 1899 scriveva di
"...paesi sommersi, proprietà distrutte con numerose vittime..." e sei giorni dopo, l'otto gennaio, lo stesso quotidiano napoletano, riportando una corrispondenza di un suo inviato a Cava de' Tirreni, annotava:
"Cava de' Tirreni, tré gennaio ore 17,15: La desolazione qui è immensa per i rilevantissimi, raccapriccianti danni ...impossibile descrivere l'aspetto del paese e delle circostanti campagne, prima così
ridenti...". Il cataclisma, che a Sant'Arcangelo, e precisamente nella zona rurale di Casa Rìceri, mietè molte vittime, strappate alle loro umili abitazioni dal fiume di fango, impressionò molto Lucia Pisapia fino a commuoverla profondamente.
Oltre alla condivisione morale delle pene dei sofferenti, anche i sentimenti patriottici trovarono terreno fertile nella tenera coscienza di Lucia Pisapia che figlia dell'Italia unita, crebbe nel culto dell'amor di patria.
Quando scoppiò la guerra italo-turca, che nel 1911 portò le truppe coloniali italiane ad occupare la Tripolitania e produsse un'imponente e, probabilmente, spropositata eco, dovuta alla massiccia campagna di stampa messa in piedi a sostegno dell'"impresa", anche la giovane Lucia rimase contagiata dell'irrefrenabile onda di patriottismo e di nazionalismo, che coinvolse buona parte dell'opinione popolare italiana, in specie quella meno capace di attivare analisi critiche sulle situazioni politiche in atto.
Un anno dopo nel 1912, a poco più di venticinque anni. Lucia Pisapia andò sposa di Carlo Apicella, un giovane commerciante di frutta secca, che abitava al Borgo, al Palazzo Soligo, nei cui pressi aveva anche la sua bottega.
L'anno dopo, nel 1913, dalla loro felice unione nacque il primo dei due figli, Vincenzo; l'altro, Antonio, sarebbe nato otto anni più tardi, ben dopo la fine della Grande Guerra, alla quale Carlo Apicella partecipò e dalla quale tornò a casa vivo, anche se invalido per le ferite riportate.
Lucia Pisapia ormai donna fatta, anche in quell'occasione mostrò tutta la vulnerabilità del suo animo gentile; infatti, la giovane donna non si perse un solo numero di quei giornali. Li comprava per avere notizie sulla sorte del reparto militare del quale faceva parte suo marito Carlo, ma, contemporaneamente, ritagliava ad una ad una ogni fotografia, grande quanto un francobollo, dei soldati morti al fronte, per incollarla sulle pagine di un quaderno che aggiornava di settimana in settimana. Analoga abitudine Lucia Apicella manifestò in occasione dell'ultima guerra mondiale. Infatti, (foto 9) anche i morti in battaglia del 1940-43 trovarono spazio sul suo personale album in onore degli eroi, caduti per la Patria.
Quel prezioso cimelio è giunto integro fino ai nostri giorni, a documentare un'antica e forse innata debolezza di Lucia Apicella verso i soldati caduti nell'adempimento del loro dovere. Un comportamento soggettivo, forse anche incomprensibile, che, solo allorché inquadrato in una visione di vasto raggio temporale, e cioè all'indomani dell'incredibile attività umanitaria, da Lucia Apicella compiuta a cavallo degli anni Cinquanta, avrebbe dato un senso ad un'intera vita,
vissuta nel culto della carità cristiana, della contrita compartecipazione ai lutti, ai dolori ed alle miserie dell'umanità.
tratto
dal testo "Mamma Lucia l'epopea di una Madre" di Raffaele
Senatore
Raffaele
Senatore, giornalista, nato
ad Amantea nel 1940. Per oltre sessant'anni ha vissuto a Cava.Ha
diretto per oltre ventidue anni l'Azienda di Soggiorno e Turismo di
Cava. E' autore della storia del turismo pubblico di Cava de'Tirreni
(Cava de'Tirreni - Stazione di Soggirono 1998) e dello sport cittadino
(U.S.Cavese 90 anni di passione bleu foncé, 2000); nel 2003 ha
publicato "Orme" un libro di memorie
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