Le
sue affettuose mani erano le mani di tutte le mamme del mondo
In una notte come tante, le apparve in sogno
una radura con otto croci abbattute e le comparvero, poi, dinanzi
agli occhi, otto soldati tedeschi, che la scongiurarono in lingua
italiana che le loro spoglie fossero restituite alle loro madri in
Germania.
Il sogno rivelatore maturò in Mamma Lucia il
progetto di raccogliere i resti dei caduti sparsi sui monti di Cava,
ed abbandonati allo scempio delle
intemperie e degli animali randagi, per poi ricomponi e conservarli
nella speranza di poterli restituire alle rispettive famiglie.
Chiese quindi al Comune la necessaria
autorizzazione per la raccolta delle salme che, il 16 luglio 1946,
le fu accordata dal sindaco il quale, colpito dalla determinazione
da lei mostrata e dalla grandezza del suo progetto, le offrì anche
l’assistenza di due becchini.
Le toccò poi superare l’ostacolo
dell’individuazione delle tante salme sparpagliate su un territorio
vasto, e spesso impervio.
L’attuazione del progetto si presentava veramente ardua, ma Mamma
Lucia non si arrese e prese a girare per i luoghi interessati dai
combattimenti chiedendo notizie a tutti coloro che potessero
fornirgliene.
Il suo lavoro iniziò dalla collina di Monte
Castello, sui cui pendii trovò tredici corpi ammucchiati in una
grotta. Nelle successive escursioni, sempre faticose e irte di
pericoli, rinvenne venticinque corpi in località Arcara, e poi
diciotto in Santa Maria a Toro, e altri cinquanta in un campo di
patate nella vicina Montoro Inferiore, e poi ancora tanti sui Monte
san Liberatore, a Santa Croce, alla Badia di Cava, a Monte Pertuso,
Pineta La Serra, ai Monti del Demanio, tutte zone limitrofe a Cava
de’Tirreni che, complessivamente, in anni di duro lavoro,
restituirono alle sue mani amorose circa settecento corpi.
Negli ultimi tempi di questa sua caritatevole attività si spinse
fino ai luoghi che più da vicino erano stati investiti dallo sbarco
alleato di Salerno, recuperando salme persino in Montecorvino
Rovella.
La forza interiore che l’ha sostenuta in tutta
questa sua opera appare ancora più grandiosa considerando che presto
i becchini l’abbandonarono a causa delle eccessive fatiche, dei
tanti pericoli (spesso i caduti venivano interrati con ancora
indosso tutta la loro dotazione di bombe e munizioni) e,
probabilmente, per le motivazioni, per loro incomprensibili, che
spingevano Mamma Lucia a proseguire la sua missione di "mamma".
Si affidò allora alla sola forza delle sue
braccia ed a qualche occasionale volenteroso, che ricompensava di
tasca sua. Ella raccoglieva i corpi in cimiteri improvvisati nei
campi, poi li riesumava, ne puliva le ossa e le raccoglieva in
cassettine di zinco, che faceva fabbricare a sue spese. Affidava i
documenti e gli oggetti personali che le capitava di rinvenire al
locale commissariato e pregava, pregava, pregava instancabile e
fiduciosa nell’aiuto di Dio.
La paura la scuoteva spesso, soprattutto
quando, scavando a mani nude, si imbatteva in proiettili inesplosi e
mine, ma ella si ripeteva: «Il Signore vede e provvede» e ascoltava
una voce interna che la rinfrancava o la fermava quando era
realmente in pericolo.
Ma chi le stava vicino, chi la guidava e
l’assisteva? Forse un Angelo custode, forse le anime stesse di quei
soldati, le cui spoglie Ella rinveniva e curava amorosamente. Mamma
Lucia non stette, comunque, mai a porsi tutti questi interrogativi;
sapeva soltanto che doveva ascoltare gli impulsi del suo cuore
generoso, senza mai fermarsi.
Nella piccola chiesa di San Giacomo Minore, nell’antico Borgo di
Cava, sistemava le cassettine di zinco con ordine meticoloso e le
accudiva, quasi come fossero reliquie sacre. In realtà. Ella offriva
a quelle ossa tutto l’amore che una madre può donare ad un figlio, e
le sue mani affettuose erano le mani di tutte le mamme del mondo.
Agli inizi degli anni ‘50 Mamma Lucia compì anche un viaggio di
speranza e di solidarietà materna, recandosi in Germania dove era
stata invitata dalle autorità. Riportò a molte donne sfortunate i
resti che era stato possibile identificare, gli oggetti ritrovati
accanto al cadaveri, restando sgomenta dinanzi all’alta onorificenza
della Croce al Merito Germanico, che le fu riservata. In fin dei
conti, si chiedeva, cosa aveva fatto lei, umile popolana, per
meritare tanti apprezzamenti?
Aveva soltanto agito come una madre e si era
avvalsa del coraggio che la fede le aveva inculcato.
Il 2 giugno 1959 il Presidente della Repubblica, Gronchi, conferì a
Mamma Lucia l’onorificenza della Commenda al Merito della
Repubblica. La città di Salerno, poi, la proclamò cittadina onoraria
ed il Comune di Cava de’ Tirreni le offri una pergamena, con la
quale la cittadinanza cavese le attestava la sua immensa
ammirazione.
Mamma Lucia diede una decorosa sepoltura a quelli che avrebbe potuto
considerare Ella stessa suoi nemici, caduti combattendo anche contro
l’Italia, anzi forse uccisori essi stessi di giovani vite italiane.
Ma Ella non faceva distinzione di nazionalità
fra le ossa che raccoglieva; tutte andavano pulite e sistemate allo
stesso modo tutte erano quanto restava di poveri figli di mamma,
giovani vittime di uni guerra atroce ed insensata come, alla fin
fine, sono tutte le guerre.
Per lei erano tutti "belli ‘e mamma", tutti
figli di mamma, tutti uguali nelle sue amorose mani.
La fatica accumulata in quegli anni di dure ricerche e l’usura con
cui il tempo, con il suo trascorrere, marchia inesorabilmente tutti
gli uomini la costrinsero ad abbandonare la sua attività anche
perché, ormai, non era più possibile individuare altre spoglie da
recuperare. Si dedicò, quindi, ad accudire i resti mortali dei
numerosi ignoti che restarono nella chiesetta di San Giacomo.
ll 23 novembre del 1980 la furia del terremoto
che scosse per circa novanta, interminabili secondi la Campania e le
altre regioni del sud, seminando rovina e lutto, la strappò questa
sua ultima missione; la Cappella di San Giacomo fu, infatti
gravemente lesionata e dichiarata inagibile. Trascorse allora gli
ultimi anni in preghiera, mostrandosi raramente in giro, ma
apparendo qualche volta in televisioni private a render
testimonianza della meravigliosa missione svolta. Il Signore decise
poi di chiamarla a sé, perché potesse finalmente godere il meritato
riposo dalle sue fatiche, e conoscere tutti quei figli per quali si
era tanto amorevolmente prodigata.
I Cavesi furono sinceramente scossi dalla
notizia, accolta quasi con incredulità perché a tutti sembrò
irrealistico dover attraversare le strade della città senza sentirsi
chiamare, salutandola, "bello ‘e mamma".
Il Consiglio Comunale deliberò funerali solenni, facendo allestire
la camera ardente nella sala di ricevimento del palazzo di città,
dove per due giorni un’incessante processione di uomini e donne di
tutte le età porse l’estremo saluto a Mamma Lucia, esposta in uni
bara di vetro al piedi del gonfalone della città e dei labari di
tutte le associazioni civili e religiose.
Maria Giovanna Damiano
(tratto
dalla rivista INCONTRI n.68/2001
edita dalla Banca Popolare dell'Emilia Romagna)
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