Il mistero della realtà nella lucida enigmatica visione dell’inconscio. Immagini per esplorare se stessi ed interrogare il mondo.
90 famose opere celebrano il talento surrealista di Magritte, ne “La chiave dei sogni”, la retrospettiva, ospitata dalla Fondazione Beyeler di Basilea dal 7 agosto al 27 novembre, in collaborazione con il Kunstforum di Vienna, la Fondation Magritte e il Louisiana Museum del Modern Art di Copenhagen. Con Magritte la razionalità si ritrae, la logica si ripiega su se stessa, la mente si offusca. Accostamenti dissociativi, composizioni assurde, situazioni in bilico tra l’onirico e la più fervida immaginazione, tutto, nella diafona recettività dell’artista che trasferisce nell’immagine il pensiero visibile. Oggetti quasi banali, sapientemente incastonati in scenografie al limite del concepibile, risvegliano ricordi assopiti nei più remoti angoli dell’inconscio e le visioni oniriche acquistano, così, tangibilità con simboli e segni che turbano e inquietano lo spettatore.
Una mostra la cui soluzione di continuità è cesellata nel mondo dei sogni, dove ogni opera è una scena aperta nella teatralità della mente.
L’inconscio ne sprigiona la bellezza onirica, fonte di mistero e la prontezza mentale ne carpisce il senso.
Sono opere, quindi, che non appagano per una bellezza classica ma che stimolano l’istinto nella ricerca della propria profondità. Un gioco di quinte e fondali nel teatro dell’esistenza, proprio come nell’opera “Il fantino perduto” - la sua prima opera surrealista, dove un sipario teatrale incornicia il fantino a cavallo nella sua statica corsa, tra una foresta di pseudo-birilli rivestiti di spartiti musicali, trasformati in alberi.
"Le joueur secret 1927"
Nel
ristretto territorio della sopravvivenza d’immagini, il sentimento
estetico del sapere, filtra la mente e ne riversa l’evanescenza nel
pensiero visibile, l’unico possibile, l’unico concepibile,
l’unico presente in mostra, per un viaggio a ritroso nella profondità
oscura di un io, soggetto e oggetto nel puzzle
dell’inconscio.
“La
chiave dei sogni”, dal 7 agosto al 27 novembre 2005
Fondazione Beyeler, Baselstrasse 101. Basilea.
Orari: tutti i giorni dalle 10-18, mercoledì fino alle 20.
Ingresso: intero 21 chf, ridotto 18 chf, gratis fino a 10 ann.
Informazioni: (0)61 - 645 97 00.
Sito web:
www.beyeler.com
MAGRITTE,
SOGNI E RICORDI
Nulla
è più lontano dalla realtà quanto una reale visione dell’anima
allo specchio. Nulla è più lontano dall’irrazionale quanto
l’inconscio razionale di Magritte. Percezione sensoriale,
frantumazione dello spazio, dilatazione del tempo. Al di là della
mente, nell’estrapolazione arcaica di segni che rimandano al
sensibile, tutto a un senso. Surrealistica introspezione dell’io
nella conflagrazione di arte, filosofia e psicoanalisi. Il corpo,
tempio dell’essere acquista valenza simbolica e l’astrazione
dell’anima prende forma.
Renè
Francois Magritte nasce nel
1898 a Lesines, in Belgio, monarchia indipendente dal 1831.
Non
amava le biografie, la vita di un’artista, secondo Magritte, sta
nelle proprie opere che la devono smentire. Una vita imperniata sui
ricordi è presagio di una esistenza persa è l’immagine del passato in una proustiana ricerca del tempo perduto. Il pensiero
froidiano, riconosce la presenza
dei ricordi nel lavoro della memoria e in Magritte l’affermazione
dello psicoanalista J.-B. Pontalis assume il suo pieno significato:
Non abbiamo ricordi d'infanzia, ma solo ricordi sulla nostra infanzia.
Essi non emergono dal passato remoto ma si formano in tarda età. La
nostra memoria è una finzione retroattiva, retroattivamente
anticipatrice, che appartiene a pieno titolo al regno della Phantasia".
Il ricordo vive nell’inconscio, Freud ne percorre i labirinti, ne
scandaglia il territorio, mettendo a nudo paure, ansie e desideri.
Intime rivelazioni emergono dalla profondità dell’animo umano in
riflessi di un vissuto inesplorato, enigmatico e visionario.
Nell’inconscio, l’illogico incontra il ricordo e ne scaturisce
l’iconografia sequenziale d’istanti cristallizzati nella nostra
memoria emotiva. Appare, allora chiaro , come il tema costante della
pittura di Magritte, si risolva in un segmento di ricordo legato alla
morte della madre. Nel 1912 infatti, la madre viene trovata
annegata nel fiume Sambre, con
la testa avvolta da una camicia da notte. Il ricordo della camicia da
notte che copre il volto, ritorna come un leit motiv in moltissimi
lavori di Magritte. (L'historie centrale e i volti degli Amanti
del 1928)
” Gli amanti” – 1928
DALL’ACCADEMIA
AL SURREALISMO PASSANDO PER
LA METAFISICA
Nel
1916 s’iscrive e frequenta l’Accademia di Belle Arti, conosce
poeti e letterati dell’avanguardia di Bruxelles come Pierre
Bourgeois e Pierre Louis Floquet,
dipinge quadri di ascendenza cubista e futurista. Il suo è un
percorso di ricerca, d’introspezione, di conoscenza di se stessi.
Un’indagine a più voci dove ogni singola sfumatura, ogni timbro
vocale viene modellato in un’orchestrazioneraffinata e velata di
mistero. Ma è la
conoscenza di De Chirico e in particolare del suo quadro metafisico, Canto
d’amore, di cui il poeta Marcel Lecomte gli mostra la
riproduzione, a imprimere nella sua poetica una svolta fondamentale,
tanto da ricordare, molti
anni dopo: "Nel 1910 De Chirico gioca con la bellezza,
immagina e realizza ciò che vuole: dipinge il Canto d’amore, in cui
si vedono riuniti un guanto da boxe e il viso di una statua antica.
Dipinge Malinconia in un paesaggio con alte ciminiere di fabbriche e
muri infiniti. Questa poesia trionfante ha sostituito l’effetto
stereotipato della pittura tradizionale. È una completa rottura con
le abitudini mentali proprie degli artisti prigionieri del talento,
del virtuosismo e di tutte le piccole specialità estetiche. È una
nuova visione nella quale lo spettatore ritrova il suo isolamento e
intende il silenzio del mondo".
Il
linguaggio metafisico, la pittura metafisica, l’universo metafisico,
avvolge e affascina Magritte.
Atmosfere
indefinite nella sospensione dei suoi temi, echeggiano tra
l’apparenza e la realtà. Immagini che sono mistero, trame
impossibili, contenuti indecifrabili, illogici accordi sequenziali,
provocano inquietudine, sgomento, timore verso l’ignoto. Soggetto e
oggetti, in apparenza senza nessuna relazione fra loro, sembrano
vagare nello spazio, emergere dallo sfondo e soffermarsi sulla soglia
per indicare vie sconosciute. Costruzioni e decostruzioni,
architetture della mente, piani estremi dove le piazze, gli spazi
aperti e gli orizzonti alla De Chirico, s’innescano con le presenze
metafisiche dei luoghi dello spirito. Contrasti, proporzioni e
sproporzioni, pieni, vuoti, zone d’ombra e masse dense che, se da un
lato creano incoerenza visiva, dall’altra generano atmosfera nello
spettatore. Un'eterofonia di sfumature, di suoni e richiami verso il
surrealismo.
Il
Surrealismo nacque nel 1924, teorico del gruppo fu soprattutto lo
scrittore André Breton che ne redisse anche il
Manifesto. Secondo Breton,
il sogno rappresenta gran parte dell’attività
del pensiero umano. Solo conciliando i due momenti, quello della
veglia e quello del sogno possiamo giungere ad una realtà superiore
(appunto una surrealtà).
Una
considerazione che porta Breton
a definire così il Surrealismo:
"Automatismo psichico puro col quale ci si propone di
esprimere, sia verbalmente, sia per iscritto, sia in qualsiasi altro
modo, il funzionamento reale del pensiero. Dettato dal pensiero, in
assenza di qualsiasi controllo esercitato dalla ragione, al di fuori
di ogni preoccupazione estetica o morale."
Molti
furono gli artisti che aderirono o che si avvicinarono al surreliasmo,
Ernst, Mirò, Dalì, Savinio, De Chirico, tutti riuniti nella Scacchiera
surrealista di Breton
”Scacchiera
surrealista “ – 1934
Le
caselle di una normale scacchiera da gioco, sostituite con le
fototessere degli amici surrealisti. Nata nel 1934 da un’idea di Man
Ray, la scacchiera mette insieme, chi surrealista lo è stato da
subito, chi fu espulso dopo il primo anno, come Dalì
e chi non ha mai aderito formalmente, come Giorgio De Chirico.
Nessun gioco può rappresentare il surrealismo come gli
scacchi, la partita tra Duchamp e Man Ray, in una terrazza, nel film
surrealista, Entr'acte, di René Clair, ne è la sintesi perfetta. Lo
stesso Magritte era
appassionato di scacchi tanto da dedicare molti quadri all'argomento,
Le jockey perdu, del 1926 (uno dei suoi primi quadri
surrealisti) e Scacco Matto, del 1937.
IL
SENSO E IL NON SENSO
Nel
senso di esistere è imperniata la condizione umana, trovare un senso
logico, concreto, corrispondente al vero, al trascendente è bisogno
primario dell’uomo. La continua ricerca di un equilibrio tra il sé
e l’esternazione del sé, si configura in una parabola tra etica e
utopia, come quintessenza del pensiero per scorrere tra la linfa del
mondo. Ma dietro l’apparente tranquillità delle cose c’è il
sogno, il presagio, lo spirito, il surrealismo e lo spostamento del
senso.
Il
surrealismo non nega la realtà, la trasfigura, questo disorienta,
sconcerta, inquieta, induce al mistero, all’enigma
più dell’astrattismo. Fondamentalmente i principi basilari
sono due: gli accostamenti inconsueti e le deformazioni
irreali. I primi, spiegati da Max Ernst come “accoppiamento
di due realtà in apparenza inconciliabili su un piano che in
apparenza non è conveniente per esse".
Per
libera associazione di idee si uniscono oggetti e spazi che non hanno
niente in comune, distanti fra loro e appartenenti a contesti diversi.
Ne risulta una visione di bellezza inedita, assurda, al limite del
concepibile quasi, a voler frantumare le nostre certezze.
Le seconde nascono dalla metamorfosi. Corpi, oggetti, forme
rivelano la nature delle cose nella loro trasformazione in
qualcos’altro. Caducità di uno stato transitorio che suggestiona la
mente, suscita sensazioni sospese tra l’apparenza della realtà e il
suo profondo, e induce a riflettere sul divenire comprensibile e
l’onirico, il mistero, l’impenetrabile. La trasformazione della
foglie in uccelli ne Le grazie naturali, 1963, di Magritte, è
dialogo allo stato puro, dove nessun parametro logico
viene rispettato, la visione supera la realtà, si stacca dalla
sua crosta e vive libera da vincoli e da limiti.

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”Il
fantino perduto”–1927
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“La
grazie naturali”- 1963
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Magritte
è surrealista, estremamente surrealista tanto da risultare scomodo al
surrealismo. Sia perché il suo ostinato isolamento belga lo tiene
lontano dal fermento parigino, sia perché la visione, acquista sempre
più spessore, valenza
autonoma e importanza fondamentale, superiore e al di là della realtà.
Un percorso solitario all’interno di un movimento eterogeneo, che
provoca nel 1929 la rottura con l’amiciza di Breton, quando decise
di tornare in Belgio, ma già nel 1934 è il quadro di Magritte Le
viol a fare da copertina al libro di Breton, Qu'est-ce que
lesurréalisme?
” Le viol” – 1934
IL
PENSIERO VISIBILE
Importante
nella mia pittura è ciò che essa mostra."
Questa semplice affermazione riassume le evidenti diversità che
contraddistinguevano la sua opera da quella degli altri esponenti del
surrealismo. L’opera ha vita propria, svelarne
l’invisibilità equivale a coglierne il senso. Per Magritte il mondo
delle idee vive nelle visioni e il suo stile pittorico, riporta nelle
immagini, la naturalità della magia, del pensiero, dell’invisibile,
eludendo ogni artificio, dalla teatralità della metafora e della
metamorfosi di Dalì, alla prolificazione
dei fantasmi desertici di
Tanguy. Come il soffio del vento solleva il pulviscolo, la pittura
solleva il sapere. Quindi non più gesto pittorico inteso
esclusivamente come abilità tecnica, ma trasmissione del pensiero
attraverso un piano estetico. Il pittore, oltre a saper pensare deve
far pensare. Ne risulta un’immagine strettamente collegata al
pensiero, un’immagine che è pensiero. La sensibilità all’interno
della materia, le cose fisiche divengono, quindi, il tramite
dell’invisibile e di conseguenza il pensiero divine visibile grazie
al pittore. Nel pensiero visibile gli oggetti sono denudati dal nostro
significato intrasoggettivo e si scopre la magia, intesa come
volere, potere, entrare in tutte le forme, in tutte le identità senza
dimorare in nessuna, dal termine "mogen".
L’universo si schiude sotto i nostri occhi è
l’impossibile, l’inspiegabile, l’assurdo, l’ipotetica visione
onirica appare con la più disarmante naturalità nel
mistero del surreale. Davanti a opere come La grande
famiglia, allora è logico chiedersi: sono le nuvole a farsi
colomba o viceversa? Ma per un’altra grande opera La firma in
bianco è lo stesso Magritte a risponderci: "Le cose visibili
possono essere invisibili. Se qualcuno va a cavallo nel bosco, prima
lo si vede, poi no, ma si sa che c'è, nella Firma in bianco, la
cavallerizza nasconde gli alberi e gli alberi la nascondono a loro
volta: Tuttavia il nostro pensiero comprende tutte e due, il visibile
e l'invisibile. E io utilizzo la
pittura per rendere il pensiero visibile."

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”La grande famiglia” - 1963
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“La
firma in bianco” - 1965
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Il pensiero visibile in
immagini attraverso le quali l’artista intravede il possibile, il
tangibile, il non senso. Composizioni che rimandano oltre
l’apparenza delle cose e racchiudono, nella loro solenne integrità
surreale, le poetiche sfumature del mistero e del canto del cigno come
ultimo avamposto della mente. Ma anche la magia, l’appartenenza alla
non forma, evocatrice di atemporalità e di spazialità sovrapposte.
Incredibili visioni, traslate da ragionamenti filosofici, che
semplificano il senso e trascinano la realtà esterna dentro il
pensiero visibile. Lo spostamento del senso avanza e l’opera
Golconde diviene esistenza surreale sospesa nell’infinito. In un
ipotetico non luogo della mente, avanzano solidi palazzi
dall’architettura belga, la realtà è più vicina di quanto si
pensi ma si frantuma all’orizzonte quando, la trasmigrazione del
reale tocca le vette del pensiero visibile e il mistero sfugge a ogni
regola e a ogni certezza cognitiva.
Fedele alla sua natura enigmatica
induce a riflessioni sulla profondità interiore celata dietro le
inquietudini dell’ignoto, i
turbamenti del ricordo e le sensazioni del sogno. Il pensiero tesse la
sua tela su una superficie dove il vero e il reale
hanno lo stesso spessore delle cose della realtà. Su questo
bordline l’artista intreccia i tasselli di vari stimoli creativi
scolpendo nella più fluida e nitida poetica dell’inconscio figure
svuotato di anima e di spirito fermate in un tempo indefinito.
Appaiano così gli omini in soprabito e bombetta rivolti tutti verso
lo spettatore. Giochi d’ombre improbabili, di uomini che
avanzano come la pioggia nella sua nella perenne stabilità di
movimento, tutto nella sospensione assoluta di uno spazio metafisico
per una visione surreale al limite dell’astrazione.
“Golconde”
- 1953
ARTE
E FILOSOFIA
Arte e filosofia ,
significati nascosti, giochi di rimandi, dissonanze di pensiero,
trasparenza del percepibile, scivolamento nella consapevolezza,
limiti sfiorati dall’esistenza, visibile e invisibile. Magritte è
strettamente legato alla filosofia e in particolare a Nietzsche, le
sue opere sono idee che prendono forma e trasmigrazione di forme in
sensazioni. Sorpresa, turbamento, antitesi, paradosso e il non senso,
rivoluzionano gli schemi mentali e il pensiero rimane sospeso
nell’intelligenza del dubbio. Nietzsche è il filosofo che più di
tutti influenza Magritte. Entrambi utilizzano lo smascheramento del
reale e la metafora per la rappresentazione del pensiero. La
conoscenza, quindi, appare come fonte di luce e di chiarezza per un
universo in perenne ricerca della verità e prigioniero delle proprie
convinzioni. Sintesi di alcuni passi di “ Zarathustra “ o della
“ Gaia Scienza “ in visioni sovrapposte non combacianti, immagini
che generano perplessità, ma sfiorano le corde dell’anima e
traducono il suo suono nella trasmigrazione sensoriale
del pensiero in forma. L’arte figurativa ha, cosi dato
un’epidermide al senso o al …………... non senso.
Non tutti i pensieri
giungono a completo compimento, ma ogni loro frammento è cellula
germinale allo stato puro, è concentrazione di energia cosmica e
bozzolo luminoso. La fluidità incorporea della poesia c’e ne fa
assaporare la gioia stimolando il desiderio d’afferrare il sublime
nella sua inafferrabilità. La gioia del non senso è sospesa
nell’arbitrarietà degli eventi, come vitalità repressa emerge
quando la situazione si capovolge, quando l’utile diviene inutile e
la costrizione si allenta senza recar danno alcuno. Solo allora siamo
capaci di gioire e di sentire il soffio libero del riso e della
felicità camuffata da spavalderia. È la gioia portata all’estremo
come la gioia degli schiavi nelle loro feste saturnali.
Nel
La lampada filosofica del 1936, pochi elementi evidenziano la
relazione che intercorre tra filosofia, pensiero, conoscenza. Una
candela serpentina ( la
conoscenza) e una testa che fuma se stessa ( il pensiero filosofico
concentrato su se stesso) sono la rappresentazione ironica del sapere
intesa come salvezza come illuminazione spirituale.
“La
lampada filosofica” - 1936
MAGRITTE
NEL LINGUAGGIO DI SAUSSURE E FOUCAULT
Ceci
n’est pas une pipe - 1948
Magritte,
Saussure, Foucault e il linguaggio della filosofia per un percorso
semiotico nella filosofia del linguaggio. Il quadro Ceci n’est
pas une pipe del 1948
è un sunto molto esemplificativo
del trattato di Saussure
“
Corso di linguistica generale “.Rivela,
in una visione molto chiara, la frattura tra il mondo dei segni
e il mondo della realtà. Ciò avvalora la tesi dell’arbitrarietà
dei segni, vale a dire, significato e significante hanno un rapporto
del tutto soggettivo, la relazione quindi, che intercorre tra il segno
e la sua rappresentazione, non
solo frantuma la consapevolezza, più o meno, intrinseca in ognuno di
noi, della scissione tra il linguaggio e la realtà, ma diviene la
negazione di se stessa. Le parole inserite nell’opera, provocano,
infatti, una rottura
strutturale introducendoci
nel mondo del mistero e dei sogni, dove immagini e realtà, leggere e
guardare, non coincidono ma scivolano su sponde diverse e le
situazioni più banali, così, si trasformano nelle più sconvolgenti
La chiave dei sogni è il paradigma dell’associazione
inaspettata, dove l’incoerenza crea uno stato dissociativo nelle
nostre abitudini mentali, e ci invita a riflettere su quanto i codici
, i segni e la loro arbitrarietà influenzano il nostro modo di vedere
e di percepire la realtà.

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”La chiave dei sogni” – 1935
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“L’impero
delle luci” – 1935
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Magritte ha descritto così questo quadro: "ho rappresentato due idee diverse, vale adire un paesaggio notturno e un cielo come lo vediamo di giorno. Trovo che questa contemporaneità di giorno e notte abbia la forza di sorprendere. Chiamo questa forza poesia."
Foucault
il filosofo con cui Magritte intrattenne più rapporti, anche tramite
corrispondenza, scrisse un saggio intitolato proprio Ceci n'est pas
une pipe, in cui analizza i quadri dell’artista. Foucault,
considera quest’opera un calligramma, in cui però, Magritte, ne
provoca la frattura interna. Nel calligramma la cosa di cui si parla e
la disposizione dei segni che ne formano il testo combaciano
perfettamente, quindi leggere e guardare coincidono. Ma in questo caso
fra le due attività si sviluppa un potenziale conflitto, la lettura
smentisce la cosa guardata. I due parametri , leggere e guardare,
adesso vivono in autonomia e la negazione del rapporto biunivoco si
rispecchia anche nella realtà.
Molto
interessante è il carteggio tra Foucault e Magritte, quasi una
corrispondenza precisa tra le ricerche dei due pensatori. Sotto esame
parole come somiglianza, similitudine, contesto e il mondo
reale,
perché dove tutto è apparenza e la somiglianza si confonde, in un
gioco di riflessi e di opposti, con la similitudine, il pensiero
visibile e l’invisibile si alternano in immagini che disorientano la
mente ed evocano il
mistero e il contesto sfugge all’immaginario tangibile.
Così
Magritte su Le mots et le choses di Foucault, nella lettera del 23
Maggio 1966:
“
Le parole Somiglianza e Similitudine le consentono di suggerire con
forza la presenza, assolutamente estranea, del mondo e di noi stessi:
io credo nondimeno che queste due parole non siano abbastanza
differenziate e che i dizionari non siano abbastanza costruttivi circa
ciò che li distingue.(...) Le "cose" non hanno far loro
somiglianza, ma hanno o non hanno similitudine. Solo il pensiero può
essere somigliante.(...). Il pensiero è invisibile, come il piacere o
il dolore. ma la pittura fa intervenire una difficoltà: c'è il
pensiero che vede e può essere descritto visibilmente.(...)L'invisibile
sarebbe dunque talvolta visibile?Sì, a condizione dhe il pensiero sia
costituito esclusivamente da figure visibili. in proposito è evidente
che un'immagine dipinta, che è per sua natura intangibile, non
nasconde niente , mentre il visibile tangibile nasconde
immancabilmente un altro visibile, se vogliamo credere alla nostra
esperienza. Ciò che non manca d'importanza è il mistero evocato di
fatto dal visibile e dall'invisibile, e che può essere evocato di
diritto dal pensiero che unisce le "cose" nell'ordine che
evoca il mistero."
Nella
stessa lettera Magritte allega, per avvalorare quanto scritto, le
riproduzioni del quadro Perspective: Le balcon
de Manet, che è una variante de Perspective: Madame Récamier
de David. In cui le figure umane sono sostituite da bare. Alle
richieste di spiegazione da parte di Foucault, Magritte risponde così,
nella lettera del 4 giugno 1966:
"Ciò
che mi ha fatto vedere delle bare là dove Manet vedeva delle figure
bianche è l'immagine presentata nel mio quadro, dove la decorazione
del "balcone" era adatta a situarvi delle bare.(...) Credo
che si debba notare che questi quadri intitolati Perspective rivelano
un senso che i due significati della prospettiva non hanno. Questa
parola e le altre hanno un senso preciso in un contesto, ma il
contesto, come lei dimostra meglio di qualunque altro ne Les mots et
le choses, può dire che nulla è confuso, tranne la mente che
immagina un mondo immaginario."

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Perspective:
Le balcon de Manet
-1950
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Perspective:
Madame Récamier de David-1951
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OLTRE
MAGRITTE
L’esistenza
svanisce nelle certezze, la consapevolezza consacra la conoscenza come
salvezza universale, i pensieri sono reminiscenze di un sapere che ci
conduce nell’ordine armonico delle cose. In una fredda e razionale
architettura mentale la voce silenziosa dell’inconscio provoca
crepe, fratture, sgretola solide quanto effimere costruzioni del vero
e del reale. Il senso del non essere appare come fantasma
dell’esistenza e l’inquietudine lascia la sua traccia
nell’invisibile grafica dei segni dell’anima. Magritte ne afferra
il pulviscolo sonoro e lo traduce nel riflesso della dissoluzione
quotidiana nella misteriosa visione di se stessa.
Il vissuto presente
si ferma sulla tela in un eco dell’inconscio che appare con il suo
linguaggio carico di simboli. Il gioco prosegue in immagini come
corrispondenze con un futuro già visibile nella luce di un sapere che
dispiega le ali verso il senso delle cose nell’enigmatica limpidezza
della realtà. Una realtà come senso del presagio, è l’opera Chiaroveggenza,
1936 Magritte rappresenta non solo se stesso nell’atto di dipingere
ma anche il processo spirituale intrinseco all’arte: un processo di
trasformazione oltre il vincolante e l’apparente staticità delle
cose. L'uovo è il soggetto, ma l’opera dell'artista fa sì che
sulla tela sia già un uccello.
“Chiaroveggenza”
– 1936
Magritte
sopravvive a se stesso, vive nella sua arte e l’arte vive di quella
lucida visione onirica, di quella poetica forza misteriosa, di quella
estetica percezione sensoriale che traccia la sua traiettoria tra le
correnti artistiche successive, come la pop art e l’arte
concettuale. Da qui, si svilupperanno, negli anni sessanta e settanta,
tutti i parametri che Magritte ha svelato, con la sua genialità
enigmatica e sensitiva. L’arte
concettuale abbandonerà poi, la pittura, la pop art assumerà la
poetica di Warhol,
Rauschenberg e Oldenburg,
ma hanno entrambi un comune denominatore: l’oggetto attraverso un
piano estetico che lo denuda dalla funzionalità. Gli oggetti, quindi,
regnano incontrastati e la presenza dell’uomo appare solo attraverso
la sua forma temporale. Uno sguardo sull’arte per carpirne il senso
e dar vita a un pensiero
visibile, terza dimensione dell’esistenza. Una dimensione nascosta
che Magritte riporta in superficie anche attraverso Fantomas,
l’incarnazione del mistero, del doppio, della contraddizione e della
trasgressione. Un personaggio in grado di ricomporre, secondo una
propria logica intuitiva, i frammenti di un mondo perso, svuotato e
intrappolato nelle sue regole e nei suoi significati. Per Magritte,
Fantomas è l’eroe, è colui che crea la storia e ne tesse la trama
con accordi perfettamente incatenati nel sottile gioco del lirismo
enigmatico. Magritte ne
ha ricomposto l’essenza in opere cariche di quella irrealtà
siderea, che accompagna il silenzio e da dove traspare
l’indifferenza di quel sapere non sapere sospeso nei sogni.
” L’assassin menaci “ – 1927
Nel
dominio dell’avanguardie Magritte è l’artista della profonda
visione dell’essere , è colui che ha posto di fronte all’opera
l’intelligenza che gli assicura la visibilità del pensiero, è
l’onirico nella configurazione libera del sapere.
MAGRITTE
IN BREVE
1898. René Francois Magritte
nasce il 21 Novembre a Lesines, nella provincia di Hainaut in Belgio.
1912. Muore la madre. Il suo corpo viene ritrovato nel fiume Sambre con la testa avvolta in una camicia da notte.
1913. A Charleroi dove si trasferisce con il padre e i due fratelli, conosce Georgette Berger, sua futura moglie. Compie gli studi liceali, frequenta corsi di disegno e pittura e si appassiona ai
film di Fantomas di Teuillade.
1916. S'iscrive all'Accademia di Belle Arti di Bruxelles. Ha come maestri Van Damme-Sylva, Comaz e Montald
1919/21. Alla Galerie Giroux espone la sua prima tela: Trois Femmes. Frequenta circoli d'avanguardia dove conosce il poeta Pierre Bourgeois, di cui diverrà l'illustratore.
1922. Lavora come grafico a Poters- Lacroix a Haren. Primo impatto con l’arte di De Chirico, Le chant d'amour mostratogli dal poeta Marcel Lecomte, lo impressiona.
1924/25. Insieme a E.L.T. Mesens, poeta e mercante d'arte, fonda la rivista Oesaphage.
Entra nella cerchia dei surrealisti belgi: Marcel Leocomte , Camille Goemas, Paul Nougé ,
Louis Scutenaire; Paul Colinet e Achille Chavée.
Ottiene un contratto con la galleria Le Centaure a Bruxelles, per la quale realizzerà 60 tavole, dopo
aver dipinto Il Fantino perduto.
1927. prima mostra personale alla galleria Le centaure. Scarsa accoglienza.
1929. Contribuisce alla Révolution surréaliste scrivendo Les Mots et les images.
Breton lo ammette nella cerchia surrealista e frequenta la celebre casa di rue De Chateau
dove si trova la collezione di opere d'arte tribale e le esposizioni di De Chirico, Ernst, Picabia,
Duchamp e Picasso. Rompe l'amicizia con Breton.
1936. Prima mostra personale alla Julian Levy Gallery di New York e alla New Burlington
Gallery di Londra, partecipa a The international surraealist Exibition.
1940. Lascia il Belgio dopo l'invasione tedesca. passa 3 mesi in esilio a Carsonne, dove dipinge
Le repas des noces e Le mal du pays.
1943. Torna in Belgio, inizia a dipingere alla maniera di Renoir.
1948. Dipinge con uno stile futurista caricaturale dei Fauves francesi, il cosiddetto periodo"vache".
Appare la prima versione de L'impero delle luci.
1951/53. È direttore della nuova rivista La carte d'après nature.
Termina il Dominio incantato, 8 pannelli murali per il Casinò municipale di Knokke-le zoute.
1957. Viene insignito del premio del Guggenheim International award exibition
per il Belgio. Realizza il murale per il palazzo delle Belle Arti di Charleroi, La fata ignorante.
1961. Esegue il murale per il Palazo dei Congressi di Bruxelles, Le barricate misteriose.
Scrive Il richiamo all’ordine.
1964/65. Il Moma gli dedica una mostra
retrospettiva con 82 opere. Appare
l'importante monografia a lui dedicata, di Patrick Walderberg con una bibliografia
di André Breton.
1967. Corregge i modelli di cera delle sue sculture e li firma. Il 4 Agosto
a Rotterdam si tiene una mostra retrospettiva con 103 opere.
Il 15 Agosto muore improvvisamente a Bruxelles.
Antonella Iozzo
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