|
|
La
sera le cose sono chiare
Federica
Di Castro
Quando
avevo ventidue anni passai l'estate e l'autunno in una casa ove
si trovavano due grandi tele di Gauguin. In una la figura
femminile era distesa bocconi sul giallo fondo, nell'altra due
figure erette si stringevano l'una all'altra a giustapporre le
campiture variegate dei tessuti che
le
coprivano. La convivenza con quelle tele, il tempo lungo
dell'osservazione, mi permisero di chiarire a me stessa, per una
via più intuitiva che razionale — che posso oggi paragonare a
quella dell'artista — il sentimento del colore nella sua
interezza e in qualche modo assolutezza.
Mi
fu chiaro che l'intera dedizione di Gauguin al colore richiedeva
una fuga, l'esplicitazione di una mania che coprisse la vera
mania; al confronto vidi Renoir come un artista della forma
anche se temperata dal colore, Cezanne come un uomo in bilico...
Più tardi ho guardato molto
Velasquez,
al di fuori di ogni riflessione o comparazione, assumendone la
dimensione coloristica nel contemplare. Per me le « emozioni »
nel colore sono tutte qui, il resto è studio, lavoro.
Sono
dunque questi gli strumenti, così sepolti nel mio passato, dei
quali mi servirò per leggere i lavori del giovane Caflisch che
ha percorso una regolare via di studi accademici a Roma e a Dùsseldorf
in una caparbia dedizione al colore. Essere pittore senza
sconfinamenti, avvertendo
ogni
sconfinamento come compromesso, o meglio ancora come infedeltà,
come deroga. E dunque che sia il colore a determinare a
costruire a comporre e mai viceversa, a costo di far vacillare
la composizione, di mettere in crisi l'idea originaria.
Quello
che mi interessa nell'atteggiamento di Caflisch nei confronti
della pittura, è la caparbietà, la pretesa di
un'autosufficienza linguistica.
Sono
gli anni ottanta, il secolo sta per finire. Tra la mania di
Gauguin e quella di Caflisch c'è per l'appunto di mezzo un
secolo.
In
questo tempo il campo della nostra visione si è talmente
allargata che ormai la giustapposizione di linguaggi e di campi
non è più una scelta ma una condizione. L'artista si esprime
con più mezzi e dunque con pulsioni multiple; il rapporto tra
l'occhio e la mano ha delle intermittenze sempre più brevi, si
potrebbe parlare di simultaneità, di percezioni e di
segnalazioni.
Dunque
anche l'universo del nostro artista è mobile, compresso o
dilatato, il suo campo di azione e di percezione suscettibile di
continui sussulti. Voglio dire che la pittura di Caflisch
ritaglia il suo spazio scansando sia l'esperienza fotografica
che quella cinematografica ma nello stesso tempo non può
ignorare tagli fotografici e piani cinematografici.
Dunque
questa pittura avviene in un terreno di lotta poiché è
necessariamente un terreno di frontiera dai confini labili.
Ecco
perché l'artista sceglie la modella; insiste nel rapporto tra
l'artista e la modella, codifica il nudo sottintendendo quindi
l'atelier come unica dimora dell'atto pittorico. Oppure
abbandona quella situazione «classica» per un'altra
altrettanto classica: l'aperto come villa, giardino cori statue,
memoria d'antico.
Lo
sforzo di Caflisch è nel tentativo di elisione e
nell'incapsulamento della «osa» pittorica, oggetto
metasimbolico, specchio di una sensitività desta a non perdere
i confini, i limiti significanti.
La
sera, quando «le cose sono chiare », la pastosità dei colori
si libera dall'oscurità che li attacca: un tentativo estremo di
sopraffarla e mostrarsi nel grado più audace della «pura
apparenza».
|
|
Altre Recensioni Critiche
•
Antonella
Sbrilli, storica
dell'arte
|