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INTERVISTA CON STAN LAUREL

INTERVISTA CON OLIVER HARDY

Birmingham, Inghilterra, gennaio 1954

 

D. Che cosa ci può dire sulla sua famiglia?

R. Mio padre, Oliver Hardy, era avvocato: morì quando ero ancora molto giovane. La sua famiglia era di origine inglese, e uno dei suoi antenati discendeva dall’ammiraglio Nelson. Quando l’ammiraglio Nelson era morente, fra le ultime cose che disse al suo aiutante in campo fu: "baciami Hardy". Posso tracciare la mia discendenza da Nelson, partendo direttamente da questo Hardy. In nome di mia madre era Emily Norvell ed era di origine scozzese. Il mio nome per esteso è Oliver Norvell Hardy.

 

D. Ho notato che alcune volte durante la sua carriera d’attore ha usato il suo nome per esteso, esiste una ragione per questo?

R. Sì, lo uso quando voglio suscitare molta impressione sugli altri. Un nome formato da tre parole ha sempre un qualcosa che gli dà importanza e fa impressione e perciò credo che sia così anche per il mio. Ma voglio precisare che il mio nome per esteso non l’adopero mai per renderlo ridicolo.

D. C’è qualcuno nella sua famiglia che abbia lavorato in compagnie teatrali?

 

R. No, nessuno. Provengo da una famiglia con tre fratelli e due sorelle e nessuno di loro ha seguito la mia strada. Anche prima che io entrassi nel mondo dello spettacolo nessuno della mia famiglia ebbe mai a che fare col teatro. Devo dire però che tutti i miei familiari hanno sempre amato la musica e il teatro. In particolare erano molto appasionati al canto. Nella mia prima giovinezza ero diventato un tenore dilettante, e mia madre ha incoraggiato sempre il mio desiderio di cantare.

 

D. Quali furono le occupazioni della sua giovinezza?

R. Molto comuni. Da ragazzo vivevo a Madison, in Georgia, dove mia madre aveva un albergo. A quell’epoca indossavo un curioso vestito, che ancora conservo. Si tratta di una divisa che assomiglia a quella delle guardie. Mi vestivo con questa uniforme e andavo ad osservare i clienti dell’albergo. Mi piace osservare la gente. Una volta qualcuno mi chiese in che modo Stan ed io avevamo immaginato il "carattere" dei nostri personaggi comici. Sembra che il pubblico non creda che esistino nella realtà, invece ci sono un gran numero di "Stanlio e Ollio" nel mondo. Ne vedevo tanti quando ero ancora ragazzo e abitavo nell’albergo di mia madre...

 

D. E per quanto riguarda la sua istruzione, che scuole ha frequentato?

R. Andai a scuola presso il "Georgia Military College" che era un’accademia militare governativa. Oh! dimenticavo di dirvi che, quando avevo otto anni, mi associai al "Colun’s Minstrels" per un certo periodo di tempo. Facemmo una lunga tournée attraverso gli Stati del Sud, ma io ero ancora troppo giovane per quella vita, così presto tornai a casa.

 

D. Che funzione aveva in quegli spettacoli?

R. Ero un giovane soprano e cantavo due belle canzoni: "Silver Theads Among the Gold" (Fili d’argento in mezzo all’oro) e "When You and I Were Young, Maggie" (Quando tu ed io eravamo giovani, Maggie).

 

D. E continuò ancora a coltivare l’idea di fare la carriera del cantante?

R. Alcuni anni più tardi mia madre mi mandò all’"Atlanta Conservatory of Music", dove studiai sotto la direzione di Adolph Dahn Peterson, uno dei migliori musicisti del Sud. Fu in questo modo che incominciai a guadagnar qualcosa.

 

D. Aveva intenzione di diventare un cantante professionista?

R. Credo proprio che questa intenzione fosse radicata in me, ma non le diedi mai importanza e non la portai a termine. Ciò fa parte del mio carattere, che m’impedisce di fare o concludere qualcosa di preciso e di definitivo. Del resto volevo anche diventare avvocato, e per qualche tempo studiai all’Università della Georgia, ma in seguito abbandonai gli studi.

 

D. In che modo ha affrontato il mondo dello spettacolo?

R. Sembra strano, ma suppongo di essere entrato nello spettacolo, cominciando dalla fine. Mi spiegherò meglio. Quando mia madre si trasferì da Madison a Milledgeville, in Georgia, verso il 1910, aprii in quella città la prima sala cinematografica. Sono quasi certo che fu nel 1910, perché ricordo i risultati della battaglia di Johnson-Jeffereis.

 

D. Cominciò da allora ad interessarsi al cinema?

R. Sì, fu nel vedere le comiche cinematografiche che pensai di poter interpretare uno di quei personaggi. Così, nel 1913 iniziai la mia carriera cinematografica ed andai a Jacksonville in Florida dove cominciai a lavorare per la "Lubin Motion Pictures". Prendevo 5 dollari al giorno, ed avevo tre giorni di lavoro garantiti la settimana. In quegli anni la "Lubin" fece quello che fu chiamato splitreel (scissione di bobina). Voleva cioè aumentare la lunghezza di una bobina di mille piedi e fece così due bobine da cinquecento piedi l’una.

 

D. Così lei diventò attore sin dagli inizi?

R. Sì, in considerazione della mia mole fui subito impiegato come caratterista e presi parte a quasi tutti i film che la "Lubin" produceva in quegli anni.

 

D. Successe qualcosa di particolare durante il suo lavoro presso la "Lubin" che la influenzò nel successivo lavoro accanto a Stan Laurel?

 

R. Sì, ci fu un film, che feci nel 1915, che sembra abbia alcuni punti in comune con i film che interpretai più tardi con Stan Laurel. Il film era intitolato: "The Paperhanger’s Helper". A quel tempo non avevo ancora incontrato Stan, eppure quel film sembra una delle nostre comiche. Feci il film con Bobby Ray, che era un ometto piuttosto magro. Non era esattamente come Stan, ma appariva come il mio opposto. Vi dirò quello che posso ricordare della trama di questo film. Eravamo due tappezzieri, io ero il capo e Bobby, il mio aiutante. Io davo sempre ordini che lui si affrettava ad eseguire. Ci trovavamo su di una collina. Lui lavorava attorno alla carta da parati ed io non facevo nulla. Ad un certo punto ci trovammo per strada. Egli allora lasciò la nostra roulotte piena di carta da parati che, trovandosi in cima alla collina, cominciò a spostarsi sino ad andare accanto ad un’altra roulotte piena di artisti da circo che, entrati nella nostra roulotte per sbaglio, si impiastricciavano nella nostra carta da parati: a questo punto è facile immaginare il resto del film. In ogni caso è l’idea iniziale che può essere paragonata ai film realizzati con Stan Laurel.

 

D. Dove prese il soprannome di Babe?

R. In Florida, quando lavoravo per la "Lubin". Ero abituato a farmi tagliare i capelli da un barbiere italiano, che aveva la bottega accanto all’ingresso del nostro Studio. Lui aveva un leggero accento straniero e quando aveva finito di farmi la barba, nel darmi la cipria, mi diceva familiarmente "Piccolo babe... piccolo babe". Da allora tutti mi chiamarono con soprannome di "Babe", Babe Hardy.

 

D. Quando iniziò a lavorare con Larry Semon, lui era già molto conosciuto, non è vero?

R. Sì, Larry a quel tempo era molto noto e nessuno era migliore di lui. Era un buon attore, un ottimo acrobata ed aveva sempre in mente una nuova trovata. Larry soleva portare sempre con sè un libretto nero, che teneva nella tasca posteriore dei pantaloni. Quel libretto doveva certamente valere migliaia di dollari, perché egli vi annotava le idee comiche che gli venivano in mente di volta in volta.

 

D. M’interesserebbe sapere se ci fu qualche influenza nel creare il carattere del suo personaggio comico. Non fu creato al momento, vero?

R. Il carattere del mio personaggio comico fu studiato precedentemente. Ricordo i miei primi spettacoli in Florida; imperniavo il carattere del mio personaggio sul tipo del "Helpful Henry" (Il servizievole Enrico). "Il Servizievole Enrico" era la figura di un personaggio caratteristico stampato a caratteri cubitali sui giornali della Georgia, quand’ero ragazzo. Cercava sempre di essere servizievole e gentile ma finiva per combinare dei pasticci. Questo tipo di carattere mi piace moltissimo.

 

D. Ho notato che nei vostri film sia lei che Stan Laurel avete sempre un grande rispetto l’uno dell’altro, quando vi presentate.

R. E vero. Ogni volta che mi presento inizio il mio discorso in questo modo: "Mi piacerebbe che lei diventasse mio amico, Signor LaureI", e viceversa. I due personaggi che abbiamo creato sono veramente simpatici; non riescono mai a combinare qualcosa di buono, perché ambedue sono molto sciocchi, ma il bello è che essi non sanno di essere sciocchi. Una delle ragioni per cui piacciono al pubblico è, penso, che tutti possono sentirsi superiori a loro. Anche un ragazzino di otto anni si può sentire superiore a loro, e questo lo fa ridere. Ma provate a guardare più attentamente questi personaggi e vi accorgerete che hanno tante ragioni di vivere quante nessun altro al mondo. Essi hanno pienamente ragione di essere chiamati "Mister" perché sono veramente due distinti Signori.

 

D. Nel suo modo di parlare conserva naturalmente alcune tracce dell’accento del Sud. Direi che oltre all’accento, conserva nei suoi film anche le maniere e le abitudini del Sud, come ad esempio quelle di essere galante con le donne o la maniera di presentare la gente.

R. Penso proprio di avere conservato le maniere della gente del Sud. Questa è infatti la regione della mia provenienza. Sono sempre educato verso la gente, perché penso che questo sia il sistema migliore per farsela amica. Naturalmente esagero sempre perché voglio ottenere l’effetto comico, ma tendo verso un simile sistema, perché per me è fondamentale.

 

D. Non capisco come lei, che è un uomo grasso, possa muoversi sempre così agilmente e velocemente. C’è qualche ragione particolare per questo?

R. Amo camminare veloce, non mi piace vedere gli uomini grassi muoversi lentamente e traballare in mezzo alla strada. Mi è sempre piaciuto ballare e penso che sia questa la ragione per la quale ho imparato a camminare velocemente.

 

D. Mi dica lei che ha avuto una bella vita e una carriera brillante, qual è stato l’episodio più bello che le è capitato?

R. Ho conosciuto tante belle cose che è difficile rispondere; comunque penso che l’episodio più bello sia questo: quando ero ragazzo, un giorno mia madre andò a trovare una chiromante. Questa le disse che un giorno il nome di suo figlio sarebbe stato conosciuto in tutto il mondo. E bello sapere che questa profezia si è avverata col tempo.

 

Tratto da "Laurel and Mr. Hardy" di John McCabe, Ed. Museum Press, Londra 1962.

 

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