LA MORTE DI MARAT
di Alberto Sterza
(Al processo: "DICHIARÓ DI
AVER UCCISO UN UOMO PER SALVARNE CENTOMILA")
Charlotte, proveniva da una
famiglia della piccola aristocrazia della campagna normanna, di Caen, una famiglia non
sua, ma di cugini che la adottarono. Lei era nata e vissuti i primi anni nella miseria
più nera. La sua infanzia si caratterizza soprattutto per una profonda solitudine;
infatti, non ebbe madre, la sua morì molto presto. Il padre, nobile decaduto di campagna,
si occupava molto dei figli e poco dei libri. Scriveva, infatti, contro gli abusi della
nobiltà. I due fratelli che aveva erano su posizioni politiche completamente antitetiche
alle sue, non a caso nel 1792 si arruolarono nell'esercito del fratello di Luigi XVI,
Principe di Condé.
I cugini, dandogli cure e affetto, le fornirono anche una ottima istruzione,
introducendola così dentro quell'ambiente borghese provinciale legato alla tradizione
monarchica.
Come Madame Roland, Charlotte fu sostenitrice della
Repubblica, grazie soprattutto alle letture relative alla Roma Repubblicana.
A tredici anni è ammessa nel convento dell'Abbaye-aux-Dames di Caen, famoso per il fatto
di annoverare fra le sue fila soprattutto le figlie della nobiltà decaduta.
Anche in convento però nonostante qualche approccio con qualche sua collega, le
tradizioni non erano mutate; infatti, è risaputo che anche in quei luoghi, che dovevano
essere i santuari dell'eguaglianza cristiana, le discriminazioni fra ricchi e poveri erano
ben presenti, anche dentro lo stesso clero, che annoverava preti miserabili e preti che
sfoggiavano opulenza e ricchezze.
I suoi veri amici erano i libri. Raynal e Rosseau caratterizzarono la sua formazione
culturale. Quando furono soppressi i conventi, trovando suo padre riammogliato, si
rifugiò a Caen presso una sua vecchia zia: madame Breteville. Fu proprio in casa della
zia che maturò la decisione che la rese celebre. Fino allora era perfettamente
concorde con gli ideali della rivoluzione, un fatto però la allontanò dalla rivoluzione.
Il parroco di una chiesa di Caen (lo stesso che aveva impartito l'estrema unzione a sua
madre) essendosi rifiutato di prestare giuramento di fedeltà alla Repubblica, inseguito
dalle autorità rivoluzionarie fu scovato nel suo nascondiglio nei boschi di La Delivandre
e ghigliottinato nella Place du Pilori. Fu il primo ad essere ghigliottinato a Caen.
Tutto l'astio nei confronti di Marat, ebbe origine il 7 luglio 1793, quando sulla Gran
Cour di Caen si svolse una parata dell'esercito federalista nella speranza di attirare
nella cause federalista- girondina il maggior numero di giovani volontari. Nei giorni
precedenti diversi moniti a sostegno della causa girondina e contro il
"sanguinario" Marat, furono urlati per le piazze della Normandia e molti avvisi
furono affissi sui muri. "Che cada la testa di Marat e la Repubblica sarà
salvata
Purifichiamo la Francia da quest'uomo assetato di sangue
Marat vede la
salute pubblica solo in fiume di sangue; ebbene allora deve scorrere il suo, perché deve
cadere la sua testa per salvarne altre duemila". Il pretesto per intraprendere il
viaggio a Parigi fu l'incarico che Charlotte ottenne dal Girondino Barbaroux da consegnare
al suo collega Duperret.
Arrivata a Parigi giovedì 11 luglio verso mezzogiorno, scese al numero 17 di rue des
Vieux-Augustins, all'hotel Providence nel quale si riposò fino all'indomani. Al mattino
del 12 luglio non trovò Duperret, che era alla Convenzione.
Ritornò dal deputato alla sera
mentre stava cenando per consegnare la lettera che aveva come destinatario il Ministro
degli Interni nell'intento di ottenere dallo stesso Ministro dei documenti utili ad
un'amica emigrata (Mademoiselle Forbin). Il 13 luglio, dopo il rifiuto del Ministro di
riceverla, si congedò da Duperret pregandolo di fuggire da Parigi. Subito dopo si recò
al Palais Royal, più affollato del solito data l'imminente ricorrenza del quarto
anniversario della presa della Bastiglia. Dopo avere appreso dai giornali che in
Convenzione era stata chiesta la pena di morte per i Girondini e acquistato un capello
nero a nastrini verdi onde non dare nell'occhio con il suo berrettino bianco alla
"caennaise" che avrebbe denunciato la sua provenienza dalla Normandia, acquistò
l'arma del delitto: un coltello da cucina con il manico di legno con la lama di dodici
centimetri.
Dopo avere appreso che Marat era malato, Charlotte dovette a malincuore cambiare il
programma che inizialmente aveva preparato (che prevedeva l'omicidio dell'Amico del Popolo
alla Convenzione) per recarsi quindi in Rue de Cordelliers dove risiedeva Marat. Nel
salire le scale verso l'appartamento incontro Catherine Evrard (sorella della fidanzata di
Marat) che, date le condizioni precarie di salute, dissuase momentaneamente Charlotte dai
suoi intenti.
In quella circostanza, infatti,
riuscì solamente a far pervenire a Marat un lettera formulata in modo da stuzzicare la
curiosità del destinatario poiché prometteva di svelare il nome di diversi Girondini
fuggiti e radunatesi a Caen. Alla sera dello stesso giorno, Charlotte ritornò con
un'altra lettera cercando in tal modo di superare le resistenze Simonne Evrard (fidanzata
di Marat) che insospettita dalla pervicacia della Corday cercava di respingerla. Marat,
dopo avere sentito il vocio delle due donne, chiese a Simonne di lasciarla entrare.
Dopo avere detto i nomi dei
traditori soddisfacendo la "sete di sangue" dell'amico del popolo, si alzò
dalla sedia e sferrò il colpo fatale sotto la clavicola sul fianco destro della vittima
squarciandogli la carotide. Marat urlò "A moi, ma chère amie". Sentiti gli
urli e il chiasso susseguente all'omicidio, due vicini di casa di Marat (un dentista -
Clair Delafonde - e un chirurgo dell'esercito - Philippe Pelletan) si precipitarono
nell'appartamento dell'Ami du Peouple nel vano tentativo di soccorrerlo.
Colta praticamente in flagrante, Charlotte non oppose la minima resistenza al suo arresto.
Profondamente orgogliosa delle proprie azioni, a tutti gli interrogatori che fu
successivamente sottoposta, sia da parte del commissario di polizia Guellard, sia al
presidente del tribunale rivoluzionario (Montanè) che al procuratore capo
(Fouquier-Tinville), non esitò un attimo a confessare le ragioni del proprio atto
omicida. Le domande precise degli inquirenti erano dirette a scoprire la presenza
(sperata) di diversi complici Girondini. Più volte, però, Charlotte negò sdegnosamente
tali coinvolgimenti, nel più fiero convincimento di palesare alla pubblica opinione le
vere intenzioni: "Avendo visto che in tutta la Francia stava per scoppiare la guerra
civile ed essendosi convinta che Marat fosse il maggiore responsabile di quella
catastrofe, aveva voluto sacrificare la vita per il suo paese" Riconosciuta,
ovviamente, colpevole, Charlotte Corday fu trasferita dalla prigione dell'Abbaye a quella
della Conciergerie.
Nonostante la reclusione, alla prigioniera fu concessa la possibilità di scrivere delle
lettere, sempre nella speranza di captare messaggi più o meno criptati ai complici
dell'omicidio. Disattendendo ancora una volta le speranze degli accusatori, le sue ultime
missive furono indirizzate, una al padre chiedendogli perdono per avere operato il tutto
senza avere chiesto il suo permesso, e l'altra a Barbaroux, deputato girondino, nella
quale però non aggiunse alcunché a quanto i giudici conoscevano circa le sue passioni
politiche.
Il 17 Luglio 1793
Charlotte Corday viene rapidamente processata e condannata a morte dal Tribunale
Rivoluzionario. Prima di apprestarsi a salire sulla carretta dei candidanti, e di
indossare la camicia scarlatta obbligatoria per i colpevoli di assassinio dei
rappresentanti del popolo, chiese alle autorità di potere farsi ritrarre quale gesto
finale di drammatizzazione della propria persona. (Il quadro sopra). Quando Sanson, il
carnefice, venne per rilevare la condannata da scortare al patibolo, si fece dare da
costui le forbici, si tagliò una ciocca di capelli per donarlo al pittore "come
ricordo di una povera giovane morente".
font della notizia
http://www.cronologia.it/storia/biografie/carlotte.htm
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