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Cesare Borgia

La discesa verso l'Orizzonte

di Ninni Radicini

 

 

Cesare Borgia è uno dei personaggi più celebri della Storia italiana del Cinquecento.

La sua fama è legata per vari versi al cognome; quello di una famiglia ricordata per l’astuzia nel trarre benefici dal potere e per un alone di “ferocia”, a volte caricata dalla leggenda altre volte connotata da meraviglia (e per ciò stesso in parte assolta).

Per Niccolò Machiavelli fu l’immagine del condottiero militare e, soprattutto, del principe italiano che avrebbe potuto raggiungere l’obiettivo di unificare la penisola - seppure questa prospettiva, in quel momento, esistesse soltanto nella mente di un gruppo poco omogeneo di intellettuali -, in alternativa alla galassia di regni, staterelli e signorie, in lite tra loro e tutti, in modo diretto o indiretto, dipendenti dalle potenze straniere di turno. In questo contesto svettava il ruolo dello Stato pontificio, che Machiavelli dimostrò come fosse abbastanza forte da impedire che potenze straniere unificassero l’Italia (es. l’impero svevo-normanno di Federico II Hohenstaufen), ma debole per (o senza la volontà di) cimentarsi esso stesso nell’impresa; tanto da orientare la propria politica nel mantenimento della divisione della penisola - utilizzando anche la propria posizione geografia che impediva una continuità territoriale tra Nord e Sud -, riuscendo a conservare questa posizione di forza fino al 1860.

Lo scrittore politico fiorentino accenna a fatti relativi al Borgia in vari capitoli de Il principe e ne realizza una descrizione più articolata nel settimo, anche se il sistema analitico costruito è pieno di insidie, poiché, come avviene per le valutazioni storiche, è  alto il rischio di sovrapporre modelli attuali al passato, dando per scontato, in modo aberrante, l’esistenza di condizioni e metodi attuali nella Storia di ieri, nella convinzione, ancora più aberrante, della sua immutabilità.

Da queste false partenze si rischia di avvolgere l’esistenza di Cesare Borgia in una cappa opprimente di retorica nazionale, infondata dal punto di vista storico e insopportabile per le caratteristiche estetiche, perché così è stata resa nel corso dei tanti secoli, durante i quali, essendo la penisola in possesso di altri stati, la intellighenzia intendeva il compito al solo scopo di accreditarsi nei confronti dei sovrani esteri: una retorica nazionale che di nazionale non aveva nulla, se non l’apparenza.

Il Borgia, in quanto condottiero, doveva essere strapieno di pragmatismo e il più possibile alla larga dalle illusioni. Il suo fine era conquistare territori; prima per annetterli allo Stato pontificio, il cui papa AlessandroVI era suo padre, e poi per crearsi un suo regno. Si  possono avere legittimi dubbi che questo regno si potesse chiamare Italia e soprattutto che egli avesse dell’Italia la stessa idea geopolitica attuale e, se sì, che intendesse applicarla. Tanti dubbi che purtroppo la retorica, con la disinvoltura che le è propria, ha trasformato in certezze. 

 

 

La sua storia

 Cesare Borgia nasce nel 1475, da Alessandro Borgia e Vannozza Catanei

 

I Borgia (Borja) erano una famiglia originaria della Catalunya ed espressero due papi. Il primo, Alonso Borgia, nato a Jàtiva (Valenza) nel 1378, salito al soglio pontifico con il nome di Callisto III, si distinse sul versante spirituale per la salvaguardia della dottrina, impedendo uno scisma da parte dei boemi utraquisti, e su quello politico per l’opposizione alla avanzata dei turchi in Europa.

Suo nipote Rodrigo Borgia, nato nel 1431, eletto cardinale a venticinque anni, divenne papa l'11 agosto1492 con il nome di Alessandro VI. Durante il suo pontificato rafforzò l'ordine pubblico, azzerò una parte del debito dello stato, promosse una crociata contro i turchi, decretò un anno di Giubileo, fu mecenate di vari artisti, potenziò l’università, e con un editto sancì la spartizione del Nuovo continente tra Spagna e Portogallo.

Date queste premesse, Cesare sembrava avviato alla carriera ecclesiastica, tanto che a diciassette anni, il 31 agosto del 1492, fu nominato arcivescovo di Valenza, l’anno seguente cardinale, e nel 1495 governatore generale e legato di Orvieto.

E qui si fermò. Sui motivi vi sono un paio di versioni. La prima fa leva sul suo travaglio personale; non sentendosi attratto dalla vita ecclesiastica. La seconda invece spiega la decisione con un episodio di cronaca avvenuto nel 1498, allorché suo fratello, Giovanni, dal 1488 duca di Gandia (il ramo che continuò la dinastia dei Borgia) e comandante dell'esercito pontificio dal 1496, fu assassinato e non si escluse l'ipotesi che fosse stato per volontà di Cesare.

Ma seppure si sia trattato solo di voci, non sarebbe da scartare la possibilità che le due versioni siano in realtà complementari: il solo sospetto sulla fine del fratello potrebbe avere rappresentato un momento di svolta nella sua vita, portandolo all'abbandono delle cariche ecclesiastiche che, quanto meno dal punto di vista formale, stridevano con il suo carattere, probabilmente anche con le sue ambizioni, e anche con il suo modo di vivere poco convenzionale che lo portava, ad esempio, a esibirsi in corride allestiste a piazza San Pietro. Comunque sia andata, questa vicenda oscura fu soltanto una tra quelle che contraddistinsero la sua esistenza.

Il nuovo incarico ottenuto fu quello di comandante dell'esercito pontificio. Il 10 maggio 1499, sposa Carlotta d'Albret, sorella del re di Navarra (regione nord della Catalunya), e stabilisce una alleanza con la Francia di Luigi XII - per la futura conquista della Romagna - ottenendo il ducato di Valentinois che da allora avrebbe fornito ai suoi contemporanei e agli storici un paio di soprannomi: il Duca, e il Valentino.

L’inizio della collaborazione con l'esercito francese e il consolidamento delle sue capacità di condottiero si ebbero nella guerra contro la Spagna, di cui un episodio - la presa di Capua, nel 1501, - ispirò una tela del pittore Gaetano Previati, dal titolo Cesare Borgia, Duca del Valentino, a Capua, che si trova al Palazzo di Residenza, a Forlì.

La sua prima missione fu la conquista di alcuni territori limitrofi a quelli della Chiesa, i cui signori, resisi sempre più autonomi, erano stati dichiarati usurpatori dal papa.

Nel dicembre 1499, Cesare Borgia risale la penisola verso nord est con un esercito composto da quattromila mercenari provenienti dalla Svizzera e dalla Guascogna (regione della Francia sud occidentale), duemila italiani, e con il supporto di artiglieria e di trecento arcieri fornitigli da Luigi XII. Dall'area tra il nord delle Marche e il sud della Romagna si diresse verso la Toscana. Ad aprile 1501 aveva conquistato Imola, Forlì, Faenza, Cesena, Rimini, Pianosa, l'isola d'Elba, Piombino. A Cesena trova il supporto di una fazione, quella dei Tiberti, contro i rivali Martinelli.

Piombino fu conquista utilizzando l'assenza del sovrano Iacopo IV degli Appiani, che si era recato a Genova. Ma un intervento diplomatico di Luigi XII costrinse i nuovi arrivati a compiere marcia indietro. A quel punto intervenne Alessandro VI il quale riuscì a convincere gli abitanti del principato che il loro sovrano stava per cedere l’isola alla Repubblica di Genova, fomentando la ribellione favorevole al Valentino.

Arrivato a Cantalupo, vicino Imola, la popolazione, considerando inutile ogni resistenza, gli consegnò la città. Da lì passa alla conquista dei territori circostanti: solo il castello di Dozza riuscì per un breve periodo ad opporsi, con le truppe guidate da Gabriele del Pica, prima di essere travolto.

A quel punto il Valentino si dirige verso Forlì, dove trova la maggior parte della popolo schierato dalla sua parte. A contrastarlo era rimasta Caterina Sforza che tentò fino all’ultimo di ostacolarne l’avanzata, chiudendosi con i suoi seguaci nella Rocca di Ravaldino (una fortezza caratterizzata da torrioni bassi cilindrici ad angolo, la cui costruzione fu completata sotto la Signoria di Pino III Ordelaffi), la quale, dopo essere stata espugnata, fu adibita a prigione e polveriera dello Stato pontificio.

Caterina Sforza, signora di Forlì, era moglie di Giovanni de' Medici e madre del futuro celebre Giovanni delle Bande Nere. Catturata il 12 gennaio del 1500, le fu risparmiata la vita, condotta a Roma e confinata in un convento, da cui fu liberata per intercessione francese; stabilitasi a Firenze, morì nel 1509.

L’avanzata del Duca avrebbe potuto continuare se le truppe francesi, alle sue dipendenze, non avessero deciso di fermarsi, non si sa bene se per stanchezza, o per ordine arrivato.

Al ritorno a Roma fu accolto in modo trionfale. Ottenne dal pontefice la nomina a vicario papale dei territori conquistati e un finanziamento per il suo esercito.

Quando non era sul campo di battaglia stava nei sui appartamenti: indossava una maschera nera, scriveva poesie, e lavorava giorno e notte, mantenendo in modo costante i contatti con i suoi luogotenenti.

Il pittore Giorgione, pseudonimo di Giorgio da Castelfranco (tra le sue opere: la Pala di Castelfranco nel 1504, e il Cristo con il Manigoldo, nella chiesa di San Rocco, del 1508), in un ritratto lo mostra atletico, con il volto allungato, una barba non troppo folta, il naso aguzzo, i capelli lunghi e biondi, lo sguardo attento.

Da ricordare anche il ritratto attribuito ad Altobello Meloni (Accademia Carrara, Bergamo) e Ritratto di Cesare Borgia, di Ignoto lombardo del ‘500 (Palazzo Venezia, Roma).

Il mistero che circonda la sua figura fu intensificato da una serie di testimonianze e di cronache, di cui però non sempre si ha certezza.

Si pensi a quanto riferiva l’ambasciatore veneziano Paolo Capello a proposito di quando il Valentino fece condurre nel cortile del suo palazzo alcuni prigionieri e appostatosi ad una finestra con arco e frecce, iniziò a centrarli uno ad uno. O alla vicenda del cardinale Michiel e di altri porporati, ai quali, per sua volontà, secondo alcune versioni, furono tolti gli averi e poi torturati e uccisi. E a quanto si racconta sia avvenuto a Imola nel 1501, quando dopo un diverbio tra il «nobile Virgilio» (forse Orsini), e un suo soldato, Guidardello Guidardelli di Ravenna, che si concluse con il ferimento e il successivo decesso di quest’ultimo, il Borgia ordinò la cattura e la decapitazione dell’altro contendente.

Il 15 luglio 1500, anche in appoggio al re di Francia, non esitò a far sopprimere Alfonso d'Aragona - duca di Bisceglie e figlio illegittimo del pretendente al trono del regno Napoli - secondo marito della sorella Lucrezia. Ci aveva già provato un anno prima, a Colledara (Teramo), sferrandogli, inutilmente, contro un attacco con il suo esercito.

Poco dopo Lucrezia andò sposa ad Alfonso d'Este, figlio del duca di Ferrara, città potente e in linea con lo stato pontificio.

Nell’ottobre del 1500, il Duca inizia una seconda spedizione contro gli stati nemici della Chiesa e conquista i castelli laziali che appartenevano ai Colonna e ai Savelli, due tra le famiglie più prestigiose; dopodiché si dirige verso le Marche.

Il suo esercito adesso contava circa quindicimila soldati, a cui erano aggregati preti, giullari e “dame di compagnia”. Espugnò, senza combattere, Rimini e Pesaro, i cui signori, Pandolfio Malatesta, e Giovanni Sforza, pensarono che, avendo poche possibilità di vincere, era inutile azzardare una battaglia.

Il pessimismo degli avversari era anche rinfocolato dal successo popolare che il Borgia riscontrava attraversando i territori da conquistare. Soltanto Faenza tentò di fronteggiarlo, guidata da Astorre Manfredi e dal fratello ma dovette cedere alcuni mesi dopo, nonostante l’aiuto di Firenze - che per questo dovette versare tributi al duca - e Bologna - che dovette scendere a patti - guidata da Giovanni Bentivoglio. Il comportamento spavaldo valse comunque ai due faentini la lode del Duca, cui chiesero di potere stare al suo servizio. Le malelingue dissero che questa conversione politica fu dovuta ad una loro ammirazione piuttosto particolare nei confronti del vincitore, il quale, per motivi ignoti, nel 1501 li fece imprigionare; l'anno dopo furono ritrovati affogati nel Tevere.

Nel 1502 vi fu una terza spedizione con obiettivi Urbino e Camerino. Il ducato di Urbino era governato da Guidobaldo da Montefeltro, umanista e mecenate. Non era particolarmente attratto dalle guerre e lasciò pacificamente il suo dominio. Un mese dopo fu la volta di Camerino, il cui signore, Giulio da Varano, fu strangolato da uomini della fazione avversa.

Nello stesso anno Cesare Borgia si avvalse della collaborazione di Leonardo Da Vinci come architetto militare e ingegnere capo. Questi  viaggiò per dieci mesi attraverso i territori conquistati dal condottiero: compie esami e rilevazioni, delinea alcune delle piante delle città e le mappe topografiche (un punto di partenza per la cartografia moderna), edifica fortezze, realizza per il porto di Cesenatico una struttura di protezione dai flutti, costruisce macchine da guerra.

Il fortilizio di Imola, danneggiato dal precedente assedio, aveva necessità di essere rafforzato. Leonardo si interessa al problema, e cominciando col disegnare la nuova sistemazione interna della rocca, finisce per tracciare l'intera pianta della città.

Era il momento di più alta potenza del Duca, i cui successi ormai facevano venire gli incubi ad altri stati nella penisola italiana: Venezia guardando la costa adriatica italiana ormai vedeva quasi soltanto domini pontifici; Firenze doveva considerare la eventualità che il Valentino puntasse a conquistare, in modo sistematico, la Toscana, magari cominciando con le isole che fronteggiavano la regione, per poi stringere dall'esterno verso l'interno. Nonostante questa evenienza fosse osteggiata da Luigi XII, Firenze decise comunque di verificare le intenzioni del Valentino. A tale fine invia a giugno 1502 Niccolò Machiavelli, in una missione della durata di quattro mesi durante la quale il segretario della repubblica poté approfondire la conoscenza della personalità del suo interlocutore. In un dispaccio segreto al consiglio dei Dieci di Guerra ne tratteggia il seguente ritratto: «sovrumano nel suo coraggio» e «capace di ottenere tutto ciò che voleva», uno che «doveva essere considerato come un nuovo potente in Italia»; osservazioni che poi sviluppa nel cap. 7 de Il Principe.

Cesare Borgia gli parve in possesso oltre che delle capacità militari anche di qualità politiche tali da permettergli la creazione di un suo stato, e per svilupparne una analisi più articolata chiese a Biagio Buonaccorsi, suo coadiutore alla cancelleria, una copia delle Vite di Plutarco, per cercare elementi comparativi con la figura del condottiero.

Ma la paura di essere travolti dal Valentino riguardò anche alcuni personaggi arruolati nella sua parte. Tra loro, Vitellozzo Vitelli convocò un summit presso il castello della Magione, sul lago Trasimeno (Perugia), di proprietà del cardinale Orsini. Vi parteciparono anche i Bentivoglio, i Baglioni, Pandolfo Petrucci e Oliverotto da Fermo. Insieme concordarono una strategia finalizzata alla dichiarazione di guerra nei confronti del Valentino e - dopo avergli sottratto il titolo di duca di Romagna - alla restituzione dei territori conquistati ai dominatori precedenti. Per arrivare a questo obiettivo contavano di svolgere una azione di propaganda per far perdere consenso popolare al Borgia e un  appello alla diserzione per i soldati del suo esercito. Il Valentino prese sul serio la questione e chiese aiuto al padre, il quale, almeno dal punto di vista finanziario, proprio in quel momento, poteva dargliene ben poco, poiché le casse pontificie erano quasi vuote. Iniziata comunque una trattativa con i nemici del figlio, Alessandro VI mise all’asta benefici ecclesiastici (pratica che provocherà poi le ire di Lutero) e, insieme con l’eredità del cardinale Ferrari di cui si era impossessato, riuscì ricavare circa cinquantamila ducati, che, girati a Cesare, servirono per arruolare seimila soldati mercenari.

La congiura a quel punto non giunse a nulla e dopo un incontro preliminare tra Paolo Orsini e il Borgia, a Imola il 25 ottobre 1502, si decise di stipulare una pace, con una riunione nella serata tra il 31 dicembre e l’1 gennaio del 1503 a Senigallia (prov. Ancona). Da una parte c’era Cesare Borgia, dall’altra Vitellozzo Vitelli, Oliverotto da Fermo, Paolo e Francesco Orsini.

Tra gli osservatori vi era anche Machiavelli, come legato di Firenze, dalle cui lettere inviate al consiglio dei Dieci, a partire dall’ottobre precedente, si nota come avesse intuito che quell’incontro si sarebbe potuto concludere in modo inaspettato.

Mentre si stava svolgendo la riunione venne dato un segnale; nella sala entrarono le guardie del Borgia, arrestarono i congiuranti e li imprigionarono. Oliverotto da Fermo e Vitellozzo furono strangolati quella stessa notte. I due Orsini vennero condannati a morte il 18 gennaio 1503.

Machiavelli al ritorno dalla sua missione consegnerà alla storia la cronaca di quell’episodio nella Descrizione del modo tenuto dal Duca Valentino nello ammazzare Vitellozzo Vitelli, Oliverotto da Fermo, il signor Pagolo e il duca di Gravina Orsini, considerandola «impresa rara e mirabile».

Il Duca, che intanto aveva ripreso anche il controllo dei territori laziali (i cui principi si erano schierati con Giulio Orsini), e conquistato la Repubblica di San Marino, era al massimo della celebrità nonostante conducesse una vita ritirata.

Nel 1503, a Fano - conquistata il 9 ottobre 1502 - viene pubblicata una edizione delle Opere di Petrarca con una dedica a Cesare Borgia.

Un giorno di agosto, lui e il padre furono invitati a cena dal cardinale Corneto, in una villa vicino al Vaticano. Pochi giorni dopo i due Borgia ebbero febbre alta e vari malori; si pensò che avessero messo del veleno nel cibo poi, per errore, mangiato da loro stessi. Non era così, perché il vero motivo di quella debilitazione era la malaria, che si stava diffondendo a Roma. Alessandro VI morì il 18 agosto e Cesare, pur debilitato, dovette fronteggiare le azioni dei suoi avversari.

Il pericolo maggiore arrivava dalla Romagna, dove i suoi nemici avevano ottenuto l'appoggio di Venezia. Inoltre c'era da gestire un conclave che si presentava determinante per la sua sorte, e al quale fu invitato anche Machiavelli.

Al primo tentativo, grazie all'appoggio dei cardinali spagnoli, riuscì a fare eleggere pontefice il cardinale Francesco Piccolomini, con il nome di Pio III, bloccando il suo potente concorrente: il cardinale Della Rovere. Ma Pio III morì ventisette giorni dopo. E di nuovo Cesare dovette affrontare il Della Rovere il quale però, al secondo tentativo, ebbe partita vinta, e divenne papa con il nome di Giulio II. Il Borgia, constatando l'impossibilità di rifare un fronte comune contro di lui, ritenne (ingenuamente, come fatto notare da Machiavelli) più funzionale cercare una trattativa con il vincitore, che gli permise di conservare il titolo di duca di  Romagna e il comando dell'esercito pontificio. La valutazione dell’osservatore fiorentino si dimostrò esatta poiché Giulio II - passato alla storia perché più dedito alle guerre e al mecenatismo (per lui lavorarono: Michelangelo, Raffaello, Bramante) che alla redenzione delle anime - non conferma l'accordo stipulato con il Duca, e anzi, lo fa arrestare e condurre a Roma. Viene liberato soltanto quando rinuncia alle condizioni stabilite durante l’elezione pontificia.

Subito si reca a Napoli, presso Consalvo di Cordova, dove cerca di formare un suo esercito per tentare una rivalsa e salvare ciò che resta dei suoi domini, i quali, dopo la conquista di Rimini da parte di Venezia, si riducono alla unica Forlì. Informato, Giulio II chiese al re Ferdinando di arrestarlo. Il re obbedisce e lo fa deportare in Spagna, dove rimase in prigione, nel castello di Chinchilla,  per due anni, fino al novembre 1506, quando riesce a evadere e a riparare a Pamplona, presso la corte di Navarra, dove regnava Giovanni d'Albret, fratello di sua moglie Carlotta, il quale gli diede il titolo di Condestable della Navarra, e il comando di un esercito contro un suo vassallo.

Nel 1507 a Viana (a 81km da Pamplona) durante l'attacco alla fortezza del nemico, Cesare Borgia fu ferito a morte.

 

Bibliografia

 

Antonio Spinosa, La saga dei Borgia. Delitti e santità, ed. Mondadori, 1999;

Roberto Gervaso, I Borgia. Alessandro VI, il Valentino, Lucrezia, ed. Rizzoli, 1994;

Sarah Bradford, I Borgia, ed. Sperling Paperback, 1992;

Niccolò Machiavelli, Il Principe, ed. Bur, 1990;

Ivan Cloulas, I Borgia, ed. Salerno, 1988;

Frederick Rolfe, Cronache dei Borgia, Editori Riuniti, 1984

 

Sull’argomento, vari riferimenti in:

Montanelli-Gervaso, Storia d’Italia, (libro 13, pagg. 40-59), ed. Fabbri Editori, 1994;

Giuseppe Prezzolini, Vita di Niccolò Machiavelli fiorentino, ed. Rusconi, 1982;

Niccolò Machiavelli, Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, ed. Bur, 1984;

Niccolò Machiavelli, Lettere, (a cura di Franco Gaeta), ed. Feltrinelli Economica, 1981

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