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Gaetano Cuozzo

 


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Mi presento

Confesso che descrivere me stesso è una cosa che mi manda in tilt. Sono due giorni che ci penso e non trovo nulla di notevole. Francamente preferirei che lo facesse qualcun altro.

Ad ogni modo ci provo.

Sono nato in un anno non di grazia per il mondo – scoppiò la guerra – dall'unione di una pianista con un perito tecnico.

Mia madre è stata molta importante nella mia formazione. Avevamo un feeling particolare, fatto non di cose pratiche, ma di sensibilità e di attrazione per la lettura e per l'arte in genere.

Da lei mi proviene anche la fede incrollabile in un Dio che "non gioca a dadi", ma fornisce un senso a tutti gli avvenimenti, anche i più dolorosi, che affannano la nostra esistenza.

Questo Dio per me non è il dio astratto dei filosofi, ma una figura ben precisa.

È colui del quale con disprezzo fu detto pressappoco «Ma questi non era il figlio di Giuseppe il falegname?» E del quale più tardi Pasternak ha detto: «Venne lui, leggero e vestito di luce, ostentatamente umano, volutamente provinciale, galileo, e da quel momento i popoli e gli dei cessarono di esistere e cominciò l'uomo, l'uomo falegname, l'uomo agricoltore, l'uomo pastore tra un gregge di pecore al tramonto, l'uomo il cui nome non risuonava minimamente fiero, l'uomo celebrato con riconoscenza da tutte le ninnananne materne e da tutte le gallerie di pittura del mondo».

Di mio padre ho pochi ricordi perché il lavoro gli impegnava la giornata fino a tardi e quando avrei voluto conoscerlo meglio perché a mia volta ero padre, se n'è andato per sempre. Era una persona profondamente onesta in tutte le sue manifestazioni, sanguigna, orgogliosa, ma di un orgoglio sano. Gli capitava di eccedere in severità, ma non gliene faccio una colpa. Era stato a sua volta educato con severità ed io in gioventù talvolta l'ho ferito o deluso nelle sue aspettative.

Certo se potessi riaverlo con me lo colmerei d'affetto, ma ora mi risponde il vuoto della sua presenza.

L'infanzia mia è stata povera di giocattoli e per i tempi e per necessità, ma io sopperivo costruendomi pupazzetti con la cera e la stoffa. Più in là negli anni avrei modellato la creta.

L'adolescenza è trascorsa con pochi amici, insieme ai quali un giorno scoprii l'universo femminile che nei miei confronti non si dimostrò generoso, ma neppure avaro. Ricordo con affetto tutte coloro che ho incontrato sul sentiero della mia vita.

Ad alcune vorrei chiedere scusa delle pene che talvolta ho inflitto. Ma allora non mi rendevo conto come ora che la donna su un incontro costruisce sovente un progetto di vita.

A ventidue anni entrai a far parte di un complesso musicale: Gli amici della notte. Giacca in lamé, pantaloni scuri e tanta spensieratezza in tasca. Soldi, pochi, polvere molta. Poi vinsi un concorso e la tasca si riempì, ma insieme alla polvere, se ne andò buona parte della spensieratezza.

Che altro?

Ho una moglie che mi ama ancora, due figli che studiano musica. Pianoforte e chitarra. Io mi aggiungo con la tastiera Roland.

La casa a volte mi sembra la succursale del Conservatorio. Ma mi sta bene.

Mia moglie sopporta pazientemente. È una donna semplice attenta cuore di chi ama. Ciò nonostante, talvolta la malinconia mi coglie: mi mancano tutti coloro che ho perduto lungo questo mio percorso di vita. Ma so che li ritroverò.

In quanto alla fine: qualcuno ha detto "se una donna ti ha accolto con gioia, un'altra ti stretto fra le sue braccia fremendo ed una terza forse ti piangerà, cosa vuoi di più?"

Passo e chiudo…

 




 

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