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Gaetano Cuozzo

 


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Le fotografie

CAPITOLO III

Nino rammentava bene il caseggiato dove si erano trasferiti. Aveva cinque piani, ma visto dalla strada appariva enorme perché formava tutt'uno con altre edifici, incollati ad esso. Era come un enorme cubo con le facce screpolate dalle intemperie, sulle quali i canali di scarico delle acque piovane disegnavano macchie profonde di umido nel loro cammino dai tetti verso il selciato. In basso, le facciate erano traforate dall'entrata alle varie unità facenti parte del complesso e da una serie di terranei, i bassi, che proiettavano all'esterno, la miseria dei loro abitanti, mentre in alto erano bucherellate da una moltitudine di finestre e balconi dai quali, su corde tese, penzolavano a prendere aria o ad asciugare capi di biancheria di tutte le specie. Da tutte queste aperture si riversavano sul vicolo suoni e canti, risa di bimbi, talvolta urla e imprecazioni. Ma l'insieme non era affatto sgradevole, bensì pittoresco. Dietro ai panni appesi ai balconi, s'intravedevano, qua e là, ora un vaso con un geranio fiorito, ora un melone messo a maturare, ora una gabbietta da cui erompeva ad intervalli un trillo armonioso.

L'ingresso del suo palazzo era piccolo ed incorniciato, come del resto tutti quelli della zona, da pietra di piperno, che sembrava serrare quasi in un abbraccio il portoncino a due battenti in robusto legno di castagno. A destra di esso si aprivano due vani, il primo dei quali, molto grande - forse in origine ricovero di carrozze e cavalli - dava ricetto alla famiglia di don Peppino che, insieme alla moglie donna Fortuna esercitava l'arte del portierato, nonché, quella del falegname e del pulitore di mobili.

Avevano avuti sei figli, di cui tre erano morti nel corso di un bombardamento. Rimanevano loro Marittiello, Nanninella e Totonno. Quest'ultimo compariva di rado, sempre tutto elegante. Era l'unico ad aver studiato ed in giro si diceva che ricopriva un impiego di prestigio.

Don Peppino, un ometto tutto rughe e curvo nelle spalle, a prima mattina, con l'immancabile coppola, unta e bisunta di sghembo sul capo - chissà se la notte se la toglieva - spalancava il massiccio portone del vano suddetto con grosso stridio di chiavistelli, trascinava accosto al muro di fronte il suo bancone e, novello S. Giuseppe, incominciava ad armeggiare con pialla e scalpelli, non senza aver lanciato un'occhiata pensosa all'edicola della Madonna Assunta, che aveva eretto in ricordo dei figli morti, ed un'altra al cielo.

Ogni tanto si fermava, beveva un sorso di caffè da un bicchiere che la moglie, gli aveva portato, s'accendeva una sigaretta e, fra una boccata e l'altra, scrutava dall'ombra della coppola i pochi passanti frettolosi.

"Buon giorno... don Pé"

"Salute... Rafilì... bbona iurnata... Bongiorno signurì..."

Un altro sorso di caffè, un ultimo tiro alla sigaretta diventata ormai una cicca, un ulteriore sguardo in alto, e via con la pialla!

L'altro vano, invece, a sinistra del portone, ospitava la bottega di un barbiere, don Vicienzo, che era al tempo stesso la gazzetta e lo scrivano del vicolo, un mattacchione ed un incredibile faccendiere, nonché un esperto conoscitore della smorfia.

E non basta. Ché don Vicienzo era anche un seduttore discreto di molte donnette e ragazzine adolescenti dei dintorni, che ricorrevano a lui per una spuntatina di capelli. Se l'occasione era favorevole, con la scusa che non poteva esercitare pubblicamente il mestiere del parrucchiere, dato che era barbiere, subito svelto svelto appendeva fuori la bottega un cartello con la scritta "Torno subito", calava la saracinesca, e dava la spuntatina.

"On Bicié, ma che faie, stai chiuso dinto?...", gli faceva talvolta con voce maliziosa al di là della serranda qualche donnetta che s'era accorta della manovra.

"Nannìnè, viene chiù tarde...", rispondeva una voce incerta, "stò facenne nu fatto do mio... hî capito?... và... Và... te chiamm'i'", e quella ridacchiando divertita: "E bravo chi 'o capisce!... Né ma che è, stammatina nun tiene voglia 'e faticà?... aggia fa taglià 'e capille a figlieme, sinnò 'a maestra nun' 'o fa trasì 'a scola... spiccete!..."

Capitava, in occasione del taglio dei capelli, che don Vicienzo gli accennasse confidenzialmente a qualcuno dei suoi traffici o a qualcuna delle sue avventure amorose: si sarebbe potuto scrivere un libro di diverse pagine!

Tuttavia, don Vicienzo, che appariva sempre gioviale e scherzoso, nascondeva una spina: non era riuscito ad avere figli. Ma egli aveva reagito a questo schiaffo del destino, adottando una figlia da Madonna di cui era padre affettuosissimo.

Negli ultimi anni di vita, costretto a cessare l'attività per la pressione della malavita, egli si aggirava come un fantasma del passato nei pressi della sua bottega chiusa. Non vedeva faccia di chiesa, come avrebbe detto la madre di Nino, ma in ogni modo si era imposto anche lui delle regole. Incontratolo poco prima che morisse: "Nino", gli confidò, "int' 'a vita mia aggio fatto nu sacche 'e purcarie, ma 'e 'na cosa nun'aggio mai vuluto sapé: a' droga!"

L'ingresso del palazzo si prolungava in un lungo androne, lastricato come la strada, all'estremità del quale si scorgeva il chiarore crudo d'un piccolo cortile. In fondo ad esso i gradini consunti d'una scala con ringhiera di ferro portavano, pianerottolo dopo pianerottolo, verso un quadrato lontano di cielo.

Qui regnava incontrastato don Mario, che vi esercitava la sua attività di stampatore in un localuccio confinante con il deposito di Gigino l'ugliararo, un pizzicagnolo che aveva negozio in Via Speranzella.

Il rumore dei torchi a mano che fino a sera battevano in cadenza sembrava quasi il battito cardiaco di quell'enorme essere vivente ch'era il palazzo. D'estate, dopo pranzo, quando tutte le finestre erano aperte, e ogni cosa affondava nel silenzio della tregua dalle faccende domestiche, il suo monotono ripetersi, penetrando attraverso le finestre ed i balconi spalancati per l'afa, sembrava rassicurare e cullare il riposo pomeridiano degli abitanti.

Don Mario, oltre a stampare faticosamente dalla mattina alla sera buste e biglietti insieme a due lavoranti, Gigino ed Alfredo, curava anche il ritiro e la distribuzione della posta per conto di don Peppino ch'era alfabeta.

Quest'onere che si era assunto, faceva sì che il suo locale rappresentasse quasi un punto obbligato di sosta per gli inquilini, i quali apprendevano, tutti indistintamente in via riservata - nun' 'o dicite 'a nisciuno -, quanto di notevole era avvenuto nel palazzo durante la giornata, scandito dai suoi caratteristici intercalari con tuto sciò e conciossiacosaché 4.

"Salute... don Mà... permettete... una parola?..."

"Prego... entrate... nonostante sciò!... si lavora!... avete saputo?... no?!...come non avete saputo niente?..."

"...ch'è stato?..."

"Immacolata, 'a figlia 'e chillo rimpetto a vuie, chillo ca lavora 'o manicomio... non so che mansioni svolge, mi pare l'idraulico... lo stagnino... Insomma torna a casa carreco 'e tutt' 'o bbene 'e Dio!... Frutta, formaggio: so fotte 'a dint' 'o manicomio..."

"Embè?..."

"Conciossiacosaché... dicevo, cavaliè, ...con tutto sciò... Immacolata si è messa a suonare il pianoforte tutto il pomeriggio pecché deve fare l'esame al conservatorio... E allora, Renato, 'o figlio 'e chillo ca sta 'ncap' 'a vuie, s'è affacciato a finestra comm' 'a nu pazzo e le ha gridato di smetterla perché voleva riposare... Con tuto sciò, Cavalié... chella nun se l'è fatte passà manche pa' capa!..."

"E allora?..."

"Conciossiacosaché... Renato ha preso un bacile pieno d'acqua e glielo ha scaraventato giù, dint' 'a fenesta: Cavalié, certo chill' è nu poco spustato... è stato pure in casa di cura... Insomma, nun ve dico... è succieso 'o finimondo..."

"Nientemeno!... e comme 'o putevo sapé... io stavo lavorando, 'o sapite, nella sartoria che tengo a piazza Carità... Mah... chella s'è purtato chillu pianefforte a ncoppo 'o cumando americano!... 'A matina scenne ca bicicletta... e chissà addò và!... Vò fa comm' 'a sora, che s'è spusata a n'inglese e mò stà in Inghilterra a fa 'a famme!... Detto fra noi, don Vicienzo, ieri mentre me tagliava 'e capille m'ha cuntato che l'hanno vista 'ncopp' 'o parco 'a Rimenbranza cu na crocchia d'americane! Eh! Brutti tempi!... Era meglio quanno ce steve chillo!... Mo' americane, inglesi, marrucchine, vengono, s'ubriacano, fanno i padroni: non si capisce più niente! Dove arriveremo!... Mah... Don Mà... meglio che me ne vado... buona... sera..."

"Salute... cavaliè... mò chiudo, s'è fatto tardi... buona cena..."

"Salute a voi..."

E così si concludeva la giornata del cavaliere che abitava con la sua numerosa, ma tranquilla famiglia al primo piano.

"Un'abitazione giusto per non avere per tetto il cielo", commentò Nino, ripercorrendo mentalmente l'appartamento al terzo piano che occupava con la sua famiglia. Le stanze si succedevano l'una dopo l'altra: "E tutta nu curreduro!", sospirava sua madre. La sala d'ingresso a sinistra conduceva alla cucina, a destra alle altre camere. Lunga e stretta era illuminata da una grande finestra i cui infissi, come quelli di tutta la casa, mostravano i segni del tempo. Il grigio del legno appariva come carne viva attraverso la vernice screpolata. La sala affacciava sul cortile interno, al pari del balcone della stanza da pranzo. Nelle chiare mattinate d'estate il sole, attraverso il balcone della camera da letto, si adagiava sulle coltri scomposte dal riposo notturno. Sembrava quasi volersi riposare un momento nel suo ciclico cammino.

Una miriade di persone erano i loro dirimpettai, fra le quali spiccava la figura giunonica della signora Adelina.

"Lassa fa a Dio, se n'è ghiuto, non ce la facevo più...... se ne parla stasera all'otto!..."

Queste parole, seguite da un sospiro di sollievo che ella pronunciava ad alta voce quando il marito, verso le sette, come tutti i capofamiglia, usciva di casa per andare al lavoro, davano quasi la sveglia al palazzo. Una dopo l'altra, le imposte cominciavano ad aprirsi, mentre lei, seduta sul davanzale della finestra che dava sul cortile, alternava sorsi di caffè a sbuffi di fumo di una sigaretta made in USA. Il marito era guardia di pubblica sicurezza, un'attività che procurava rispetto nel quartiere. Suo padre, rammentò Nino, quando la domenica gli dava l'incarico di andare a comprare un litro di vino in una cantina all'angolo, non mancava mai di suggerirgli, fra il serio ed il faceto, di far precedere la richiesta al venditore dalla frase datemelo buono, io sò 'o figlio da guardia...

Anna, sua sorella, intanto, iniziava a lavare il ballatoio tranquillamente in camicia da notte, mentre la figlia Sofia faceva cenno a Claudio, fratello di Nino, di andare al balcone che dava sulla strada, inseguita da un materno Nun correre, se moveno 'e mattunelle 'a terra!.

"Signora Cuozzo... signora Cuozzo!...", sbottava ad un certo punto Adelina: "è proprio vero quel detto che dice quanno 'a gatta iesce 'e surece abballano!... ma nun 'a sentite ammuina che stanno facenno 'e figlie vuoste?... ca' ce fa male 'a capa!... quanno c'è vostro marito nun se sente vulà na mosca!..."

E sua madre: "Qué, non mi fate capire niente... mi stanno chiamando... state zitti!... Chi è?...", poi affacciandosi: "Buongiorno signora, mi avete chiamato?..."

"No signora, vuie state tutta chiusa dinto... I' sentevo 'e guagliune fa n'ammuina 'e pazze e aggio penzato che forse stavano soli in casa... Avete saputo? ... 'o proprietario se vo vennere 'e case!... ha misso in vendita tutt' 'o palazzo!... vò fa denare assaie..."

"E chi s'accatte...?!", replicava ironica una voce dall'alto seguita da uno scroscio di risa.

Al quarto piano abitavano le famiglie Miragra ed Arcolano. I Miragra affettavano un'aria di superiorità perché la signora insegnava nelle scuole elementari, mentre il marito, ragioniere ed ex maresciallo, era ispettore delle case popolari. Si recava al lavoro su di una vespa fiammante, ch'era l'invidia del quartiere.

Vivevano in uno splendido isolamento, finestre e tende sempre chiuse dalle quali, come fantasmi, di tanto in tanto, di soppiatto, facevano capolino i visini pallidi dei figli, ai quali avevano imposto di non accordare confidenza agli altri ragazzini del condominio. "Sò signure, teneno 'e sorde!... 'e signure do c...!...", mormorava a bassa voce con ironia la signora Adelina, quando se ne pettegolava.

Il loro dirimpettaio, il signor Arcolano, era rimasto vedovo con una numerosa figliolanza costituita da tre maschi e due femmine: Raffaele, Carlo, Tonino, Angelina e Maria. Lavorava in una fabbrica di bibite con mansioni di autista. La sera tornava tardi e stanco, certamente preoccupato per quei figli che dovevano sbrigarsela da soli. Forse perciò spesso beveva qualche bicchiere di vino di troppo che lo faceva andare in escandescenze.

Infine, dalla sala d'ingresso della famiglia Arcolano, una scala permetteva di accedere al quinto piano che era occupato dalla famiglia dei signori Paresto, altrettanto numerosa, perché avevano anch'essi cinque figli: Davide, Adelina, Olga, Anna, Aurelio e Bruno.

Quest'abitazione aveva da un lato un vasto terrazzo che dava sul vicolo, e dall'altro un rialzo dal quale, inerpicandosi con prudenza, era possibile accedere al tetto del palazzo, in parte racchiuso dall'ultima propaggine delle mura maestre dell'edificio. "Su quel tetto assolato, consumammo la nostra adolescenza", si disse Nino. "Era la nostra meta ed il nostro rifugio. L'isola che ci nascondeva dai grandi. Chissà dove saranno ora Tonino, Franco, Bruno". E la mente gli riandò alle mattinate trascorse a giocare agli indiani e ai cow - boy con dei soldatini di cartapesta oppure sparando talvolta ai colombi con dei fucili a piumini. Il pomeriggio, invece, era l'ora dei conciliaboli, della meditazione, degli scherzi e delle battute salaci. In un angolo del tetto, si erano costruita con assi e tavole di risulta una sorta di stanzetta, giusto uno spazio per sedere in tondo. Un'isola nell'isola. Franco era il "pagliaccio" della compagnia, sempre pronto com'era a burle e facezie. Tonino, ch'era il più piccolo, subiva pazientemente le piccole angherie di tutti. Bruno si assumeva il ruolo di leader. In quanto a lui, faceva da consigliere ed osservatore.

Come quest'atmosfera infantile avesse acquistato un tono più serio, più pacato, meno giocoso, ed esattamente quando, Nino non era in grado di stabilirlo. Ora tutta l'infanzia e l'adolescenza gli sembravano uno sdrucciolare su di un percorso piacevole, ma lento ed inesorabile, uno slittare attraverso le ore, i giorni, gli anni, al termine del quale l'orizzonte si era aperto su un nuovo mondo, quello femminile. Ma questo era un altro fatto, disse fra sé.

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