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Gaetano Cuozzo

 


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Le fotografie

CAPITOLO II

Calava la sera.

Affacciato alla finestra, Nino era come impregnato dagli odori della campagna che aveva davanti. La tranquillità di questo residuo di verde che s'immergeva tacitamente nella notte a poca distanza dal frastuono cittadino, gli provocava sempre una sorta di stupore. Stordito da tutte i vapori umidi che ne provenivano, egli sprofondava nell'indolenza di una primavera indecisa e si lasciava catturare senza opporsi dal torpore in cui essa lo attirava. Una grande completezza gli s'insinuava dentro, insieme ad un fiacchezza smaniosa e sensuale, che erano quasi un'adesione lenta ed ineluttabile di tutto il suo essere a quel fenomeno della natura. Respirando quell'aria tiepida, gli sembrava di potersi stemperare in essa. Quella calma, quell'odore delle erbe e della terra che il leggero spirare del vento portava a tratti alle sue narici, gli facevano desiderare di voler vivere altre serate simili.

Quella stessa quiete, tuttavia, per contrasto, gli riportò alla mente l'abitazione dove aveva trascorso la sua infanzia e l'atmosfera chiassosa nella quale era immersa.

Era un appartamentino sito all'ultimo piano di uno di quei caseggiati segnati dalla vetustà e traforati da una moltitudine di balconcini e finestre, che incombono con la loro mole su tante strade delle zone popolari di Napoli.

Nino ne rammentava solo una grande stanza adibita a sala da pranzo dalla quale, salendo un gradino, si accedeva ad una loggia, circondata da muretti di tufo screpolati, qua e là decorati da macchie di muschio rinsecchito, sui quali s'allungava un corteo di piante.

Qui trascorreva la maggior parte della giornata, dilettandosi con un violino ed un grosso cavallo a dondolo in cartapesta, dono della Befana. Altri giocattoli non ne aveva, ma egli se li inventava con la mente e con le mani. Finché non arrivò il fratello, unico compagno di giochi fu un gatto il quale, una volta, precipitò nella strada sottostante senza riportare danni, con sua gran sorpresa. Altri balocchi erano i pastori del presepe della loro vicina, Cassese, i quali facevano le spese della sua indelicatezza puerile. Più tardi, quando Cassese restò vedova, si venne a sapere che il marito era deceduto per una grave forma di tubercolosi. "Eppure non mi sono contagiato. Evidentemente, qualche santo mi proteggeva!", rifletté Nino, ripercorrendo con la mente le piccole infermità che avevano afflitto la sua infanzia. Di esse, però, una, l'enterocolite, gli aveva lasciato il segno, perché, da bimbo florido che era, era venuto su pallido e smagrito.

Il pianto di un bambino lo riscosse dai suoi pensieri. Giù, nel cortile sottostante, vide venire l'inquilina del primo piano. Una mano reggeva una grossa borsa, l'altra trascinava un marmocchio recalcitrante e piagnucoloso. Ogni tanto la donna si fermava e cercava di calmarlo, ora vezzeggiandolo, ora minacciandolo, ma quello puntando i piedi, raddoppiava le bizze.

In una serata simile, rammentò, sedotti dal primaverile silenzio dell'ora, mentre facevano scorrere lentamente lo sguardo sulla campagna assopita, sua madre, gli occhi inteneriti dal ricordo, gli aveva accennato, sorridendo, ai suoi capricci infantili.

"Accussì facive pure tu!...Essa parlà donna Maria 'a dulciera!...T' 'a ricuorde?... Nun t' 'a può ricurdà... ire troppo piccerillo... Ogni volta che ci recavamo dalla nonna, arrivati all'altezza del suo negozio t'impuntavi e nun nce steveno sante... allora la finivi quando t'avevo comprato qualcosa. Donna Maria, oltre al caffè ed allo zucchero, vendeva bacchette di liquirizia, caramelle, dolcetti, figurine di soldatini da ritagliare e ati 'nchiastarie pe' guagliune".

In quell'atmosfera di contemplazione, soffusa di tenerezza infinita, le sue memorie fluivano seguendo l'andamento della luce del tramonto che a poco a poco si smorzava creando riflessi giallo oro sul suo volto pensoso. Nino l'ascoltava senza interromperla, cercando di richiamare dai recessi della mente quelle schegge di passato. Ed ella, tormentando delicatamente la stoffa della gonna con le dita, proseguiva nelle sue rievocazioni con la sua voce mite, lo sguardo che errava ora su di lui, ora sul paesaggio.

Narrava di come s'intrufolassero, poco più su della bottega di Donna Maria, in un palazzo e, dal cortile di quest'ultimo, in un sottoscala umido e semibuio. Qui un tanfo di stalla, di paglia, d'animale, anticipava alla sua vista attonita due mucche grosse e pacioccone. D'un tratto, in silenzio, sbucava da qualche parte un essere d'età indefinibile con in mano un grosso secchio. Egli l'osservava trafficare alquanto con esso vicino alla grossa mammella di una delle bestie, che esprimeva senza convinzione la sua protesta scuotendo la coda e pestando il suolo con uno zoccolo. Un secondo dopo l'uomo gli allungava un bicchiere pieno di latte caldo e fumante. Egli lo sorbiva alzando ogni tanto gli occhi verso sua madre che sorrideva divertita nel vederlo passarsi, ad ogni sorso, la lingua sulle labbra, come un gatto soddisfatto dopo il pasto. La nonna commentava invariabilmente: "Chello, 'o guaglione, le fa bene".

Altre volte la leccornia era rappresentata dai bomboloni, certe grosse caramelle di zucchero colorato vendute da un omino, che trainava faticosamente un carrettino con tutto l'occorrente per produrle.

"Mammà... mò vuò accattà 'o bebbello... accattammello oì mà...! All'anema 'e chi te muorto!... ". Questo grido che rimbalzando a intervalli per tutta la strada, si diffondeva forte, invitante, festoso, segnalava il suo passaggio e faceva accorrere frotte di ragazzini schiamazzanti e eccitati.

Dalla nonna, in estate, puntualmente si celebrava il rito delle granite all'amarena o al caffè, che detestava. La frase Nino, bello da' zia, le vuoi andare a comprare tre, quatte grattate?... era il segnale per la fastidiosa commissione che gli toccava compiere. Non esistendo, infatti, i frigoriferi, occorreva andare ad acquistare il necessario per raffreddare lo sgradito beveraggio da una donnetta abitante in un basso attiguo ad un rivenditore di carbone. Le grosse forme di ghiaccio, semicoperte da una tela di sacco, si allungavano su una bancarella presso l'ingresso del terraneo, ed il loro bianco cristallino appariva ancor più vivido ai suoi occhi, che erravano curiosi da esse al volto tinto di nero del carbonaio, il quale ogni tanto s'affacciava sulla soglia della sua bottega.

Intanto, la donna gli approntava la quantità di ghiaccio richiesta, passando e ripassando energicamente sulla superficie di uno dei gelidi blocchi uno strano aggeggio, che, essendo cavo all'interno, man mano si riempiva di ghiaccio tritato, formando la benedetta grattata.

Il richiamo allarmato di un merlo coperto subito da un rombo sordo che s'avvicinava, interruppe di nuovo il corso dei ricordi di Nino. Alzò lo sguardo verso il cielo notturno ove Orione si stagliava netto nella sua geometria. Un aereo ne stava attraversando il disegno. Le luci di posizione intermittenti creavano a tratti piccole scintille multicolori sullo sfondo punteggiato di stelle. Lo seguì affascinato con lo sguardo finché scomparve dietro la collina. "Forse anche l'uomo, come quel veicolo, dopo la morte taglia il disegno degli astri prima di accedere al misterioso mondo che alcuni sostengono si estenda oltre il nostro", mormorò, mentre il frastuono dell'apparecchio che si allontanava, sfumava in un sibilo acuto sempre più tenue. Da esso come per magia riemerse la voce carezzevole di sua madre.

"Sennonché, essendo l'Italia entrata in guerra, sorse il problema di come poter raggiungere in breve il ricovero antiaereo di Piazza Augusteo nell'eventualità di un bombardamento. Il problema era grave, stante anche la presenza di un bambino piccolo com'eri tu. E comme facimme, comme nun facimme....?! Comm' à truvaveme n'ata casa!... erano tempi di guerra.... Soldi se ne vedevano pochi... 'A gente steve morte 'e paura!... Tu nun t''o ricuorde ire piccerillo!...", raccontava sua madre, tamburellando ogni tanto con le mani sulle ginocchia per poi increspare, com'era solita, la stoffa della gonna con le dita, "Bello 'e buono scappa dinto ricovero cu duie guagliune piccerille!... 'E notte, sott' 'o bumbardamento!... 'o scuro!... tu che vulive durmì: - Mammà, dicive, 'i mi nascondo sotto 'a tavola, nun te preoccupà! Mi leggo il giornaletto -. A me pe' na parte mi scappava a ridere per la tua ingenuità... Mah! Tuo padre non c'era, faceva i turni... Sempe sola so' stata! Fortunatamente, Immacolata e Maria, 'e figlie da' signora Natale - chelle allora erano signurenelle - accortesi delle difficoltà in cui mi dibattevo con voi due quando dovevamo scappare, appena sentivano le sirene, salivano su, vi afferravano e giù di corsa per le scale... Nun se dormiva né 'o giorno né 'a notte!...

"Poi per completare l'opera tuo padre perse l'impiego perché si era rifiutato di iscriversi al Partito. Per fortuna, a furia di cercare, riuscì a trovare lavoro presso un'officina meccanica, tenuta da un certo Romeo. Ma la retribuzione era insufficiente. Così, per integrarla sistemò in cucina un piccolo tornio a pedale, con il quale iniziò ad eseguire delle riparazioni per conto dei dentisti... - Ma che me staie facenne ricurdà, Nì!...- sennonché stu strumiento faceva rumore. Ora come sai casa nostra aveva le pareti in comune con l'abitazione di quelle due zitelle... comme se chiammavano, aspetta?... dinto 'o vico 'e chiammavano 'e pupazzette!... Una era corta, coi capelli rossi, pittate naturalmente!...Bah!... Ad ogni modo i' me ricordo che ogni volta che c'intrattenevamo al balcone a parlare, queste non potevano fare a meno di chiedermi: "Signora, signora, ma noi ogni sera... udiamo un rumore sordo in camera da letto, dal lato vostro... Qualcosa che rotola... striscia... e non riusciamo a capire cos'è... Ma forse avete qualche apparecchiatura guasta... che so!?!...". Io ovviamente facevo la gnorri...

"Voi oggi vi lamentate... non avete idea! Mancava tutto, sia prima che dopo la guerra. Non si gettava via niente. Pensa che tuo padre un sabato sera, avendo reperita fortunosamente della farina al mercato nero, si divertì, come faceva ogni tanto, a preparare degli gnocchi per il pranzo domenicale. Li pose, quindi, ad asciugare nel tiretto della credenza, che aprì il giorno dopo, verso l'ora di pranzo, per cucinarli. Sgomento, trovò che la sua fatica stava per essere consumata dai vermi della farina. Che fare? In casa non c'era nient'altro da mangiare, né fuori da comprare! Cu na santa pacienza, togliemmo i vermetti e mangiammo gli gnocchi".

Come in uno specchio, Nino rivisse il rito che caratterizzava questi pranzi domenicali, unica occasione in cui si pranzava tutti insieme, ché negli altri giorni suo padre tornava tardi dal lavoro.

Seduto immancabilmente a capotavola, egli, soprattutto se aveva approntato le pietanze, dato di sottecchi, uno sguardo all'intorno - ché non tollerava iniziare a pranzare senza vedere ognuno al suo posto, né che a fine pasto qualcuno si allontanasse dal tavolo prima di lui - prendeva a distribuire con un malcelato sorriso, le porzioni, seguendo un ordine gerarchico: prima a se stesso, poi alla moglie, infine a lui e a suo fratello. In quell'atto il viso affilato e segnato dalla fatica gli si distendeva e gli occhi gli brillavano; la luce della lampadario battendo sui suoi capelli ramati, creava riflessi cangianti, sincronizzati con i bocconi di cibo. 'O russo, lo chiamavano i parenti a causa del loro colore, quando volevano col soprannome evidenziarne il carattere deciso e autoritario.

La radio era accesa e, tra una portata e l'altra, s'ascoltavano i buffi casi capitati all'ex cameriere dell'ex caffè del Tribunale della trasmissione "Succede a Napoli".

Sua moglie, di tanto in tanto, col suo grembiulino colorato, faceva la spola tra la stanza da pranzo e la cucina ora per portare le pietanze, ora per seguire la cottura del cibo.

Ed accadeva che, soddisfatto da qualche piatto particolarmente saporito, dopo aver sorseggiato il rituale bicchiere di vino, egli emettesse un grosso sospiro, indizio di abbandono ai ricordi. La sua frase tipica allora era: "Eh!... quando cucinava, mammà!... pe fa 'o ragù s'aizava 'e sei 'a matina!...- espressione che irritava subito sua moglie, che al velato rimprovero si affrettava a replicare stizzita: "Sì!... 'e sei 'a matina!... Chill'erano 'e tiempe d'o llerullere!...". "Statte zitta che tu nun capisce niente - replicava suo padre scurendosi in volto - vuie site 'e razza accussì!... senza sanghe int' 'e vene!... Mugliere... sanghe mprestato!".

Insomma si sfiorava subito il litigio, che, in genere, chissà quale santo, per fortuna, provvedeva prontamente a sedare. Infatti, dopo qualche minuto di tensione, rasserenatosi alquanto, egli fra un boccone e l'altro prendeva a narrare ora episodi della sua giovinezza ora del periodo bellico. Erano fatti talvolta gustosi come quello che lo aveva visto protagonista al tempo dell'occupazione tedesca.

"Così mi formai alla scuola delle memorie", pensò Nino.

Raccontò, dunque, una volta suo padre che negli ultimi mesi dell'occupazione, per sfuggire ai rastrellamenti delle truppe germaniche, era stato costretto a trovare scampo, insieme ad altri giovani del palazzo, nel vicino Convento dei PP. Trinitari. Qui, il priore diede loro la possibilità di nascondersi in un vano al quale si accedeva da una botola ricavata nella volta di una stanza. Al minimo accenno di pericolo, essi vi si rifugiavano e mascheravano il foro d'ingresso con un quadro raffigurante lo stemma dell'Ordine Trinitario.

"Poiché il priore si era accorto della mia abilità manuale per qualche problema che gli avevo risolto", proseguiva il narratore, "un giorno mi chiamò e mi pregò di ricavargli delle candele dai residui di cera delle stesse: - Sapete, don Salvatore, per metterle davanti alla Madonnina...-. Acconsentii. Ne feci una, due, tre, dieci...Ad un certo punto m'accorsi ca sti cannele nun bastavano maie! Allora mi dissi, ma famme vedé chiste che ne fa'! Accussì, mo mettette a spià. E che scuprette?... ca chillo se vendeva! 'o furbacchione! ato che Madonnina!...". E, stropicciandosi le mani che aveva robuste e indurite dalla fatica, esclamava ridacchiando: "E che prosciutti e che formaggi tenevano chilli munacielle int' 'a cantina! Facevano 'a penitenza?.. Mah!...chello po' mammeta dice ca 'e prievete accussì, accullì...". "Ma perché se non era per loro...", ribatteva subito l'interessata, stizzita. Così si risfiorava il litigio.

Terminato il pasto, egli s'accendeva una sigaretta e restava pensoso ad attenderne la fine, contemplando il fumo che saliva a lente spire verso il soffitto. Era il momento che Nino e suo fratello attendevano per allontanarsi quatti quatti dal desco.

"C'avimmo passato, figliu mio!...", riprese la voce di sua madre: "...chi t'ho po' cuntà!... Chissà che nun è pe' tutte sti paure ca' gente è caduta malata!... Troppe paure, troppi spaventi!...Mah!... chesto 'o sape solo Dio.

"Comunque, per tornare alla casa, non riuscendo a risolvere da sola il problema, ne parlai cu mammà che mi suggerì di accennarlo anche a Maria, cioè alla levatrice - 'a mammana se diceva allora - che aveva preso il tuo parto. Beh, guarda 'a cumbinazione, questa ci riferì che giusto nel palazzo ove abitava con l'anziana madre e la sorella Chiarina, si sarebbe liberato a breve nu' quartino al terzo piano... E fu uno spostamento provvidenziale - proprio 'a volontà 'e Chill' 'e coppo - perché durante un bombardamento il nostro stabile fu danneggiato e le lesioni interessarono in particolare proprio la stanza che dava sul terrazzo dove eri solito intrattenerti a giocare... Così nel 1940 ci trasferimmo nei Quartieri spagnoli, al terzo piano di un edificio, poco distante da Via Toledo".

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