Le fotografie
CAPITOLO I
Già
c'è la rosa, già matura il cece
e
già si staglia, Sosilo, la prima
brassica.
C'è la sardella lucente
e
il formaggio salato
appena
rappreso e le ricce, tenere
foglie
della lattuga. E noi non siamo
ancora
in riva al mare o su una cima
ridente,
come sempre un tempo, Sosilo?
Vedi,
Antigene e Bacchio, ieri scherzavano,
ed
oggi li portiamo nella tomba. 1
In piedi, in doppiopetto
scuro, cappello di sbieco, una mano in tasca, l'altra che
reggeva una sigaretta, il vecchio sembrava scrutarlo con
espressione grave e sicura, quasi di sfida. Nino lo riconobbe.
Egli ne portava il nome come ogni primogenito dei suoi cinque
figli. Una tradizione imposta. E ingannata, perché fin dal
giorno del battesimo tutti avevano preso a chiamarlo con il
diminutivo del nome affibbiatogli.
"Questo era un essere
vivente come me!", mormorò Nino, esaminandolo con
attenzione per poi lasciar vagare lo sguardo pensoso sul tavolo
ingombro di foto ingiallite dagli anni.. I polpastrelli
sfioravano, intanto, in una lenta carezza i volti, ora rivestiti
di giovinezza, ora aggrediti dalla vecchiaia, che si
affacciavano dalla loro prigione gelatinosa, suggerendo tutto un
sommesso alternarsi di esistenze.
"Allevati e nutriti
per la morte, \ noi siamo come branchi di maiali \ da scannare a
sorte. 2 Questi pezzi di carta radunano l'infinitesima parte di
uno di quei branchi: i miei maggiori. Gente modesta, il cui
unico pregio è stato quello d'essere stati onesti!... Individui
la cui vita forse sofferta, faticosa, punteggiata neppure da
magre ricompense, si è perduta nella polvere degli anni".
"Parenti", concluse infine con amarezza, "il cui
ricordo perdura solo per il desiderio di sapere mio e di mio
fratello".
Nino rammentava abbastanza
bene la figura vigorosa del nonno, che nei tranquilli pomeriggi
d'estate, con una paglietta di sghembo sul capo come
nell'effigie, bussava alla porta. E più d'ogni altra cosa
ricordava come egli, dopo aver ascoltato, con pazienza, forse
qualche pettegolezzo familiare o una lagnanza, quasi non
resistendo ad un impulso interiore, non appena sua madre si
allontanava per preparargli la rituale tazzulella 'e cafè, si
mettesse a pianoforte e si lasciasse trasportare dai suoni che
ne ricavavano le dita robuste, ma agili. Il repertorio
comprendeva invariabilmente Coimbra, un brano da lui composto.
"Eh!... chissà... Un
amoretto di gioventù, forse?!...", commentava sornione
sottovoce suo figlio Salvatore, ascoltandolo per l'ennesima
volta. "Se tu l'avessi visto quando a casa tenevamo 'a
periodica 3: era più eccitato di noi!... Ce steve a mamma e 'na
rossa che s'entusiasmava. Si sedeva vicino al piano e Don Gaetà,
suonatemi questa e suonatemi quest'altro, passava tutta a serata
vicino a isse. Mammà s'ingelosiva e sottovoce murmuriava Cocche
vota ìe chesta a chella rossa malupina l'acconce pe' feste...
Suonava ad orecchio, ma suonava bene, con sentimento. P'o'
riconoscere tua madre ca scoccia tanto essa e 'o diploma ca tene,
è quanto dire".
E Salvatore proseguiva
raccontando ancora che il vecchio si dilettava pure con la
chitarra ed il mandolino, e che componeva versi e musica di
canzoni che cedeva a noti maestri per niente.
Nino, intanto, seguiva
affascinato lo scorrere delle mani sulla tastiera. Ad ogni
movimento esse costruivano la trama di un. tessuto impalpabile e
effimero, capace di destargli emozioni profonde ed indicibili.
Il disegno di quel brano, poi, si era inciso indelebilmente
nella sua memoria, formando un tutt'uno col personaggio,
cosicché un accenno ad esso glielo riportava subito alla mente
e viceversa.
Quelle mani gli apparivano
straordinarie: robuste, pur senza essere tozze, apparivano più
adatte a forti prese che non ad accarezzare i fragili tasti di
un piano. Insomma, il loro aspetto era l'esatto contrario di
quello che l'opinione generale attribuisce alle mani di un
pianista ed evocava bravure più corpose, legate alla materia,
ad una materia dura da trattare, bisognosa di forti energie per
piegarsi ed arrendersi. Il vecchio amava infatti le attività
artigianali, la meccanica in particolar modo, che fra l'altro
gli aveva fornito il pane quotidiano. Nelle sue mani, insomma,
potevano leggersi la sua vita e la sua anima.
Nino ricordava qualcosa
delle altre abilità del nonno. Nel corso di una visita, egli
aveva mostrato una mano in metallo alla quale stava lavorando
per sopperire alla menomazione di un parente. Quest'arto,
toccando certi pulsanti, muoveva le dita, con gran raccapriccio
degli astanti. Ed ancora rivedeva due ochette di legno fornite
di ruote che aveva costruito per lui e suo fratello. Grazie ad
un'asticina confitta sul dorso, esse avanzavano sul selciato
sbattendo le ali. Infine la storia del cannoncino che aveva
realizzato in scala per farne omaggio al Duca d'Aosta. Un tempo
una parete di casa sua aveva ospitato un quadretto contenente la
foto dell'arma con i ringraziamenti del Duca.
Insomma, da tutti questi
ricordi, pur se vaghi e limitati, affiorava il ritratto di una
persona dotata di un intelletto irrequieto, mai sazio di
apprendere, di uno spirito sensibile, per di più fornito di un
singolare talento manuale. Cosicché zia Nina, a conclusione di
qualche discorso su di lui, sentenziava invariabilmente Il
vecchio era intelligente, mentre assumeva voce ed aspetto
pensosi.
"Dunque, è proprio
tutto finito?!". Queste le parole che il nonno aveva
pronunziato negli ultimi istanti, alzando stancamente le mani
verso il cielo.
"Quando
accadde?...", si domandò Nino, collocando la foto su di
una pila alla sua sinistra. "Ah sì, era il 19... Avevo
appena diciassette anni! ", aggiunse, mentre la mano con un
lento movimento circolare indugiava a sparpagliare le immagini
sul piano del tavolo. "...cos'è rimasto di tutta la sua
operosità?...una canzone nella mia mente ed alcuni
versi!...", osservò poi immalinconito e subito dopo, con
ironia, "...la sensibilità dei sopravvissuti non scatta
quando i ricordi sono costituiti da quattrini!...",
rammentando come all'indomani del decesso, il nipote, che aveva
ospitato il vecchio negli ultimi anni, si fosse sbarazzato
d'ogni traccia della sua esistenza, con la scusa che i ricordi
lo turbavano.
"...papà e mamma il
giorno del matrimonio", continuò tra sé e sé, estraendo
alcune stampe dal mucchio. Erano quasi tutte uguali. Le uniche
esistenti della cerimonia perché il fotografo per un errore
tecnico aveva rovinato il servizio. Allontanò e riavvicinò le
immagini più volte, indagandone lo sguardo, il naso, la linea
della bocca. Non aveva mai potuto studiare agevolmente così a
fondo il viso dei suoi genitori. Da una di esse, Salvatore
l'osservava con occhi raggianti di gioia. Lo sguardo di
Antonietta invece era colmo di una stanca dolcezza.
"Le loro vite si
legarono per un banale concorso di circostanze", osservò.
"Mamma era da poco orfana di suo padre che, guarda caso, si
chiamava Salvatore; papà lo era di madre. Due anime che in un
momento di sofferenza della loro esistenza si erano trovate a
percorrere lo stesso sentiero, fino ad incontrarsi. Tante
similitudini, tra le quali la vivacità d'intelletto ed
interessi che caratterizzava i rispettivi padri. Ed io sono il
frutto di questo concorso di coincidenze!". "...Anche
loro sono stati giovani, si sono amati...", mormorò quindi
a mezza voce dando corpo ai suoi pensieri: "I genitori li
rammentiamo quasi sempre anziani o quanto meno maturi!... La
natura seppellisce la loro gioventù e noi figli vi piantiamo
sopra una lapide senza nome!"
Si riscosse, si alzò,
prese a camminare su e giù per la stanza, ragionando fra sé.
Si fermò, stette assorto un poco, per poi avvicinarsi alla
finestra. Prese ad osservare la distesa di terra che si stendeva
davanti al suo palazzo. Come le foto, si disse, anche questa era
un rottame di passato, ancora coltivata com'era a pochi passi
dal caos della città. In fondo, il declivio della collina
limitava la veduta lontana del mare che appariva sulla sinistra
come una striscia cobalto sulla quale galleggiava Nisida.
Aspirò con voluttà l'aria
umida e frizzante della sera. La malinconia lo invadeva. Tutto
quel fluire di esseri nel tempo suggerito dalle fotografie, in
definitiva gli testimoniava l'inconsistenza del corso
abitudinario della vita, la vanità di qualsiasi cosa. Se avesse
avuto un carattere meno meditativo, più esuberante, rifletté,
se ne sarebbe fregato perché ogni mutamento lo avrebbe lasciato
indifferente o addirittura rallegrato. Ma non era così.
Ritornò a sedersi al
tavolo traendo un sospiro. Ricercò di nuovo, quasi a tentoni,
le foto. L'animo riprese a muovergli verso le spiagge della
memoria. Meditazione, nostalgia, approvazione, rigetto, dissenso
ripresero ad impastarsi con le figure, i suoni, perfino le
fragranze, generate dai ricordi.
"Io ero fuori la
stanza quando sei nato...", rievocava sorridendo zio
Umberto, il fratello di sua madre, "la levatrice uscì e
disse: - È un maschio!... e ti diede in braccio a me!..."
"E t''o ricuorde
quanno saglieva chillu scalino?...", aggiungeva subito di
rimando la nonna, "comm'era bellillo!...". La qualcosa
forniva a zia Nina l'occasione per raccontare per l'ennesima
volta di come egli fosse sempre stato un ragazzino quieto e
tranquillo: "Bastava dargli un pezzo di candela che non lo
sentivi più. Si metteva là fuori al balcone e cu chelli
manelle che ti faceva?!... pupazzetti, figurine... Nun' 'o
sentive cchiù!..."
"Così, grazie a
questa rete di tenerezza, le mie manelle ebbero modo di
distruggere uno splendido Bambino Gesù di cera e decine di
reliquie ritrovate in un cassetto del comò, ultime tracce del
passaggio su questa terra di Monsignor Capobianco. Povero
Monsignore, chissà cosa avrebbe provato nel vedere la
distruzione di tante cose che gli erano care!", pensò
Nino, intravedendo, oltre la fotografia di sua nonna, se stesso
bambino, accovacciato davanti ad un cassetto aperto del mobile.
Rovistare, frugare nei tiretti di quel cassettone, infatti, era
la sua passione. Ne traeva fuori mille splendidi oggetti: strass
rilucenti, parti di collane, bottoni dalla strana forma che poi
correva tutto elettrizzato a mostrare ai suoi.
Allora, da qualche punto
del suo io, la voce amorevole, un po' tremula della nonna
iniziò a narrare di Vincenzo, padre di suo marito, che, rimasto
orfano, era stato preso in cura dal Monsignore, proprietario di
diversi immobili. Riconoscente per l'affetto e l'aiuto ricevuto,
il giovane, a sua volta si era preoccupato della vecchiaia del
sacerdote, a tal punto che la sera delle nozze, una volta a
casa, additando per prima cosa alla fresca sposa l'anziano
prelato, le aveva detto con tono fermo ed inappellabile:
"Lo vedi questo?... Da qua non se n'andrà finché
campa!". Fosse o no la sposina d'accordo, la convivenza col
tempo risultò vantaggiosa perché prima di morire il Monsignore
intestò a Vincenzo tutte le sue proprietà.
"Dio mio, quanti anni
sono trascorsi da quella sera!... Si era attorno al 1860 o giù
di lì!...", si disse Nino, riscuotendosi e riprendendo ad
osservare la foto dei suoi genitori.
Che la loro unione non
fosse felice lo aveva intuito, anche se in maniera confusa, fin
da piccolo. Per sua madre ogni discorso sul matrimonio era
un'occasione per rimpiangere il passato. Una sensibilità acuta
e precoce gli faceva comprendere subito quando l'argomento
veniva toccato. Allora tutti i suoi sensi di drizzavano
all'osservazione dei gesti, dei suoni di quelli che discutevano.
Forse a causa di qualche imbarazzante riferimento, certe parole
erano pronunziate in modo concitato, smozzicato, biascicato,
mentre il tono della voce si abbassava su talune frasi concluse
invariabilmente da espressioni come: "Ma Nì, abbi pazienza
... ti pare mai possibile: tu stai così, nessuno ti ha detto
niente... e belle e buono ti aprono tutto il libro!... Ma famm'
'o piacere!... va. Erano proprio sistemi sbagliati!... Ti
avviavano al matrimonio senza spiegarti niente e tu di botto ti
trovavi... ma famme sta zitta, va... nun me fa fa'
peccate!..."
Al che la sorella,
prorompendo in maliziosi scoppi di risa, iniziava a cantarellare
insinuante Vieni c'è una strada nel bosco... il suo nome
conosco, vuoi conoscerlo tu...
"Ma tu che vuò
buschià, Nì!... io, se potessi tornare indietro, stesse frisco
'o russo!", sbottava sua madre, irritata, quasi risentita,
chiudendosi quindi in un contegno riservato, mentre il
tamburellare delle dita sulle ginocchia che aveva accompagnato
le ultime parole, ne manifestava ancora per qualche minuto la
profonda agitazione dell'animo.
"Antoniè ma tu che
dice... quello era il miglior periodo della vita... La
gioventù!... Amore amor portami tante rose... ", insisteva
Nina, stringendo leggermente le ciglia prima di prorompere in
nuovi scoppi bonari di risa. "Antoniè!... mo' t' 'o sì
scurdato, ma tu non vedevi l'ora di uscire!... Che cosa ti
avesse fatto quel rosso, non lo so, ma non capivi più
niente!..."
Poi, rivolgendosi a lui che
le ascoltava e scrutava perplesso, proseguiva: "Povero
piccerillo... Starà penzanne chiste so pazze!...Vuoi sapere
bello da' zia, come si conobbero i tuoi genitori?...", e
quindi, fatta una pausa, mentre un riso furbesco e brioso le
illuminava il volto, accarezzandogli i capelli, continuava.
"Un pomeriggio stavamo passeggiando, quando ad un tratto mi
accorgo che ci segue un giovanotto. Faccio finta di niente, ma
lo seguo con la coda dell'occhio. Poco dopo questi ci si
affianca e chiede di accompagnarci. Lo guardo, stringo
sottobraccio mia sorella ed affrettando il passo, le sussurro: -
Per carità, non ti fermare, non rispondere. Ha i capelli
rossi... chissà chi è...- Ma che vuoi affrettare, quello non
ci perdeva di vista. Non si stancava. Ad ogni modo, come Dio
volle, arrivammo a casa. Ma il giorno dopo, e quelli successivi,
rieccotelo di nuovo dietro. Così mi avvidi che aveva preso
l'abitudine di piazzarsi di fronte al nostro palazzo a spiare le
nostre uscite. Diventò un'ossessione.... Andò a finire che
ogni pomeriggio, prima di andare a spasso, spiavo da dietro le
tende della finestra per vedere se era giù in strada ad
aspettarci... Ed eccolo lì, puntuale come la morte, sotto al
palazzo. E mia sorella?!... ormai si stava fissando, ma in un
altro senso. E pensare che prima d'incontrare tuo padre c'era un
giovane dirimpettaio che la corteggiava. ...bel giovane,
famiglia perbene... il padre decorato della I° guerra
mondiale... Per carità, Nì, non che Salvatore... tuo padre...
fosse brutto... - e qui la voce svelava un senso di disagio -
l'uomo dev'essere uomo... e poi ci teneva in allegria!... Quando
si fidanzò in casa, ci faceva divertire perché metteva il
grammofono e ci faceva ballare!... Ma, per ritornare a quel
giovane, lei, non gli accordò mai confidenza, anzi si lamentò
con papà del fastidio che provava nello scoprirlo intento a
fissarla ogni volta che s'affacciava alla finestra. Risultato:
papà lo fece richiamare dalla questura. Con nostro padre non si
scherzava!... evidentemente, però, il destino volle evitarle un
guaio. Poveretto, partì per il fronte e ne ritornò mutilato
delle gambe!... che sventura!..."
Un sospiro concludeva
queste ultime parole. Quindi si alzava e battendo
affettuosamente una mano sulla spalla di Antonietta, le
sussurrava. "Che vuò fa!... sora mia... questo era il
destino... recriminare a che serve... nun te piglià collera!
Aspetta, mo' Ninà te fa na bella tazza 'e cafè!..."
La nonna, maestosamente
assisa in poltrona, assumeva un aspetto preoccupato.
"Che bella figura mia
nonna!", pensò Nino ricostruendone con gli occhi della
mente il viso dolce e tranquillo, appena segnato da qualche
ruga, incorniciato da un cerchio di capelli colore argento.
"Una nonna da fiaba...", si ripeté. Se n'era andata
una mattina di primavera immersa in un sonno tranquillo, mentre
la natura iniziava a celebrare il suo risveglio. Una vita
sofferta la sua. Era rimasta vedova con quattro figli
adolescenti in tempi difficili. Un solo grande amore: suo marito
Salvatore che frequentava fin dall'infanzia perché abitavano
vicini. Ella soleva ricordava che sua madre, vedendola da
piccola preferire così spesso la sua compagnia a quella degli
altri ragazzini di pari età, commentava profeticamente con la
futura suocera: - Giovà, quando questi due cresceranno li
faremo sposare.
"Quanno more 'o capo
'e famiglia, è nu guaio!... Nessuno ti rispetta più!",
mormorava mestamente quando si accennava alla scomparsa del
marito. E zia Nina aggiungeva: "La morte del capo di
casa?... Una tragedia da non augurare!...". Quindi,
lanciando un'occhiata intensa a lui che la guardava muto:
"Eh... tu sì giovane, Nì, nun 'o può capì!... la
perdita di un uomo come nostro padre!... eh! Ma era severo,
sai!... Quando diceva una cosa non si discuteva!... destino
amaro!... Il 1936!... anno bisestile!... sfortuna, sfortuna!...
così si dice!...", concludeva a mezza voce.
"Eh, 'a
sfortuna!...", replicava sua sorella: "Nì, qua'
sfurtuna...Chill' 'o fatto accussì eva 'i!...", per poi
concludere rassegnata: "Mah, 'o sape Chill' 'e
coppo!...".